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Cultura

L’arte di rinascere attraverso la poesia: intervista esclusiva alla poetessa polacca Antonina M. Wiśniewska

CRESCERE SENZA GENITORI BIOLOGICI, INCONTRARE IL PROPRIO PADRE CON LA DIVISA MILITARE, E SALVARSI LA VITA GRAZIE ALLA POESIA. UNA STORIA CHE VI FARÀ VENIRE I BRIVIDI! 📖 😢 ❤️ Ci sono Esistenze così dolorose e incredibili che sembrano uscite dalla penna di un regista di Hollywood. Quella della famosa poetessa e traduttrice polacca Antonina M. Wiśniewska è una di queste. Cresciuta sapendo di non essere figlia dei genitori che la stavano crescendo, a soli 5 anni ha visto il suo vero padre arrivare a bordo di un’auto militare per portarla di nascosto, anche solo per un giorno, dalla sua vera mamma… Una donna bellissima che di lì a poco sarebbe morta consumata dal cancro. Dal dolore di quell’infanzia spezzata, Antonina ha trovato la forza di “rinascere” attraverso la Poesia, diventando una delle voci più forti nel mondo per la diffusione della Fratellanza, dell’Inclusione e della Pace globale. I microfoni di CavaliereNews hanno realizzato un’intervista pazzesca e intima a questa donna meravigliosa. Siete curiosi di leggerla per intero? Cliccate e leggete il nostro articolo culturale! 👇 🗣️ A cosa credete? Anche voi pensate che la “Gelosia” e l’invidia siano i Mali più grandi del nostro Secolo capaci di distruggere i sogni delle persone di Talento? Diteci la Vostra nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura questa bellissima intervista per premiare il coraggio di questa poetessa!!

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Antonina M. Wiśniewska

Roma – Ci sono vite che somigliano a romanzi incredibili, esistenze segnate fin dalla tenera età da segreti, misteri, dolori profondi e rinascite miracolose. E poi c’è l’Arte, in particolare la Poesia, che come un faro luminoso interviene per salvare l’anima dalla disperazione, trasformando le cicatrici del passato in messaggi universali di pace, tolleranza e fratellanza globale. È questa l’essenza purissima e commovente che traspare dall’incredibile storia della poetessa, promotrice culturale e traduttrice polacca Antonina M. Wiśniewska. Ai microfoni di CavaliereNews, la nostra bravissima Angela Kosta ha realizzato un’intervista intima, potente e senza filtri, capace di toccare le corde più profonde del cuore umano.

L’intervista integrale a cura di Angela Kosta

Benvenuta sul portale Cavaliere News Antonina. I lettori vorrebbero sapere qualcosa in più. Ci racconti qualcosa di sé.
“Salve e un caro saluto a tutti i lettori. Mi chiamo Ewelina Krystyna Maleta e da alcuni anni utilizzo il nome d’arte Antonina M. (Maria) Wiśniewska. Sulla carta d’identità, mio padre Józef Janek mi registrò come sua figlia. Tuttavia, nel documento, accanto ai miei dati anagrafici, compare una nota in cui si specifica che Józef Janek non è il mio padre biologico e che la mia data di nascita è quella che ho sempre indicato: sono nata a Wierzbica. In precedenza, però, come ho potuto constatare dal primo certificato di nascita, quando i miei dati personali furono modificati nel 1998, ero stata registrata come Ewelyna Osiecka-Heda, nata a Varsavia. Sono cresciuta come figlia di Józef Janek e Teodosia Janek a Więcaszek, ma fin dalla prima infanzia sentivo che non erano i miei genitori biologici. Quando ero piccola, ricordo che mi chiamavano “la nostra varsaviana” oppure “la ballerina”, perché ero una bambina molto talentuosa e vivace. Amavo profondamente la musica classica e la danza classica, leggevo libri per bambini e, già allora, avevo creato il mio mondo magico. A cinque anni, durante un viaggio sui Monti Świętokrzyskie, vidi per la prima volta il mio vero padre. Indossava un’uniforme militare. Trascorsi con lui l’intera giornata e, tra le altre cose, vidi il corpo imbalsamato della regina Jadwiga. In tarda serata se ne andò, dicendomi che molto presto sarei tornata da lui e che dovevo avere pazienza, perché non poteva portarmi a casa a causa della malattia di sua moglie. Mi promise anche che presto mi avrebbe portata da mia madre biologica. E così accadde. Quando avevo circa cinque anni, mio padre mi accompagnò a bordo di un’auto militare. Quando arrivammo a Varsavia, fui accolta da una donna con la quale giocai a nascondino. Poi mi disse che ero la bambina più bella del mondo e che ero il suo tesoro segreto, prezioso e immenso. Passeggiammo per il centro di Varsavia e mi parlò del re Sigismondo. Poi mi comprò il libro “Leggende polacche”. In seguito andammo al cinema, ma, a causa della stanchezza, mi addormentai. Quando mi svegliai, dopo alcune ore, ricordo che mia madre non c’era più”.

