Rimani in contatto con noi
#

Salute

Sanità in Alto Sangro, ALI Abruzzo sposa la linea Cgil: aree interne isolate

🚨 CRISI SANITÀ IN ABRUZZO: ANGELO RADICA (ALI) SPOSA LA BATTAGLIA DELLA CGIL SUI TAGLI NELL’ALTO SANGRO: “MUSEI ISOLATI E SERVIZI AL COLLASSO”Un serio e durissimo atto d’accusa contro lo smantellamento dei servizi di pubblica sicurezza sanitaria nelle aree interne dell’Appennino. Il Presidente di ALI Abruzzo (Autonomie Locali Italiane) e Sindaco, Angelo Radica, interviene con fermezza in coincidenza con il dibattito in Commissione Vigilanza in Consiglio Regionale per blindare la mobilitazione che la Cgil, insieme a comitati e associazioni del territorio, conduce da mesi contro le carenze sanitarie dell’Alto Sangro. L’associazione dei Comuni esige che il nuovo atto aziendale della ASL preveda risorse finanziarie stabili e risposte immediate per i cittadini. 🏛️📉 hospitalRadica snocciola dati e numeri impressionanti che fotografano un paradosso insostenibile: il distretto dell’Alto Sangro, che nel mese di agosto tocca punte tra le 60mila e le 80mila presenze giornaliere grazie all’e-commerce dei flussi turistici, dista ben 40 chilometri dal primo ospedale utile e si ritrova da quasi due anni senza un’ambulanza medicalizzata del 118 a terra. Manca inoltre la guardia medica turistica, nonostante i ripetuti bandi aziendali andati deserti. Per ALI Abruzzo, il diritto alla salute dei residenti delle montagne non può dipendere da aiuti una tantum, ma richiede un ripensamento radicale delle politiche industriali e sanitarie per garantire l’equità contrattuale e la coesione territoriale di tutto l’Abruzzo. 🇮🇹🛡️✨👇 Ritieni che le aree interne abruzzesi debbano ricevere incentivi economici speciali per attirare medici e garantire le ambulanze del 118 h24? Dì la tua nei commenti!#SanitàAbruzzo #AltoSangro #AngeloRadica #AliAbruzzo #CgilAbruzzo #CommissioneVigilanza #Ambulanza118 #GuardiaMedicaTuristica #WelfareTerritoriale #ConsiglioRegionaleAbruzzo

Pubblicato

a

Angelo Radica

L’Aquila – Nel complesso dibattito relativo alla pianificazione socio-sanitaria, alla gestione della spesa pubblica regionale e alla garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), la tutela delle aree montane interne rappresenta una variabile nevralgica per la tenuta democratica e la coesione istituzionale dei territori. La gestione e le carenze strutturali del servizio sanitario nell’Alto Sangro sono state oggetto di una formale e tesa audizione dinanzi alla Commissione Vigilanza del Consiglio Regionale dell’Abruzzo. Sulla complessa controversia è intervenuto con una dura nota ufficiale il Presidente di ALI Abruzzo (Autonomie Locali Italiane), Angelo Radica, il quale ha espresso il pieno e incondizionato supporto dell’associazione dei Comuni alla mobilitazione sindacale promossa dalla Cgil, dai comitati civici e dalle organizzazioni locali, invocando una profonda revisione dell’atto aziendale della ASL 1 Avezzano-Sulmona-L’Aquila in via di imminente approvazione.

Il paradosso del turismo montano: picchi da 80mila presenze senza presidi

La disamina tecnica illustrata dal presidente Radica poggia su indicatori demografici e logistici che evidenziano una marcata asimmetria tra l’offerta di prestazioni sanitarie e i reali flussi di utenza registrati sul territorio. Il comprensorio dell’Alto Sangro, polo d’eccellenza per l’economia dell’intrattenimento e il turismo naturalistico e sciistico di secondo livello, fa registrare durante la stagione estiva e in particolare nel mese di agosto picchi strutturali compresi tra le 60mila e le 80mila presenze giornaliere. A fronte di questo massiccio incremento del bacino d’utenza potenziale, la distanza geografica tra i comuni del distretto montano e il più vicino presidio ospedaliero di pronto soccorso e rianimazione strutturato si attesta ad una media penalizzante di ben 40 chilometri di strade appenniniche, una condizione di isolamento logistico che innalza in modo geometrico i margini di rischio biologico in caso di traumi o patologie acute tempo-dipendenti.

