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La nascita di un figlio al momento giusto come tappa strategica nella vita della donna d’affari moderna
Redazione- Marion ha 34 anni ed è un brillante esempio di donna di successo che si è costruita una carriera internazionale di tutto rispetto. Lavora come responsabile delle risorse umane in una grande multinazionale. Negli ultimi sei anni la sua attività professionale è stata caratterizzata da frequenti trasferimenti. Ha avuto modo di lavorare nelle sedi della società a Varsavia e a Vienna, e attualmente si sta preparando attivamente al trasferimento a Singapore, dove intende assumere la direzione del dipartimento risorse umane.
Originaria della città francese di Tours, Marion si è guadagnata un grande riconoscimento da parte della dirigenza grazie alla sua impeccabile professionalità e alla sua ricca esperienza internazionale. Da parte sua, apprezza profondamente l’azienda per la dinamica aziendale, lo slancio costante e le sfide ambiziose che l’organizzazione le propone regolarmente.
Tuttavia, questa rapida ascesa professionale comporta un costo personale elevato. Il continuo cambio di paesi e città rende molto difficile costruire relazioni stabili e durature. Avere un figlio in un periodo di intensi trasferimenti sembra un compito arduo, poiché un bambino, mentre si costruisce una carriera internazionale dinamica, richiede risorse e tempo di cui una donna d’affari in questa fase è drammaticamente a corto.
«È estremamente difficile trovare un partner disposto a trasferirsi senza esitazioni da un paese all’altro al mio seguito», afferma Marion. «Ma allo stesso tempo, fermare la propria crescita professionale o fare una pausa quando la carriera è all’apice è un compito non meno complesso».
Marion non esclude che, tra qualche anno, possa sorgere in lei il desiderio di rallentare il ritmo frenetico della vita e dedicare molta più attenzione alla sfera delle relazioni personali. Allo stesso tempo, però, non intende rimandare troppo a lungo la decisione di avere figli.
«Sono pienamente consapevole che, per me, la piena realizzazione personale è indissolubilmente legata alla gioia della maternità», ammette. «Ma allo stesso tempo mi rendo conto che tra 5-7 anni realizzare questo progetto sarà biologicamente molto più difficile».
Tecnologie mediche al servizio della pianificazione familiare e della crioconservazione
Per donne come Marion, una delle soluzioni più promettenti è rappresentata dalla tecnologia della maternità differita tramite crioconservazione. L’essenza di questo approccio consiste nel congelare gli ovociti nel periodo in cui la loro qualità biologica è al massimo, di norma prima dei 37 anni. Il materiale biologico prelevato viene conservato in una banca specializzata della clinica riproduttiva, dove può essere custodito in modo sicuro fino a quando la donna non si sentirà pienamente pronta a diventare madre. Se, con il passare degli anni, non dovesse trovare un compagno di vita adatto, avrà comunque la possibilità di ricorrere a una banca di sperma di donatori per sottoporsi a una procedura di fecondazione assistita. Nei casi in cui le cellule proprie perdano la loro vitalità con l’avanzare dell’età, i medici propongono di ricorrere alla fecondazione in vitro con donazione di ovociti come metodo alternativo per superare le difficoltà riproduttive.
Un’alternativa considerata più affidabile e tecnologicamente avanzata è il congelamento preventivo degli embrioni. Con questa tecnica, l’ovocita viene fecondato in anticipo, dopodiché l’embrione ottenuto viene conservato in azoto liquido. In questo stato, è in grado di mantenere la sua piena vitalità per il successivo trasferimento nella cavità uterina per un periodo fino a 20 anni. Ciò offre alla donna possibilità notevolmente maggiori di portare a termine con successo la gravidanza e di dare alla luce un bambino in futuro.
Al momento, Marion si è già sottoposta a consulti presso diverse strutture all’avanguardia, tra cui la clinica di medicina riproduttiva NatuVitro, e conta di prendere una decisione definitiva in merito prima del suo trasferimento ufficiale a Singapore.
