Psicopatologia da web. Il ruolo della prevenzione digitale nei bambini e negli adolescenti. Ne parliamo con Adelia Lucattini, Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA)
Lucattini: “Il consiglio ai genitori è quello di non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione e introspezione”. Intervista di Marialuisa Roscino
Lucattini: “Il consiglio ai genitori è quello di non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione e introspezione”
Redazione- Nell’era dell’iperconnessione permanente, smartphone, tablet e social media sono diventati parte integrante della quotidianità di bambini e adolescenti, ridefinendo i confini della crescita, delle relazioni e della percezione di sé. Ma qual è il reale impatto di questo “mondo virtuale” sulla mente in evoluzione delle nuove generazioni? Per comprendere i rischi e le opportunità di questo scenario, abbiamo rivolto alcune domande di riflessione alla Dott.ssa Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI).
Con la sua guida clinica e scientifica, in questa intervista di oggi, esploriamo l’aumento dei disturbi legati all’uso improprio della rete, le vulnerabilità neurobiologiche degli adolescenti, le dinamiche familiari alterate dall’isolamento digitale e le strategie più efficaci di prevenzione e intervento terapeutico.
Dott.ssa Lucattini, nella pratica clinica si osserva un aumento di disturbi legati direttamente all’uso improprio o eccessivo della rete tra bambini e adolescenti?
Sì, ormai da alcuni anni numerosi studi scientifici confermano un aumento delle situazioni in cui l’uso digitale partecipa al disagio psicologico di bambini e adolescenti. Non sempre ne è la causa diretta. Più spesso intercetta e amplifica vulnerabilità già presenti, come ansia, depressione, impulsività, solitudine, difficoltà scolastiche o fragilità dell’autostima.
È importante distinguere un uso frequente da un uso problematico, dall’ansia ossessiva alla dipendenza vera e propria. Il problema clinico compare quando l’adolescente perde il controllo, non riesce a interrompersi e continua nonostante le conseguenze sul sonno, sullo studio e sulle relazioni. La relazione può essere circolare. Chi soffre già di per sé (ansia, angoscia e depressione) cerca rifugio online e il rifugio digitale può progressivamente aggravare il disagio (Behavioral Sciences (Basel), 2025).
Quali sono le manifestazioni psicopatologiche più frequenti che si riscontrano oggi rispetto al passato?
Più frequentemente si osservano sono ansia, umore depresso, insonnia, irritabilità, inversione del ritmo sonno veglia, difficoltà di concentrazione, calo scolastico e progressivo isolamento.
Possono comparire controllo compulsivo delle notifiche, crisi di rabbia quando il dispositivo viene tolto, perdita di interesse per attività precedentemente amate e crescente dipendenza dal giudizio degli altri. Non si tratta sempre di nuove psicopatologie, disturbi psicologici o malattie mentali. Spesso sono conflitti propri dell’età evolutiva che il digitale rende più intensi e continui, difficili da comprendere e più difficili da gestire. Lo schermo può inoltre diventare uno strumento per evitare emozioni dolorose, frustrazioni o relazioni vissute come troppo impegnative e rappresentare un impedimento ad una normale crescita psicologica, emotiva e affettiva. Il digitale ha un forte impatto inconscio poiché isola la sensorialità e allontana da relazioni interpersonali profonde (International Journal of Behavioral Medicine, 2025).
Dal punto di vista psicoanalitico, perché la mente di un adolescente è così vulnerabile agli schermi e ai social media?
L’adolescenza è una fase di costruzione, definizione e ampliamento dell’identità personale, crescita e cambiamenti del corpo, conoscenza della sessualità e trasformazione del rapporto con i genitori. Il ragazzo deve separarsi dalle immagini infantili di sé e costruire un’identità nuova. In questo processo lo sguardo dei coetanei diventa particolarmente importante.
I social offrono uno specchio sempre disponibile. Like, follower e commenti possono essere vissuti come misure del proprio valore personale. Quando l’autostima è ancora fragile e in divenire, il mancato riconoscimento online può essere percepito come una ferita narcisistica.
Lo schermo rafforza l’idealizzazione della propria immagine, proteggendosi dalla complessità e dall’incertezza della relazione reale. Questa protezione diventa rischiosa quando impedisce di sperimentare il confronto, l’attesa e la frustrazione (Scientific Reports, 2026).
Quali sono i meccanismi attraverso cui l’iperconnessione altera la percezione della realtà, può generare ansia e depressione negli adolescenti e nei bambini?