La denuncia sul 118: due anni senza ambulanza medicalizzata e guardia turistica

Un capitolo di primaria gravità istituzionale sollevato da ALI Abruzzo investe la rete dell’emergenza-urgenza e la continuità assistenziale periferica, ambiti teoricamente blindati dai documenti di programmazione regionale ma di fatto depotenziati sul campo. Radica ha denunciato come la postazione del 118 dell’Alto Sangro risulti privata di un’ambulanza medicalizzata (ovvero provvista di medico a bordo) da ormai quasi ventiquattro mesi consecutivi, una lacuna che costringe i soccorritori a operare in regime di asfissia professionale. A questa criticità si somma la totale assenza del servizio di guardia medica turistica, una carenza strutturale cronica persistente nonostante i ripetuti e fallimentari tentativi burocratici di reclutamento messi in atto dalle direzioni aziendali, evidenziando il fallimento delle logiche d’ingaggio ordinarie rispetto al fabbisogno reale delle comunità locali.

Il manifesto di Radica: ripensare gli strumenti per garantire la coesione civile

In ultima analisi, la ricetta programmatica formulata da Autonomie Locali Italiane invoca il superamento definitivo della logica del finanziamento estemporaneo o del sussidio una tantum, considerati meri “pannicelli caldi” incapaci di invertire la rotta dello spopolamento e della migrazione sanitaria delle aree interne verso i poli costieri. La governance di ALI Abruzzo esorta la giunta regionale e l’assessorato alla Salute a introdurre all’interno del nuovo piano aziendale vincoli di bilancio stringenti e risorse finanziarie stabili e continue, in grado di incentivare economicamente il personale medico a presidiare le sedi disagiate e di strutturare reti di telemedicina e infrastrutture nZEB di medicina territoriale. Garantire servizi di pubblica sicurezza e di salute biologica h24 all’altezza del resto del Paese costituisce, conclude Radica, l’unico hardware politico in grado di tradurre l’equità sociale in un fattore di competitività economica e attrazione turistica per l’Abruzzo interno.

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lifestyle

La nascita di un figlio al momento giusto come tappa strategica nella vita della donna d’affari moderna

Pubblicato

a

having-a-child-at-the-right-time-a-strategic-step-in-the-life-of-a-modern-businesswoman-7ix

 

Redazione-  Marion ha 34 anni ed è un brillante esempio di donna di successo che si è costruita una carriera internazionale di tutto rispetto. Lavora come responsabile delle risorse umane in una grande multinazionale. Negli ultimi sei anni la sua attività professionale è stata caratterizzata da frequenti trasferimenti. Ha avuto modo di lavorare nelle sedi della società a Varsavia e a Vienna, e attualmente si sta preparando attivamente al trasferimento a Singapore, dove intende assumere la direzione del dipartimento risorse umane.

Originaria della città francese di Tours, Marion si è guadagnata un grande riconoscimento da parte della dirigenza grazie alla sua impeccabile professionalità e alla sua ricca esperienza internazionale. Da parte sua, apprezza profondamente l’azienda per la dinamica aziendale, lo slancio costante e le sfide ambiziose che l’organizzazione le propone regolarmente.

Tuttavia, questa rapida ascesa professionale comporta un costo personale elevato. Il continuo cambio di paesi e città rende molto difficile costruire relazioni stabili e durature. Avere un figlio in un periodo di intensi trasferimenti sembra un compito arduo, poiché un bambino, mentre si costruisce una carriera internazionale dinamica, richiede risorse e tempo di cui una donna d’affari in questa fase è drammaticamente a corto.

«È estremamente difficile trovare un partner disposto a trasferirsi senza esitazioni da un paese all’altro al mio seguito», afferma Marion. «Ma allo stesso tempo, fermare la propria crescita professionale o fare una pausa quando la carriera è all’apice è un compito non meno complesso».

Marion non esclude che, tra qualche anno, possa sorgere in lei il desiderio di rallentare il ritmo frenetico della vita e dedicare molta più attenzione alla sfera delle relazioni personali. Allo stesso tempo, però, non intende rimandare troppo a lungo la decisione di avere figli.

«Sono pienamente consapevole che, per me, la piena realizzazione personale è indissolubilmente legata alla gioia della maternità», ammette. «Ma allo stesso tempo mi rendo conto che tra 5-7 anni realizzare questo progetto sarà biologicamente molto più difficile».