Quando ha iniziato a scrivere per la prima volta?
“Ho iniziato a scrivere molto presto, già durante l’adolescenza. I miei primi testi li scrivevo nelle ultime pagine dei quaderni scolastici. Fin dalle prime classi elementari, tutti i miei temi e testi si distinguevano perché utilizzavo diverse figure metaforiche. “Non sono io” è il primo testo che scrissi, all’età di tredici anni, sotto l’influsso del fascino per un amore platonico. Questa poesia apparteneva a mia madre biologica, quando lei e alcuni rom aspettavano il mio arrivo alla stazione ferroviaria di Radom. In quel periodo portava un fazzoletto sulla testa. Dopo la chemioterapia era pallida, con il volto molto bianco. Prima di morire, il 7 marzo 1997, combatté a lungo contro il cancro. Anni dopo, mi iscrissi alla rinomata Scuola Europea di Sartoria e Design dell’Abbigliamento, frequentando un percorso quinquennale. Ebbi la fortuna di avere come insegnante la signora Ludwicka, una docente molto competente, che si accorse immediatamente che ero una delle poche studentesse in grado di interpretare la poesia in modo originale. Sentivo la poesia, perché riuscivo a guardarla dal punto di vista di uno scrittore. Durante i miei studi a Radom si tenevano anche incontri con autori, scrittori e poeti attivi a Varsavia. In quell’occasione incontrai personalmente Daniel Passent, Seweryn Krajewski e Jeremi Przybora, che mi disse che ero bella e talentuosa come mia madre, Agnieszka Osiecka. Erano presenti anche padre Jan Twardowski, Michał Bajor, Marek Grechuta e la vincitrice del Premio Nobel Zofia Nałkowska. Quando la mia poesia “To nie ja…” (Non sono io…) fu interpretata alla radio, i miei amici, che la ascoltarono dal collegio, furono entusiasti dell’evento. Tuttavia, quella poesia non riportava il mio nome, bensì le iniziali J. C. A Radom divenne famosa dopo aver ottenuto una notevole attenzione da parte dei media. In quel periodo iniziai a incontrare ogni settimana, il giovedì, mio padre biologico presso il presidio militare. La mia cresima si svolse lì e, dopo aver imparato ad addestrarmi e a difendermi, al termine della cerimonia rimasi e prestai giuramento come agente militare. Nel 1998, ancora studentessa, fui sottoposta all’ultima vaccinazione prevista nelle scuole superiori. Successivamente ebbi effetti collaterali e mi ammalai gravemente. Nonostante tutto, riuscii a preparare la mia tesi e a conseguire il diploma. Durante la cresima mi fu dato il nome Karolina. Per questo, nelle mie opere, racconti brevi, poesie, drammi e recensioni cinematografiche, mi identificavo con questo nome, nascondendo allo stesso tempo la mia identità. Cominciai a scrivere seriamente nel 2004. Fu allora che scrissi il mio primo sonetto, “I tulipani”. Mi piaceva molto anche scrivere alfabeti poetici. Tentai per tre volte di pubblicare le raccolte poetiche “Avevano un nome”, “La corona dei pensieri”, “CV” e “Mandalas”, ispirandomi ai libri da colorare antistress che mia figlia adorava. Nel 2005, mentre studiavo presso il Tecnico di Amministrazione, discussi la mia tesi sulla Gestione delle Risorse Umane e iniziai anche gli studi di Filologia Polacca presso l’Università Maria Curie-Skłodowska, nel Collegio degli Insegnanti. Fu allora che cominciai a inviare i miei testi a diverse riviste letterarie. Radom è stata e rimarrà sempre la mia casa”.

Lei è una nota promotrice della cultura poetica e letteraria. Ci racconti come è riuscita a creare questi ponti culturali.
“Per diventare divulgatrice della cultura poetica e letteraria bisogna studiare e acquisire nuove competenze, andando oltre le conoscenze degli altri. E noi apparteniamo a coloro che sono nati con queste capacità. Per raggiungere un determinato livello nella società, bisogna avere talento e distinguersi per le qualità di una buona guida, senza contraddizioni, seguendo con attenzione il percorso scelto e più adatto a noi. Nella vita andiamo là dove ci sentiamo sereni, dove stiamo bene e dove veniamo compresi. Raggiungiamo e seguiamo sempre quel punto in cui il nostro talento viene riconosciuto come individualità dotata di una particolare bellezza poetica, senza lasciarcene sorprendere. Per molti anni ho cercato la mia strada tra persone che non mi comprendevano. Per loro era più facile criticarmi o dire che ero inutile nella società, piuttosto che sostenermi e motivarmi ad attivarmi. Oggi, guardando la mia esperienza attraverso la prospettiva della fiaba “Cenerentola”, posso dire che gli alberi e gli arbusti innestati con radici diverse sono spesso più nobili e più forti. Si può sempre vedere che quell’albero non proviene dalle stesse radici, ma esiste un legame forte che gli permette di sopravvivere anche senza le radici originarie. Nel mio caso, la diffusione dell’arte e delle conoscenze letterarie in un ampio contesto sociale e globale è avvenuta attraverso il coinvolgimento di persone socialmente riconosciute e dotate di capacità e talenti nella mia stessa direzione. Il loro contributo è diventato una fiaccola per la diffusione della cultura e della letteratura. Si tratta, soprattutto, di unire il proprio talento a quello degli altri. Nel mondo siamo sempre alla ricerca di un luogo in cui poterci sviluppare, acquisire nuove competenze, creare qualcosa di unico e innovativo, essere utili e ricevere riconoscimento attraverso ciò che facciamo. Ci sentiamo bene là dove possiamo condividere le nostre conoscenze e, allo stesso tempo, moltiplicare ciò che il cuore ci suggerisce, per scoprire la missione della nostra anima. Il danno più grande che si possa fare a una persona nella vita è la gelosia. Agendo per gelosia, si possono reprimere persone estremamente talentuose e bloccare il loro sviluppo. Per arrivare dove sono oggi e conquistare il rispetto di numerosi autori nel mondo, ho dovuto essere un’aquila sapiente e bianca, con le ali spiegate, possedendo la forza e le capacità necessarie affinché il mondo potesse vedermi e riconoscermi come una guida unica, solida e di valore. Inoltre, bisogna essere sempre nobili e onesti, perché senza queste virtù una persona non potrà mai diventare un diamante tra pietre fredde e dure, siano esse marroni, grigie o nere, anche quando possiedono molti anni di conoscenze accumulate”.

