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Cultura

Il Velo e la Memoria: il capolavoro narrativo di Mauro Prigiobbe che ferma il tempo e incanta l’anima

SPEGNETE I TELEFONI, STACCATE DALLA FRENESIA DI TUTTI I GIORNI E LASCIATEVI COCCOLATE DA QUESTO MAGNIFICO CAPOLAVORO LETTERARIO: È USCITO “IL VELO E LA MEMORIA” DI MAURO PRIGIOBBE! 📖 🌸 ✨ Viviamo, Purtroppo, In Un’Epoca Folle! Corriamo Sempre, Siamo Divorati Dall’Ansia E Dai Social Network, E Non Abbiamo Mai Il Tempo Di Sedercie e “Respirare” Col Cuore. Ma la Vera Letteratura Serve Proprio A Questo: A Guarire L’Anima! E Ci Riesce Benissimo Il Formidabile Romanzo “IL VELO E LA MEMORIA”, Scritto Dalla Penna Sublime Dell’autore Mauro Prigiobbe (Che Vive Nel Bellissimo Borgo di San Polo dei Cavalieri)! Questo Libro, Nato Sull’Incanto dei Monti Lucretili, Non è Solo un Semplice Racconto Storico… È Una Magia! Narra Del Misteriosissimo Incontro (avvenuto Nel 74 d.C. a Miseno) Tra L’Illustre “Plinio Il Vecchio” e una Mitologica e Arcana Figura Chiamata Il “Viandante” (Custode Di una Meravigliosa “Città Ideale E Invisibile” Nascosta Dietro Un Velo Protettivo!). L’Opera È Una Profondissima Riflessione Sui Confini Dell’Uomo: L’autore (Con una Scrittura Sbalorditiva Che Unisce Poesia, Teatro E Scienza Antica) Ci Ricorda Che “La Pace Non È Svanita Dalla Terra, Ma Si È Solo Velata”. Se vogliamo Ritrovarla, Dobbiamo Avere Il Coraggio Di Cercarla! “Cercate Il Fiore Nel Mio Libro E Fermate La Vostra Corsa!”, Scrive Prigiobbe. Un Invito Dolcissimo a Rallentare E Ad Ascoltare Il Nostro Spirito! Leggi La Recensione Completa Del Libro Nel Nostro Articolo! 👇 🗣️ A cosa credete? Anche Voi Siete Totalmente D’Accordo Col Fatto Che Oggi Viviamo In Una “Società Malata Di Fretta” E Che Ci Sia Disperatamente Bisogno Di Ritrovare il Tempo Per Leggere Un Buon Libro E Ritrovare Noi Stessi? Avete Anche Voi Delle Volte La “Sensazione” Fortissima Che Dietro La Normale Realtà Si Nasconda Un Velo Pieno Di Mistero E Spiritualità? Diteci la Vostra Sviscerando tutte le Vostre Passioni Letterarie nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo Formidabile Articolo Sulle Vostre Bacheche Per Consigliare A Tutti I Vostri Amici Questa Stupenda Lettura Rilassante!!

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Cover il Velo e la Memoria

San Polo dei Cavalieri (Roma) – Viviamo, purtroppo, in un’epoca tragicamente dominata dalla fretta assoluta, dall’ansia perenne, dai social network che divorano la nostra attenzione e da una quotidianità frenetica che non ci lascia più nemmeno il tempo di respirare profondamente. Eppure, ogni tanto, la vera e grande Letteratura riesce nel miracolo di “fermare le lancette dell’orologio”, costringendoci dolcemente a guardarci dentro. È esattamente questa la meravigliosa, intima e travolgente sensazione che si prova immergendosi tra le pagine de “Il Velo e la Memoria”, la formidabile e visionaria opera scritta dalla penna sublime di Mauro Prigiobbe.
Pubblicato di recente nella prestigiosa collana “I Diamanti della Narrativa” della Aletti Editore (e disponibile per tutti anche nel moderno formato e-book), questo libro non è un semplice romanzo storico, ma un vero e proprio incantesimo emotivo. Un viaggio straordinario, tra l’incanto del mito e il rigore della Storia, che scardina letteralmente i polverosi canoni della narrativa tradizionale per prendere il lettore per mano e accompagnarlo in punta di piedi sulla magica “soglia” che separa le cose visibili da quelle invisibili.