Tecnologie mediche al servizio della pianificazione familiare e della crioconservazione

Per donne come Marion, una delle soluzioni più promettenti è rappresentata dalla tecnologia della maternità differita tramite crioconservazione. L’essenza di questo approccio consiste nel congelare gli ovociti nel periodo in cui la loro qualità biologica è al massimo, di norma prima dei 37 anni. Il materiale biologico prelevato viene conservato in una banca specializzata della clinica riproduttiva, dove può essere custodito in modo sicuro fino a quando la donna non si sentirà pienamente pronta a diventare madre. Se, con il passare degli anni, non dovesse trovare un compagno di vita adatto, avrà comunque la possibilità di ricorrere a una banca di sperma di donatori per sottoporsi a una procedura di fecondazione assistita. Nei casi in cui le cellule proprie perdano la loro vitalità con l’avanzare dell’età, i medici propongono di ricorrere alla fecondazione in vitro con donazione di ovociti come metodo alternativo per superare le difficoltà riproduttive.

Un’alternativa considerata più affidabile e tecnologicamente avanzata è il congelamento preventivo degli embrioni. Con questa tecnica, l’ovocita viene fecondato in anticipo, dopodiché l’embrione ottenuto viene conservato in azoto liquido. In questo stato, è in grado di mantenere la sua piena vitalità per il successivo trasferimento nella cavità uterina per un periodo fino a 20 anni. Ciò offre alla donna possibilità notevolmente maggiori di portare a termine con successo la gravidanza e di dare alla luce un bambino in futuro.

Al momento, Marion si è già sottoposta a consulti presso diverse strutture all’avanguardia, tra cui la clinica di medicina riproduttiva NatuVitro, e conta di prendere una decisione definitiva in merito prima del suo trasferimento ufficiale a Singapore.

Il cambiamento socioculturale e le priorità della nuova generazione

Solo un centinaio di mesi fa, letteralmente dieci anni fa, decisioni mediche di questo tipo erano percepite come qualcosa di rivoluzionario e fuori dagli schemi persino negli Stati Uniti. Oggi, invece, la maternità posticipata o tardiva è diventata una pratica diffusa ed è considerata nei paesi sviluppati una scelta di vita del tutto naturale.

I sociologi sottolineano che le giovani donne di oggi non si pongono più l’obiettivo di sposarsi subito dopo aver conseguito la laurea.

«Le ragazze di oggi si concentrano innanzitutto sulla costruzione della propria carriera e sulla crescita personale. Sempre più spesso scelgono consapevolmente di investire le proprie energie e il proprio tempo nello sviluppo professionale», spiega il ricercatore senior dell’Istituto di Sociologia.

Qual è quindi il fattore principale che spinge una donna a decidere di rimandare la maternità di un periodo compreso tra i cinque e i dieci anni? Nella stragrande maggioranza dei casi, il fattore chiave è la forte concorrenza socio-professionale e l’irresistibile desiderio di raggiungere il massimo successo nella carriera.

  • Ancora un po’ e occuperò la poltrona di amministratore delegato.
  • Basta aspettare solo un paio d’anni e la nostra azienda entrerà nei mercati internazionali.

È proprio così che una donna in carriera ambiziosa motiva la propria posizione.

In questo processo, la donna fa proprio il tradizionale modello maschile di successo. Aspira a essere la principale fonte di reddito, una leader autorevole, una persona che merita il sincero rispetto e l’ammirazione di chi la circonda. La piena indipendenza finanziaria le dona una sensazione di giovinezza, forza ed energia inesauribile. Ha fermamente intenzione di creare una famiglia tradizionale in un secondo momento, essendo sinceramente convinta che anche in questo ambito della vita potrà facilmente raggiungere un successo straordinario.

Critiche all’approccio razionale e dibattiti tra esperti

Tuttavia, un approccio così pragmatico e razionale suscita un serio dibattito nella comunità degli esperti.

Un rappresentante del Ministero della Salute e della Solidarietà Sociale esprime chiaramente una posizione opposta.

«Un bambino non deve in alcun caso diventare una riga in un business plan o un punto nella strategia aziendale. Le tecniche di fecondazione assistita sono state originariamente sviluppate esclusivamente per aiutare le donne affette da infertilità clinica, non per consentire di rimandare la maternità a un periodo più conveniente o opportuno».

Tuttavia, la realtà del mondo moderno, in rapida evoluzione, impone modelli di comportamento completamente nuovi, e le donne d’affari di successo preferiscono ragionare in termini diversi.

Tre scenari principali e i loro rischi nascosti

Se si considera la maternità come parte di una strategia di vita a lungo termine, è necessario valutare con lucidità i rischi che ne derivano. Gli esperti individuano tre scenari più comuni di sviluppo degli eventi.

