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Lifestyle

Il lato oscuro delle case da sogno in Francia: “Non compratele, vi costeranno il matrimonio e tutti i risparmi”

Acquistare un antico casale pittoresco nella campagna francese a un prezzo stracciato è il vostro grande sogno romantico nel cassetto? Pensateci non una, ma cento volte prima di farlo! Un duro e amaro sfogo di chi ha già vissuto questa “avventura” svela il lato oscuro e terrificante degli affari immobiliari in Francia. Quelli che sembrano incredibili e irripetibili affari a basso costo si trasformano, nel giro di pochissimi mesi, in spaventose voragini finanziarie senza fondo. Tra costi di ristrutturazione letteralmente fuori controllo (per tetti crollati e umidità), una burocrazia locale asfissiante e professionisti che si approfittano degli stranieri, il “sogno della vita” rischia seriamente di svuotare completamente il vostro conto in banca e, soprattutto, di far saltare in aria per sempre il vostro matrimonio! Scopri nel nostro articolo perché comprare queste case si rivela quasi sempre un tragico e disperato biglietto di sola andata 👇

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Case da sogno

Redazione – Chiudere gli occhi e immaginare una nuova vita, lontana dal caos frenetico e dallo smog opprimente delle grandi metropoli. Respirare a pieni polmoni l’aria frizzante e pulita della campagna, sorseggiando pigramente un buon bicchiere di vino rosso all’ombra del porticato di un pittoresco casale in pietra nel sud della Francia, magari circondati da distese infinite di profumata lavanda. Moltissime coppie accarezzano questo romantico miraggio, illudendosi di poter cambiare esistenza acquistando antiche proprietà rurali francesi vendute apparentemente a prezzi di saldo o addirittura a un solo euro simbolico. Tuttavia, la narrazione idilliaca che ci propinano i programmi televisivi e i social network nasconde una cruda e terrificante realtà, capace di trasformare il sogno di una vita in un autentico, rovinoso e inarrestabile incubo a occhi aperti.

Il miraggio del “grande affare”: la verità sulle dimore storiche francesi

L’allarme, lanciato con toni drammatici attraverso un amaro sfogo raccolto dalla stampa anglosassone, arriva direttamente da una fiera comunità di espatriati (i cosiddetti “expat”) che hanno vissuto sulla propria pelle il disastro immobiliare d’oltralpe. L’avvertimento è perentorio, spietato e non ammette repliche: fate molta attenzione al miraggio immobiliare francese, perché quelle che vengono spacciate dai furbi agenti del posto come “dimore di charme da ristrutturare” a prezzi stracciati, sono in realtà delle vere e proprie voragini senza fondo, pronte a divorare lentamente i risparmi di una vita intera.
L’inganno è sottile ma letale. Si acquista un maestoso rudere, magari un antico castelletto diroccato o una fattoria settecentesca, convinti di aver fatto l’affare del secolo. Il prezzo di acquisto iniziale sembra incredibilmente abbordabile, quasi ridicolo rispetto ai costi folli del mercato immobiliare di città come Londra, Milano o Roma. Ma è esattamente nel momento in cui vengono consegnate le chiavi arrugginite e si firma il contratto di fronte al notaio, che il baratro finanziario si spalanca sotto i piedi dei nuovi, incauti proprietari.

Costi folli e burocrazia asfissiante: come i risparmi finiscono in fumo

I problemi strutturali di queste pittoresche abitazioni rurali si rivelano immediatamente insormontabili, e i costi per renderle quantomeno abitabili o a norma di legge subiscono un’impennata verticale e fuori controllo. Le cifre per rifare da zero un tetto secolare, per mettere in sicurezza impianti elettrici marci o per sconfiggere un’umidità cronica radicata nei muri di pietra, assomigliano più a dei salassi letali che a dei preventivi edili.
Come se non bastasse l’emorragia finanziaria continua, si aggiunge il mostro imbattibile della leggendaria e asfissiante burocrazia locale francese, fatta di permessi introvabili, norme paesaggistiche rigidissime e professionisti locali che spesso si rifiutano di collaborare o che approfittano spudoratamente della palese inesperienza degli stranieri, gonfiando le fatture a dismisura. Quello che doveva essere un romantico progetto di restauro conservativo per la pensione, si trasforma in pochi mesi in un cantiere eterno, polveroso e disperato.