Plinio il Vecchio e il misterioso Viandante

La scintilla creativa, il “seme” magico che ha dato vita a questo capolavoro, è sbocciato in un momento di totale comunione con la natura. Il libro, infatti, è nato da una pausa riflessiva dell’autore sui magnifici Monti Lucretili, proprio di fronte all’incanto misterioso e profumato dello Styrax officinalis (una pianta straordinaria). Il risultato è un oggetto narrativo ibrido e affascinante, in cui la precisione chirurgica della scienza antica si sposa con una prosa meravigliosamente poetica, teatrale, capace di vibrare come un canto solenne.
Il cuore pulsante del racconto si svolge nel buio ancestrale della notte del 74 d.C., a Miseno. Qui, la Storia si piega alla suggestione, mettendo in scena l’incontro emblematico tra l’illustre Plinio il Vecchio e il Viandante. Quest’ultimo non è un banale viaggiatore del tempo, ma una figura mitologica, l’enigmatico custode di Amitinum: un’incredibile “città ideale” e invisibile, tenuta celata e protetta dagli occhi indiscreti dietro un misterioso Velo. In questo intreccio, Plinio diventa il meraviglioso archetipo dell’uomo moderno in bilico, colui che sta esattamente sulla soglia della conoscenza.

Il confine come unione, non come prigione

Mauro Prigiobbe (che vive proprio nello splendido borgo romano di San Polo dei Cavalieri) intesse un formidabile e fittissimo gioco di rimandi geografici e storici. C’è un passaggio tematico di una bellezza stordente: il concetto di “confine”. Nel libro, il confine non viene mai visto come una barriera armata o un muro divisivo, ma si rifà all’antica e gloriosa lezione dei Sabini. Quel popolo eccezionale, infatti, viveva senza mura fortificate, perché la loro unica, invincibile “difesa” risiedeva nella forza d’animo e nella compattezza umana della propria comunità. Una lezione di civiltà che oggi, in un mondo diviso da muri e guerre, suona come una dolcissima profezia.

Oltre il Velo: un invito a ritrovare la Pace perduta

L’autore ha compiuto un miracolo stilistico assoluto, fondendo in un’unica opera il rigore della storiografia e l’emotività della tragedia. «Ho cercato di fondere codici espressivi inconciliabili con una lingua che possiede la precisione del bisturi e la fluidità del canto», ha spiegato brillantemente Prigiobbe.
La scrittura non è mai una “fuga fantastica” per evadere dalla realtà, ma si trasforma in uno strumento potente per svelare verità intime che sfuggono ai nostri occhi stanchi. Il messaggio ultimo che l’autore consegna amorevolmente al lettore è una vera e propria medicina per l’anima: la pace interiore non è svanita per sempre, si è soltanto “velata”. Per ritrovarla, dobbiamo avere l’immenso coraggio di scavalcare i banalissimi confini della conoscenza ordinaria. «Scrivere questa storia è stato come tracciare un sentiero invisibile», conclude l’autore. Ora, nel silenzio intimo della propria mente, spetta al lettore accogliere quel delicato seme di vita. Prendetevi il vostro tempo, staccate i telefoni cellulari, e leggete questo capolavoro.

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Cultura

L’Aquila Capitale della Cultura 2026, il Sirente e la Valle Subequana nel libro di Massimo Santilli con Dacia Maraini: presentazione al Palazzetto dei Nobili

Il Sirente e la Valle Subequana a L’Aquila Capitale della Cultura 2026!

Venerdì 13 novembre al Palazzetto dei Nobili la presentazione del libro di Massimo Santilli “Sirente Sconosciuto Stupore”, impreziosito dalla prefazione di Dacia Maraini e premiato in Svizzera.

Un viaggio tra vette e borghi con Giustino Parisse, Fabrizio Marinelli (Fondazione Carispaq) e Walter Capezzali per riscoprire il cuore dell’Appennino. Conoscete le meraviglie nascoste della Valle Subequana?

Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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LOCANDINA EVENTO LAQUILA 13 NOVEMBRE

L’Aquila – Il fascino arcano delle vette appenniniche, il respiro intatto dei borghi medievali e la riscoperta di una geografia dell’anima approdano con solennità nel cuore pulsante del capoluogo d’Abruzzo, nell’anno straordinario che vede la città federiciana protagonista indiscussa come Capitale Italiana della Cultura 2026. Venerdì 13 novembre, a partire dalle ore 17:30, la splendida cornice della Sala lignea del Palazzetto dei Nobili ospiterà la presentazione ufficiale dell’ambizioso libro-progetto intitolato Sirente Sconosciuto Stupore, firmato dall’autore e ricercatore Massimo Santilli e impreziosito dalla prestigiosa prefazione della celebre scrittrice Dacia Maraini, evento cardine per il nostro territorio e per la valorizzazione del patrimonio montano.

L’iniziativa, promossa con il patrocinio ufficiale concesso dal Comune dell’Aquila e organizzata in sinergia con l’Archeoclub d’Italia, vedrà l’apertura dei lavori affidata al saluto istituzionale del Vice Sindaco avvocato Raffaele Daniele, a cui seguiranno i calorosi interventi dei Sindaci della Valle Subequana, territorio a cui è interamente dedicata questa vasta opera di promozione culturale, consolidando la tradizione di fratellanza comunitaria già celebrata con gli eventi del Decennale dedicati a Corradino Palmerini a Paganica.

Il manifesto dell’Appennino aquilano: il rigore scientifico e le scoperte inedite di Massimo Santilli

Autore stimato e appassionato studioso di abruzzesistica, conosciuto e apprezzato in città anche per la sua preziosa attività professionale all’interno della storica Biblioteca Provinciale Salvatore Tommasi, Massimo Santilli propone un’indagine sorprendente e rigorosa. Il volume documenta con immagini mozzafiato le meraviglie naturali del Monte Sirente e le rarità architettoniche e antropologiche della Valle Subequana, definendone con esattezza il perimetro geo-culturale e restituendo dignità storiografica a un comprensorio troppo spesso rimasto ai margini dei grandi circuiti turistici, inserendosi tra i grandi appuntamenti di cultura, arte e letteratura d’Abruzzo.

Frutto di anni di meticolose ricerche d’archivio, rilievi sul campo e interviste alla popolazione anziana, l’opera si configura come un vero e proprio progetto multimediale ed editoriale: il libro include infatti un suggestivo documentario video e una dettagliata cartina letteraria, considerati dalla critica un manifesto civile per la rinascita delle aree interne appenniniche, arricchito da una copiosa bibliografia analitica posta a coronamento del testo.

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Il parterre dei relatori al Palazzetto dei Nobili: Parisse, Marinelli, Capezzali e Acone

La serata del 13 novembre vedrà alternarsi al tavolo dei relatori alcune delle voci più autorevoli dell’intellettualità regionale. Tra i contributi più attesi figura quello del giornalista e scrittore Giustino Parisse, storico testimone delle vicende aquilane, affiancato dal professor Fabrizio Marinelli, Presidente della Fondazione Carispaq, istituzione da sempre in prima linea nel finanziamento e nel sostegno alle eccellenze artistiche ed editoriali della provincia dell’Aquila.

A completare il qualificato panel di discussione interverranno il professor Walter Capezzali, Presidente Emerito della gloriosa Deputazione Abruzzese di Storia Patria, e la dottoressa Maria Rita Acone, Presidente dell’Archeoclub dell’Aquila, co-organizzatrice dell’evento. Un confronto a più voci che saprà valorizzare la visione organica di una storica città-territorio in cui il centro urbano e le valli montane cooperano attivamente in vista delle grandi celebrazioni di eventi e rassegne culturali del 2026.