Qual è stato il suo percorso creativo?
“Ho già parlato del mio percorso creativo in Polonia. Posso aggiungere che, nel corso della mia attività, decisi di partecipare al Concorso Letterario Nazionale “Turniej Jednego Wiersza” (Torneo di una poesia), organizzato dall’Associazione Arka Youth Center di Radom il 19 ottobre 2019. Vinsi il primo premio: ricevetti un diploma e cinque raccolte poetiche di diversi autori, una delle quali, “Interazioni”, con dedica e autografo di Rafał Kasprzak. Nel 2019 partecipai a un film educativo e fui membro della giuria in eventi organizzati da istituzioni pubbliche e private: due concorsi regionali e due concorsi nazionali. Nel 2020 pubblicai la raccolta “Poetica vitae” e partecipai come coautrice a un’antologia. Nel 2021 fu realizzato un film con la mia partecipazione e quella di altri autori, trasmesso dalla Televisione di Kozienice. Il KDK di Kozienice è anche un Centro Culturale che coinvolge gli adulti. Attualmente sono Ambasciatrice della Cultura presso numerose organizzazioni senza scopo di lucro. Vorrei rispondere direttamente alla mia stessa domanda: come si manifestano le mie aspirazioni nel mondo? Lo faccio attraverso diverse piattaforme. La prima piattaforma poetica nella quale ho lavorato come amministratrice è stata la Piattaforma Africana Mondiale dei Pensatori della Poesia (PPP), alla quale sono seguite numerose altre piattaforme. Attualmente faccio parte della piattaforma americana Recinto Literario International “Amor de Poeta”. Nella Primavera Letteraria Mondiale Cinese, che riunisce creatori di talento provenienti da 194 Paesi del mondo, sono stata selezionata come vincitrice per la Polonia, all’undicesimo posto, subito dopo il rappresentante degli Stati Uniti, e come ottava persona più influente nel mondo della poesia. Ho inoltre ricevuto altri premi e certificati da diversi Paesi del mondo. Tutti gli autori che ho tradotto sono stati inseriti nell’Enciclopedia dei Poeti di tutto il mondo, che spero di poter pubblicare in futuro. Come rappresentante della cultura letteraria polacca, ho rilasciato oltre 150 diplomi stampati, riportanti le relative statistiche, il numero e l’anno”.

Nelle sue poesie emerge un forte desiderio di fratellanza, amicizia e pace. Che cosa ispira la sua musa oltre a questi temi?
“Il tema della pace nel mondo è una questione molto importante e fondamentale, soprattutto in questi giorni. La fratellanza è un elemento senza il quale la pace nel mondo non potrebbe esistere. L’amicizia è più forte dell’amore e, in realtà, è grazie ad essa che riusciamo a vivere le relazioni interpersonali e globali. Non sarei mai diventata ciò che sono oggi senza impegno, lavoro e fiducia nelle persone e nell’amicizia. Mi sembra che il modo in cui tratto ogni essere umano abbia determinato il mio destino e la mia presenza nel mondo globale. Il fatto è che non ho mai rifiutato di tradurre autori, indipendentemente dalla loro nazionalità o dalla loro razza. Vedo persone che si concentrano sulla guerra, sulla religione, sulla razza o sulla lingua, e questo non è positivo. Quando avevo sette anni, nell’esercito presso il quale lavorava mio padre, in un campo di riabilitazione arrivarono molti bambini provenienti dall’Africa, dall’Iraq e dall’Afghanistan. Lì compresi che tra le persone non esiste alcun abisso, ma ponti di amore e amicizia, senza i quali non siamo in grado di vivere. Allora mio padre mi disse che quelli erano i bambini con i quali avrei lavorato in futuro, come membro della Società delle Nazioni, e che dopo la sua morte avrei avuto un compito: rappresentare la lingua polacca nel mondo. Mi disse anche che avrei dovuto ricordare sempre che l’amore nella vita avrebbe superato ogni male. Mi spiegò che l’amore per la Patria a volte richiede sacrifici da parte dei soldati, sacrifici che possono ricadere anche sui figli e sulla famiglia, come era accaduto nel suo caso. Nelle mie poesie e nelle mie opere mi ispiro alla vita e ai problemi sociali importanti, attuali e globali. Attraverso il mio lavoro cerco di cambiare il mondo e la mentalità delle persone, di chiarire e sradicare gli stereotipi”.

Quanti libri ha pubblicato e quali generi comprendono?
“Sono autrice di due raccolte poetiche. Amministro il sito “Słowo pisane – Ewelina Maleta”, che raccoglie biografie e opere di alcuni dei poeti più talentuosi di tutto il mondo. Inoltre, sono editor e curatrice del libro “La promessa” di Zbigniew Jarek. Sono coautrice e autrice di numerose antologie, quotidiani e riviste letterarie nazionali e internazionali. La maggior parte dei miei testi pubblicati appartiene al genere poetico, ma scrivo anche prosa e traduco testi poetici. La mia formazione, acquisita nel corso degli anni, è diversificata, così come lo sono oggi le mie competenze”.