Scenario 1. Il successo professionale è stato raggiunto, ma manca un compagno di vita

La donna supera la soglia dei 35 anni. È completamente indipendente dal punto di vista finanziario e ha raggiunto il successo professionale, ma non ha ancora incontrato l’uomo con cui creare una famiglia. Tutte le sue relazioni precedenti sono state di breve durata, mentre il bisogno emotivo e biologico di diventare madre diventa sempre più pressante. La soluzione più ovvia consiste nel ricorrere a un donatore di sperma e sottoporsi a una procedura di fecondazione in vitro (FIV).

Tuttavia, un passo del genere nasconde alcune complessità psicologiche. Immaginiamo una situazione in cui, alcuni anni dopo la nascita del bambino, la donna incontri un uomo con cui è pronta a costruire un’unione seria. Allo stesso tempo, nella banca del seme continuano a essere conservati gli embrioni congelati, creati con il contributo di un donatore anonimo. Sorge così un intero complesso di questioni delicate. Come reagirà il nuovo compagno? E la donna stessa vorrà avere un altro figlio pianificato, se le sue circostanze di vita e la sua situazione personale sono cambiate radicalmente?

Scenario 2. Il congelamento degli ovociti come investimento ad alto rischio

Il congelamento esclusivo degli ovociti offre la possibilità di rimandare a tempo indeterminato la scelta del padre del bambino, ma richiede un’analisi estremamente lucida delle probabilità. I medici hanno paragonato questo processo a investimenti finanziari rischiosi, in cui il potenziale guadagno è elevato, ma le garanzie sono del tutto assenti.

«Anche ricorrendo alle tecnologie di fecondazione in vitro più moderne e collaudate nel tempo, non tutte le donne riusciranno a rimanere incinte con successo, avvertono gli specialisti. Con il passare del tempo, gli ovociti congelati perdono inevitabilmente parte della loro vitalità. Su dieci ovociti congelati, dopo alcuni anni solo il 40-60% in media risulta idoneo alla fecondazione. E nessun medico è in grado di prevedere con esattezza quanti di essi riusciranno a essere fecondati con successo e trasferiti nell’utero. Nei casi in cui il biomateriale prelevato in precedenza perda completamente la propria qualità, la fecondazione in vitro con ovociti da donatrice può rappresentare una soluzione alternativa».

Scenario 3. Presenza di un partner e accordi comuni contro gli imprevisti della vita

La donna vive una relazione stabile e armoniosa. Il partner sostiene pienamente il suo desiderio di concentrarsi sulla carriera e di rimandare la questione della maternità di qualche anno. Tuttavia, anche il consenso reciproco non offre una garanzia al 100% di un esito positivo.

Come in una partnership d’affari, una rottura emotiva può verificarsi all’improvviso. Oggi tra le persone regnano amore, comprensione reciproca e fiducia, mentre domani può arrivare la separazione e il desiderio comune di avere un figlio svanisce all’istante. Le tecnologie mediche sono in grado di risolvere i problemi fisiologici, ma il fattore umano rimane sempre determinante.

La maternità in età avanzata e l’equilibrio tra vantaggi e svantaggi

Supponiamo che tutte le difficoltà organizzative, mediche e personali siano state superate e che il bambino desiderato sia finalmente venuto al mondo. La maternità in età matura presenta indubbi vantaggi.

«Una donna che decide consapevolmente di diventare madre all’età di 45 anni affronta questa fase responsabile con una vasta esperienza di vita, un sistema di valori ben consolidato e solide risorse materiali», osservano gli psicologi.

A questa età ci troviamo di fronte a una personalità ormai pienamente formata, in grado di offrire al proprio figlio, dal punto di vista emotivo e intellettuale, molto di più rispetto a una madre ventenne emotivamente immatura.

Tuttavia, questa medaglia ha anche il suo rovescio. La differenza di età tra madre e figlio può arrivare a 40 o addirittura 50 anni.

«Con un divario del genere, a volte viene praticamente saltata un’intera generazione con le sue specifiche norme culturali, i suoi valori e le sue abitudini», sottolineano gli psicologi. «Anche se una donna cerca di essere il più possibile al passo con i tempi e cerca di vivere al ritmo dei giovani, un profondo conflitto di visioni del mondo e di prospettive generazionali diventa praticamente inevitabile».

Risultati e statistiche

Nel 2023, i ricercatori della prestigiosa Università di Yale hanno pubblicato dati su larga scala. Secondo i loro rapporti, il numero di donne negli Stati Uniti che hanno deciso di dare alla luce il loro primo figlio dopo i 40 anni è raddoppiato negli ultimi cinque anni.