I social espongono continuamente a immagini selezionate, corpi perfetti e idealizzati, successi personali mostrati come raggiungibili senza impegno e difficoltà. Fiabe raccontante dai moderni cantastorie che non vengono riconosciute dagli adolescenti che confrontano la propria vita reale con una rappresentazione costruita, cinematografica, della vita altrui, mostrata come autentica. Le menzogne anche se colorate, patinate e spumeggianti, generano sempre nei ragazzi una percezione di falsificazione e tradimento del vero, purtroppo però accompagnati da una sensazione inadeguatezza e fallimento che, poiché non razionalizzabile, rimane a livello emotivo e inconscio. Per cui il fallimento è doppio per non riuscire a decifrare le proprie intuizioni e per la competizione con modelli irraggiungibili anche nelle più intense fantasie.
Inoltre, la necessità di essere sempre disponibili, il timore di essere esclusi e il dolore di non ricevere risposte possono generare un vero stress digitale. Le notifiche intermittenti mantengono inoltre una condizione di attesa e di eccitazione difficile da interrompere.
Dal punto di vista psicoanalitico, l’iperconnessione può ridurre lo spazio mentale necessario per pensare le emozioni. L’esperienza viene immediatamente agita, condivisa o controllata, invece di essere elaborata interiormente (Addictive Behaviors, 2026).
Nel caso dei bambini più piccoli, quali rischi comporta l’esposizione precoce a smartphone e tablet?
Nei primi anni il bambino impara a conoscere e vivere le emozioni attraverso la relazione con l’adulto. Il volto, la voce e la presenza del genitore aiutano a tollerare l’attesa, la noia, la frustrazione e l’angoscia.
Quando lo schermo viene utilizzato sistematicamente per calmare ogni pianto, il bambino può avere meno occasioni per sviluppare le risorse interne per modulare emozioni, pensieri e comportamenti. Il dispositivo può così di diventare un calmante esterno indispensabile.
Il rischio non dipende soltanto dalla durata dell’esposizione, ma da ciò che lo schermo sostituisce, il contatto fisico affettuoso, le parole che consolano, le attenzioni che generano sicurezza interiore. Sono particolarmente importanti per lo sviluppo sano del bambino, il dialogo, il gioco simbolico, il movimento, l’esplorazione e la condivisione emotiva con l’adulto (Behavioral Science, 2026).
Come cambia al riguardo, la dinamica della relazione genitori-figli nell’era digitale e quali segnali d’allarme non dovrebbero mai essere sottovalutati?
Il conflitto sullo smartphone può diventare il luogo interiore e concreto, in cui si esprimono problemi più profondi, come il bisogno di autonomia dell’adolescente, l’ansia di controllo del genitore e la difficoltà reciproca nel riconoscere limiti e separazioni.
Anche l’esempio degli adulti è fondamentale. Quando il genitore controlla continuamente il telefono mentre i figli gli parlano, il bambino può sentirsi ignorato o meno importante del dispositivo.
I principali segnali di allarme sono isolamento, uso notturno, insonnia, irritabilità intensa, calo scolastico, perdita delle amicizie, abbandono dello sport, menzogne sull’utilizzo e incapacità di fermarsi. Autolesionismo, ideazione suicidaria e cyberbullismo richiedono sempre una valutazione specialistica tempestiva (Medical Internet Research, 2025).
Quando la situazione evolve in una vera e propria psicopatologia o in un ritiro sociale e al riguardo, qual è l’approccio terapeutico più efficace?
Quando compare una perdita persistente di controllo e l’attività digitale diventa prioritaria rispetto a tutto, scuola, sonno, relazioni e cura personale. Quando la vita scompare e resta soltanto il mondo virtuale.
La “terapia” non può limitarsi al sequestro dello smartphone. È necessario comprendere quale funzione psicologica svolga il dispositivo. Può servire a non sentire solitudine, vergogna, angoscia, vuoto o paura del giudizio.
Il trattamento psicoterapeutico integrato deve coinvolgere l’adolescente e la famiglia e ripristinare gradualmente la centratura di se stessi, il sonno, le relazioni, la frequenza scolastica, l’attività fisica. Gli interventi psicoanalitici strutturati hanno prove scientifiche consistenti. Un trattamento psicodinamico o psicoanalitico può lavorare sulle fragilità identitarie, narcisistiche e interpersonali che sostengono il ritiro (JMIR Mental Health, 2026).
Quali conseguenze in particolare può comportare l’accesso precoce sui dispositivi digitale sulle performance scolastiche?