Un biglietto di sola andata: l’impatto psicologico devastante sulle coppie

Il contraccolpo più doloroso di questa catastrofica avventura, tuttavia, non è solamente quello prettamente economico, ma quello umano ed emotivo. Le testimonianze raccolte delineano uno scenario familiare apocalittico: il “sogno francese” rischia concretamente di spaccare a metà le famiglie e di distruggere per sempre matrimoni decennali che sembravano inossidabili.
Lo stress massacrante generato dai continui e inaspettati problemi edili, l’ansia paralizzante di vedere il conto in banca svuotarsi inesorabilmente giorno dopo giorno e l’isolamento culturale in freddi e disabitati paesini rurali di provincia, creano un mix velenoso capace di far esplodere risentimenti sopiti, litigi furibondi e reciproche accuse tra marito e moglie. E la tragedia finale risiede nell’amara constatazione che questo “investimento” si rivela quasi sempre un biglietto di sola andata: quando i soldi finiscono e la coppia scoppia, cercare di rivendere in fretta e furia quel rudere isolato e malconcio per recuperare almeno parte del capitale, si rivela un’impresa impossibile e assolutamente disperata.

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Smettete di usare la parola neurodivergente: la dura accusa degli scienziati contro l’ultima pericolosa moda dei social

Una dura e clamorosa presa di posizione da parte della comunità scientifica internazionale sta scuotendo il mondo dei social network! I massimi esperti di psichiatria e neurologia hanno lanciato un severissimo e inequivocabile avvertimento a livello globale: smettete di abusare del termine “neurodivergente”. La parola, nata in ambito clinico per descrivere condizioni mediche reali, è ormai diventata una vera e propria e pericolosissima moda sulle piattaforme come TikTok, dove migliaia di giovani si fanno “autodiagnosi” improvvisate e prive di fondamento medico per giustificare la banale timidezza o una semplice distrazione. Questa superficialità sfrenata e questa ricerca di facili “like” stanno ottenendo un effetto devastante: sminuire, banalizzare e offendere profondamente il dolore immenso di chi soffre davvero. Le famiglie che lottano ogni giorno con disabilità reali, gravissime e certificate (come l’autismo severo o l’ADHD invalidante) si sentono infatti tradite e umiliate da chi tratta la neurodivergenza come una semplice e divertente “caratteristica della personalità”. Scopri tutti i dettagli della furiosa polemica medica nel nostro articolo completo 👇

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neurodivergenza

Redazione  – Il linguaggio moderno possiede una straordinaria e affascinante capacità di evolversi, creando continuamente nuove parole per descrivere la complessità dell’animo umano. Purtroppo, però, nell’epoca frenetica e superficiale dei social network, alcune di queste parole vengono letteralmente svuotate del loro preziosissimo significato clinico originale, finendo per trasformarsi in banali e pericolose etichette “alla moda”. È esattamente quello che sta accadendo oggi, su scala globale, con il popolarissimo termine “neurodivergente”.
La parola, nata originariamente in ambito accademico per abbracciare e tutelare con rispetto le variazioni neurologiche umane, è ormai diventata un gigantesco “contenitore vuoto” utilizzato in modo sconsiderato e quasi abusivo. Di fronte a questa deriva inarrestabile, i massimi scienziati ed esperti psichiatrici di fama internazionale hanno deciso di alzare la voce e di lanciare un durissimo avvertimento: smettete immediatamente di abusare di questa definizione, perché la continua banalizzazione del termine sta danneggiando in modo irreparabile le persone che soffrono di patologie reali, certificate e severamente invalidanti.

Il pericolo della diagnosi “fai da te” esplosa sulle bacheche di TikTok

L’epicentro assoluto di questo preoccupante cortocircuito mediatico è, senza troppe sorprese, il colorato e caotico mondo dei social network, con TikTok e Instagram in prima linea. Scorrere le bacheche virtuali di queste piattaforme significa imbattersi in una vera e propria epidemia di “autodiagnosi” superficiali e prive di qualsiasi e reale fondamento scientifico.
Migliaia di utenti (soprattutto giovani e giovanissimi) pubblicano quotidianamente brevi e accattivanti video in cui si autoproclamano fieramente “neurodivergenti” basandosi su sintomi assolutamente generici, banali o persino inventati: dalla semplice distrazione temporanea, alla fisiologica timidezza, fino alla banale difficoltà di concentrarsi su un noioso compito scolastico o lavorativo. Quella che una volta era una delicatissima condizione clinica diagnosticabile esclusivamente dopo lunghi, dolorosi e complessi test medici, oggi viene purtroppo ridotta a un semplice e simpatico “tratto della personalità” da sbandierare orgogliosamente per ottenere una manciata di visualizzazioni facili e di compassionevoli “mi piace”.

L’urlo degli esperti: “Basta banalizzare le disabilità reali e gravissime”

Questa pericolosa tendenza alla semplificazione estrema ha fatto letteralmente infuriare i massimi vertici della comunità medica internazionale. Gli psicologi e i neurologi più autorevoli non usano mezzi termini: l’abuso sconsiderato e inflazionato dell’etichetta “neurodivergente” come giustificazione universale per qualsiasi lieve stranezza comportamentale sta creando una cortina fumogena inaccettabile.
Il rischio concreto, avvertono a gran voce gli specialisti, è quello di minimizzare, banalizzare e infine cancellare del tutto la reale portata drammatica di condizioni neurologiche autentiche, come l’autismo severo, la sindrome di Tourette o i disturbi da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) nella loro forma clinicamente più acuta. Quando l’essere “neurodivergente” diventa improvvisamente una semplice moda giovanile passeggera o una scusa pronta all’uso per giustificare la propria pigrizia, la vera, grande e dolorosa malattia finisce inevitabilmente per perdere la gravità e l’attenzione prioritaria che invece merita disperatamente.