Tuttavia, tenendo conto del fatto che le cliniche mediche garantiscono una percentuale di successo delle procedure di maternità differita non superiore al 50-60%, questo approccio rimane uno dei progetti di vita più rischiosi e controversi per la donna moderna, ambiziosa e orientata al successo professionale.

Domande frequenti

1. Fino a quale età è consigliabile congelare gli ovociti

I medici specialisti in medicina riproduttiva ritengono che l’età ottimale per le procedure di crioconservazione degli ovociti sia il periodo fino ai 35-37 anni. A questa età, la qualità e la quantità degli ovociti si attestano a un livello sufficientemente elevato, il che aumenta notevolmente le probabilità di un fecondamento riuscito e di portare a termine una gravidanza in futuro.

2. Qual è la differenza principale tra la congelazione degli ovociti e quella degli embrioni

La congelazione degli ovociti non richiede la presenza di materiale maschile nella fase di congelamento, il che lascia alla donna la libertà di scegliere il futuro padre del bambino. La crioconservazione degli embrioni presuppone la fecondazione preliminare dell’ovocita con lo sperma del partner o di un donatore. Gli embrioni presentano una maggiore sopravvivenza al disgelo e garantiscono una percentuale più elevata di gravidanze riuscite.

3. Quali sono le probabilità di una gravidanza riuscita utilizzando materiale crioconservato

Secondo le statistiche delle principali cliniche di medicina riproduttiva, l’efficacia delle procedure che utilizzano materiale crioconservato è dell’ordine del 50-60%. Il successo dipende dall’età della donna al momento del prelievo del biomateriale, dalla sua qualità iniziale e dai parametri di salute individuali.

4. Per quanto tempo possono essere conservati gli ovociti e gli embrioni congelati

Gli embrioni e gli ovociti congelati vengono conservati in azoto liquido a temperature estremamente basse (circa -196 °C). In tali condizioni, il materiale biologico può mantenere la propria vitalità fino a 20 anni e oltre senza perdita di qualità.

5. Quali sono i rischi psicologici associati alla maternità differita

Tra i principali rischi psicologici figurano la potenziale delusione in caso di tentativi falliti di fecondazione in vitro, la probabilità di crescere un figlio da sola in assenza di un partner, nonché il conflitto intergenerazionale causato dalla grande differenza di età (40-50 anni) tra i genitori e il figlio.

Continua a Leggere

Salute

Pnrr Sanità, Tiberia Hospital vince il bando Agenas con il progetto CuraMente

🚨 PNRR SANITÀ: TIBERIA HOSPITAL VINCE IL BANDO NAZIONALE AGENAS PER ASSISTERE OLTRE 2.300 GRANDI ANZIANI CON IL PROGETTO “CURAMENTE”La sanità del futuro mette al centro l’innovazione digitale, la telemedicina e la cura del capitale umano più fragile. Tiberia Hospital di Roma, struttura accreditata con il SSN e parte del gruppo GVM Care & Research, è tra i vincitori del bando nazionale AGENAS finanziato con i fondi europei del PNRR. Grazie al rivoluzionario progetto “CuraMente”, l’ospedale prenderà in carico a partire da ottobre 2026 ben 2.378 anziani over 80 affetti da patologie croniche residenti a Roma e nel Lazio, offrendo un modello di assistenza continuativa direttamente a domicilio. 🏥 geriatriaCoordinato da una Centrale Operativa dedicata e in stretta collaborazione con le ASL del territorio, il programma durerà 18 mesi e si svilupperà su tre pilastri fondamentali: il miglioramento dell’aderenza terapeutica tramite calendari digitali, la prevenzione del deterioramento cognitivo con valutazioni neuropsicologiche e il contrasto all’isolamento sociale attraverso attività di socializzazione e supporto psicologico. Come sottolineato dall’Amministratore Delegato, la dott.ssa Valeria Giannotta, l’obiettivo è trasformare la fragilità in valore, offrendo una presa in carico olistica che tuteli la salute e l’autonomia della persona e supporti concretamente le famiglie e i caregiver. Un modello scalabile che candida il Lazio a pioniere della telemedicina assistenziale. 🌐🧠✨👇 Pensi che il potenziamento della telemedicina a domicilio sia la soluzione corretta per decongestionare i Pronto Soccorso e aiutare le famiglie degli anziani cronici? Esprimi la tua opinione nei commenti!#TiberiaHospital #CuraMenteGVM #GvmCareAndResearch #AgenasPnrr #SanitàDigitale #TelemedicinaLazio #GrandiAnziani #ValeriaGiannotta #WelfareSanitario #AslLazio #CronicaCare