Numerosi studi scientifici dimostrano che l’accesso precoce e l’uso prolungato dei dispositivi digitali può essere associato a una riduzione delle capacità di attenzione, ritardo nel linguaggio, difficoltà in scrittura, calcolo e fluidità nella lettura. Inoltre, soprattutto negli adolescenti, sottrae tempo al sonno, e a tutte interazioni sociali e educative. Uno studio longitudinale su 6.281 bambini neozelandesi ha rilevato che una maggiore esposizione agli schermi tra i 2 e i 4 anni e mezzo è associata, negli anni successivi, a prestazioni inferiori nel linguaggio, nella scrittura, nel calcolo e nella fluidità alfabetica, oltre che a maggiori difficoltà nelle relazioni con i coetanei. Già oltre 1,5 ore al giorno a 2 anni si osservavano esiti peggiori a 4 anni e mezzo; oltre 2,5 ore al giorno aumentavano i problemi con i pari fino agli 8 anni. Le associazioni restavano significative anche considerando il contesto familiare e sociale, lo studio mostra una correlazione e non un rapporto causale (Developmental Psychology, 2026).
Quali consigli si sente di dare in merito, per un uso consapevole e sicuro del web e della tecnologia in termini preventivi ed efficaci, anche per non demonizzarla del tutto?
-Accompagnare, non soltanto controllare. I genitori è importante che si interessino alla vita digitale dei figli con curiosità e interesse, affinché il bambino possa raccontare ciò che fa e vede online senza temere rimproveri;
-Dare limiti chiari e prevedibili. Regole coerenti sugli orari aiutano a contenere l’impulsività e offrono quella funzione protettiva che bambini e adolescenti non sono ancora pienamente capaci di esercitare da soli;
-Proteggere il sonno e gli spazi familiari. È opportuno evitare dispositivi durante i pasti e prima di dormire e lasciare lo smartphone fuori dalla camera durante la notte;
-Non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente e blocca la crescita mentale. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione;
-Proteggere la vita reale e le attività con amici e all’aria aperta. Il digitale è sano quando non sostituisce gioco, movimento, amicizie, studio e relazione affettiva. La qualità dell’equilibrio conta molto più della semplice contabilità regionalistica delle ore quotidiane da dedicare agli strumenti digitali. semplice numero di ore;
-Educare al pensiero critico, sempre, approfittando del modo digitale così familiare ai ragazzi. Occorre spiegare che immagini, corpi e vite mostrate online sono spesso selezionati o modificati, aiutando i ragazzi a non identificare il proprio valore con like e approvazione sociale;
-Essere un buon modello di riferimento. Un adulto capace di interrompere l’uso del telefono, ascoltare e tollerare il silenzio, che pratica sport, che scherza e gioca con i figli, mostra al di là delle parole, con “azioni parlati”, che la tecnologia è uno strumento utile (ad esempio in ambito scolastico e professionale) ma non un oggetto indispensabile a scopo ludico.
Allarme smartphone e social: lo studio shock che svela i danni a scuola. “Genitori, è ora di dire no”
Sei mesi di scuola letteralmente bruciati e polverizzati. 📱 📉 Uno studio shock su “Nature” accusa: dare lo smartphone o i social ai figli prima dei 14 anni distrugge irrimediabilmente i loro voti in matematica e italiano. L’allarme degli esperti, la solitudine dei genitori che non sanno dire “no” e lo scandalo delle pubblicità ingannevoli. Leggi questo articolo e scopri perché ritardare l’accesso al digitale è il più grande atto d’amore. 🛑 👧
Società e Famiglia – Ci guardiamo intorno, per strada, al ristorante, persino nei parchi, e la scena è sempre la stessa, tristemente identica. Bambini piccolissimi, preadolescenti o ragazzi poco più che bambini, con il volto pallido illuminato dalla luce blu di uno schermo, completamente assorbiti, ipnotizzati, isolati dal mondo reale. Finora ce lo siamo detti a mezza voce, tra i banchi di scuola o nelle chat delle mamme, cercando di giustificarci: “Lo fanno tutti”, “È il progresso”, “Almeno così sta buono”. Ma oggi, quelle che sembravano solo apprensioni di genitori ansiosi o riflessioni sociologiche, sono diventate una spietata verità scientifica. Lo smartphone, dato troppo presto in mano ai nostri figli, sta letteralmente bruciando il loro futuro.
Il crollo a scuola: mesi di vita e di apprendimento persi
A lanciare l’allarme definitivo, nero su bianco, non è un comitato di quartiere, ma una prestigiosa e inoppugnabile ricerca tutta italiana pubblicata sulla rinomata rivista internazionale “Nature Human Behaviour”. I ricercatori delle università di Milano-Bicocca e di Brescia hanno dimostrato, dati alla mano, l’esistenza di un rapporto di causa-effetto devastante: l’accesso precoce ai social media e l’uso dello smartphone prima dei 12-14 anni distrugge letteralmente il rendimento scolastico. E i danni non si contano in astratto, ma sui voti veri, quelli di italiano e matematica.