Il dramma silenzioso delle famiglie cancellate dal clamore dei social

A pagare il prezzo umano e psicologico più alto e inaccettabile di questa superficialità da smartphone sono, come purtroppo spesso accade, i soggetti più fragili e indifesi. Le associazioni dei pazienti e le famiglie che ogni singolo giorno della loro esistenza devono fare i conti con disabilità reali, profonde e devastanti, si sentono tradite, abbandonate e profondamente umiliate da questo circo mediatico.
I genitori di bambini colpiti da autismo non verbale, costretti a lottare tra mille difficoltà burocratiche per ottenere cure mediche, insegnanti di sostegno e assistenza h24, denunciano la gravità di una narrazione che dipinge la neurodivergenza come un innocuo “superpotere” o una caratteristica “cool”. Per chi affronta crisi epilettiche, isolamento sociale estremo o gravissime difficoltà di apprendimento certificate, l’autodiagnosi festosa e superficiale di un influencer su TikTok non è solo una fastidiosa mancanza di rispetto, ma rappresenta un vero e proprio schiaffo in faccia a una sofferenza quotidiana immensa che richiede rigore medico, profondo rispetto e aiuti istituzionali concreti, non certo hashtag di tendenza.

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Antonello De Oto, il diritto come strumento di dialogo

Ci sono percorsi professionali che raccontano una carriera e altri che, attraverso la ricerca, la didattica e l’impegno civile, restituiscono il senso profondo di una vocazione. È il caso del Professor Avvocato Antonello De Oto, Professore Ordinario presso il Dipartimento delle Arti dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, dove opera nel settore scientifico-disciplinare GIUR-07/A – Diritto e religione.

La sua formazione nasce all’interno dell’Università di Bologna, dove nel 2000 consegue la laurea in Giurisprudenza con 110 su 110, discutendo una tesi in Diritto Ecclesiastico dedicata alla tutela penale degli ecclesiastici e dei religiosi. Prosegue poi il proprio percorso con il Dottorato di ricerca in Diritto Ecclesiastico e Diritto Canonico presso l’Università degli Studi di Perugia, approfondendo il tema delle attività di culto delle confessioni e dei nuovi movimenti religiosi e dei relativi profili normativi.

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Antonello De Oto

Redazione- Ci sono percorsi professionali che raccontano una carriera e altri che, attraverso la ricerca, la didattica e l’impegno civile, restituiscono il senso profondo di una vocazione. È il caso del Professor Avvocato Antonello De Oto, Professore Ordinario presso il Dipartimento delle Arti dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, dove opera nel settore scientifico-disciplinare GIUR-07/A – Diritto e religione.

La sua formazione nasce all’interno dell’Università di Bologna, dove nel 2000 consegue la laurea in Giurisprudenza con 110 su 110, discutendo una tesi in Diritto Ecclesiastico dedicata alla tutela penale degli ecclesiastici e dei religiosi. Prosegue poi il proprio percorso con il Dottorato di ricerca in Diritto Ecclesiastico e Diritto Canonico presso l’Università degli Studi di Perugia, approfondendo il tema delle attività di culto delle confessioni e dei nuovi movimenti religiosi e dei relativi profili normativi.

Da quel momento prende forma un itinerario scientifico caratterizzato da una costante attenzione al rapporto tra diritto, religione, libertà, identità, pluralismo e diritti fondamentali.

Nel 2005 entra nel ruolo di ricercatore presso l’Università di Bologna, Facoltà di Giurisprudenza, nel settore IUS/11 – Diritto Ecclesiastico e Diritto Canonico. Nel corso degli anni assume numerosi incarichi accademici e istituzionali, partecipando a progetti di ricerca nazionali e internazionali e contribuendo alla formazione di studenti, professionisti e operatori di diversi settori.

Nel novembre 2015 diventa Professore Associato presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna. Nel 2020 consegue l’abilitazione scientifica nazionale a Professore Ordinario e, dal novembre 2023, ricopre il ruolo di Professore Ordinario presso il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna.

Un percorso che nel tempo si è intrecciato con una molteplicità di incarichi e responsabilità: dalla partecipazione a commissioni e organismi accademici alla valutazione della ricerca scientifica per ANVUR, dalla collaborazione con organismi e fondazioni alla presenza in importanti realtà nazionali e internazionali.

Ma è soprattutto attraverso i temi affrontati nella ricerca che emerge la cifra distintiva del Professor De Oto.