Pubblicato

a

Tiberia Hospital - esterno_LD

Roma – Nel quadro delle riforme strutturali del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e della transizione verso modelli assistenziali di prossimità finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), la gestione delle fragilità croniche nella popolazione geriatrica rappresenta una priorità macroeconomica non più eludibile. Il Tiberia Hospital di Roma, presidio ospedaliero accreditato con il SSN e parte integrante del gruppo internazionale GVM Care & Research, è stato ufficialmente selezionato tra i vincitori del bando nazionale indetto dall’AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali). Il progetto presentato dalla struttura capitolina, denominato “CuraMente”, ha ottenuto il relativo stanziamento finanziario europeo e permetterà di prendere in carico un bacino di 2.378 pazienti di età superiore agli 80 anni (grandi anziani) residenti a Roma e nel territorio della Regione Lazio, affetti da almeno una patologia cronica invalidante.

I tre pilastri del progetto CuraMente: aderenza, cognizione e socialità

L’architettura clinica e gestionale del programma CuraMente scardina la logica della singola prestazione ambulatoriale estemporanea per strutturare un modello integrato, continuativo e multidimensionale di assistenza domiciliare protetta. Il percorso personalizzato, che prevede il coinvolgimento attivo del caregiver familiare o professionale, è coordinato da una Centrale Operativa dedicata, attiva nei processi di monitoraggio e follow-up. L’intervento ingegneristico e medico si articola su tre macro-aree strategiche. La prima area mira al miglioramento dell’aderenza terapeutica attraverso l’introduzione di calendari terapeutici digitali e sistemi di promemoria personalizzati. Il secondo pilastro si focalizza sulla prevenzione del deterioramento cognitivo tramite valutazioni neuropsicologiche periodiche in telemedicina. Il terzo asse contrasta l’isolamento sociale e la depressione senile attraverso l’attivazione di percorsi di supporto psicologico e iniziative di socializzazione e interazione collettiva, sia individuali sia di gruppo.

La transizione digitale e la dottrina assistenziale di Valeria Giannotta

Sotto il profilo strettamente tecnologico, il progetto si qualifica come un’applicazione avanzata di sanità digitale nZEB e telemedicina di secondo livello, riducendo l’esigenza di ospedalizzazione e i tassi di riammissione inappropriati nei dipartimenti d’emergenza (Pronto Soccorso). L’Amministratore Delegato di Tiberia Hospital, la dottoressa Valeria Giannotta, ha espresso profondo orgoglio istituzionale per il traguardo conseguito, evidenziando il valore etico di una presa in carico olistica del capitale umano fragile: «CuraMente nasce dalla volontà di trasformare esperienze difficili, spesso anche personali, e fragilità reali in un progetto capace di generare valore per le persone e per le loro famiglie. Ci consentirà di sviluppare modelli innovativi di assistenza, telemedicina, supporto ai caregiver e continuità delle cure per migliaia di grandi anziani, con una presa in carico che non si limiti alla singola prestazione sanitaria, ma che consideri la persona nella sua interezza, tutelandone salute, autonomia, relazioni e qualità della vita».

La roadmap operativa con le ASL del Lazio e la scalabilità del modello GVM

In ultima analisi, la sperimentazione clinica, la cui partenza ufficiale è decretata per il mese di ottobre 2026, si svilupperà lungo un cronoprogramma della durata operativa di 18 mesi, agendo in perfetto raccordo logistico con le singole Aziende Sanitarie Locali (ASL) della Regione Lazio. I pazienti eleggibili e aventi diritto saranno intercettati direttamente durante le fasi di accesso ospedaliero o di dimissione protetta, sulla base di rigidi e condivisi criteri scientifici di fragilità biologica e complessità assistenziale. I risultati epidemiologici e organizzativi verranno misurati analiticamente attraverso indicatori di efficacia PRO (Patient Reported Outcomes), valutando la tempestività della presa in carico e la stabilità dei parametri vitali. L’obiettivo macroeconomico a lungo termine della governance di GVM Care & Research risiede nella validazione scientifica di un modello assistenziale scalabile, esportabile e replicabile all’interno dell’intera rete ospedaliera nazionale, ponendo le basi per l’edificazione della sanità del futuro.

Continua a Leggere

Salute

Chirurgia sempre meno invasiva: così la tecnologia salva la qualità della vita dell’uomo. Intervista al Dott. Stefano Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma

Il tumore della prostata rimane una delle sfide cliniche più significative della medicina moderna, ma il panorama del trattamento sta vivendo una trasformazione senza precedenti. La parola d’ordine è oggi “precisione”: diagnosticare prima, intervenire meglio e, soprattutto, preservare la qualità della vita del paziente.