I dati, emersi incrociando l’indagine “EYES UP” con le prove INVALSI su un vastissimo campione di studenti lombardi, mettono i brividi. I ragazzini che vengono lasciati liberi di aprire un profilo social già in prima o seconda media registrano un crollo verticale nelle competenze logiche e linguistiche. Per tradurre i freddi numeri accademici in un linguaggio che fa male al cuore: l’effetto di uno smartphone dato troppo presto equivale a perdere circa sei interi mesi di scolarizzazione. Mezzo anno di vita, di studio, di fatica, polverizzato tra un video su TikTok e una notifica notturna.
L’appello disperato alle famiglie: la solitudine di chi non sa dire “no”
La ricerca svela anche i retroscena di questo declino. È la pervasività del mezzo a fare i danni peggiori. Il telefonino usato sotto le coperte rubando ore al sonno, il dispositivo acceso appena aperti gli occhi la mattina, lo schermo che lampeggia mentre si fanno i compiti. Questa distrazione costante spiega quasi la metà del crollo nei voti di matematica.
Di fronte a questa strage silenziosa di talenti, le famiglie si sentono spesso sole, schiacciate dal conformismo e dal terrore di veder piangere i propri figli o di farli sentire “esclusi” dal gruppo. Ma i ricercatori sono chiari: l’età in cui si inizia a usare i social media è un fattore drammaticamente critico per lo sviluppo cognitivo del cervello umano. Occorre trovare, ritrovare, il coraggio di dire “No”. Ritardare l’accesso ai dispositivi digitali durante la delicatissima fase della preadolescenza non è una crudele punizione, ma il più grande atto di amore e di tutela che un genitore possa compiere oggi.
Pubblicità ingannevoli e il silenzio assordante delle Istituzioni
Se le famiglie faticano, lo Stato certo non aiuta. L’Italia è un Paese demograficamente anziano, che avrebbe un disperato e vitale bisogno di tutelare il proprio capitale umano, i propri giovani, le menti che dovranno guidare il futuro. Eppure, in piena estate, quando i ragazzi hanno più tempo libero e rischiano di cadere ancora di più nella rete digitale, le provvidenziali campagne di sensibilizzazione governative come “Non è mai troppo presto – 9 consigli digitali per i neogenitori” sembrano sparite dai palinsesti televisivi e radiofonici, sacrificati sull’altare di calcoli politici o di distrazione generale.
In questo vuoto istituzionale, si inseriscono a gamba tesa le grandi multinazionali. Ha fatto benissimo in questi giorni l’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza a denunciare duramente all’Antitrust una nota pubblicità televisiva (targata Tim e Apple) che mostra un bambino di età apparente inferiore ai due anni che sorride felice tenendo in mano un iPhone, accompagnata dallo slogan: “Tutto ok, è iPhone”. Un messaggio che viene percepito come rassicurante, ma che in realtà è pericolosissimo, perché sdogana l’idea folle che uno smartphone possa fare da baby-sitter a un neonato. Una speculazione commerciale sulla pelle e sul cervello dei nostri bimbi che meriterebbe sanzioni severissime.
Salviamo il nostro capitale più prezioso: il futuro dei nostri figli
In tutto il mondo, finalmente, si sta iniziando a ragionare seriamente sull’imposizione di un’età minima legale per l’accesso ai social. Ma la legge da sola non basta se non cambia la cultura. Non possiamo permettere che il capitale umano di un’intera generazione venga desertificato dalla nostra distrazione o dalla nostra incapacità di fissare delle regole.
Servono famiglie forti, scuole presenti e istituzioni che non si girino dall’altra parte. Perché un bambino che fissa per ore uno schermo non è un bambino “bravo” o “tranquillo”. È un bambino a cui stiamo silenziosamente, ma inesorabilmente, rubando il domani.
Clima e psiche: sopravvivenza biologica e sopravvivenza mentale la nuova sfida della psicoanalisi per vincere il disorientamento esistenziale intervento di Adelia Lucattini, ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana
Lucattini: “Particolarmente esposti a questo “cortocircuito” sono i giovani e gli adolescenti, chiamati a proiettare la propria esistenza nei prossimi cinquant’anni mentre l’incertezza climatica rende più difficile immaginare il proprio futuro. Quando l’orizzonte appare instabile e minaccioso, può venir meno quella fiducia di base che consente di desiderare, progettare e rappresentarsi nel tempo. È urgente chiedersi, allora, come sostenere la tenuta psichica di fronte a questo smarrimento e come favorire una nuova capacità di resistenza interiore e continuare a preservare con serenità la speranza”. Intervista di Marialuisa Roscino
Redazione- Il cambiamento climatico ha smesso di essere una proiezione statistica a lungo termine per trasformarsi in una realtà accelerata e che desta preoccupazioni in moltissime persone. A dimostrarlo sono i recenti dati della letteratura scientifica unitamente al bollettino di casi sempre più frequenti di persone che stanno male evidenziato dagli esperti.