La sua attività scientifica si sviluppa infatti lungo un territorio nel quale il diritto incontra la società e nel quale le differenze religiose e culturali diventano una delle grandi questioni della contemporaneità. Libertà religiosa, discriminazioni, immigrazione, multiculturalismo, simboli religiosi, rapporto tra Stato e confessioni, diritti umani, sport, lavoro, sicurezza, terrorismo di matrice religiosa, bioetica e intelligenza artificiale sono soltanto alcuni degli ambiti nei quali si è sviluppata la sua riflessione.

Particolarmente significativa è l’attenzione dedicata al principio di laicità, non inteso come semplice contrapposizione alla dimensione religiosa, ma come principio capace di garantire libertà, pluralismo e convivenza all’interno di una società sempre più complessa. Una “laicità utile” come l’ha definita.

Nel corso degli anni De Oto ha affrontato anche questioni estremamente concrete: la libertà religiosa nei luoghi di lavoro, le discriminazioni etnico-religiose, l’identità religiosa dei migranti, le pratiche di culto, le prescrizioni alimentari, l’esposizione dei simboli religiosi negli uffici pubblici e il rapporto tra religione e sport.

Proprio lo sport costituisce uno degli ambiti nei quali la sua ricerca ha assunto una particolare dimensione sociale. Ha studiato le discriminazioni e il razzismo nello sport, il rapporto tra sport, religione e pluralismo culturale, la funzione sociale dello sport e il suo possibile ruolo come strumento di inclusione.

Non meno rilevante è il suo impegno sul fronte dei diritti umani e della cultura della pace. Dal 2015 al 2021 è stato referente dell’Università di Bologna per la promozione di iniziative scientifico-didattiche con istituzioni militari e per la formazione nell’ambito delle operazioni umanitarie e dei progetti finalizzati alla promozione della cultura della pace.

La dimensione internazionale accompagna da sempre il suo lavoro. Ha svolto periodi di ricerca presso la Karlova Univerzita di Praga, occupandosi, tra gli altri temi, di discriminazione religiosa nel lavoro, finanziamento delle confessioni religiose e restituzione dei beni ecclesiastici. Ha partecipato a convegni e progetti in Italia e all’estero, confrontandosi con studiosi e istituzioni sul rapporto tra diritto, religione e società.

Negli anni più recenti, il suo campo di ricerca si è ulteriormente ampliato verso alcune delle sfide più delicate del nostro tempo.

Dal terrorismo di matrice religiosa al rapporto tra sicurezza e libertà fondamentali; dalla guerra in Ucraina al ruolo delle religioni nei conflitti contemporanei; dalle questioni legate alla morte e ai riti di passaggio alla tutela della libertà religiosa nei luoghi di lavoro; dall’identità nell’epoca della cancel culture alle implicazioni dell’intelligenza artificiale su identità, bioetica e diritto.

Nel 2026, il Professor De Oto è stato inoltre protagonista di nuovi importanti appuntamenti scientifici: tra questi, la partecipazione alla XI Edizione del Festival del Sarà – Dialoghi sul futuro a Bologna e il convegno organizzato dal Comune di Bologna sul tema dei riti di passaggio dalla vita alla morte come spazio di dialogo tra culture e religioni. Il 3 luglio 2026 ha inoltre ricoperto il ruolo di Chair del panel “Peace through Law or Peace through Strength? Religions, Politics, and Fundamental Human Rights in Contemporary Conflicts” nell’ambito della European Academy of Religion Annual Conference presso la LUISS Guido Carli di Roma.

Accanto alla ricerca, fondamentale è la sua attività didattica. Nel corso degli anni ha insegnato Diritto Ecclesiastico, Diritto delle religioni, Diritto Pubblico, Diritto Costituzionale, Diritto dei beni culturali e numerose materie interdisciplinari, intervenendo anche in master e corsi di alta formazione dedicati ai beni monumentali religiosi, all’accoglienza e all’integrazione dei migranti, alla tutela dei diritti umani, alla comunicazione e al marketing dello sport.

È stato inoltre docente presso la Scuola Forense della Fondazione Forense dell’Ordine degli Avvocati di Bologna e presso la Scuola Forense dell’Ordine degli Avvocati di Ancona, oltre ad aver svolto attività formativa per istituzioni e realtà professionali.

La sua competenza si è accompagnata anche a un significativo impegno nel mondo della mediazione, della giustizia, dello sport e delle istituzioni. È iscritto all’Ordine degli Avvocati di Bologna ed è stato accreditato dal Ministero della Giustizia come mediatore civile professionista e formatore in materia di conciliazione e mediazione. Ha inoltre ricoperto incarichi nell’ambito della giustizia sportiva della FIGC.

Antonello De Oto

Il suo profilo professionale è stato riconosciuto anche attraverso importanti onorificenze pubbliche.