​Per esplorare queste nuove frontiere, abbiamo intervistato il Dott. Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma 2.

In un’epoca in cui l’innovazione tecnologica, dalla risonanza magnetica multiparametrica alla chirurgia laser focalizzata promette di riscrivere i protocolli oncologici, abbiamo chiesto al Direttore di analizzare non solo i progressi tecnici, ma anche le barriere culturali che ancora oggi frenano la prevenzione maschile. Dalla sala operatoria alla gestione dei dati digitali, l’intervista che segue traccia il ritratto di un chirurgo che, pur avvalendosi delle tecnologie più avanzate, non dimentica che la vera missione della Medicina resta il recupero funzionale e il benessere profondo del paziente. Intervista di Marialuisa Roscino

Pubblicato

a

Dott. Stefano Signore

Stefano Signore: “La rivoluzione mininvasiva è oggi al servizio del paziente urologico”

Roma-  Il tumore della prostata rimane una delle sfide cliniche più significative della medicina moderna, ma il panorama del trattamento sta vivendo una trasformazione senza precedenti. La parola d’ordine è oggi “precisione”: diagnosticare prima, intervenire meglio e, soprattutto, preservare la qualità della vita del paziente.

​Per esplorare queste nuove frontiere, abbiamo intervistato il Dott. Signore, Direttore UOC Urologia ASL Roma 2.

In un’epoca in cui l’innovazione tecnologica, dalla risonanza magnetica multiparametrica alla chirurgia laser focalizzata promette di riscrivere i protocolli oncologici, abbiamo chiesto al Direttore di analizzare non solo i progressi tecnici, ma anche le barriere culturali che ancora oggi frenano la prevenzione maschile. Dalla sala operatoria alla gestione dei dati digitali, l’intervista che segue traccia il ritratto di un chirurgo che, pur avvalendosi delle tecnologie più avanzate, non dimentica che la vera missione della Medicina resta il recupero funzionale e il benessere profondo del paziente.

Dott. Signore, in Italia, si registrano circa 40.000 nuovi casi di tumore alla prostata ogni anno. A Suo avviso, qual è il principale ostacolo culturale che impedisce agli uomini di approcciare lo screening con la stessa regolarità delle donne?

L’ostacolo principale è un misto di tabù culturale, paura del giudizio ed errata percezione della propria salute. Per decenni, la figura maschile è stata condizionata dall’idea che chiedere aiuto o sottoporsi a un controllo clinico rappresentasse una forma di vulnerabilità. A questo, si aggiunge il timore storico del tutto ingiustificato, oggi nei confronti dell’esplorazione rettale e la paura di affrontare una diagnosi che nell’immaginario collettivo viene ancora associata alla perdita della virilità o della continenza.

Mentre la donna ha interiorizzato la cultura della prevenzione sin dall’adolescenza grazie alla ginecologia, l’uomo tende ad andare dall’urologo solo quando compaiono i sintomi. Ma nel tumore della prostata in fase iniziale, i sintomi spesso non ci sono. Per rompere questo muro dobbiamo fare capire che un prelievo per il PSA e una visita preventiva non minano la virilità, ma sono l’unico strumento concreto per tutelare la qualità e la durata della propria vita.

Lei ha concentrato gran parte della Sua attività sulla diagnostica precoce. Quali sono gli strumenti oggi a disposizione dello specialista che stanno realmente cambiando la storia clinica del paziente?

Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione della precisione. Il punto di svolta fondamentale è stata la Risonanza Magnetica Multiparametrica (mpRMI), che ci permette di visualizzare i tessuti prostatici con un dettaglio un tempo impensabile, individuando le lesioni sospette prima ancora di intervenire.

Grazie a queste immagini, oggi eseguiamo la cosiddetta biopsia fusion: una tecnica che sovrappone in tempo reale le immagini della risonanza con l’ecografia, permettendoci di guidare l’ago bioptico esattamente nel punto bersaglio con millimetrica precisione. Questo ha ridotto drasticamente le biopsie casuali o “a random “, azzerando i falsi negativi e limitando le sovradiagnosi di neoplasie indolenti. A questo, si affiancano i nuovi biomarcatori sierici e urinari di ultima generazione, che ci aiutano a stratificare il rischio prima ancora di indicare un percorso bioptico. La diagnosi precoce oggi non significa solo “trovare il tumore”, ma capire fin da subito quale tumore necessita di trattamento e quale invece, può essere semplicemente monitorato in sicurezza.