Il cambiamento socioculturale e le priorità della nuova generazione
Solo un centinaio di mesi fa, letteralmente dieci anni fa, decisioni mediche di questo tipo erano percepite come qualcosa di rivoluzionario e fuori dagli schemi persino negli Stati Uniti. Oggi, invece, la maternità posticipata o tardiva è diventata una pratica diffusa ed è considerata nei paesi sviluppati una scelta di vita del tutto naturale.
I sociologi sottolineano che le giovani donne di oggi non si pongono più l’obiettivo di sposarsi subito dopo aver conseguito la laurea.
«Le ragazze di oggi si concentrano innanzitutto sulla costruzione della propria carriera e sulla crescita personale. Sempre più spesso scelgono consapevolmente di investire le proprie energie e il proprio tempo nello sviluppo professionale», spiega il ricercatore senior dell’Istituto di Sociologia.
Qual è quindi il fattore principale che spinge una donna a decidere di rimandare la maternità di un periodo compreso tra i cinque e i dieci anni? Nella stragrande maggioranza dei casi, il fattore chiave è la forte concorrenza socio-professionale e l’irresistibile desiderio di raggiungere il massimo successo nella carriera.
- Ancora un po’ e occuperò la poltrona di amministratore delegato.
- Basta aspettare solo un paio d’anni e la nostra azienda entrerà nei mercati internazionali.
È proprio così che una donna in carriera ambiziosa motiva la propria posizione.
In questo processo, la donna fa proprio il tradizionale modello maschile di successo. Aspira a essere la principale fonte di reddito, una leader autorevole, una persona che merita il sincero rispetto e l’ammirazione di chi la circonda. La piena indipendenza finanziaria le dona una sensazione di giovinezza, forza ed energia inesauribile. Ha fermamente intenzione di creare una famiglia tradizionale in un secondo momento, essendo sinceramente convinta che anche in questo ambito della vita potrà facilmente raggiungere un successo straordinario.
Critiche all’approccio razionale e dibattiti tra esperti
Tuttavia, un approccio così pragmatico e razionale suscita un serio dibattito nella comunità degli esperti.
Un rappresentante del Ministero della Salute e della Solidarietà Sociale esprime chiaramente una posizione opposta.
«Un bambino non deve in alcun caso diventare una riga in un business plan o un punto nella strategia aziendale. Le tecniche di fecondazione assistita sono state originariamente sviluppate esclusivamente per aiutare le donne affette da infertilità clinica, non per consentire di rimandare la maternità a un periodo più conveniente o opportuno».
Tuttavia, la realtà del mondo moderno, in rapida evoluzione, impone modelli di comportamento completamente nuovi, e le donne d’affari di successo preferiscono ragionare in termini diversi.
Tre scenari principali e i loro rischi nascosti
Se si considera la maternità come parte di una strategia di vita a lungo termine, è necessario valutare con lucidità i rischi che ne derivano. Gli esperti individuano tre scenari più comuni di sviluppo degli eventi.
Scenario 1. Il successo professionale è stato raggiunto, ma manca un compagno di vita
La donna supera la soglia dei 35 anni. È completamente indipendente dal punto di vista finanziario e ha raggiunto il successo professionale, ma non ha ancora incontrato l’uomo con cui creare una famiglia. Tutte le sue relazioni precedenti sono state di breve durata, mentre il bisogno emotivo e biologico di diventare madre diventa sempre più pressante. La soluzione più ovvia consiste nel ricorrere a un donatore di sperma e sottoporsi a una procedura di fecondazione in vitro (FIV).
Tuttavia, un passo del genere nasconde alcune complessità psicologiche. Immaginiamo una situazione in cui, alcuni anni dopo la nascita del bambino, la donna incontri un uomo con cui è pronta a costruire un’unione seria. Allo stesso tempo, nella banca del seme continuano a essere conservati gli embrioni congelati, creati con il contributo di un donatore anonimo. Sorge così un intero complesso di questioni delicate. Come reagirà il nuovo compagno? E la donna stessa vorrà avere un altro figlio pianificato, se le sue circostanze di vita e la sua situazione personale sono cambiate radicalmente?