Nel 2017 è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” con Decreto del Presidente della Repubblica. Nel 2018 ha ricevuto il titolo di Cavaliere Ufficiale dell’Ordine Equestre di Sant’Agata della Repubblica di San Marino. Nel 2023 gli è stata conferita la Melagrana d’argento per motivi scientifici dall’Accademia dei Semplici di Bologna. Nel 2024 ha ricevuto il titolo di Cavaliere dell’Ordine Equestre Pontificio di San Silvestro Papa, conferito dalla Santa Sede, e il Diploma al merito della Croce Rossa Italiana dal Presidente Nazionale.

Nel 2026 è arrivato un ulteriore importante riconoscimento istituzionale: con Decreto del Presidente della Repubblica del 6 agosto 2026, Antonello De Oto è stato insignito del titolo di Ufficiale dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”.

Riconoscimenti che si inseriscono coerentemente in un percorso nel quale l’attività scientifica non appare separata dalla responsabilità sociale.

La sua produzione e le sue attività sono state inoltre segnalate e approfondite da numerose testate giornalistiche, riviste specialistiche, televisioni e radio, tra cui Il Corriere della Sera, Il Riformista, Il Redattore Sociale, Rai 3, Rai Radio 1, Radio Radicale, Adnkronos, Il Tempo, Libero, Il Foglio e diverse importanti riviste giuridiche italiane e internazionali.

Guardando nel complesso al suo percorso, emerge una figura di studioso che ha fatto del diritto un luogo di incontro. Un luogo nel quale la norma non viene considerata soltanto nella sua dimensione tecnica, ma anche come strumento attraverso cui una società può interrogarsi sulle proprie trasformazioni.

Il lavoro di Antonello De Oto attraversa così alcune delle domande più profonde della contemporaneità: come convivere nelle differenze? Come tutelare la libertà religiosa senza comprimere quella altrui? Come difendere l’identità senza trasformarla in una barriera? Come conciliare sicurezza e libertà? Come impedire che le differenze culturali e religiose diventino motivo di discriminazione?

Sono interrogativi che appartengono al diritto, ma prima ancora appartengono all’essere umano.

Ed è forse proprio qui che risiede il valore più autentico di un percorso accademico, professionale ed umano come quello del Professor De Oto: nella capacità di portare la ricerca fuori dai confini delle aule universitarie e di trasformarla in uno strumento di comprensione della società.

Perché il diritto, quando incontra la cultura, la libertà e il rispetto dell’altro, smette di essere soltanto una raccolta di norme e diventa una delle forme attraverso cui una comunità costruisce il proprio futuro.

E in un tempo segnato da conflitti, migrazioni, identità contrapposte, nuove tecnologie e fragili equilibri internazionali, studiare il rapporto tra diritto e religione significa, in fondo, interrogarsi sulla possibilità stessa di vivere insieme.

Antonello De Oto con Papa Leone XIV

Professore De Oto, il Suo percorso accademico e professionale è strettamente legato allo studio del rapporto tra diritto e religione. Che cosa rappresenta oggi, in una società sempre più pluralista, il diritto delle religioni?

Il diritto delle religioni rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali possiamo comprendere la complessità della società contemporanea. Religione, identità e appartenenza non sono elementi marginali della vita delle persone, ma spesso costituiscono una parte importante della loro dimensione individuale e collettiva. Il compito del diritto è quello di garantire che questa dimensione possa esprimersi liberamente, nel rispetto della dignità della persona e dei diritti altrui. In una società plurale, quindi, il diritto è la casa delle differenze, crea le condizioni affinché possano convivere pacificamente.

La libertà religiosa è un diritto fondamentale. Ma dove finisce la libertà individuale e dove iniziano i diritti della collettività?

È proprio questo uno dei nodi più delicati. La libertà non può essere interpretata come una dimensione assoluta e svincolata dalla responsabilità. La libertà religiosa deve essere tutelata nella sua massima estensione possibile, ma incontra i limiti derivanti dalla tutela degli altri diritti fondamentali, dell’ordine democratico e della dignità della persona. Il vero equilibrio non consiste nel comprimere la libertà, bensì nel trovare un punto di armonizzazione tra diritti diversi. È una sfida che richiede conoscenza, proporzionalità e capacità di dialogo.

 

Lei si è occupato a lungo anche di laicità dello Stato. Che cosa significa essere laici in una società nella quale convivono fedi, culture e convinzioni differenti?

 

La laicità non è negazione di valori religiosi e neppure ostilità nei confronti del fenomeno religioso. La laicità è, piuttosto, un metro, una garanzia di libertà e di pluralismo. Uno Stato autenticamente laico deve essere capace di non privilegiare una determinata appartenenza religiosa, ma nello stesso tempo deve consentire a ogni individuo di vivere la propria fede o la propria neutralità rispetto ad essa. La laicità diventa dunque una casa comune nel quale nessuno deve sentirsi straniero a causa delle proprie convinzioni. Una laicità che cementa. Una laicità utile.