Una realtà percepita negli ultimi anni con una progressione non più lineare, ma esponenziale. Questo ritmo incalzante sta generando un fenomeno profondo e pervasivo: una crisi che non minaccia soltanto la sopravvivenza fisica del pianeta e dei suoi abitanti, ma che mette a rischio l’integrità stessa della mente di moltissime persone.
Spiega Lucattini: “Il dibattito pubblico e istituzionale continua a concentrarsi soprattutto sugli aspetti tecnici, economici e ingegneristici della crisi climatica, come se il problema riguardasse soltanto la sopravvivenza biologica della Terra. Si parla ancora troppo poco di ciò che accade dal punto di vista esistenziale, intimo, e dei cambiamenti profondi che questa minaccia produce nel modo di percepire sé stessi e il proprio futuro. La psicoanalisi può offrire una chiave di lettura importante. La crisi climatica non incide soltanto sull’umore, ma può toccare la sensazione stessa di essere vivi, di avere un posto nel mondo e di poter continuare a credere con fiducia alla propria vita. Un disagio che diventa ancora più intenso quando si accompagna a difficoltà economiche concrete e alla fatica quotidiana di affrontare il domani”.
In questa intervista, Adelia Lucattini approfondisce le radici del nuovo disorientamento esistenziale, toccando diversi aspetti della vita e non solo degli adulti, ma anche dei giovani.
Dott.ssa Lucattini, partiamo da una constatazione: negli ultimi tre anni il cambiamento climatico non viene più vissuto come una tendenza progressiva, ma come un’accelerazione esponenziale. Dal punto di vista della salute mentale, cosa cambia nel modo in cui la psiche elabora questa rapidità?
Nei giovani questo sentimento è particolarmente intenso perché il 2050 o il 2075 non sono date lontane o astratte. Coincidono con la loro vita adulta, con il tempo in cui immaginano il lavoro, gli affetti, i viaggi e la possibilità di costruire una famiglia.
Uno studio pubblicato Proceedings of the National Academy of Sciences (2025), condotto su 2.834 giovani statunitensi tra i 16 e i 24 anni, ha mostrato che il disagio legato al clima è già presente in una parte consistente di questa generazione e può influenzarne le scelte future. Chi aveva vissuto direttamente eventi climatici estremi riportava livelli ancora più elevati di eco-ansia.
Anche una ricerca pubblicata su Nature Mental Health (2025) ha evidenziato come l’inazione politica e il senso di ingiustizia tra generazioni possano alimentare impotenza, rabbia e la sensazione di essere stati lasciati soli di fronte al futuro.
Bisogna però evitare di considerare automaticamente questa preoccupazione come una patologia. In molti casi, è una risposta comprensibile a un pericolo concreto. I giovani non hanno bisogno soltanto di essere rassicurati, ma di incontrare adulti e istituzioni capaci di riconoscere il problema, parlarne con chiarezza e offrire possibilità reali di partecipazione e di azione.
In che modo, l’incertezza sul futuro del clima altera, in particolare, i processi psichici profondi, soprattutto nelle nuove generazioni?
L’incertezza climatica modifica soprattutto il modo in cui si guarda al futuro, quando questo appare minacciato, tutto questo può essere accompagnato da paura, impotenza e da una sorta di lutto anticipatorio per un mondo che si teme di perdere prima ancora di averlo pienamente conosciuto.
Può incrinarsi anche la fiducia negli adulti e nelle istituzioni, vissuti come incapaci di proteggere il domani. Da qui, possono nascere rabbia, senso di tradimento, colpa per il proprio impatto sull’ambiente oppure una visione fatalistica, nella quale sembra che nulla possa davvero cambiare.
Il disagio climatico tende ad aumentare durante l’adolescenza, anche perché in questa fase cresce la capacità di immaginare scenari futuri complessi. Può quindi entrare nelle scelte concrete, influenzando lo studio, i viaggi, il luogo in cui vivere e persino la possibilità di avere figli, come rilevato da una ricerca pubblicata su (Nature Mental Health, 2025).
Il clima, però, non è soltanto qualcosa che accade fuori di noi. Ha a che fare con la vita stessa, con la sensorialità e con le dimensioni più profonde dell’inconscio. Il nostro immaginario si forma attraverso i suoni, i colori, le temperature, la luce e il ritmo delle stagioni, così come li abbiamo conosciuti fin dall’infanzia e come ci sono stati trasmessi dalle generazioni precedenti.