Quali sono i suoi autori preferiti?
“Ci sono centinaia di autori e amici creatori che amo e apprezzo, provenienti da tutto il mondo. Sono affascinata dalla poesia, dalla sua modernità, dalle nuove tendenze globali, dai temi legati alla natura, dal cambiamento, dall’analisi, dalla riflessione, dai valori e dalle diverse culture. Analizzando le poesie dei singoli autori, noto differenze e somiglianze. Ognuno di questi poeti è un individuo e ciascuno possiede il proprio talento. Non seguono un percorso fatto di lotta e non infrangono le regole, ma creano nuovi legami e qualcosa di duraturo. Sono originali, unici ed espressivi. Attualmente, nel mondo sono presenti tre correnti filosofiche: l’esistenzialismo, legato alla lotta con i problemi della vita; il neoromanticismo e il neo-avanguardismo. Il genere poetico si sta ritirando sullo sfondo. La poesia contemporanea si è riempita della prosa della vita, parzialmente liberata dalla massima rigidità formale. È diventata democratica, libera, forte; segue il proprio corso, unita, universalmente accessibile e sincera, non pensata per il pubblico, ma per la difesa dei valori. La modernizzazione della poesia è iniziata molti anni fa. In Polonia, molti poeti si consideravano grandi e non si rendevano conto dei propri limiti rispetto a se stessi e agli autori del mondo. Ammiro Norwid e Mickiewicz, mentre mi identifico maggiormente con Petrarca e Shakespeare. Durante i miei studi mi piace combinare diversi generi. La mia prosa è una forma di diario: a volte è un appunto, altre volte sono provocatoria, curiosa, gioiosa, sicura di me, forte e piena di valori”.

Quali sono i suoi hobby oltre alla letteratura?
“I miei hobby sono numerosi e diversi. Sono affascinata dalla moda e dalla fotografia. Mi piacciono molto la pittura, la politica, l’arte, la scienza e l’innovazione in diversi ambiti. Mi piace trascorrere il tempo osservando la natura e le persone. Amo molto viaggiare, osservare le relazioni e le attività individuali. Il mio attuale stile di vita potrebbe sorprendere molte persone, ma la verità è che senza libertà non sarei arrivata dove sono oggi. Allo stesso tempo, sarei una donna oppressa, chiusa e schiava della stessa menzogna della mia esistenza. Vorrei dedicarmi maggiormente ai miei hobby, ma il mio modo di lavorare come artista non prevede orari né programmi prestabiliti. Nelle opere che creo riverso la mia energia ispiratrice, che si fonde e penetra in profondità, tanto nella poesia quanto nella prosa”.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?
“Un tempo avrei detto: “Per aspera ad astra” ma ormai tutto è diventato realtà. Per questo oggi posso dire: “Carpe Diem”: cogliete l’attimo e traete da esso tutto ciò che la vita vi offre di positivo. Non mi piace programmare il futuro. Mi piace vivere in modo strategico e raggiungere i miei obiettivi, anche andando contro ciò che la vita mi impone. Ho già superato e raggiunto così tante cose nella mia vita che nemmeno Dio sa che cos’altro potrò riuscire a fare”.

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Cultura

“Questa è la vita. Accettala”: il toccante libro di Alberto Maggi sulla rinascita dopo il buio

“NON IMPORTA QUANTE VOLTE NELLA VITA SI CADE: L’UNICA COSA CHE CONTA DAVVERO È QUANTE VOLTE HAI LA FORZA DI RIALZARTI!”. LA RECENSIONE DI UN LIBRO DA BRIVIDI CHE VI FARÀ PIANGERE E RIFLETTERE! 📖 😢 ❤️ Ci sono momenti nella vita in cui tutto crolla improvvisamente: le nostre sicurezze, la nostra salute, il nostro mondo. Come si fa ad andare avanti quando perdi l’amore della tua Vita, i tuoi genitori, e rimani solo al mondo a dover crescere due meravigliose figlie affette da “disabilità”? La risposta, straziante e dolcissima, è racchiusa nel bellissimo libro autobiografico di Alberto Maggi, magistralmente commentato dal noto psicologo Alessandro Amadori! Questo libro è una feroce “confessione a cuore aperto” di un uomo che ha toccato il fondo dell’Abisso della depressione, ma che non si è arreso, trovando il coraggio di rinascere. È un inno alla Vita per ricordarci di “accettare” il dolore senza invidiare la finta felicità degli altri! Siete curiosi di leggere il testo integrale della bellissima ed emozionante “Prefazione” del libro che sta commuovendo tutti? Cliccate e leggete il nostro articolo culturale! 👇 🗣️ A cosa credete? Siete d’accordo sul fatto che i veri “Eroi” di oggi siano quei papà e quelle mamme che non si arrendono mai e lottano ogni giorno con i denti per proteggere i propri Figli dalle avversità? Diteci la Vostra nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura questo bellissimo articolo per dare Forza e Speranza a tutti i vostri amici che stanno attraversando un periodo “buio”!!

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Alberto Maggi cover libro

Roma – Ci sono momenti, nel corso della nostra fragile esistenza, in cui il destino sembra accanirsi con una ferocia tale da togliere il respiro. Momenti bui e spaventosi in cui tutti i pilastri su cui avevamo faticosamente costruito le nostre sicurezze crollano miseramente e inesorabilmente, uno dopo l’altro, lasciandoci da soli in mezzo alle macerie della nostra stessa vita. È proprio in quel buio totale, in quell’abisso in cui si arriva persino a pensare “sono un errore”, che si misura la vera, immensa e titanica forza dell’essere umano.
A raccontare questa discesa agli inferi e la successiva, meravigliosa e miracolosa risalita verso la luce, è un libro destinato a segnare profondamente il cuore di chi lo legge: l’autobiografia intima, spietata e dolcissima scritta da Alberto Maggi. Ad accompagnare i lettori verso la soglia di questa confessione a cuore aperto c’è un Virgilio d’eccezione: il noto psicologo e studioso della mente Alessandro Amadori, che ha firmato per l’opera una prefazione di una bellezza e di una profondità emotiva rare e disarmanti.