Simboli religiosi, velo, crocifisso, turbante: sono temi che spesso generano discussioni e contrapposizioni. Perché il simbolo ha ancora oggi una forza così grande?

Perché il simbolo è concentrato di identità. Non è semplicemente un oggetto, ma può rappresentare memoria, appartenenza, fede, storia e valori. Proprio per questo può diventare anche comburente involontario di conflitto quando il simbolo viene utilizzato come una clava per colpire un’altra identità, per giustificare un’ aggressione, per narrare il noi contro loro.

 

 

Una parte importante della Sua ricerca riguarda le discriminazioni per motivi religiosi nel mondo del lavoro. Quanto siamo ancora lontani da una reale cultura dell’inclusione?

Abbiamo compiuto passi importanti, ma il percorso non può considerarsi concluso. La discriminazione può manifestarsi in forme evidenti, ma anche attraverso comportamenti apparentemente neutri che producono effetti svantaggiosi nei confronti di determinate persone. Il mondo del lavoro deve imparare a considerare il pluralismo non come un problema organizzativo, ma come una realtà da governare attraverso regole intelligenti e inclusive. Rispettare le identità religiose significa anche costruire ambienti nei quali ciascuno possa sentirsi riconosciuto nella propria dignità. E la contrattazione collettiva può fare molto in questo campo.

 

 

Lei ha affrontato anche il rapporto tra religione, immigrazione e identità. Quanto è importante, oggi, distinguere tra integrazione e assimilazione?

È fondamentale. Integrare non significa chiedere a una persona di cancellare la propria identità. L’integrazione autentica richiede reciprocità: chi arriva deve conoscere e rispettare le regole della società nella quale vive, ma la società che accoglie deve essere capace di riconoscere la persona nella sua complessità. L’assimilazione, invece, non è naturale. Non funziona. Una democrazia matura non ha paura delle differenze: le governa attraverso il diritto. Perciò credo sia giusto oggi firmare un’intesa con l’Islam. Regolamentare per interagire nella legalità.

Nel Suo percorso ha dedicato grande attenzione anche allo sport e alle discriminazioni. Può lo sport diventare davvero uno strumento di inclusione?

Assolutamente sì. Lo sport possiede una forza educativa straordinaria perché mette le persone nella condizione di condividere regole, obiettivi e responsabilità. Proprio per questo, però, quando nello sport compaiono razzismo, odio o discriminazione, viene tradita la sua bellezza, la sua funzione sociale. Lo sport può essere un laboratorio di cittadinanza: insegna che l’avversario non è un nemico e che la competizione non elimina il rispetto.

 

Lei ha partecipato a numerosi incontri dedicati alla pace, ai conflitti e al ruolo delle religioni. Possono davvero le religioni contribuire alla costruzione della pace?

Possono e devono farlo. Sono, sarebbero, agenti naturali di pace. Le grandi tradizioni religiose possiedono patrimoni culturali e spirituali capaci di promuovere riconciliazione, solidarietà e cura dell’altro. La pace non nasce soltanto dai trattati politici: nasce anche dalla capacità delle persone di riconoscersi reciprocamente. In questo senso, il dialogo interreligioso può rappresentare un importante strumento di prevenzione del conflitto. E un balsamo per curare le ferite della storia.

 

Nel luglio 2026 Lei ha presieduto a Roma un panel della European Academy of Religion dedicato al rapporto tra pace, diritto, religioni, politica e diritti fondamentali nei conflitti contemporanei. Qual è oggi la grande sfida per il diritto internazionale e per la comunità internazionale?

La grande sfida consiste nel riuscire a riaffermare il primato della persona e dei suoi diritti anche nei momenti in cui la storia sembra dominata prevalentemente dalla logica della forza. Il titolo stesso del panel poneva una domanda molto attuale: pace attraverso il diritto o pace attraverso la forza? La risposta non può prescindere dalla centralità del diritto. Il diritto rappresenta uno degli strumenti fondamentali per costruire società più giuste o tendenzialmente tali e impedire che la forza diventi l’unico linguaggio delle relazioni internazionali.

 

 

In un mondo nel quale l’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente la società, Lei si è occupato anche di bioetica, identità e diritto alla prova dell’AI. Qual è il rischio maggiore?

 

Il rischio più concreto risiederebbe nel pensare che l’innovazione tecnologica possa procedere senza una riflessione etica e giuridica che l’accompagna. L’intelligenza artificiale apre possibilità straordinarie, ma pone interrogativi altrettanto importanti sulla responsabilità, sull’identità, sulla privacy, sulle potenziali discriminazioni e sulla tutela della della persona e della sua dignità. La tecnologia deve essere governata dall’uomo e non trasformarsi in un sistema al quale l’uomo finisce per adattarsi passivamente. Il diritto deve accompagnare l’innovazione senza subirla. L’Europa sta andando coerentemente in questa direzione. Non si può dire lo stesso di Cina e USA.