Quando questo ordine cambia rapidamente, viene meno una parte della familiarità del mondo. Si interrompe quella continuità degli eventi che contribuisce a farci sentire stabili e al sicuro. Da qui, possono nascere ansia, preoccupazione e un senso di precarietà esistenziale.
Il disorientamento esistenziale legato al clima non è solo un problema individuale, ma collettivo. Da un punto di vista psicoanalitico, come è possibile lavorare anche sul senso di isolamento che spesso accompagna chi sperimenta questo tipo di ansia e di angoscia?
Da un punto di vista soggettivo, è importante trasformare un’angoscia vissuta in solitudine in un’esperienza condivisa. La crisi climatica tocca anche l’inconscio collettivo, perché mette in discussione immagini profonde e comuni, la Terra come casa, il ritmo delle stagioni, la continuità tra le generazioni.
La solidarietà permette di dare parole alla paura, riconoscersi nell’esperienza degli altri e recuperare un senso di appartenenza e di possibilità d’azione. Uno studio pubblicato su BMJ Mental Health (2025) ha individuato proprio nel sostegno sociale, nella speranza e nel contatto con altri giovani preoccupati per il clima, importanti fattori protettivi. L’obiettivo, quindi, non è cancellare l’ansia, ma trasformarla da esperienza che paralizza in pensiero, in relazione e azione condivisa.
Secondo Lei, come si può restituire valore e vitalità alla psiche in questo scenario?
Per restituire vitalità alla psiche non basta cercare di ridurre l’ansia, bisogna aiutare le persone a ritrovare un rapporto armonioso con il mondo. Gregory Bateson, in Verso un’ecologia della mente, ci ricorda che la mente non è qualcosa di chiuso dentro l’individuo, ma nasce continuamente nelle relazioni, nel linguaggio, nella cultura e nel rapporto con la natura. Per questo, la crisi climatica riguarda anche il modo in cui sentiamo il nostro posto nel mondo e nel vivente.
L’introspezione è importante perché permette di riconoscere la paura, la rabbia e il senso di perdita. Ma queste emozioni non possono essere lasciate soltanto alla dimensione privata. La solidarietà serve proprio a evitare che il disagio venga vissuto come debolezza personale. La scuola e la famiglia possono avere un ruolo decisivo, offrendo spiegazioni chiare, adeguate all’età, senza negare il problema, ma anche senza trasformarlo in un cul-de-sac. Conoscere aiuta a dare un nome a ciò che altrimenti resta una sensazione di allarme confusa, mentre una verità condivisa con adulti affidabili è più facile da elaborare.
Servono poi azioni concrete, anche piccole. Agire permette di uscire dalla passività, recuperare un senso di efficacia e tornare a pensare il futuro non soltanto come qualcosa da temere, ma come uno spazio ancora possibile. Gli interventi più utili sembrano essere proprio quelli che uniscono educazione, espressione emotiva, contatto con la natura, legami di gruppo e partecipazione collettiva. In questo senso, conoscere, comprendere e agire possono avere una funzione terapeutica, perché aiutano a ricucire i legami che l’angoscia climatica tende a spezzare: con gli altri, con il mondo e con il proprio futuro (Journal of Adolescence, 2026).
Guardando ai prossimi decenni, quale ritiene debba essere la principale evoluzione dell’ascolto psicoanalitico per rispondere efficacemente a questa nuova frontiera del disagio umano?
la psicoanalisi può continuare ad aiutare le persone affinché superino questo senso di angoscia climatica, trasformando una paura indistinta in qualcosa che può essere riconosciuto, nominato e pensato. Non si tratta di rassicurare o di negare la gravità della situazione, ma di evitare che la minaccia occupi tutto lo spazio mentale e renda impossibile immaginarsi negli anni futuri.
Winnicott ha mostrato quanto il sentirsi vivi dipenda anche dall’esistenza di un ambiente sufficientemente affidabile. Quando il mondo esterno appare instabile e imprevedibile, può incrinarsi quella continuità interiore che consente di progettare, desiderare e sentire che la propria vita abbia una direzione. La relazione analitica può allora offrire un’esperienza di tenuta, nella quale la paura non deve essere nascosta e può essere attraversata senza diventare paralizzante.
Secondo lo psicoanalista statunitense contemporaneo Thomas Ogden, alcune esperienze sono inizialmente troppo vaste per essere elaborate e rimangono come sensazioni confuse, immagini catastrofiche o stati di allarme. È proprio nel lavoro psicoanalitico che possono trovare una forma e diventare pensabili.