Quali sono i vantaggi tangibili, in termini di recupero funzionale e qualità della vita, per un paziente sottoposto a prostatectomia radicale mininvasiva rispetto al passato?

Il passaggio dalla chirurgia “a cielo aperto” alla laparoscopia e alla chirurgia robotica ha letteralmente riscritto il decorso post-operatorio. I vantaggi immediati sono la riduzione drastica delle perdite ematiche, del dolore post-operatorio e dei tempi di degenza: il paziente si alza dal letto spesso già il giorno dopo e torna a casa in tempi brevissimi.

Ma il vero cambio di passo risiede nel recupero funzionale. L’ingrandimento ottico ad altissima definizione e la precisione dei movimenti ci consentono di preservare con cura millimetrica le delicate strutture vascolo-nervose (sparing), responsabili dell’erezione e gli sfinteri deputati alla continenza urinaria. Non trattiamo più solo la malattia oncologica in sé, ma trattiamo l’uomo nel suo complesso, restituendolo alla sua quotidianità con un impatto minimo sulla qualità della vita.

Oggi si parla sempre più di chirurgia “focalizzata” e di tecnologie come l’ablazione laser (TPLA) o l’uso di modelli 3D. Come vede l’integrazione di queste frontiere all’interno di una struttura pubblica come l’Ospedale Sant’Eugenio?

L’integrazione di queste tecnologie nel servizio sanitario pubblico non è più un futuro ipotetico, ma una realtà in costante espansione. La ricostruzione tridimensionale dell’organo (modelli 3D organ-specific) ci permette di effettuare un vero e proprio “rendering” pre-operatorio, pianificando l’intervento sartorialmente sulla specifica anatomia del paziente.

Per quanto riguarda i trattamenti focalizzati, come l’ablazione laser TPLA o gli ultrasuoni focalizzati, essi rappresentano una risorsa straordinaria per casi altamente selezionati: ci permettono di “sterilizzare” la singola lesione tumorale risparmiando il resto della ghiandola prostatica sana. In una struttura come la nostra, inserire queste opzioni significa offrire una chirurgia su misura (tailored surgery): non una singola tecnica per tutti, ma la tecnologia giusta per quel singolo paziente e per la sua specifica classe di rischio.

Come sta cambiando il profilo del chirurgo di oggi, sempre più immerso in una realtà fatta di dati e immagini digitali, e quanto è importante l’affiancamento tecnologico rispetto all’esperienza manuale?

Il chirurgo moderno è diventato un professionista “ibrido”, capace di coniugare la manualità anatomica con l’interpretazione di flussi di dati digitali, simulazioni e console tecnologiche. È innegabile che l’avvento della robotica e dei sistemi digitali abbia aumentato la distanza “fisica” tra il chirurgo e il paziente in sala operatoria: non tocchi più i tessuti con le mani, ti trovi seduto a un visore a qualche metro dal letto operatorio.

Ma è proprio qui, che si gioca la vera partita culturale e deontologica. La tecnologia è un amplificatore straordinario dei nostri sensi e delle nostre abilità manuali, ma non potrà mai sostituire il giudizio clinico, l’empatia e la responsabilità. Più la macchina interpone una distanza fisica tra me e il paziente, più io devo accorciare la distanza umana. Il paziente non si affida a un braccio meccanico o a un algoritmo, ma al chirurgo che ha guardato negli occhi in ambulatorio, che gli ha spiegato il percorso e che sarà lì al suo risveglio. La tecnologia salva i tessuti, ma è la relazione d’aiuto che salva la persona.

Guardando ai prossimi anni, quale ritiene sarà il passo evolutivo definitivo che renderà la chirurgia mininvasiva lo standard quotidiano?

Il passo evolutivo definitivo sarà la democratizzazione e la piena sostenibilità della tecnologia, insieme a una formazione specialistica sempre più standardizzata. La chirurgia robotica e mininvasiva non deve rimanere una prerogativa di pochi centri d’eccellenza, ma diventare la norma accessibile a chiunque ne abbia bisogno all’interno del SSN.

L’integrazione dell’Intelligenza Artificiale ci aiuterà nel supporto alle decisioni intraoperatorie in tempo reale, ma la vera sfida sarà di tipo organizzativo e formativo: creare scuole di chirurgia in grado di allenare i giovani urologi sui simulatori anziché direttamente sul paziente, per garantire standard di sicurezza elevatissimi. L’obiettivo finale non è celebrare la tecnologia per il gusto della novità, ma far sì che ogni paziente, varcando la porta dell’ospedale pubblico, trovi una cura precisa, mininvasiva e profondamente umana.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza