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L’ombra di Trump sui media americani: l’autocensura di Kimmel nel caso di Talarico

“Siamo stati presi di mira dalla FCC per il reato di aver intervistato candidati politici… nonostante il fatto che per anni noi e tanti altri talk show abbiamo accolto numerosi candidati, compreso il candidato Donald Trump”. Così Jimmy Kimmel ha spiegato la ragione per cui l’intervista realizzata con James Talarico, candidato democratico a un seggio al Senato per il Texas, è stata trasmessa su YouTube invece che nel suo programma serale sulla ABC. Kimmel ha continuato spiegando che la decisione di bypassare il suo programma regolare è dovuta alla preoccupazione della ABC per possibili ritorsioni, specialmente nei confronti delle stazioni affiliate in Texas.

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Jimmy Kimmel

Redazione- Siamo stati presi di mira dalla FCC per il reato di aver intervistato candidati politici… nonostante il fatto che per anni noi e tanti altri talk show abbiamo accolto numerosi candidati, compreso il candidato Donald Trump”. Così Jimmy Kimmel ha spiegato la ragione per cui l’intervista realizzata con James Talarico, candidato democratico a un seggio al Senato per il Texas, è stata trasmessa su YouTube invece che nel suo programma serale sulla ABC. Kimmel ha continuato spiegando che la decisione di bypassare il suo programma regolare è dovuta alla preoccupazione della ABC per possibili ritorsioni, specialmente nei confronti delle stazioni affiliate in Texas.

Le regole della FCC (Federal Communications Commission), l’agenzia federale che stabilisce la politica delle comunicazioni via radio, televisione, ecc., richiedono che, se un candidato politico viene intervistato, il suo avversario abbia il diritto di ricevere lo stesso trattamento. I programmi trasmessi la mattina e in seconda serata avevano sempre goduto di un’esenzione che permetteva loro di bypassare la regola. Le nuove regole emesse dalla FCC sotto la guida di Brendan Carr, il presidente nominato da Trump, sostengono che le interviste ai candidati politici non rientrino più in quell’esenzione. Per paura di ritorsioni, dunque, Kimmel ha deciso di condurre l’intervista ma di renderla pubblica sul canale YouTube, in effetti autocensurandosi per evitare grattacapi legali. In uno strano senso Talarico ci ha guadagnato, poiché l’intervista su YouTube è stata visionata da più di 8,3 milioni di utenti, mentre se fosse stata trasmessa dal programma “Jimmy Kimmel Live” della ABC avrebbe raggiunto al massimo di 3 milioni di telespettatori.

Non era la prima volta che Talarico veniva preso di mira dalla FCC. Nel mese di febbraio del corrente anno anche la sua intervista al “The Late Show With Stephen Colbert” creò una situazione analoga. I legali della CBS avvertirono il conduttore che l’intervista con Talarico non era possibile, costringendo Colbert a seguire la strada della trasmissione su YouTube. In questo caso Talarico ci guadagnò ancora di più, perché si registrarono 85 milioni di visualizzazioni rispetto alle probabili 2,5 milioni se fosse stata trasmessa sulla CBS.

Sembra proprio che l’amministrazione Trump e la FCC stiano prendendo di mira il candidato democratico che se la vedrà con Ken Paxton per uno dei seggi del Texas al Senato questo novembre. Infatti, nonostante i pochissimi successi dei democratici al Senato nel Lone Star State, sembra che Talarico abbia ottime possibilità di sconfiggere Paxton. Difatti, anche il presidente Trump, che gli ha fatto vincere le primarie repubblicane con il suo endorsement, ha avuto parole poco entusiaste su Paxton. In un recente discorso all’anomala Convention repubblicana tenutasi in Texas in vista delle elezioni di medio termine, l’inquilino della Casa Bianca ha cercato di incoraggiare i texani a votarlo. Trump ha detto che Paxton “non si veste bene, forse non parla esattamente bene, e non è l’uomo più attraente”, ma nonostante tutto merita di essere eletto. I sondaggi, però, piazzano Talarico con un vantaggio di 3 punti su Paxton.