Un articolo pubblicato sull’International Journal of Psychoanalysis (2025) ricorda che la crisi climatica riguarda sia il paziente sia l’analista, poiché vivono nel mondo, condividono i cambiamenti climatici e di vita, certamente ognuno in modo diverso. La psicoanalisi può essere davvero utile, poiché aiuta a guardare alla realtà senza esserne sopraffatti, a sopportare le fatiche dei cambiamenti, e riapre la possibilità di investire nella propria vita, negli affetti, nelle amicizie, nello studio, nel lavoro, nella famiglia. Di credere fortemente in un futuro personale e collettivo, da portare avanti e in parte ancora da costruire, riguardo i cambiamenti climatici che portano con sé cambianti, economici, sociali e culturali.
Quali consigli si sente di dare?
-Informarsi sempre e da più fonti attendibili;
-Non confondere la paura climatica con una patologia, va ascoltata e superata;
-Restare in contatto con ciò che dà un senso autentico alla propria vita, le emozioni profonde e le persone care;
-Parlarne con i genitori ed altre persone adulte in modo sincero, in modo da capire e affrontare i problemi;
-Trasformare la preoccupazione in partecipazione attiva per l’ambiente e per il clima.
Allerta Aifa sui contraccettivi: il legame con il rischio di tumore al cervello. Ecco i 7 sintomi da non ignorare
L’allerta dell’Aifa spaventa le donne italiane: alcune specifiche pillole anticoncezionali e impianti aumentano il rischio di tumore (benigno) al cervello. Niente panico: ecco quali sono i principi attivi coinvolti, chi è davvero a rischio e i 7 sintomi (dalla vista all’udito) che non dovete MAI sottovalutare. Parlatene con il medico! 💊 🧠 ⚠️
Roma – Ci sono notizie cliniche che, lette di sfuggita sullo schermo di uno smartphone, hanno il tremendo potere di far gelare istantaneamente il sangue nelle vene a milioni di donne. Soprattutto quando toccano farmaci di uso comunissimo e quotidiano, pillole che vengono assunte per anni con la massima fiducia per pianificare serenamente la propria vita familiare o per curare fastidiosi squilibri ormonali. Nelle ultime ore, l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha diramato una Nota Informativa Importante di Sicurezza che sta rimbalzando freneticamente su tutti i social network, seminando una comprensibile ondata di ansia e preoccupazione. L’allerta ufficiale è chiara e diretta: alcuni specifici e diffusi contraccettivi ormonali, se assunti per lunghi periodi di tempo, aumenterebbero il rischio di sviluppare un meningioma, ovvero un tumore che colpisce le membrane del cervello e del midollo spinale. La parola “tumore” è uno spauracchio che spaventa a morte. Ma in questi casi delicatissimi, farsi prendere dal panico cieco è l’errore più grave che si possa commettere. È doveroso, invece, fermarsi un attimo, respirare e analizzare a fondo la situazione con grande lucidità, per capire esattamente quali farmaci sono coinvolti, chi rischia davvero e quali sono i sintomi fisici a cui prestare la massima attenzione.
Pillole, anelli e impianti: quali sono esattamente i farmaci nel mirino dell’Aifa
Il primo, fondamentale passo per non cadere inutilmente nell’isteria collettiva è circoscrivere con precisione il campo medico. L’allerta diramata a livello europeo non riguarda affatto tutte le pillole anticoncezionali presenti in farmacia, ma punta severamente il dito in modo esclusivo contro i medicinali che contengono due specifici principi attivi: il desogestrel e l’etonogestrel. Si tratta di progestinici di sintesi ampiamente utilizzati non solo nelle classiche e diffuse pillole anticoncezionali, ma anche in molti anelli vaginali e nei comodissimi impianti sottocutanei che rilasciano ormoni gradualmente nel sangue. Milioni di donne, in Italia e nel mondo intero, si affidano quotidianamente a queste soluzioni mediche. Sapere improvvisamente che la propria routine contraccettiva è finita sotto la rigida lente d’ingrandimento delle autorità sanitarie è indubbiamente uno shock emotivo, ma è proprio grazie a questi continui, incessanti e severi monitoraggi su vasta scala che la nostra salute collettiva viene tutelata e difesa giorno dopo giorno.
Il rischio meningioma: di cosa parliamo veramente e chi deve fare maggiore attenzione
Ma cos’è esattamente, a livello clinico, un meningioma? Si tratta di un tumore che interessa le meningi (le sottilissime membrane che avvolgono e proteggono il cervello e il midollo spinale). La buona notizia, che deve assolutamente tranquillizzare gli animi, è che nella stragrande maggioranza dei casi parliamo di una neoformazione benigna, che cresce molto lentamente nel tempo. Secondo i rigorosi dati diffusi dall’Aifa, l’aumento del rischio non scatta per incanto con una pillola occasionale, ma riguarda quasi esclusivamente le donne che assumono questi specifici contraccettivi ininterrottamente da almeno un anno. La probabilità, inoltre, cresce man mano che si allunga il tempo di trattamento e risulta statisticamente più alta per chi, in passato, ha già fatto uso di altri progestinici noti per essere associati a questo rischio (come il ciproterone, il nomegestrolo o il clormadinone). Attenzione però a leggere correttamente i numeri, perché sono fondamentali per non generare un panico ingiustificato: le autorità sanitarie ribadiscono a gran voce che stiamo parlando di un evento avverso estremamente raro. Le stime ufficiali indicano circa un singolo caso aggiuntivo di meningioma ogni ben 67.300 donne trattate. Un rischio clinico reale e scientificamente provato, certamente, ma statisticamente molto, molto basso.