Scenario 2. Il congelamento degli ovociti come investimento ad alto rischio
Il congelamento esclusivo degli ovociti offre la possibilità di rimandare a tempo indeterminato la scelta del padre del bambino, ma richiede un’analisi estremamente lucida delle probabilità. I medici hanno paragonato questo processo a investimenti finanziari rischiosi, in cui il potenziale guadagno è elevato, ma le garanzie sono del tutto assenti.
«Anche ricorrendo alle tecnologie di fecondazione in vitro più moderne e collaudate nel tempo, non tutte le donne riusciranno a rimanere incinte con successo, avvertono gli specialisti. Con il passare del tempo, gli ovociti congelati perdono inevitabilmente parte della loro vitalità. Su dieci ovociti congelati, dopo alcuni anni solo il 40-60% in media risulta idoneo alla fecondazione. E nessun medico è in grado di prevedere con esattezza quanti di essi riusciranno a essere fecondati con successo e trasferiti nell’utero. Nei casi in cui il biomateriale prelevato in precedenza perda completamente la propria qualità, la fecondazione in vitro con ovociti da donatrice può rappresentare una soluzione alternativa».
Scenario 3. Presenza di un partner e accordi comuni contro gli imprevisti della vita
La donna vive una relazione stabile e armoniosa. Il partner sostiene pienamente il suo desiderio di concentrarsi sulla carriera e di rimandare la questione della maternità di qualche anno. Tuttavia, anche il consenso reciproco non offre una garanzia al 100% di un esito positivo.
Come in una partnership d’affari, una rottura emotiva può verificarsi all’improvviso. Oggi tra le persone regnano amore, comprensione reciproca e fiducia, mentre domani può arrivare la separazione e il desiderio comune di avere un figlio svanisce all’istante. Le tecnologie mediche sono in grado di risolvere i problemi fisiologici, ma il fattore umano rimane sempre determinante.
La maternità in età avanzata e l’equilibrio tra vantaggi e svantaggi
Supponiamo che tutte le difficoltà organizzative, mediche e personali siano state superate e che il bambino desiderato sia finalmente venuto al mondo. La maternità in età matura presenta indubbi vantaggi.
«Una donna che decide consapevolmente di diventare madre all’età di 45 anni affronta questa fase responsabile con una vasta esperienza di vita, un sistema di valori ben consolidato e solide risorse materiali», osservano gli psicologi.
A questa età ci troviamo di fronte a una personalità ormai pienamente formata, in grado di offrire al proprio figlio, dal punto di vista emotivo e intellettuale, molto di più rispetto a una madre ventenne emotivamente immatura.
Tuttavia, questa medaglia ha anche il suo rovescio. La differenza di età tra madre e figlio può arrivare a 40 o addirittura 50 anni.
«Con un divario del genere, a volte viene praticamente saltata un’intera generazione con le sue specifiche norme culturali, i suoi valori e le sue abitudini», sottolineano gli psicologi. «Anche se una donna cerca di essere il più possibile al passo con i tempi e cerca di vivere al ritmo dei giovani, un profondo conflitto di visioni del mondo e di prospettive generazionali diventa praticamente inevitabile».
Risultati e statistiche
Nel 2023, i ricercatori della prestigiosa Università di Yale hanno pubblicato dati su larga scala. Secondo i loro rapporti, il numero di donne negli Stati Uniti che hanno deciso di dare alla luce il loro primo figlio dopo i 40 anni è raddoppiato negli ultimi cinque anni.
Tuttavia, tenendo conto del fatto che le cliniche mediche garantiscono una percentuale di successo delle procedure di maternità differita non superiore al 50-60%, questo approccio rimane uno dei progetti di vita più rischiosi e controversi per la donna moderna, ambiziosa e orientata al successo professionale.