Ma al di là della questione di Talarico, le azioni della CBS e della ABC ci fanno capire che le pressioni di Trump costringono le reti televisive ad autocensurarsi per non incorrere in problemi legali. Il presidente degli Stati Uniti è molto aggressivo con le sue frequenti denunce, che in passato avviava da solo, ma adesso usa le leve del governo americano per le sue battaglie legali. A volte coloro che vengono attaccati scelgono la via dei patteggiamenti, come ha fatto ABC News nel caso del conduttore George Stephanopoulos, nel quale a Trump sono stati risarciti 15 milioni di dollari. In altri casi, come quelli del New York Times, del Wall Street Journal e della BBC, Trump è stato sconfitto, anche se continua frequentemente con appelli interminabili. Questa litigiosità di Trump, che da presidente non gli costa nulla poiché il Ministro della Giustizia Todd Blanche è il suo ex avvocato personale e si comporta in modo accondiscendente, diventa pesante per coloro che vengono presi di mira. I costi possono comportare ingenti risorse finanziarie che pochi media possono permettersi. In alcuni casi si tratta di risorse molto limitate, ma in altri, riguardanti i media corporativi, i contratti con il governo di alcune filiali possono subire controlli e in alcuni casi essere del tutto cancellati. In effetti, non è raro, come nel caso di Stephanopoulos, cedere per evitare i rischi di grossissime perdite in altre aree. La decisione di Kimmel di postare la sua intervista con Talarico rientra in questa dinamica. Si tratta di una forma di autocensura che continua ad indebolire i media ed erodere la libertà di stampa, alimentando un clima di paura che ci allontana dai principi democratici.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Il coraggio di Verisheh Moradi: la dissidente curda che ha combattuto l’Isis ora rischia l’impiccagione in Iran

Una donna dall’anima indomabile, che in passato ha imbracciato le armi in Siria per sconfiggere il terrorismo e difendere la civiltà dai tagliagole dell’Isis, è oggi a un solo, piccolissimo passo dall’essere brutalmente impiccata. Stiamo parlando di Verisheh Moradi, una coraggiosissima attivista e dissidente politica appartenente alla minoranza curda, vittima della repressione spietata e sanguinaria della Repubblica Islamica dell’Iran. Arrestata con brutale violenza nell’agosto del 2023, Verisheh è stata segregata nella tristemente nota prigione politica di Evin, dove ha subito isolamento, interrogatori estenuanti e gravissime torture psicologiche e fisiche che ne hanno devastato la salute (soffre di dolori atroci ed emorragie interne, ma il regime le nega persino le cure mediche!). Dopo un processo considerato una vera e propria farsa, il Tribunale rivoluzionario di Teheran l’ha condannata a morte per il reato inesistente di “ribellione armata contro lo Stato”. Il suo appello giace ora sulla scrivania della Corte Suprema, in un Paese che nell’ultimo anno ha giustiziato alla forca quasi mille persone per stroncare definitivamente la protesta “Donna Vita Libertà”. Il coraggio incrollabile di Verisheh (che dal carcere ha persino fatto uno sciopero della fame contro la pena di morte) ha bisogno di tutto il supporto internazionale! Scopri i tragici e scioccanti dettagli della sua prigionia nel nostro approfondimento completo 👇

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Verisheh Moradi

Teheran – Nelle oscure e silenziose celle di isolamento del regime iraniano, il coraggio di chi decide di non piegare la testa si paga con il sangue, con le torture fisiche e, troppo spesso, con il cappio del boia. Tra quelle mura fredde e inospitali, lontana dagli sguardi del mondo libero ma fortunatamente non dimenticata dalle organizzazioni per i diritti umani, si sta consumando in queste ore il dramma disumano di Verisheh Moradi.
Appartenente alla minoranza curda (da sempre duramente oppressa e perseguitata in Iran), Verisheh è una dissidente politica, una donna dall’anima fiera e incrollabile che oggi si ritrova a un solo passo dall’esecuzione capitale, vittima di un processo giudiziario gravemente iniquo, farsa e palesemente politicizzato, orchestrato dal famigerato Tribunale rivoluzionario di Teheran. Condannata a morte in primo grado nel novembre del 2024 con l’accusa pesantissima di “ribellione armata contro lo Stato” (un reato che nel codice penale iraniano viene definito baghi e che non lascia quasi mai scampo), la coraggiosa attivista curda ha sempre respinto con fermezza le accuse, negando categoricamente di aver mai imbracciato le armi all’interno dei confini della Repubblica Islamica dell’Iran. Oggi, mentre il suo disperato appello è in attesa del giudizio definitivo presso la Corte Suprema, il suo destino pende letteralmente da un filo.