Lo studio epidemiologico francese: il lato rassicurante che non devi ignorare
A far scattare questa importantissima allerta a livello europeo è stato un mastodontico studio epidemiologico condotto recentemente in Francia, analizzando a fondo gli enormi database del rigorosissimo Sistema sanitario nazionale d’Oltralpe. I ricercatori transalpini hanno esaminato minuziosamente le cartelle cliniche di oltre 8.300 donne operate chirurgicamente per meningioma, mettendole scientificamente a confronto con un campione di controllo di quasi 84.000 soggetti del tutto sani. Ed è esattamente qui che è emerso, dati alla mano, il lieve ma sensibile incremento del rischio per chi usava il desogestrel da oltre dodici mesi (con un picco evidente per chi lo assumeva da 7 anni o più). Ma lo stesso poderoso studio porta con sé una notizia incredibilmente rassicurante e liberatoria dal punto di vista psicologico: il rischio non è affatto permanente o irreversibile. Entro un solo anno dalla totale sospensione del trattamento ormonale, le probabilità di sviluppare il tumore tornano precipitosamente e magicamente ai livelli normali di base di qualsiasi altra donna che non ha mai preso la pillola. Il corpo umano, se ascoltato e rispettato, sa perfettamente come ripararsi da solo.
I sette sintomi campanello d’allarme: ascolta attentamente i segnali del tuo corpo
La prevenzione quotidiana è, e resterà sempre, la nostra arma più potente ed efficace. L’Aifa ha opportunamente stilato un elenco chiaro, semplice e preciso di sintomi sospetti che nessuna donna, in cura prolungata con questi specifici farmaci, dovrebbe mai sottovalutare o liquidare frettolosamente con un semplice “sarà lo stress”. Il meningioma, crescendo lentamente all’interno della ristretta scatola cranica, comprime inevitabilmente i delicati tessuti nervosi. Ecco i campanelli d’allarme fisici a cui prestare la massima e immediata attenzione: 1) improvvise e immotivate alterazioni della vista; 2) inspiegabile e progressiva perdita dell’udito o comparsa di forti acufeni (fischi costanti nelle orecchie); 3) perdita improvvisa del senso dell’olfatto; 4) mal di testa progressivamente più forti, costanti e ingravescenti, che non passano in alcun modo con i normali analgesici; 5) vuoti di memoria anomali e continui; 6) improvvise crisi epilettiche o svenimenti; 7) un senso di forte pesantezza e profonda debolezza muscolare localizzata stranamente agli arti. Se notate in voi stesse uno o più di questi insistenti segnali, non ignorateli per pigrizia o per paura.
Le nuove, ferree regole: niente panico e parlate subito con il vostro ginecologo
Cosa succederà ora a livello pratico? Nei prossimi giorni, i famosi foglietti illustrativi (i cosiddetti bugiardini) di tutti i farmaci contenenti desogestrel ed etonogestrel verranno tempestivamente e obbligatoriamente aggiornati in tutta Europa per includere formalmente il meningioma tra gli “effetti indesiderati rari” a frequenza non nota. I medici, dal canto loro, non potranno più prescrivere in alcun caso questi contraccettivi alle pazienti che hanno già un meningioma in corso o che ne hanno avuto fortunatamente uno in passato. E per le migliaia di donne che li stanno assumendo tranquillamente proprio adesso? La regola d’oro, sacrosanta, inviolabile e categorica, è una sola: non sospendete mai e poi mai l’assunzione del farmaco di vostra sponte in preda a un attacco di ansia. Alzate semplicemente il telefono, prendete un appuntamento con il vostro ginecologo di fiducia o con il medico curante e valutate insieme a lui, con la massima serenità e con i vostri esami del sangue alla mano, se è il caso clinico di continuare o se è preferibile passare a un contraccettivo diverso. La medicina moderna ci offre oggi decine di alternative sicure, efficaci e prive di questo rischio specifico. La salute è e resterà sempre il nostro bene umano più prezioso: proteggiamola scrupolosamente con l’informazione corretta, leggendo le fonti ufficiali, ma senza mai cedere terreno alla paura irrazionale.
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