Domande frequenti
1. Fino a quale età è consigliabile congelare gli ovociti
I medici specialisti in medicina riproduttiva ritengono che l’età ottimale per le procedure di crioconservazione degli ovociti sia il periodo fino ai 35-37 anni. A questa età, la qualità e la quantità degli ovociti si attestano a un livello sufficientemente elevato, il che aumenta notevolmente le probabilità di un fecondamento riuscito e di portare a termine una gravidanza in futuro.
2. Qual è la differenza principale tra la congelazione degli ovociti e quella degli embrioni
La congelazione degli ovociti non richiede la presenza di materiale maschile nella fase di congelamento, il che lascia alla donna la libertà di scegliere il futuro padre del bambino. La crioconservazione degli embrioni presuppone la fecondazione preliminare dell’ovocita con lo sperma del partner o di un donatore. Gli embrioni presentano una maggiore sopravvivenza al disgelo e garantiscono una percentuale più elevata di gravidanze riuscite.
3. Quali sono le probabilità di una gravidanza riuscita utilizzando materiale crioconservato
Secondo le statistiche delle principali cliniche di medicina riproduttiva, l’efficacia delle procedure che utilizzano materiale crioconservato è dell’ordine del 50-60%. Il successo dipende dall’età della donna al momento del prelievo del biomateriale, dalla sua qualità iniziale e dai parametri di salute individuali.
4. Per quanto tempo possono essere conservati gli ovociti e gli embrioni congelati
Gli embrioni e gli ovociti congelati vengono conservati in azoto liquido a temperature estremamente basse (circa -196 °C). In tali condizioni, il materiale biologico può mantenere la propria vitalità fino a 20 anni e oltre senza perdita di qualità.
5. Quali sono i rischi psicologici associati alla maternità differita
Tra i principali rischi psicologici figurano la potenziale delusione in caso di tentativi falliti di fecondazione in vitro, la probabilità di crescere un figlio da sola in assenza di un partner, nonché il conflitto intergenerazionale causato dalla grande differenza di età (40-50 anni) tra i genitori e il figlio.
Lifestyle
“Quando la parola abitò il mio cuore”: il potente urlo di verità e resistenza di Maria Teresa Liuzzo
“La parola sopravvive a ogni morte. Ho camminato come un funambolo tra le lacrime sapendo di avere un coltello puntato alla schiena”. ✒️ 📖 Il devastante editoriale della scrittrice Maria Teresa Liuzzo: un atto d’accusa feroce contro l’ipocrisia e il compromesso dei moderni salotti letterari e, al tempo stesso, una meravigliosa dichiarazione d’amore e di resistenza per la sacralità della Scrittura e della Verità. Da leggere tutto d’un fiato. 🤍 🗡️
Cultura e Società – Ci sono testi che si limitano a raccontare, e testi che squarciano l’anima. Quello che vi proponiamo oggi è un editoriale di una potenza emotiva devastante, scritto dalla penna fiera e indomabile di Maria Teresa Liuzzo. In questo profondo flusso di coscienza, l’autrice sferra un durissimo attacco contro l’ipocrisia, l’opportunismo e la mediocrità che sempre più spesso infestano i salotti culturali moderni. Allo stesso tempo, la scrittrice traccia una vera e propria “dichiarazione d’amore” assoluta verso la Parola e la Scrittura: le uniche armi rimaste per resistere all’oscurità del nostro secolo, mantenendo intatta la propria dignità, la propria purezza e la propria fede. Una riflessione imperdibile per chiunque creda ancora nel valore della verità.
La nausea del compromesso e l’ipocrisia del nostro tempo
di Maria Teresa Liuzzo
Mi è capitato di recente di leggere un suggerimento che sapeva di compromesso, di bugia, di opportunismo, di rassegnazione. Lo scritto mi ha alquanto delusa e stupita allo stesso tempo. Mi sono sentita attraversare da un filo elettrico da colui che predicava bene e razzolava male, lo stesso che sarebbe capace di calpestare il cadavere della propria madre per ottenere un attimo di visibilità sui social. In quella lugubre atmosfera vedevo l’oggi distrutto e il domani pronto per essere impiccato da coloro che indossavano tute mimetiche e squame di serpenti.