Il crollo delle certezze e l’abisso: la “Berlino Est dell’anima”

Il libro di Alberto Maggi non è il classico manuale motivazionale o una fredda raccolta di aforismi filosofici. È sangue, sudore e lacrime. È il racconto crudo, viscerale e senza filtri di un uomo che ha perso tutto: la moglie, i genitori, la salute emotiva e la fiducia nel mondo, ritrovandosi da solo a dover reinventare la quotidianità per amore delle sue due figlie, splendide ma fragili, segnate da una disabilità che non concede alcuna tregua.
Nella sua chirurgica analisi psicologica, Alessandro Amadori elogia la radicale e feroce sincerità dell’autore. Maggi non edulcora il proprio dolore per sembrare un eroe infallibile: al contrario, confessa apertamente i suoi sentimenti più bui. Racconta senza vergogna la terribile invidia provata verso la “normalità” altrui, il rancore inesploso verso chi è felice, la prigione soffocante dell’ipocondria e quel senso di totale clausura emotiva che lo ha spinto a rinchiudersi in quella che lui stesso definisce, con una metafora poetica e devastante, la sua “Berlino Est dell’anima”.

La lezione più grande: non contano le cadute, ma quante volte ti rialzi

Eppure, come sottolinea magistralmente Amadori, “questo non è un libro sul dolore, ma sulla trasformazione”. È la cronaca di una vera e propria resurrezione interiore. Il messaggio potentissimo che emerge dalle pagine di Maggi è l’accettazione attiva della realtà: «Questa è la vita, punto. Accettala». Smettere di cercare inutilmente colpevoli, smettere di guardare con invidia i giardini degli altri, e imparare a separare l’oro dalla paglia, concentrando le poche energie rimaste esclusivamente su ciò che conta davvero.
La vera e immensa lezione che questo libro ci regala è riassunta nelle sagge parole di un vecchio sacerdote incontrato dal protagonista: «Non importa quante volte nella vita si cade. Quello che importa davvero è quante volte ti rialzi». Un inno alla vita e alla speranza che merita di essere letto, ascoltato e accolto con immensa gratitudine.

La Prefazione integrale a cura di Alessandro Amadori

Di seguito, riportiamo il testo integrale della magnifica prefazione curata dal Dott. Alessandro Amadori:

“Ci sono libri che nascono come esercizi di memoria, altri come tentativi di comprensione, altri ancora come atti di testimonianza. Questo libro di Alberto Maggi appartiene a una categoria più rara: è un libro che nasce come atto di verità. Una verità non gridata, non esibita, ma scavata lentamente, centimetro dopo centimetro, dentro le pieghe più profonde dell’esistenza. È un testo che non chiede di essere giudicato: chiede di essere ascoltato. E, soprattutto, chiede di essere accolto.

Quando Alberto mi ha chiesto di leggere il suo testo, ho capito immediatamente che non mi trovavo davanti a una semplice narrazione autobiografica. Le sue parole avevano la densità delle esperienze che non si possono raccontare senza averle attraversate fino in fondo. La frase che apre il libro — «Questa è la vita, punto. Accettala» — non è un aforisma, non è un motto motivazionale: è il risultato di una metamorfosi interiore. È la sintesi di un percorso che ha trasformato il dolore in consapevolezza, la perdita in lucidità e la fragilità in una forma nuova di forza.

Questo libro è il racconto di un uomo che ha visto crollare, uno dopo l’altro, i pilastri della propria esistenza: la moglie, i genitori, la salute emotiva, la fiducia nel mondo, la percezione di sé. È il racconto di un padre che ha dovuto reinventare ogni gesto quotidiano per accompagnare due figlie splendide e fragili, entrambe con una disabilità che non concede tregua. È il racconto di un essere umano che, in un momento di oscurità assoluta, ha pronunciato dentro di sé parole che nessuno dovrebbe mai pensare: «Sono un errore». E che proprio da quel punto più basso ha iniziato la risalita.

Come psicologo, come studioso dei processi di adattamento umano, come uomo che ha dedicato la vita a comprendere le dinamiche della mente e del cuore, ho riconosciuto in queste pagine una struttura che non è solo narrativa: è una fenomenologia della resilienza. Alberto non si limita a descrivere ciò che è accaduto; descrive ciò che accade dentro quando la vita ti costringe a ridisegnare la mappa del mondo. Il suo percorso attraversa tutte le fasi che la psicologia conosce bene: il trauma, la negazione, l’isolamento, la rabbia, la depressione, la perdita di senso, la ricostruzione, l’accettazione. Ma ciò che rende questo libro unico è che queste fasi non sono presentate come concetti astratti: sono incarnate, vissute, respirate.

La forza di questo testo sta nella sua radicale sincerità. Alberto non edulcora nulla. Racconta la gelosia verso la normalità degli altri, il rancore verso la felicità altrui, la violenza silenziosa che si rivolge verso se stessi, la prigione dell’ipocondria, la clausura emotiva, la paura di uscire di casa, la sensazione di essere un fantasma tra i vivi. Racconta la sua “Berlino Est dell’anima”, un’immagine potentissima che restituisce con precisione chirurgica la condizione psicologica di chi si chiude nel bunker della sopravvivenza.

Eppure, questo non è un libro sul dolore. È un libro sulla trasformazione.

Il dolore è il materiale di partenza, ma non è il punto di arrivo. Il punto di arrivo è la scelta — perché di scelta si tratta — di non permettere al rancore di mettere radici. È la decisione di guardare la vita senza cercare colpevoli, senza costruire processi immaginari, senza pretendere che il mondo sia diverso da ciò che è. È la capacità di discernere, come Alberto racconta grazie all’insegnamento del suo amico vigile del fuoco: separare l’essenziale dal superfluo, l’oro dalla paglia, ciò che merita energia da ciò che la consuma inutilmente.

In queste pagine c’è una lezione che riguarda tutti, indipendentemente dalla storia personale. La vita non è una competizione di facilità. Non è una gara a chi soffre meno. Non è un confronto continuo con i giardini degli altri. La vita è un terreno imperfetto su cui siamo chiamati a fiorire comunque, con gli strumenti che abbiamo, con le ferite che portiamo, con le risorse che scopriamo strada facendo. E la serenità — quella vera, quella che non dipende dalle circostanze — nasce quando smettiamo di combattere contro ciò che non può essere cambiato e iniziamo a costruire su ciò che può essere vissuto.

Come prefatore, il mio compito non è spiegare il libro: è accompagnare il lettore alla soglia. È dire: “Entra, ma entra con rispetto”. Perché questo non è un libro da leggere distrattamente. È un libro che chiede presenza, lentezza e ascolto. Chiede di essere accolto come si accoglie una confessione, un testamento emotivo, un atto di coraggio.

E chiede, soprattutto, di essere letto con gratitudine. Gratitudine per la sincerità di chi ha deciso di condividere la propria vulnerabilità. Gratitudine per la forza di chi ha trasformato la sofferenza in un messaggio universale. Gratitudine per la possibilità, rara, di vedere da vicino cosa significa davvero rialzarsi.

Perché, come ricorda il vecchio sacerdote che Alberto incontra nel suo cammino, «non importa quante volte nella vita si cade. Quello che importa davvero è quante volte nella vita ti rialzi». Questo libro è la dimostrazione vivente di quella frase. È la prova che la caduta non è la fine, ma l’inizio di un nuovo modo di stare al mondo”.

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Cultura

“Mamma, dove sei?”: la straziante e meravigliosa poesia sul dolore e l’infinita dolcezza dei ricordi

“NON VEDO UNA DONNA ANZIANA E SMARRITA. VEDO UNA BAMBINA CHE ASPETTA ANCORA SUA MADRE”. QUESTA STUPENDA POESIA SULLA PERDITA DELLA MEMORIA VI FARÀ PIANGERE A DIROTTO! 😢 📖 ❤️ Ci sono dolori che si consumano nel silenzio disperato delle nostre case. Assistere un anziano genitore che “perde la memoria”, sentendolo chiamare persone ormai scomparse da anni, è una delle prove più strazianti della Vita. La bravissima poetessa Menda Vreto ha composto una poesia, intitolata “Sul balcone, mamma”, che sta letteralmente spezzando il cuore a tutto il Web. L’autrice descrive la struggente scena di una mamma anziana e confusa che si affaccia al balcone sperando di veder tornare la sua di mamma, e il dolore meraviglioso del figlio che la osserva in disparte, stringendole poi la mano con “tutta la pazienza del mondo” senza ferirla. Volete leggere i bellissimi versi integrali di questo commovente Capolavoro dei sentimenti? Cliccate e leggete il nostro dolcissimo articolo! 👇 🗣️ A cosa credete? Anche voi pensate che la perdita di Memoria sia una crudeltà spaventosa e che assistere gli anziani malati in casa richieda un “Amore” e una Pazienza infiniti? Diteci la Vostra nei commenti per sfogare le vostre esperienze, e CONDIVIDETE a dismisura questa bellissima poesia per fare una carezza a tutte quelle famiglie che combattono con la malattia!!

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Madre

Roma – Ci sono dolori spaventosi e silenziosi che non fanno alcun rumore, battaglie quotidiane e intime che si consumano nel chiuso protetto e malinconico delle nostre case. Una delle prove in assoluto più crudeli e strazianti che la vita possa mai metterci davanti è quella di assistere, giorno dopo giorno, allo sbiadimento dei ricordi delle persone che ci hanno messo al mondo.
La demenza senile e la perdita di memoria rubano l’identità ai nostri anziani, spingendoci a vivere una drammatica e commovente inversione di ruoli: i figli diventano improvvisamente i “genitori” dei loro stessi padri e delle loro stesse madri. E per raccontare, senza filtri e con una delicatezza che fa letteralmente venire i brividi, questa spaccatura dell’anima, la poetessa Menda Vreto ha composto dei versi di una bellezza inaudita. La sua meravigliosa poesia, intitolata “Sul balcone, mamma” (che vi proponiamo integralmente in calce a questo articolo), è un vero e proprio capolavoro dei sentimenti. Un pugno nello stomaco che si trasforma rapidamente in una dolcissima carezza.

Quando il tempo si dimentica di essere passato

La scena dipinta dalla poetessa si apre in modo intimo e apparentemente normalissimo: la luce del mattino, l’aria fresca, una donna anziana che si affaccia al balcone della propria abitazione. Ma la serenità viene immediatamente squarciata da un richiamo che lacera l’anima a metà: «Mamma, dove sei? È pronta la colazione».
La donna anziana, la cui mente è ormai intrappolata in un presente confuso, sta disperatamente chiamando a sé la propria madre (ormai scomparsa da decenni). Ed è proprio in questo tragico istante di attesa, mentre il cielo tace e la città si sveglia, che l’autrice pronuncia uno dei versi più veri e devastanti dell’intera letteratura moderna: “E capisco quanto può essere crudele il tempo, quando dimentica di essere passato”. La malattia ruba l’orologio dell’esistenza, confonde i vivi con i morti, trasformando le giornate in un’infinita attesa di fantasmi che non varcheranno mai più la soglia di casa.

Non una donna smarrita, ma una tenera bambina

Il momento emotivamente più altissimo dell’intera opera si consuma nello sguardo di chi osserva (il figlio o la figlia) la scena dalla soglia della stanza. Guardando quella madre anziana che stringe nervosamente le mani attorno alla ringhiera del balcone cercando un volto perduto, la voce narrante della poesia compie un miracolo d’amore assoluto.
Non giudica, non si arrabbia, non la rimprovera per quella folle illusione. Sceglie invece di guardarla con gli occhi dell’anima: “Non vedo una donna smarrita. Vedo una bambina che aspetta ancora sua madre”. È la sintesi perfetta dell’estrema fragilità umana: non importa quanti anni abbiamo, non importa quanti capelli bianchi o quante rughe solcheranno il nostro viso stanco. In fondo al nostro cuore tormentato, resteremo per sempre e soltanto dei bambini alla disperata e vitale ricerca dell’abbraccio di nostra madre.

La pazienza dell’Amore: non spezzare il filo

La chiusura della poesia è una suprema lezione di rispetto e di empatia per tutte le famiglie (e per i cosiddetti *caregiver*) che assistono un proprio caro malato in casa. Il caffè sul tavolo si sta raffreddando, il pane perde il suo calore, e c’è la fretta quotidiana di iniziare la giornata. Ma di fronte a quel “balcone che si affaccia su un tempo lontanissimo”, la voce narrante decide di compiere l’unico e immenso gesto d’amore possibile: fermarsi.
L’autrice sceglie consapevolmente di “non spezzare quel filo sottile che la lega a lei”. Non la strattona, non le urla in faccia la tragica e dolorosa verità (che sua madre è morta da tempo), ma si avvicina dolcemente e le prende piano la mano. Perché ci sono mattine buie e difficilissime in cui, per far compiere un solo, minuscolo e titubante passo a chi ha perso la memoria, “serve tutta la pazienza del mondo”. L’Amore vero, infondo, è proprio questo: avere la pazienza di tenere la mano a chi ci ha insegnato a camminare.

La poesia integrale: “Sul balcone, mamma”

Menda VRETO

Al mattino apre la porta del balcone.
L’aria fresca le sfiora il viso
e lei si affaccia,
come se dall’altra parte della luce
ci fosse ancora la casa di sua madre.

«Mamma…»
La chiama piano.
Poi un po’ più forte.

«Mamma, dove sei?
È pronta la colazione.»

Rimane in ascolto.
Il cielo tace.
Un filo di vento muove le tende,
da qualche parte passa un uccello,
la città comincia lentamente a svegliarsi.

Lei aspetta.
Forse aspetta un passo sulle scale,
una finestra che si apre,
una voce conosciuta
che pronunci il suo nome.

«Mamma… vieni.»

Le sue mani si stringono alla ringhiera.
Io la guardo dalla soglia.
In quel momento
non vedo una donna smarrita.
Vedo una bambina
che aspetta ancora sua madre.

E capisco quanto può essere crudele
il tempo quando dimentica
di essere passato.

La colazione ci aspetta dentro.
Il caffè si raffredda,
il pane perde il suo calore.
Ma lei non vuole entrare.
Sua madre deve ancora arrivare.

E allora resto lì con lei,
accanto a quel balcone
che per un momento
sembra affacciarsi non sulla città,
ma su un tempo lontanissimo
dove sua madre è ancora viva
e basta una voce
per farla tornare.

«Mamma, vieni a tavola.»
Lo dice ancora.

E io, senza spezzare
quel filo sottile che la lega a lei,
le prendo piano la mano.

Non c’è fretta.
Ci sono mattine
in cui anche un piccolo passo
richiede tutta la pazienza del mondo.

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Cultura

L’anima della Corea del Sud in versi: la dolcezza e la magia delle poesie di Kong Kwangkyu

“UNA PERSONA, A DIRE IL VERO, È UN BELLISSIMO LIBRO DA LEGGERE E DA SFOGLIARE”. QUESTA STUPENDA E DOLCISSIMA POESIA SULL’AMORE E SULLA VITA VI FARÀ VENIRE LA PELLE D’OCA! 📖 🌸 ❤️ In un mondo moderno fatto solo di freddi computer, cattiverie e messaggi urlati sui Social Network, abbiamo disperatamente bisogno di fare pace con la nostra Anima leggendo una bellissima “Poesia”. Oggi vogliamo farvi innamorare del genio di Kong Kwangkyu, uno dei più grandi e premiati Poeti della Corea del Sud. L’autore ci ha regalato una delle “Metafore sull’Amore” più commoventi di sempre: i libri più belli da leggere, infatti, non sono quelli di carta che prendono polvere nelle librerie, ma sono le Persone! Sfogliare l’anima di una persona amata, pagina dopo pagina per scoprirne i segreti intimi, è la lettura più importante che potremo mai fare nella nostra intera Vita! Curiosi di leggere i Testi Integrali (bellissimi!) delle poesie di questo famosissimo autore orientale? Cliccate e leggete il nostro articolo culturale! 👇 🗣️ A cosa credete? Anche voi siete d’accordo con l’autore nel dire che ogni Persona che incontriamo nasconde al suo interno un “Romanzo” bellissimo e segreto tutto da leggere? Qual è la Poesia che vi è rimasta per sempre nel Cuore? Diteci la Vostra nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura questo articolo per regalare una “dolce e romantica emozione” a tutti i vostri amici!!