 

Che cosa significa, per Lei, insegnare diritto alle nuove generazioni?

Insegnare diritto significa molto più che trasmettere nozioni. Significa educare alla complessità, al ragionamento e alla responsabilità.  L’università forma professionisti competenti ma anche cittadini consapevoli.

 

Nel Suo percorso convivono ricerca, università, professione forense, sport, istituzioni, diritti umani e impegno sociale. Esiste un filo conduttore che unisce esperienze apparentemente così diverse?

 

Il filo conduttore è la persona. Se si osservano attentamente tutti questi ambiti, ci si accorge che al centro ci sono sempre persone che chiedono riconoscimento, tutela, libertà e dignità. Il diritto mi interessa proprio perché è uno strumento attraverso il quale possiamo cercare di rendere concretamente questi valori. La specializzazione è importante, ma non deve farci perdere la visione d’insieme.

Lei ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui quello di Cavaliere e, più recentemente, di Ufficiale dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”. Che significato attribuisce alle onorificenze?

Le considero innanzitutto una responsabilità. Un riconoscimento istituzionale non dovrebbe mai essere vissuto soltanto come un traguardo personale. Deve rappresentare uno stimolo a continuare il proprio lavoro con nuova forza. Le onorificenze ci ricordano che dietro un incarico, una professione, il fare volontariato o un ruolo pubblico esiste sempre una responsabilità verso la comunità. Per questo ho accettato la Presidenza Nazionale di UIR – Unione Insigniti della Repubblica. Per fare di più. Con al centro il dovere costituzionale di solidarietà.

Professore, se dovesse lasciare ai giovani una sola riflessione sul rapporto tra diritto e vita, quale sceglierebbe?

Direi loro di non considerare mai il diritto come qualcosa di lontano dalla vita. Ubi societas, ibi ius (dove c’è una società lì c’è diritto). Ogni norma nasce per disciplinare rapporti umani e produce effetti sulla vita delle persone. Dietro una legge, una sentenza, una libertà o un divieto c’è sempre una storia umana. Studiare il diritto significa quindi imparare a guardare la società con attenzione, senso critico e responsabilità. E soprattutto significa ricordare che la giustizia non è soltanto applicazione acritica di regole: è anche ricerca continua di equilibrio, dignità e rispetto.

La nostra conversazione si conclude con una parola che ricorre spesso nel Suo percorso: dialogo. Che cosa significa davvero dialogare?

Dialogare non significa necessariamente essere d’accordo. Significa riconoscere nell’altro una persona degna di essere ascoltata. Sforzarsi di comprendere l’interlocutore. Il dialogo comincia quando smettiamo di pensare che la nostra identità debba necessariamente prevalere su quella altrui in una sorta di insensata gara. In questo senso, il dialogo è una forma di libertà e, contemporaneamente, una forma di responsabilità.

 

E forse è proprio questo il compito più alto del diritto: non eliminare le differenze, ma insegnarci a convivere con esse?

Sì. Il diritto può costruire ponti ma i ponti hanno bisogno di persone che scelgano di attraversarli. La società contemporanea ha bisogno di norme adatte, ma anche di cultura, educazione e responsabilità che le sostengano. Quando questi elementi riescono a incontrarsi, la differenza non diventa più una distanza: può diventare una possibilità di conoscenza reciproca.

Antonello De Oto

Nel percorso del Professor Antonello De Oto il diritto appare così non come una frontiera che separa ma come uno spazio nel quale identità diverse possono incontrarsi.

Religioni, culture, diritti, migrazioni, sport, pace, nuove tecnologie: mondi apparentemente lontani che nella sua ricerca finiscono per ricondurre a una stessa domanda, profondamente umana: come possiamo continuare a essere noi stessi senza smettere di riconoscere l’altro?

Forse la risposta non è scritta soltanto nei codici o nelle sentenze. In fondo sta nella capacità di una società di trasformare la libertà in responsabilità, la diversità in ricchezza e il confronto in dialogo. Perché il diritto, quando sceglie di mettere al centro la persona, può diventare qualcosa di più di una regola: può diventare un ponte verso l’altro e, attraverso l’altro, verso una società più consapevole, inclusiva e pacifica.

Antonello De Oto

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I nuovi costruttori di pace: partono 800 giovani volontari italiani per il Servizio Civile nel mondo

Mentre la TV ci mostra solo immagini strazianti di guerre e bombardamenti, c’è una parte bellissima dell’Italia che risponde all’odio con il puro coraggio della Solidarietà! Sta partendo ufficialmente in questi giorni il Servizio Civile Universale promosso da Focsiv: un esercito pacifico e formidabile composto da quasi 800 giovani volontari italiani (sotto i 29 anni). Duecento di loro si rimboccheranno le maniche in Italia per assistere anziani, disabili e famiglie povere, mentre altri 600 ragazzi prepareranno lo zaino per volare come “Caschi Bianchi” nei Paesi più disastrati dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. Andranno a costruire scuole, curare malati e portare la Pace senza usare armi. Un atto di coraggio immenso che ci riempie di orgoglio! Scopri tutti i dettagli di questa meravigliosa missione e le parole della Presidente Focsiv cliccando sul nostro articolo 👇