Il riconoscimento internazionale: il trionfo allo Switzerland Literary Prize 2026

A confermare l’eccezionale caratura letteraria e documentale dell’opera è giunto di recente un prestigioso traguardo oltreconfine. Il volume di Massimo Santilli è stato infatti insignito dell’autorevole Switzerland Literary Prize (Premio Letterario della Svizzera, Edizione 2026), riconoscimento conferito da una giuria internazionale che ha inteso premiare la capacità dell’autore di fondere poesia del paesaggio, rigore scientifico e tutela dell’identità comunitaria.

La presentazione aquilana al Palazzetto dei Nobili si preannuncia gremita di appassionati, storici, escursionisti e semplici cittadini, desiderosi di riscoprire attraverso le parole di Dacia Maraini e le ricerche di Santilli quello stupore incontaminato che solo il silenzio millenario del Sirente sa regalare all’anima di chi sa contemplarlo con rispetto e devozione.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

Il carattere calabrese tra fierezza e libertà: il ritratto indimenticabile di Alexandre Dumas nella riflessione di Antonino Salsone

La vera fierezza calabrese raccontata da Alexandre Dumas: il ritratto.

Una roccia a strapiombo, un mantello lacero e gli occhi fieri di una statua viva: nelle pagine del Viaggio in Calabria di Alexandre Dumas rivive l’archetipo immortale dell’identità calabrese.

La riflessione di Antonino Salsone celebra una dignità che non conosce compromessi: incurante perché selvaggia, potente perché libera, calma perché forte. Vi riconoscete in questa straordinaria descrizione?

Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Pastore

Reggio Calabria – C’è un filo invisibile ma indistruttibile che unisce la grande letteratura europea dell’Ottocento all’anima più profonda e incorrotta del Meridione italiano, custodito nelle pagine dei viaggiatori illuminati che seppero cogliere l’essenza pura del nostro territorio e delle sue antiche genti. A riaprire questo prezioso scrigno di memoria e identità è una riflessione intensa firmata da Antonino Salsone, incentrata sulla figura archetipica del pastore calabrese magistralmente immortalata da Alexandre Dumas padre nella celebre opera Viaggio in Calabria, scritta a seguito delle sue esplorazioni nel Regno delle Due Sicilie.

Il celebre autore de Il Conte di Montecristo e de I tre moschettieri, uomo di sconfinata cultura e sensibilità universale, rimase folgorato dall’apparizione improvvisa di un uomo del popolo lungo i sentieri aspri della regione: “Ora era il pastore calabrese, avvolto nel suo lacero mantello, che se ne stava su una roccia sovrastante la strada e che simile ad una statua dagli occhi vivi ci guardava passare vicino ai suoi piedi senza curiosità e senza minacce, incurante come tutto ciò che è selvaggio, potente come tutto ciò che è libero, calmo come tutto ciò ch’è forte”. Un’istantanea che esalta la dignità atavica di una terra ricca di cultura, storia e fierezza millenaria.

La statua dagli occhi vivi: l’archetipo universale della dignità e della calma interiore

Quell’immagine della statua di pietra dotata di sguardo ardente racchiude in poche righe l’antropologia stessa di un popolo che ha attraversato secoli di dominazioni senza mai piegare la propria spina dorsale. L’assenza di curiosità banale e di ostilità preconcetta definisce una superiorità morale istintiva: chi domina la rupe non ha bisogno di scrutare i viandanti con ansia o timore, ma si limita a esistere con la solennità delle cime d’Aspromonte e della Sila, proprio come ricordato nelle odierne suggestioni filosofiche de Il Mattutino per la domenica di Ognissanti tra memoria e coraggio.

Nella sua disamina, Antonino Salsone decostruisce e celebra i quattro aggettivi scelti dal maestro francese per restituire la sostanza della calabresità: “Incurante (perchè selvaggio), potente (perchè libero), calmo (perchè forte), senza curiosità e senza minacce (perchè troneggiante su una roccia e perchè solido come una statua), quale migliore descrizione della fierezza calabrese? Mi ci ritrovo interamente. E pensare che a dare forma alla sostanza fu un francese illuminato”. Un tributo che rivendica con orgoglio il valore di un’appartenenza che non accetta etichette riduttive nel panorama di cultura e spettacolo contemporaneo.