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Kong Kwangkyu

Roma – In una società moderna in cui le parole vengono purtroppo urlate, digitate freneticamente sugli schermi e svuotate di ogni reale significato, c’è un bisogno disperato e viscerale di ritrovare la bussola dei nostri sentimenti. E l’unica, vera e infallibile medicina per curare un’anima stanca è rifugiarsi nell’abbraccio eterno della Poesia.
Oggi vi portiamo in un meraviglioso viaggio spirituale e letterario lontano dalle nostre latitudini, per scoprire il genio assoluto di una delle voci più limpide e autorevoli della Letteratura orientale: il grandissimo poeta sudcoreano Kong Kwangkyu. Attraverso i suoi versi dolcissimi e carichi di una potenza emotiva inaudita, l’autore riesce nel difficilissimo compito di fermare il tempo, costringendoci a guardare la bellezza nascosta nelle piccole cose di tutti i giorni e, soprattutto, l’immensa profondità delle persone che amiamo.

Una vita per la Letteratura: chi è Kong Kwangkyu

Nato nel 1960 a Donam-dong, nella caotica e meravigliosa Seoul, e cresciuto cullato dai paesaggi rurali della provincia di Chungcheongnam-do, Kong Kwangkyu ha letteralmente consacrato la sua intera esistenza all’arte e alle lettere. Dopo gli studi universitari in Lingua e Letteratura Coreana e un dottorato di ricerca in Scrittura Creativa presso la Dankook University, ha esordito come un fulmine a ciel sereno nel mondo letterario nel lontano 1986.
Da quel momento, la sua carriera è stata una costellazione di successi e di trionfi inarrestabili, con decine di saggi critici, opere in prosa e magnifiche raccolte (da “Diario universitario” a “Bottiglia di soju”). La sua opera capolavoro del 2013, intitolata “Abbattere il muro”, è stata persino eletta “Miglior poesia dell’anno” dai critici coreani. Una bacheca impreziosita da innumerevoli e prestigiosi riconoscimenti internazionali, culminati con l’assegnazione del Premio Dante per la scrittura letteraria nel 2025.

“Lo stagno d’estate”: il miracolo della rinascita della Natura

L’immensa grandezza di Kong Kwangkyu risiede nella sua capacità di dipingere la natura con una pennellata degna dei più grandi pittori romantici. Nella sua poesia “Lo stagno d’estate” (che vi proponiamo integralmente in calce a questo articolo), il poeta sudcoreano utilizza la pioggia non come un elemento triste o malinconico, ma come uno strumento divino di rinascita.
L’immagine delle gocce d’acqua che scivolano sui fiori di loto trasformandosi magicamente in “perle bianche”, rappresenta il miracolo quotidiano della vita che si rinnova e si purifica. A forza di versare lacrime dal cielo, il piccolo stagno della casa di campagna si rigenera: una metafora potentissima che ci insegna come anche i periodi bui (la “stagione delle piogge” della nostra vita) siano in realtà l’occasione perfetta per rinascere più forti, più puri e più luminosi di prima.

“Un libro bellissimo”: l’amore è sfogliare l’anima di un’altra persona

Ma è con la poesia “Un libro bellissimo” che Kong Kwangkyu raggiunge la vetta assoluta dell’emozione, regalandoci una delle metafore sull’amore e sull’intimità più clamorosamente belle, sensuali e profonde mai scritte nella poesia moderna. L’autore stravolge completamente il concetto stesso di “Lettura”. I libri più belli, ci insegna, non si trovano affatto a prendere polvere nelle biblioteche, e le letture più preziose non sono per forza quelle delle noiose Sacre Scritture o dei grandi Classici.
La lettura più importante della nostra vita è l’essere umano. Leggere una persona come se fosse un romanzo avvincente o una rivista patinata. Sfogliare l’anima di chi amiamo, non seduti a una scrivania, ma per strada, al ristorante o nelle stanze di una casa da tè. Una lettura che non si fa solo con gli occhi della mente, ma che diventa incredibilmente carnale, intima e viscerale: si sfogliano le “pagine calde del calore del corpo” usando la lingua e i piedi. È un inno disarmante all’empatia e all’amore puro, una lezione magistrale che ci ricorda come ogni singola persona nasconda dentro di sé un romanzo meraviglioso che aspetta solo di essere letto e compreso.

Le Poesie di Kong Kwangkyu (Testo Integrale)

LO STAGNO D’ESTATE
Dal loto rosso
la pioggia scivola, goccia dopo goccia,
e, raccogliendosi sulle verdi foglie di loto,
in perle bianche si trasforma.

A forza di creare migliaia e migliaia di perle
e di riversarle nello stagno,
il piccolo stagno della casa di campagna
rinasce ogni volta
che arriva la stagione delle piogge.

UN LIBRO BELLISSIMO
Un anno lessi un libro bellissimo,
non in una biblioteca, ma per strada;
non seduto a una scrivania,
bensì nei ristoranti, sui sentieri di montagna,
nelle sale cinematografiche,
nelle stanze del karaoke e nelle case da tè.

Una persona simile a una rivista,
una persona simile a un romanzo,
una persona simile a un libro di poesie:
sfogliavo lentamente ogni pagina,
assaporandola.

Era un libro dalla copertina bellissima
e dal contenuto altrettanto bello.

Pagine calde del calore del corpo:
le leggevo con gli occhi,
le sfogliavo con la lingua
e le sottolineavo con entrambi i piedi.

I libri non esistono soltanto
nelle librerie o nelle biblioteche.

La lettura più importante
non è sempre quella delle Sacre Scritture
o dei classici.

Una persona…

a dire il vero,
è un bellissimo libro.

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