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a

Volontari Italiani giovani

Roma – Mentre i notiziari internazionali continuano a riempire quotidianamente le nostre case con immagini strazianti di guerre, bombardamenti, povertà estrema e conflitti sanguinosi (dal cuore dell’Europa fino alle macerie del Medio Oriente), c’è un’altra Italia che si muove in rigoroso silenzio. È un’Italia giovane, coraggiosa, che non si arrende all’indifferenza e che ha deciso di rispondere all’odio dilagante in modo rivoluzionario: mettendo il proprio corpo, il proprio tempo e la propria empatia al servizio degli “ultimi” del pianeta. Da venerdì 18 settembre prende infatti ufficialmente il via il Servizio Civile Universale 2026-2027 promosso dalla Focsiv, un progetto titanico che vedrà la partenza di quasi 800 giovani volontari italiani, pronti a trasformarsi in veri e propri “costruttori di pace”.

Una scelta coraggiosa contro la guerra e l’ingiustizia

La partenza di questo formidabile esercito pacifico sarà divisa in due scaglioni strategici: i primi 200 volontari inizieranno il loro preziosissimo cammino già da questo venerdì, operando all’interno di progetti sparsi in ben 14 regioni d’Italia. Il contingente più imponente, formato da circa 600 ragazzi (i celebri e amatissimi “Caschi Bianchi”), preparerà invece gli zaini per oltrepassare i confini nazionali a partire dal 9 ottobre, sbarcando in una cinquantina di Paesi distribuiti in tutti e cinque i continenti, dall’Africa all’America Latina, fino all’Asia e al Medio Oriente.
A sottolineare il valore umano inestimabile di questa mobilitazione è Ivana Borsotto, instancabile presidente della Focsiv: “In un contesto internazionale profondamente ferito, dove ingiustizia e conflitti dominano la cronaca, i nostri enti continuano a operare silenziosamente. Siamo fermamente convinti che la cooperazione, il confronto onesto e la relazione umana con tutti i popoli della Terra siano la base imprescindibile per la costruzione di una pace vera e duratura”.

Il progetto in Italia: l’impegno civile per gli invisibili

Il lavoro che attende i 200 volontari rimasti in Italia non è certo meno faticoso o meno cruciale di quello internazionale. Nelle nostre città, troppo spesso distratte dal consumismo, si annidano enormi sacche di disperazione e solitudine. Come evidenzia orgogliosamente la Borsotto, questi ragazzi moltiplicheranno i loro sforzi per garantire la giustizia sociale direttamente sui nostri territori.
Saranno chiamati a sporcarsi le mani per promuovere l’inclusione sociale attraverso lo sport, ad affiancare quotidianamente le categorie più fragili (come anziani soli o persone con disabilità) e a supportare a livello umano e logistico chi è arrivato nel nostro Paese sfuggendo dalla miseria, spinto dalla fame e dalla totale assenza di diritti umani. Diventeranno i guardiani silenziosi della nostra umanità.

L’esercito dei Caschi Bianchi: 600 ragazzi sparsi per il globo

L’orgoglio più grande per Focsiv, quest’anno, è aver raggiunto un traguardo storico: 640 posti messi a bando per i progetti all’estero, il numero più alto mai raggiunto finora dall’organizzazione. È la prova lampante che i giovani italiani (fino a 29 anni) hanno ancora una fame disperata di valori veri e di solidarietà internazionale. Nei villaggi sperduti dell’Africa o nelle baraccopoli del Sud America, questi ragazzi rappresenteranno “nuovi semi di speranza nel mondo”, lavorando per la tutela, l’alfabetizzazione e l’empowerment delle comunità più povere del pianeta.

La difesa non armata della Patria: il vero senso del Servizio Civile

Ma cosa spinge un ragazzo di vent’anni a lasciare le comodità di casa per affrontare un anno di fatiche e sacrifici? La risposta la fornisce Donato Argentiero, coordinatore dell’Ufficio Formazione di Focsiv, ricordandoci il valore etico e profondo di questa scelta: “Il Servizio Civile Universale va inquadrato all’interno di una scelta precisa di difesa della Patria, ma in modo non armato e totalmente nonviolento”.
Non è un semplice anno “sabbatico” o un’avventura giovanile, ma una vera e propria scuola di vita comunitaria. Attraverso percorsi di formazione generale e specifica, i ragazzi verranno accompagnati in un cammino di scoperta del mondo che li cambierà per sempre. Partiranno per aiutare gli altri, ma torneranno in Italia arricchiti di un bagaglio umano e professionale incalcolabile, pronti a rendere la nostra società un posto infinitamente migliore.

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