Da Kobane al carcere di Evin: un’eroina condannata dal regime

La storia personale di Verisheh Moradi è un concentrato di pura resistenza e dedizione alla libertà dei popoli oppressi. Nel 2014, infatti, mentre il mondo intero assisteva atterrito all’avanzata spietata del terrorismo, l’attivista non si tirò indietro: si trovava nel nord-est della Siria, esattamente nella città martire di Kobane, per combattere in prima linea al fianco dei gruppi armati curdi contro i tagliagole del sedicente Stato Islamico (Daesh). In quei furiosi combattimenti in difesa della civiltà, Verisheh rimase persino gravemente ferita.
È un paradosso crudele e agghiacciante quello denunciato dalla stessa dissidente in una vibrante lettera aperta scritta dal carcere: le spietate autorità iraniane hanno vergognosamente e deliberatamente “equiparato la sua passata lotta contro le forze terroristiche di Daesh alla lotta armata contro la Repubblica islamica dell’Iran”, costruendo a tavolino un’accusa mortale. L’incubo per Verisheh ha avuto inizio il 1° agosto del 2023 quando, mentre viaggiava pacificamente in auto verso la città di Sanandaj, è stata intercettata e arrestata con brutale violenza dagli agenti del ministero dell’Intelligence. Gli sgherri del regime hanno aperto il fuoco contro la sua vettura, distruggendo i finestrini per poi trascinarla fuori e aggredirla fisicamente sulla strada, dando inizio a un calvario giudiziario e umano senza precedenti.

Isolamento, torture e cure mediche negate: la rappresaglia spietata

Varcate le pesanti porte metalliche della tristemente nota prigione di Evin (il carcere dove vengono sistematicamente rinchiusi e zittiti i prigionieri politici), Verisheh è sprofondata in un vero e proprio inferno dantesco. Le condizioni della sua detenzione, soprattutto nel braccio di massima sicurezza e isolamento prolungato della temutissima sezione 209 (sotto il controllo diretto e spietato dei servizi segreti), si sono rivelate subito disumane.
La dissidente ha denunciato pubblicamente di aver subito pesantissimi maltrattamenti e ignobili torture fisiche e psicologiche durante estenuanti e brutali interrogatori (denunce che, ovviamente, i tribunali del regime si sono ben guardati dall’indagare). A causa delle violenze subite, il suo stato di salute è precipitato drasticamente: Verisheh soffre di continue e insopportabili emorragie dal naso, lancinanti dolori al collo e alla schiena, gravi complicanze intestinali ed emorragie interne di natura allarmante. Nonostante questo quadro clinico critico, le guardie carcerarie le hanno crudelmente negato qualsiasi accesso continuativo all’assistenza sanitaria specialistica, arrivando persino a bloccare un trasferimento d’urgenza in una clinica esterna faticosamente organizzato dalla sua famiglia. E come ulteriore e meschina rappresaglia per il suo indomito attivismo (che non si è mai fermato nemmeno dietro le sbarre), dal maggio del 2024 le è stato revocato perfino il diritto fondamentale di ricevere le visite dei propri familiari e dei propri cari.

Il record di sangue dopo le proteste “Donna Vita Libertà”

Nonostante il corpo fiaccato dalla prigionia, l’anima di Verisheh non si è mai piegata. Dalle celle di Evin, la dissidente ha continuato a lottare organizzando proteste pacifiche, tra cui un drammatico sciopero della fame durato ben diciannove giorni per urlare al mondo la sua contrarietà all’uso barbaro della pena capitale, interrompendolo solo dopo le pressanti e disperate suppliche degli attivisti esterni, terrorizzati per la sua vita.
Il suo caso, purtroppo, non è isolato, ma si inserisce in una spaventosa e calcolata escalation di terrore di Stato. Dopo la sollevazione popolare e la rivolta del movimento “Donna Vita Libertà”, il regime degli Ayatollah ha intensificato l’uso sistematico della forca per incutere il terrore assoluto tra la popolazione civile e stroncare ogni focolaio di dissenso. Nel mirino dei carnefici di Teheran sono finiti soprattutto gli esponenti delle minoranze etniche e le coraggiose donne attiviste (come l’operatrice umanitaria curda Pakhshan Azizi, anch’essa recentemente e assurdamente condannata a morte). Solo nel 2024, le autorità iraniane hanno mandato al patibolo ed eseguito l’impressionante numero di 972 condanne a morte (cento in più rispetto all’anno precedente). Oggi, la mobilitazione internazionale è l’unica speranza per fermare la mano del boia e salvare la vita di Verisheh Moradi.