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Incurante, potente e calmo: le radici psicologiche di una fierezza senza tempo

La forza del ritratto di Alexandre Dumas risiede nella sua capacità di cogliere la libertà assoluta che nasce dalla privazione materiale. Il mantello può essere lacero, ma l’anima di chi lo indossa è regale: essere “incurante” non significa indifferenza cieca, bensì intatta fedeltà alla propria natura selvatica e incontaminata dai compromessi del mondo borghese. La potenza autentica scaturisce unicamente dall’assenza di vincoli servili, mentre la calma imperturbabile è il frutto naturale di una forza interiore che non ha bisogno di alzare la voce per farsi rispettare.

Questa lettura restituisce alla figura del popolo calabrese una statura mitica che scavalca i luoghi comuni sociologici per approdare alla poesia universale. Laddove altri videro solo povertà o isolamento geografico, lo sguardo acuto e privo di pregiudizi di Dumas riconobbe la maestà di un’esistenza spartana ma sovrana, temprata dal vento e dal silenzio delle valli.

L’omaggio di Antonino Salsone e la lezione moderna di Alexandre Dumas

Riscoprire oggi questa pagina letteraria attraverso la testimonianza di Antonino Salsone assume un valore civile di primaria importanza. In un’epoca caratterizzata da un conformismo omologante e dall’ansia di visibilità digitale, il silenzio immobile di quel pastore sulla roccia si trasforma in un monito potente: la vera dignità risiede nella coerenza con se stessi, nella fedeltà alle proprie radici e nella capacità di guardare il mondo scorrere con imperturbabile lucidità e fierezza.

La Calabria descritta da Alexandre Dumas e rivendicata con passione da Salsone continua a vivere in ogni cittadino che sceglie di camminare a testa alta, consapevole che la vera grandezza di un uomo non si misura da ciò che possiede, ma dalla libertà incrollabile con cui abita la propria terra.

Articolo a cura di Antonino Salsone per Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Cultura

Il cane che non smise mai di cercarla: la toccante storia di Menda Vreto sulla fedeltà oltre la vita

Un piccolo cane non smette di cercare la sua anziana padrona scomparsa e le porta un fiore sulla tomba.

Il commovente racconto di Menda Vreto svela la purezza di un legame spezzato dalla morte: il cane piangeva sul suo letto, annusava i vestiti e baciava la fotografia al cimitero. Una storia di fedeltà eterna che spezza il cuore.

Siamo davvero sicuri che gli animali amino meno degli esseri umani? Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Cane fedele

Roma – Ci sono storie capaci di superare le barriere del linguaggio umano per toccare le corde più profonde e pure dell’animo, ricordandoci la grandezza disarmante dell’amore incondizionato degli animali. La toccante testimonianza scritta dall’autrice Menda Vreto racconta l’esperienza indimenticabile vissuta accanto a un cagnolino speciale e alla sua anziana padrona, spentasi dopo anni di serena convivenza. La fedeltà mostrata da quel piccolo quattro zampe, incapace di rassegnarsi alla scomparsa della donna che aveva rappresentato il centro del suo universo, si trasforma in una lezione universale di devozione, rispetto e legame oltre la vita che sta commuovendo l’intera rete.

Per diverso tempo Menda si era presa cura dell’anziana signora, testimone quotidiana di un’intesa speciale fatta di abitudini lente, passi cadenzati nel corridoio e sguardi d’intesa. Il cagnolino accompagnava ogni gesto della donna, adattando la propria andatura alle difficoltà motorie della padrona, vegliando sul divano e attendendo con gioia incontenibile il rito del biscotto preso dal cassetto. Quando la donna è venuta a mancare, quel silenzio improvviso non ha spento la speranza del cane, che ha continuato a cercarla salendo sul letto, annusando i suoi vestiti nell’armadio e piangendo con un lamento straziante, proseguendo il filone di narrazioni intime già inaugurato con il racconto di Menda Vreto sulla forza dell’amore e della speranza.

Un vincolo eterno che dimostra come i nostri compagni a quattro zampe non conoscano l’oblio, diventando veri e propri custodi della memoria familiare all’interno delle case del nostro territorio e nel cuore di chiunque abbia amato un animale.

Menda Vreto racconta il dolore del cane: l’attesa sul letto e il lamento per la padrona scomparsa

Nelle parole cariche di commozione di Menda Vreto emerge la sofferenza silenziosa di un essere che non comprende le dinamiche razionali del lutto, ma percepisce con straziante nitidezza il vuoto dell’assenza. Nei giorni successivi alla scomparsa della signora, il cagnolino entrava regolarmente nella sua camera da letto, sistemandosi sulle lenzuola e annusando il cuscino con lo sguardo rivolto verso la porta aperta, in attesa di veder ricomparire quel volto familiare. Ogni volta che qualcuno apriva il cassetto dei biscotti preferiti, il cane accorreva speranzoso, per poi ritrarsi smarrito davanti a mani diverse da quelle che per anni gli avevano regalato dolcezze e carezze, come analizzato negli speciali di lifestyle e affetti domestici.

Il pianto del piccolo animale non era una richiesta di cibo o di attenzioni superficiali, ma una vera e propria invocazione d’amore rivolta a chi non poteva più rispondergli. Di fronte a tanta tristezza, l’autrice decise di compiere un gesto inconsueto ma dettato dal cuore: condurre il piccolo cane al cimitero per permettergli di salutare idealmente la sua compagna di vita.

Quello che accadde davanti alla lapide della signora lasciò un segno indelebile: il cane si fermò, osservò attentamente la fotografia sul marmo e avvicinò il musetto muovendo delicatamente la lingua, come a volerle donare un ultimo bacio affettuoso intriso di riconoscenza.

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Il fiore sul guinzaglio e il bacio alla fotografia: la purezza dell’amore animale

Da quel primo giorno al camposanto, per il fedele quadrupede nacque un’abitudine solenne. Aveva memorizzato il tragitto e, non appena capiva che era giunta l’ora di uscire, mostrava un’impazienza carica di significato, cercando talvolta di avviarsi da solo lungo la strada. Per rendere quel cammino ancora più speciale, Menda Vreto iniziò a raccogliere un piccolo fiore di campo lungo il sentiero, fissandolo con delicatezza al guinzaglio dell’animale affinché fosse lui stesso a portarlo in dono alla sua padrona terrena, un gesto di squisita poesia valorizzato nelle nostre pagine di cultura e letteratura del cuore.

Il cagnolino avanzava fiero e composto con quel petalo profumato, quasi fosse consapevole di custodire un tesoro inestimabile. Arrivato davanti alla tomba, ripeteva il proprio saluto silenzioso, testimoniando che per gli animali l’amore non è un concetto astratto o passeggero, ma una presenza impressa per sempre nella memoria olfattiva e affettiva.

Mentre gli esseri umani conservano lettere, fotografie e registrazioni vocali, le creature a quattro zampe custodiscono i ricordi attraverso gli odori, i ritmi condivisi e un’attaccamento viscerale che sfida lo scorrere inesorabile del tempo.

La testimonianza integrale di Menda Vreto: gli animali amano davvero meno di noi?

Il racconto si chiude con un interrogativo potente e provocatorio che l’autrice rivolge a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di convivere con un animale domestico: siamo davvero certi che i nostri compagni a quattro zampe provino sentimenti inferiori o meno profondi rispetto ai nostri? Quel piccolo cane non conosceva l’alfabeto, non sapeva pronunciare le parole mi manchi, né poteva spiegare a voce il senso della propria lacerazione interiore, eppure sapeva portare un fiore fresco alla sua signora.

La signora non poteva più aprire quella porta di casa, ma il suo cane continuava ad aspettarla con devozione incrollabile, dimostrando che nei cuori più puri chi abbiamo amato non se ne va mai veramente.

Una lezione di fedeltà e tenerezza che invita l’intera società a guardare con occhi diversi il mondo animale, riconoscendone la straordinaria dignità emotiva e il valore terapeutico degli affetti sinceri.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News con la testimonianza di Menda Vreto – Riproduzione riservata

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