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Salute

Il diritto alla salute è diventato un lusso: il dramma inaccettabile della sanità pubblica

Liste d’attesa infinite, medici in fuga e cure negate: l’inchiesta sull’ospedale pubblico che si sgretola e il diritto alla salute negato. 🚑 🏥

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Medico stanco

Roma – Esiste una linea di demarcazione sottile ma sempre più profonda che sta dividendo silenziosamente la popolazione del nostro Paese: quella tra chi può permettersi di curarsi e chi, rassegnato, è costretto a rinunciare alla propria salute. L’Articolo 32 della Costituzione italiana, che per decenni ha tutelato la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, garantendo cure gratuite agli indigenti, sembra oggi essersi trasformato in una promessa vuota. Da Nord a Sud, ma con picchi di drammaticità intollerabili nelle province e nelle aree interne, stiamo assistendo al progressivo e inesorabile smantellamento del Sistema Sanitario Nazionale, un tempo orgoglio del nostro welfare pubblico e oggi ridotto a una gigantesca macchina inceppata dalla burocrazia, dai tagli lineari e da una carenza cronica di personale strutturato.

L’incubo quotidiano delle liste d’attesa e il paradosso dell’urgenza

Il sintomo più evidente e doloroso di questo collasso istituzionale è rappresentato dalle liste d’attesa, divenute un vero e proprio muro di gomma contro cui si infrangono le speranze dei cittadini. Prenotare un esame diagnostico salvavita, una risonanza magnetica, una mammografia o una semplice visita cardiologica attraverso i canali pubblici del Centro Unico di Prenotazione (CUP) si trasforma quotidianamente in un’odissea umiliante. Mesi, talvolta anni di attesa per prestazioni che richiederebbero tempistiche immediate. Il paradosso diventa crudele quando, a fronte di un’agenda pubblica completamente sbarrata, al paziente viene comunicato che la stessa prestazione, eseguita dallo stesso medico e nello stesso ospedale, è magicamente disponibile nel giro di pochi giorni se pagata di tasca propria in regime di “intramoenia”. Una distorsione del sistema che costringe i cittadini a mettere mano ai propri risparmi per non rischiare la vita.

La sanità a due velocità e il fenomeno della povertà sanitaria

Questa spinta forzata verso la privatizzazione strisciante sta generando un nuovo, gravissimo fenomeno sociologico: la povertà sanitaria. Di fronte all’impossibilità di accedere alle cure pubbliche in tempi ragionevoli, le famiglie appartenenti al ceto medio-basso si trovano di fronte a un bivio drammatico: indebitarsi per rivolgersi alle cliniche private o rinunciare del tutto alla prevenzione e alle terapie. I dati recenti delle associazioni del Terzo Settore fotografano una realtà allarmante, con milioni di italiani che ogni anno scelgono di non curarsi per ragioni puramente economiche. Il diritto universale alla salute, concepito dai padri costituenti come il grande livellatore sociale della nazione, sta mutando in un bene di consumo esclusivo, accessibile solo a chi dispone della liquidità necessaria per saltare la fila.

La fuga dei camici bianchi e la crisi dei piccoli ospedali di provincia

A monte di questo disservizio cronico c’è un’emorragia silenziosa che sta svuotando le corsie: la grande fuga del personale medico e infermieristico. Sottopagati, costretti a turni massacranti, privi di tutele legali adeguate e spesso vittime di aggressioni fisiche da parte di un’utenza esasperata, i professionisti della salute stanno abbandonando il settore pubblico. Molti scelgono la via delle cooperative private, diventando medici “a gettone” per le strutture d’emergenza; altri preferiscono emigrare all’estero, dove le loro competenze vengono valorizzate con stipendi dignitosi e condizioni di lavoro umane. A pagarne il prezzo più alto sono i piccoli ospedali di provincia, progressivamente svuotati di reparti cruciali, ridimensionati a semplici punti di primo intervento o chiusi definitivamente in nome della razionalizzazione della spesa regionale, lasciando interi bacini territoriali privi di un’assistenza tempestiva.

La necessità di una rinascita civica per salvare il modello pubblico

Accettare passivamente la trasformazione della sanità da diritto costituzionale a servizio a pagamento significa arrendersi al declino della nostra civiltà giuridica e sociale. Non si tratta semplicemente di denunciare i disservizi, ma di esigere una profonda rivoluzione politica e gestionale. Il rilancio del Sistema Sanitario Nazionale richiede lo sblocco immediato delle assunzioni, l’adeguamento salariale del personale, l’abbattimento del precariato e, soprattutto, una visione strategica che rimetta al centro la medicina territoriale e la vicinanza al paziente. Difendere l’ospedale pubblico significa difendere l’ultimo e più importante presidio di uguaglianza della nostra società: una battaglia di civiltà che non appartiene a una fazione politica, ma all’intero tessuto cittadino che rifiuta di considerare la propria vita una semplice voce di spesa in un bilancio aziendale.

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Salute

“Devo divertirmi a tutti i costi”: l’ansia da vacanza colpisce ancora. I tre consigli d’oro dello psicologo Claudio Belardo per staccare davvero

Siete in ferie ma vi sentite comunque stressati, stanchi e in dovere di fare mille cose? Attenzione, potreste soffrire di “ansia da vacanza”! 😰 🏖️ Nell’era dei social network, le vacanze si sono trasformate in un’ansia da prestazione: sentiamo l’obbligo di divertirci a tutti i costi per mostrare agli altri la “vacanza perfetta”, rovinandoci così il meritato riposo. Come uscirne? Il Dott. Claudio Belardo, psicologo esperto in benessere, ci regala tre consigli d’oro per “staccare” veramente: 1️⃣ Disconnessione digitale dai social. 2️⃣ Slow Living (basta agende turistiche piene di impegni!). 3️⃣ Riscoprire il potere terapeutico della NOIA! 🧘‍♀️ “L’estate non è una performance di felicità da esibire”, ci ricorda lo specialista. E voi, riuscite davvero a staccare la spina o avete sempre il telefono in mano? Leggete i consigli completi nel nostro articolo! 👇 📵

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Redazione  – Con l’arrivo del clou della stagione estiva e la tanto sospirata chiusura delle attività lavorative, scatta in ognuno di noi la frenetica ricerca del relax e del distacco dalla routine quotidiana. Un’aspettativa sacrosanta che, tuttavia, nasconde un’insidia psicologica sempre più diffusa nella nostra società moderna. Il brusco passaggio dai ritmi alienanti e supersaturi delle città al tempo libero assoluto può generare, paradossalmente, una forma inaspettata di stress, ormai clinicamente nota come “ansia da vacanza”. Ma come si può trasformare l’estate in una reale opportunità di rigenerazione mentale, evitando di farsi inghiottire dalle aspettative irrealistiche? A fornirci una bussola preziosa per navigare in queste acque è il Dott. Claudio Belardo, rinomato esperto in psicologia del benessere.

L’obbligo di essere felici: quando il relax diventa una performance

A differenza degli approcci clinici tradizionali, la psicologia del benessere si focalizza sul potenziamento delle risorse personali e sul miglioramento della qualità della vita, piuttosto che sulla mera “cura” del disagio conclamato. Durante i mesi estivi, questa disciplina ci offre strumenti estremamente pratici per gestire un fenomeno subdolo: l’idea illusoria del “dover divertirsi a tutti i costi”. Questa concezione rischia infatti di trasformare il prezioso periodo di riposo in un ulteriore, asfissiante fattore di pressione e in una vera e propria ansia da prestazione sociale. Siamo talmente concentrati a dover dimostrare (a noi stessi e agli altri) di stare passando la “vacanza perfetta”, che finiamo per non godercela affatto.

I tre pilastri del Dott. Belardo per rigenerare la mente

Per rispondere a questa moderna esigenza e disinnescare la bomba dello stress estivo, il Dott. Claudio Belardo ha individuato tre pilastri fondamentali per ottimizzare la salute mentale e capitalizzare davvero le ferie:

1. Disconnessione Digitale Consapevole
Il primo passo per riappropriarsi del proprio tempo è abbattere la tirannia dello schermo. Ridurre drasticamente l’uso dello smartphone è vitale per interrompere il flusso continuo e ansiogeno delle notifiche lavorative. Ma non solo: disconnettersi aiuta a mitigare il confronto sociale “tossico” sui social network. Scrollare compulsivamente Instagram o Facebook, guardando le vite (spesso filtrate e finte) degli altri in vacanza, alimenta insoddisfazione e senso di inadeguatezza.

2. Il Rallentamento dei Ritmi (Slow Living)
Spesso, per l’ansia di non sprecare nemmeno un minuto, riempiamo le nostre giornate di ferie con agende turistiche sature di impegni, escursioni e cene, finendo per stancarci più di quando lavoriamo. La soluzione proposta dal Dott. Belardo è lo Slow Living: sostituire la frenesia turistica con momenti lenti e non strutturati, dedicati esclusivamente all’ascolto di sé, alla respirazione profonda e alla serena contemplazione della natura che ci circonda.

3. L’Accettazione del Vuoto e l’Elogio della Noia
Questo è forse il passo più difficile per l’uomo moderno: imparare a tollerare la totale mancanza di impegni fissi senza provare alcun senso di colpa per non essere “produttivi”. Dobbiamo assolutamente riscoprire il valore terapeutico, creativo e rigenerante della noia. Solo quando non facciamo nulla, il nostro cervello si riposa in modo autentico.

“L’estate non è una felicità da esibire”

«L’estate non deve essere una performance di felicità da esibire al mondo», spiega con estrema chiarezza lo specialista. «Il vero benessere estivo si raggiunge solamente quando permettiamo alla nostra mente di decantare, liberando spazio per la creatività e per coltivare relazioni interpersonali sane e autentiche, finalmente lontane dalle ansiogene scadenze del calendario».

Mettendo in pratica, anche gradualmente, questi tre semplici ma potenti strumenti della psicologia del benessere, diventa finalmente possibile trarre i veri benefici dalle vacanze. Un lavoro su se stessi che permetterà all’equilibrio psicofisico ritrovato di mantenersi saldo e stabile non solo in estate, ma anche per affrontare l’inevitabile e faticoso rientro autunnale alle normali attività professionali.

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Salute

Estate, le fragilità invisibili. Solitudine estiva degli anziani. Vissuti di sgomento e risorse di cura intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI)

L’estate, tradizionalmente celebrata come un tempo di leggerezza, vacanze e socialità, si rivela spesso per gli anziani il periodo più critico e insidioso dell’anno. Lo spopolamento delle città, la chiusura dei centri di aggregazione, la partenza dei familiari e le ondate di calore che costringono a una clausura forzata in casa trasformano la solitudine in un vero e proprio isolamento fisico ed esistenziale. Intervista di Marialuisa Roscino

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Adelia Lucattini

Redazione-  L’estate, tradizionalmente celebrata come un tempo di leggerezza, vacanze e socialità, si rivela spesso per gli anziani il periodo più critico e insidioso dell’anno. Lo spopolamento delle città, la chiusura dei centri di aggregazione, la partenza dei familiari e le ondate di calore che costringono a una clausura forzata in casa trasformano la solitudine in un vero e proprio isolamento fisico ed esistenziale.

​Al riguardo, la psicoanalista Adelia Lucattini offre una chiave di lettura profonda e rigorosa, evidenziando come l’estate amplifichi il senso di sgomento e vulnerabilità psicologica. La rottura della routine quotidiana e il vuoto relazionale li rende senz’altro più fragili. Diventa pertanto, fondamentale comprenderne i meccanismi psicologici di questo disagio e attivare una rete di protezione fatta di ascolto, presenza e attenzione, anche clinica, mirata. Lo vediamo in questa intervista con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica italiana e dell’International Psychoanalytical Association.

Lucattini: Il silenzio dell’anziano non va interpretato come disinteresse, può essere una difesa mentale dal dispiacere di dipendere da qualcuno, dalla paura di essere un peso, dalla preoccupazione di non essere ascoltato con attenzione e interesse

Intervista di Marialuisa Roscino

Dott.ssa Lucattini, l’estate è generalmente un periodo gioioso, fatto di relax, di riposo, tempo libero per dilettarsi in attività piacevoli di svago, all’insegna dello sport e della vita sociale, ma per molti anziani, coincide purtroppo con una fase di profonda crisi. Perché, la stagione estiva, amplifica così tanto il senso di solitudine degli anziani?

Quando questa trama relazionale si interrompe, il vuoto esterno può riattivare vissuti interni di perdita, abbandono e precarietà. Le persone anziane, soprattutto i grandi anziani, che possono avere già affrontato lutti, riduzione dell’autonomia e cambiamenti di ruolo, la rarefazione delle relazioni può accentuare la fragilità emotiva e il sentimento di non essere più sufficientemente “tenuti nella mente” di qualcuno. Il caldo in sé e le ondate di calore in aumento, limitano drasticamente la possibilità di uscire e incidono sull’autonomia fisica che può concorrere ad aumentare ulteriormente l’isolamento relazionale.

La letteratura recente conferma che nell’età avanzata, isolamento sociale e solitudine sono associati a depressione, ansia e declino cognitivo da deprivazione, ovvero da mancanza di rapporti sociali. Inoltre, a contribuire a questo stato di malessere, si aggiungono i cambiamenti di vita soprattutto se repentini, basti pensare alle improvvise ondate di caldo anomalo, i merricane e le piogge intense, insorti sempre più precocemente, già a partire dalla primavera, quando il clima è solitamente mite e favorisce le uscite dopo le temperature rigide dell’inverno. Naturalmente, per ciò che concerne, le condizioni di vulnerabilità personale, è noto che gli anziani abbiano maggiori problematiche fisiche e psicologiche dovute all’età, che di conseguenza,  ne influenzano la cronicizzazione. (Clinics in Geriatric Medicine, 2025).

 

In questo contesto di vuoto relazionale, in che modo, in particolare, la solitudine si trasforma in un vero e proprio vissuto di sgomento?

 

La solitudine diventa sgomento quando non è più soltanto assenza di compagnia, ma è percepita come perdita di un legame interiore affettuoso e rassicurante. In termini psicoanalitici, la presenza dell’altro non svolge solo una funzione di socializzazione ma contribuisce a mantenere un senso di continuità, sicurezza e appartenenza.

Quando i legami si rarefanno, soprattutto negli anziani, possono riattivarsi angosce di separazione, perdita e abbandono, anche molto antiche, avvenute nell’infanzia e nella giovinezza che si vanno a sommare a quelle più recenti. Gli anziani possono allora sentirsi non soltanto soli, ma anche non più importanti per nessuno, dimenticati o creduti morti, quest’ultimo è un pensiero molto più frequente di quel che non si pensi, poiché è una proiezione sugli altri sulla sensazione interiore di assenza, depressione, morte psichica. È in questi passaggi, che il vuoto relazionale può trasformarsi in sgomento, una sensazione di disorientamento, precarietà e impotenza.

Uno studio pubblicato sul Journal of Affective Disorders mostra la stretta correlazione negli anziani, tra sentirsi esclusi, sentirsi isolati e sintomi ansiosi e depressivi, particolarmente evidente nelle persone più fragili fisicamente, anche se lo si riscontra anche in alcune forme di demenza senile.

Quali sono, a Suo avviso, i campanelli d’allarme più sottili che i familiari e i caregiver dovrebbero cogliere durante i mesi estivi?

I campanelli d’allarme più importanti sono spesso piccoli cambiamenti rispetto al comportamento abituale, il telefonare di meno, il rinunciare alle visite, perdere interesse per ciò che prima dava piacere, disinteresse per la cura di se stessi, dormire o mangiare di meno, diventare più suscettibili e irritabili, avere un’accentuazione e quindi lamentarsi più frequentemente dei disturbi fisici, anche minimi.

Particolarmente significativo, è quando l’anziano ripete di non volere disturbare o essere di peso. In una lettura psicologica profonda, può trattarsi di un “ritiro difensivo”, per proteggersi dal timore di essere rifiutati o di sentirsi dipendenti, gli anziani rinunciano in anticipo a cercare l’altro con il rischio, più che fondato, che il disinvestimento progressivo dalle relazioni alimenti ulteriormente solitudine e sentimenti depressivi. Per questo, i familiari dovrebbero osservare soprattutto ciò che cambia, anche quando l’anziano continua a dire che “va tutto bene” (Journals of Gerontology. B. Psychological Sciences and Social Sciences, 2025).

Spesso si pensa che basti regalare loro una distrazione momentanea. Quali sono invece, gli interventi psicologici e relazionali davvero efficaci per restituire sollievo alle persone anziane, soprattutto in estate?

Sicuramente non basta distrarre o intrattenere l’anziano in modo formale e distaccato, quello che aiuta è soprattutto una presenza affettiva stabile e prevedibile, emotivamente costante. Telefonate regolari, visite concordate insieme, piccoli appuntamenti quotidiani, attività da fare insieme e occasioni di incontro con i loro coetanei, aiutano a ricostruire quella continuità esistenziale che durante l’estate tende a interrompersi.

In termini psicoanalitici, è importante offrire contenimento e rispecchiamento, ovvero fare sentire la persona pensata, ascoltata e ancora capace di suscitare interesse nell’altro. Anche coinvolgerli nelle decisioni, scegliere le attività, organizzare un incontro, mantenere piccole responsabilità personali, sostiene e rinforza l’autoefficacia e l’autostima contrastando la passività e la dipendenza.

Quando compaiono ritiro marcato, perdita d’interesse o sintomi depressivi, è invece opportuno un vero intervento psicologico, psicoterapeutico e psiconalitico, non soltanto dare una maggiore compagnia. Questo è confermato da uno studio, che dimostra che interventi strutturati di pieno supporto e coinvolgimento sociale, negli anziani possono ridurre la solitudine e i sintomi depressivi, favorendo anche autoefficacia e capacità di adattamento. (Studio pubblicato sull’American Journal of Geriatric Psychiatry (2025).

Nello specifico,  come possono i familiari decodificare questo silenzio e trovare invece,  la chiave giusta per aprire un canale di comunicazione autentico?

Il silenzio dell’anziano non va interpretato come disinteresse, può essere una difesa mentale dal dispiacere di dipendere da qualcuno, dalla paura di essere un peso, dalla preoccupazione di non essere ascoltato con attenzione e interesse. Per aprire un canale autentico di dialogo, quindi, è importante non incalzare con domande, ma offrire una presenza affettiva disponibile, capace anche di tollerare lunghe pause, divagazioni, allentamenti della memoria, silenzi.

Nei momenti di maggiore fragilità o isolamento estivo può essere particolarmente prezioso ascoltare i ricordi che emergono spontaneamente. Raccontare il proprio lavoro, gli affetti, episodi familiari, viaggi, amicizie o momenti particolarmente cari, permette agli anziani di ritrovare un filo tra ciò che è stato e ciò che è oggi. In termini psicoanalitici, la narrazione autobiografica può sostenere la continuità del Sé, l’identità e il sentimento del proprio valore, soprattutto quando l’invecchiamento comporta perdite di ruoli, di persone o di autonomia.

È fondamentale, però, che i ricordi siano liberi e mai forzati, non bisogna trasformare il dialogo in un interrogatorio né pretendere necessariamente ricordi felici. L’ascolto autentico consiste nel seguire ciò che l’Altro desidera raccontare, rispettando anche le reticenze. In questo modo, può sentirsi ancora depositario di una storia che non solo interessa qualcuno ma che continua ad avere significato, trasmettere esperienze, narrazioni, fatti, impressioni fanno parte di un fondamentale bagaglio transgenerazionale che dovrebbe essere cercato e certamente mai perduto.

Una ricerca pubblicato sul Journal of Contemporary Psychotherapy (2025), specificamente dedicata alla psicoterapia psicodinamica e psicoanalitica nell’anziano sottolinea proprio l’importanza dell’esplorazione delle esperienze passate, delle perdite, delle relazioni e delle trasformazioni dell’identità; evidenzia inoltre come questo lavoro possa favorire autoriflessione, comprensione di sé, relazioni e senso di valore personale.

Quali consigli si sente di dare ai familiari e ai caregiver?

-Mantenere una presenza regolare. Meglio contatti brevi ma costanti, che visite sporadiche: la continuità affettiva rassicura e riduce il senso di abbandono;

-Ascoltare senza fare troppe domande. Lasciare spazio ai silenzi e alle parole spontanee, evitando domande pressanti o atteggiamenti troppo direttivi;

-Prestare attenzione ai piccoli cambiamenti. Ritiro, irritabilità, perdita di interesse, trascuratezza o frasi tipo “non voglio disturbare”, possono essere segnali di disagio;

-Favorire i ricordi spontanei. Parlare liberamente di lavoro, affetti, amicizie e momenti significativi può sostenere la continuità del Sé e il sentimento del proprio valore, senza mai forzare la memoria;

-Non infantilizzare e mantenere un dialogo formale e cortese. Coinvolgere l’anziano nelle decisioni quotidiane e rispettarne desideri, tempi e autonomia protegge l’autostima e la dignità personale;

-Conservare gelosamente le piccole routine. Pasti, telefonate, passeggiate compatibili con il caldo e appuntamenti condivisi aiutano a mantenere riferimenti temporali e relazionali stabili;

-Chiedere aiuto quando il ritiro persiste. Se compaiono isolamento marcato, tristezza prolungata, perdita d’interesse o forte angoscia, è importante rivolgersi al medico e agli specialisti curanti e, quando necessario, a uno psicologo o allo psicoanalista.

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Salute

Come la Terapia Manuale Viscerale rivoluziona la Riabilitazione. Ne parliamo con il Dott. Giulio Pancani

Spesso pensiamo alla fisioterapia come a una disciplina focalizzata esclusivamente su muscoli, articolazioni e ossa. Tuttavia, il corpo umano è un sistema integrato in cui gli organi interni giocano un ruolo fondamentale nella postura e nel movimento.

Oggi parliamo di Terapia Manuale Viscerale, un approccio che agisce sulla mobilità degli organi per trattare non solo disfunzioni digestive, ma anche dolori muscoloscheletrici, tensioni pelviche, favorendone in modo efficace il recupero. Intervista di Marialuisa Roscino

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Dott. Giulio Pancani

Redazione-  Spesso pensiamo alla fisioterapia come a una disciplina focalizzata esclusivamente su muscoli, articolazioni e ossa. Tuttavia, il corpo umano è un sistema integrato in cui gli organi interni giocano un ruolo fondamentale nella postura e nel movimento.

Oggi parliamo di Terapia Manuale Viscerale, un approccio che agisce sulla mobilità degli organi per trattare non solo disfunzioni digestive, ma anche dolori muscoloscheletrici, tensioni pelviche, favorendone in modo efficace il recupero.

Per saperne di più e capire come questa tipologia di trattamento manuale possa influenzare in modo diretto la postura, la biomeccanica muscolo-scheletrica e il benessere generale di tutto il corpo, ne abbiamo parlato con il Dott. Giulio Pancani, fisioterapista specializzato in riabilitazione nelle cefalee e in Terapia Manuale Viscerale, co-fondatore e responsabile dello Studio Fisioterapico Cipro.

Dott. Pancani, cos’è la Terapia Manuale Viscerale e in che modo un organo interno può limitare o influenzare la postura e i dolori muscolari?

La Terapia Manuale Viscerale (VMT) è un approccio di terapia manuale (di origine osteopatica e integrato nella fisioterapia moderna), basato sull’applicazione di manovre delicate o profonde volte a migliorare la mobilità e la motilità degli organi interni, a rilasciare le tensioni fasciali e a modulare la segnalazione dolorosa.  Un organo interno può influenzare la postura e la muscolatura perché non vive “isolato”: è legato alle strutture scheletriche da legamenti, pieghe peritoneali e connettivo fasciale. Se un viscere perde la sua naturale mobilità fisiologica (a causa di interventi chirurgici, aderenze o infiammazioni come quelle intestinali), la tensione fasciale che ne deriva si ripercuote direttamente sul sistema muscoloscheletrico. Questo porta il corpo ad adottare posture di compenso per “proteggere” la zona viscerale tesa, sovraccaricando i muscoli e le articolazioni circostanti.  Non tutti i dolori dipendono da una disfunzione viscerale. La Terapia Manuale Viscerale rappresenta uno strumento aggiuntivo all’interno di un percorso fisioterapico completo e non sostituisce gli altri approcci riabilitativi. (Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Spesso i pazienti arrivano con lombalgie croniche o dolori pelvici che non rispondono alla sola fisioterapia “convenzionale”: qual è il legame nascosto tra la colonna vertebrale e i visceri?

Il corpo funziona come un sistema integrato. Nel nostro corpo la fascia, che è come una pellicola tridimensionale che avvolge tutte le strutture anatomiche, è il principale punto di unione tra i vari sistemi. Per fare capire il concetto di fascia ai miei pazienti faccio un semplice esempio pratico: metto in tensione leggermente la loro maglietta dall’addome, così possano percepire una risposta anche sul collo. Questo è un esempio banale di come una tensione fasciale ad esempio a livello del fegato possa sovraccaricare la zona cervicale o lombare. Quando un organo presenta una ridotta mobilità o una condizione infiammatoria persistente, il sistema nervoso può modificare il tono della muscolatura circostante come meccanismo di protezione. Nel tempo, questo aumento della tensione può contribuire al mantenimento del dolore lombare o pelvico, soprattutto se associato ad altri fattori come sedentarietà, stress, precedenti episodi dolorosi o ridotta attività fisica. Le revisioni scientifiche più recenti suggeriscono che la Terapia Manuale Viscerale possa rappresentare un’integrazione utile, in particolare nei pazienti con lombalgia cronica, soprattutto quando viene associata a un programma di esercizio terapeutico e fisioterapia convenzionale.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Dal punto di vista anatomico, in che modo un organo interno, come l’intestino o l’utero, riesce a influenzare la colonna vertebrale o la pelvi, generando un dolore che il paziente avverte nei muscoli o nelle articolazioni?

Gli organi non sono strutture isolate, ma sono sospesi e collegati attraverso un sistema continuo di fasce, legamenti e membrane che permette loro di muoversi durante la respirazione e i movimenti quotidiani.                    Quando queste connessioni perdono mobilità, possono modificare le tensioni trasmesse alle strutture vicine, influenzando il comportamento biomeccanico della colonna lombare, del bacino e dell’anca. Questo non significa che il viscere sia sempre la causa diretta del dolore, ma che possa rappresentare uno dei fattori coinvolti nel quadro clinico. Per questo motivo, il fisioterapista valuta sempre il paziente nel suo insieme, considerando contemporaneamente apparato muscoloscheletrico, funzione viscerale, respirazione e movimento. Per fare un esempio pratico, gli organi come l’intestino o l’utero sono ancorati direttamente alla parete posteriore dell’addome, alla colonna lombare e alla cavità pelvica attraverso i loro mesenteri e legamenti. Se, ad esempio, l’intestino presenta una tensione fasciale o la pelvi soffre per aderenze uterine, queste strutture tese trazionano  meccanicamente la colonna o le articolazioni sacro-iliache. Ciò limita il range di movimento (ROM) e costringe i muscoli paravertebrali o glutei a un iper-lavoro di stabilizzazione, trasformando la tensione interna in uno spasmo muscolare o in una rigidità articolare dolorosa. È importante sottolineare che le attuali evidenze suggeriscono un possibile ruolo di questi meccanismi, ma la ricerca è ancora in evoluzione e sono necessari ulteriori studi di elevata qualità metodologica.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Dal punto di vista neurologico e fasciale, cosa accade nello specifico quando il sistema nervoso riceve un segnale di tensione da un viscere e lo “reindirizza” verso la schiena?

Il sistema nervoso riceve continuamente informazioni sia dagli organi interni, sia dall’apparato muscolo scheletrico. A livello del midollo spinale, le afferenze nervose provenienti dai visceri e quelle provenienti da muscoli, articolazioni e cute possono convergere sugli stessi neuroni. Questo fenomeno, noto come convergenza viscero-somatica, può contribuire a fare percepire come muscoloscheletrico un dolore che ha origine da una sofferenza viscerale.

Parallelamente, il sistema fasciale rappresenta una rete continua che collega i diversi distretti del corpo. Un’alterazione della mobilità di un viscere può modificare le tensioni trasmesse ai tessuti circostanti, influenzando il controllo motorio e la distribuzione dei carichi. In questi casi, il trattamento manuale mira a ripristinare la mobilità dei tessuti e ad associarla a un percorso riabilitativo attivo, con esercizi specifici e rieducazione del movimento.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Qual è il meccanismo attraverso cui una sofferenza viscerale può trasformarsi nel tempo in una tensione muscolare cronica e dolorosa?

Quando uno stimolo proveniente da un viscere persiste nel tempo, il sistema nervoso può mantenere uno stato di aumentata protezione, con un incremento del tono di alcuni gruppi muscolari e una riduzione della loro capacità di rilassarsi completamente.      Il paziente tende così ad assumere schemi di movimento compensatori, spesso inconsapevoli, che alterano la biomeccanica del tronco e del bacino. Con il passare del tempo possono comparire rigidità, limitazioni funzionali e dolore persistente, non tanto per un danno del muscolo, quanto per un adattamento prolungato del sistema neuromuscolare.                                    La Terapia Manuale Viscerale, quando inserita in un programma riabilitativo completo, può contribuire a interrompere questo circolo vizioso migliorando la mobilità dei tessuti e facilitando il recupero funzionale. Le revisioni sistematiche indicano benefici soprattutto nel dolore e nella disabilità dei pazienti con lombalgia cronica, pur evidenziando che la qualità delle prove disponibili è ancora moderata o bassa.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review,2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

L’approccio viscerale offre anche un supporto importante nella salute della donna, dai dolori mestruali fino alla gestione delle tensioni in gravidanza: come agisce in particolare la terapia manuale viscerale in questi contesti specifici?

In ambito ginecologico e urogenitale, la Terapia Manuale Viscerale (ovviamente inserita in un percorso multidisciplinare) agisce riducendo la rigidità fasciale e migliorando la mobilità e l’irrorazione sanguigna dei tessuti pelvici (utero, ovaie, vescica). Gli studi clinici hanno dimostrato l’efficacia di queste tecniche: ad esempio, è stato evidenziato come la manipolazione viscerale sia in grado di produrre un miglioramento statisticamente significativo nella gravità dei sintomi legati al ciclo mestruale e al dolore pelvico (come ad esempio nelle donne affette da sindrome dell’ovaio policistico o dismenorrea). Agendo dolcemente sulla fascia addominale e pelvica, si riduce la stasi venosa e si decomprimono i plessi nervosi, alleviando non solo i crampi uterini, ma anche i dolori riflessi alla fascia lombare e al bacino tipici delle fasi del ciclo o della gravidanza. Per quanto riguarda la gravidanza, è fondamentale adottare un approccio prudente e personalizzato. L’obiettivo non è intervenire direttamente sull’utero, ma favorire il comfort della futura mamma attraverso tecniche delicate rivolte alle strutture muscolari, fasciali e respiratorie che possono andare incontro a sovraccarico durante la gestazione.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Come si integra la terapia viscerale all’interno di un percorso di riabilitazione globale e quali riscontri clinici efficaci si osservano più frequentemente nella pratica quotidiana?

La valutazione fisioterapica dovrebbe partire a mio avviso dal problema principale del paziente e considerare movimento, funzione muscoloscheletrica, e in secondo luogo valutare con test specifici eventuali tensioni fasciali associate. La letteratura scientifica più recente suggerisce che la Terapia Manuale Viscerale dia i migliori risultati quando viene integrata come supporto alla fisioterapia convenzionale (es. esercizio terapeutico, terapia manuale ortopedica e rieducazione posturale). Nei trial clinici analizzati dalle ultime revisioni sistematiche, l’aggiunta della terapia viscerale al trattamento standard ha mostrato:

-Una riduzione del dolore clinicamente significativa (con cali superiori ai 2 punti nelle scale del dolore NPRS/VAS);

-Un miglioramento della mobilità della colonna lombare e delle capacità

funzionali;

– Effetti positivi e duraturi a lungo termine sul dolore lombare (fino a 52 settimane di follow-up);

– Benefici secondari anche su stati di ansia/depressione correlati al dolore cronico e su sintomi digestivi concomitanti (come il reflusso gastroesofageo o la dispepsia).    Bisogna tuttavia, evidenziare che le prove scientifiche disponibili sono ancora limitate e richiedono studi di maggiore qualità.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

In che modo, cambia l’intervento del fisioterapista grazie all’introduzione della Terapia Manuale Viscerale?

La terapia manuale viscerale permette al fisioterapista di passare da una visione squisitamente localizzata del dolore a un approccio sistemico e globale. Nello screening iniziale, il fisioterapista non indaga solo traumi, posture o forza muscolare, ma approfondisce la storia clinica del paziente ricercando ad esempio precedenti interventi chirurgici addominali o pelvici (possibili aderenze cicatriziali), presenza di disturbi gastrointestinali (IBS, stitichezza, reflusso) o ginecologici, risposte del tessuto viscerale alla palpazione. Questo permette di identificare i pazienti, in cui la componente viscerale è primaria o concorrente, evitando trattamenti ortopedici infruttuosi o incompleti e impostando un piano terapeutico cucito su misura, “ad personam”. Allo stesso modo, questo non significa però, che ogni dolore muscoloscheletrico debba essere interpretato come un problema viscerale. Al contrario, la letteratura invita alla prudenza: gli studi disponibili utilizzano tecniche, pressioni, durata e numero di sedute molto differenti e non esiste ancora un protocollo universalmente validato. Per questo, considero l’approccio viscerale uno strumento aggiuntivo da utilizzare, quando indicato, all’interno di un quadro clinico definito e di un progetto riabilitativo individualizzato.

(Visceral manual therapy as an intervention for musculoskeletal disorders: A scoping review, 2025); (Efectiveness of visceral fascial therapy targeting visceral dysfunctions outcome: systematic review of randomized controlled trials, 2023).

Spesso, chi ha dolore tende a immobilizzarsi, il che peggiora la rigidità. Quali consigli si sente di dare in merito?

L’immobilizzazione dettata dalla paura del dolore (la cosiddetta kinesiofobia) è uno dei principali nemici della guarigione. L’inattività peggiora la rigidità muscolare, riduce la circolazione sanguigna e riduce la motilità stessa degli organi interni, aggravando il problema viscerale. L’obiettivo deve essere quello di accompagnare progressivamente il paziente verso il movimento e il recupero delle attività quotidiane, adattandoli naturalmente alla sua condizione clinica e alla causa del dolore.

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