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Paura nella notte in Arabia Saudita: pioggia di missili sulla base aerea, colpito un caccia italiano F-2000 Eurofighter Typhoon

NOTTE DI TERRORE PURO PER I NOSTRI SOLDATI ITALIANI IN MISSIONE ALL’ESTERO! UN ATTACCO MISSILISTICO IMPROVVISO HA DEVASTATO IL NOSTRO GIOIELLO DELL’AERONAUTICA! LE NOTIZIE CHE ARRIVANO DAL MINISTERO DELLA DIFESA! 🚀 💥 🇮🇹 Immaginate l’angoscia di essere svegliati nel cuore della notte dal rumore assordante delle Esplosioni e dalle Sirene d’allarme a migliaia di chilometri da Casa! È quello che hanno vissuto i valorosissimi militari del nostro Contingente schierato nella gigantesca Base Aerea di Ta’if, in Arabia Saudita! Un attacco missilistico violentissimo ha centrato in pieno e distrutto un nostro caccia intercettore “F-2000 Eurofighter Typhoon” parcheggiato a terra! Per ore c’è stato il panico tra le Famiglie dei soldati in Italia, ma all’alba è arrivata la conferma Ufficiale del Ministro Guido Crosetto: MIRACOLOSAMENTE NESSUN MILITARE ITALIANO È RIMASTO FERITO!! Il nostro Governo e i vertici dell’Aeronautica stanno valutando con attenzione la situazione: il Medio Oriente è una polveriera e i nostri Ragazzi rischiano la vita ogni giorno! Siete curiosi di leggere i dettagli dell’attacco e le parole del Ministro? Cliccate e leggete il nostro pezzo di cronaca! 👇 🗣️ A cosa credete? Anche voi provate Angoscia e Preoccupazione quando i nostri Soldati italiani vengono inviati in missioni di Pace in Paesi stranieri e pericolosissimi? Siete d’accordo sul fatto che la loro “sicurezza” debba essere la priorità assoluta per il Governo? Diteci la Vostra nei commenti, e CONDIVIDETE questo articolo per ringraziare i nostri coraggiosi militari!!

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F-2000 Eurofighter Typhoon

Ta’if (Arabia Saudita) – Il sibilo lacerante e spaventoso delle sirene d’allarme, il buio della notte araba squarciato da lampi accecanti e poi l’impatto sordo, violento e devastante di un attacco missilistico che avrebbe potuto trasformarsi in una tragedia di proporzioni incalcolabili per il nostro Paese. Sono state ore di pura e indicibile angoscia quelle vissute all’interno dell’immenso compound militare della base aerea di Ta’if, in Arabia Saudita, una struttura nevralgica in cui operano coraggiosamente anche le nostre Forze Armate.
Durante un improvviso e vile raid missilistico notturno, un gioiello dell’Aeronautica Militare Italiana, un caccia intercettore F-2000 Eurofighter Typhoon, è stato centrato e seriamente danneggiato mentre si trovava parcheggiato a terra. La notizia ha immediatamente fatto il giro del mondo, scatenando per ore il panico tra le famiglie dei nostri ragazzi in divisa schierati all’estero. Fortunatamente, il respiro di sollievo è arrivato all’alba: il Ministero della Difesa italiano ha ufficialmente e categoricamente confermato che nessun militare italiano è rimasto ferito nell’attacco e nessun altro pezzo di equipaggiamento nazionale è stato distrutto.

L’attacco nel cuore della notte: la dinamica e il sollievo

Immaginate il terrore di essere svegliati nel cuore della notte, a migliaia di chilometri da casa, dal rumore assordante dei missili in avvicinamento. Il nostro contingente tricolore si trova in Arabia Saudita a supporto della difficilissima e delicatissima Operazione Inherent Resolve, la colossale missione multinazionale (guidata dagli Stati Uniti d’America) nata per contrastare e sradicare in modo definitivo la piaga mortale del terrorismo dello Stato Islamico in Iraq e in Siria (le cui fasi principali si sono concluse rispettivamente nel dicembre 2021 e nel giugno 2026).
Stando alla prima, accurata ricostruzione dei vertici militari italiani e alle dichiarazioni ufficiali rilasciate dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, la catastrofe umana è stata evitata per una questione di metri e di rigide procedure di sicurezza. Il nostro potentissimo aereo militare, infatti, era stato intelligentemente posizionato in un’area “decentrata” e isolata della gigantesca base aerea di Ta’if. Quando l’esplosione si è verificata, l’onda d’urto e i detriti hanno colpito la fusoliera del velivolo, ma l’impatto ha lasciato miracolosamente intatte tutte le infrastrutture circostanti, inclusi gli alloggi e le strutture logistiche utilizzate quotidianamente dal nostro eroico contingente.

Il vertice di emergenza: Crosetto e i Generali monitorano la situazione

Nonostante la lieta notizia dell’incolumità dei nostri soldati, l’asticella della tensione a Roma è salita immediatamente ai livelli di massima allerta. Il Ministro della Difesa Crosetto ha passato l’intera nottata a monitorare minuto per minuto l’evoluzione drammatica dell’incidente, in strettissimo e costante contatto telefonico con i massimi vertici delle nostre Forze Armate.
È stato subito convocato un vertice d’emergenza virtuale con il Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’esperto Generale Luciano Portolano. Il ministro ha immediatamente richiesto valutazioni tattiche approfondite e urgenti anche al Comandante del Comando Operativo di vertice Interforze (COVI), Tenente Generale Giovanni Maria Iannucci, e al Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, Generale Antonio Conserva. L’obiettivo assoluto del Governo italiano, in queste ore caotiche, è valutare con precisione chirurgica lo stato psicofisico e logistico delle nostre truppe e studiare tutte le future, ed eventuali, opzioni operative in un quadrante geopolitico che rischia di diventare sempre più esplosivo.

Un campanello d’allarme: la sicurezza dei nostri militari prima di tutto

Funzionari del Ministero della Difesa italiano hanno tenuto a precisare un dettaglio che fa onore alla nostra altissima preparazione militare: i rigidi protocolli di sicurezza per tutto il personale dislocato presso l’installazione araba erano già stati stabiliti, testati e messi in atto ben prima di questo attacco codardo. È anche grazie a questa rigidissima disciplina preventiva che oggi non dobbiamo piangere vittime tricolori.
Eppure, l’attacco mirato alla base di Ta’if suona come un sinistro e cupo campanello d’allarme globale. Lo scacchiere mediorientale è una polveriera perennemente accesa, dove le tensioni si tagliano col coltello e dove la minaccia di ritorsioni armate e attacchi terroristici è il pane quotidiano. Mentre i vertici politici e militari italiani continuano a seguire la situazione da vicino per garantire la “protezione continua e assoluta” di tutto il personale schierato, il pensiero della Nazione va a quei ragazzi valorosi, alle nostre truppe silenziose che rischiano la propria vita ogni singolo giorno per garantire la pace e la stabilità internazionale, ben lontani dall’affetto delle loro case.

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Nuovo rimpatrio dalla Germania: 13 cittadini afghani trasferiti a Kabul

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Afghani espulsi dalla Germania

Redazione- La Germania ha effettuato un nuovo volo charter verso Kabul, trasferendo 13 cittadini afghani che, secondo il ministero dell’Interno tedesco, erano stati condannati per reati tra cui violenza sessuale, aggressioni e traffico di droga. Il gruppo è stato trasferito in Afghanistan martedì 15 settembre.

Le autorità tedesche non hanno reso pubblici i nomi degli espulsi, i loro ultimi luoghi di residenza in Germania né la durata delle condanne. Il ministero ha precisato che si trattava di persone soggette all’obbligo di lasciare il Paese e che erano entrate nel sistema giudiziario penale tedesco.

Il nuovo volo si inserisce nel progressivo aumento dei rimpatri verso l’Afghanistan. Nei mesi precedenti Berlino aveva già organizzato diversi voli charter: a luglio, per esempio, 31 cittadini afghani sono stati trasferiti a Kabul, 30 dei quali avevano precedenti penali.

La politica di Berlino prevede un ulteriore aumento dei rimpatri. Il ministero dell’Interno tedesco ha dichiarato che in futuro potrebbero essere effettuati fino a tre voli charter al mese, oltre ai rimpatri individuali attraverso voli di linea.

Per rendere possibili i trasferimenti, la Germania mantiene contatti tecnici con le autorità talebane a Kabul. Berlino sottolinea però che questi contatti non equivalgono al riconoscimento ufficiale dei talebani come governo legittimo dell’Afghanistan.

La questione continua tuttavia a suscitare critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani, che sollevano interrogativi sulla sicurezza delle persone rimpatriate e sulle condizioni presenti in Afghanistan. La cooperazione con le autorità de facto di Kabul rimane inoltre un tema controverso all’interno del dibattito politico tedesco.

Il nuovo trasferimento conferma quindi un cambiamento significativo nella politica tedesca verso i cittadini afghani: dopo la ripresa dei voli di rimpatrio nel 2024, Berlino sta progressivamente ampliando il ricorso alle espulsioni verso Kabul, mentre il confronto sul loro impatto e sulle condizioni dei rimpatriati continua in Germania e in Europa.

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