Il Personaggio, intuendo che ero a conoscenza dei suoi falsi alibi, cercava di trasformare in verità la menzogna per non perdere i favori che riceveva dai suoi “padroni”. In un momento si trasformò in un voltagabbana pronto a darsi alla “fuga”, limitandosi a dire che bisognava adeguarsi ai tempi. Intuii che non bisogna mai lasciarsi sfiorare dallo sterco. Mi sentivo lontana anni luce da questi oscuri personaggi, vedevo in essi il doppio che è in noi e il rischio della scissione tra l’io e l’ombra, mentre osservavo i loro impulsi scatenanti nel cercare di convertire in verità le menzogne.
Sono gli zombi del secolo, posseduti da un odio viscerale che non conosce vaccino perché muta sempre nel suo genoma e, ancora più letale, si rinnova. Sono stata assalita da un senso di nausea (perché soltanto quello si può provare) quando non un uomo, ma un lacerto di esso, si genuflette ad una Cocotte ignorante, deleteria, bugiarda, traditrice, millantatrice al timone di un bastimento di putridume, che esulta ad ogni “spettro” che incontra e dove andrà a finire insieme ai fondi del caffè nella pattumiera. Povera Cultura in mano agli sciacalli, altro non sono che ombre tremolanti che la lampada notturna proietta sulle pareti. La sorpresa giunse quando lo sdegno mi fece pensare alla purezza del pensiero, alla generosità della parola e al suo amore che danno prestigio e valore alla scrittura. ARIMANE o SATANA?
La scrittura non è sangue, ma una coraggiosa scelta di vita
Ho capito che la scrittura è come la famiglia. Non è sangue ma scelta. All’improvviso il mio cuore spezzato si rasserenò. L’accento fu un neonato abbandonato tra le braccia di una sconosciuta. Il suo visetto roseo era dolce, lo strinsi al petto e si addormentò baciato dalla luna. Compresi che soltanto la vita e nessuna scienza ci insegna il coraggio di vivere e di amare. Questa creatura, che il destino affidò nelle mie braccia, è diventata respiro, inchiostro, coscienza. La mente ha iniziato un lungo viaggio tra i superbi, padroni della loro sapienza.
Non urlò la parola né pianse, non si mise in fila come le ochette del pantano o come le mollette che stendono i panni al filo per farli asciugare. La scrittura aveva la capacità di ardere più del fuoco, il potere di gelare come un dannato all’inferno, ma anche di diffondere la luce di un diamante di mille carati. La parola è una guerra che non dorme, non conosce la pigrizia né l’angoscia, non è una creatura inferma, ed è partita decisa come un soldato al fronte. Non bastò la tempesta a scoraggiarla, né l’ululato del vento che scioglieva la neve contro i vetri. Si armò di arco e frecce e nell’abisso della vita si inoltrò.
Fu devastante come un fulmine, generosa come una cascata, e cantò nel silenzio più atroce pur sapendo che poteva morire. Soltanto attraverso le imboscate capì che la mente comprende ciò che gli occhi catturano. Viaggiò in incognito, aveva perduto la nozione del tempo. Si rifugiò tra le pagine di un libro e quel mondo divenne il suo altare e la sua casa. Mi disse che la “Voce” non può essere un simbolo da sfruttare, ma una Verità da proteggere a qualunque costo.
Si distaccò da monconi e comparse e in trincea rimase a lungo senza respirare per sopravvivere. Sapeva che il silenzio era privo di occhi. Il suo compito era quello di liberarsi dal potere di una sovragestione occulta. Sa di essere respiro, esistenza e non una sterile forma di gesso sotto la pioggia, né merce da svendere, ma resistenza silenziosa, forza indistruttibile. La parola è dolore, il dolore è memoria. Un tormento contro l’oblio perché la vita è fatta di regole e di scelte.
La parola sopravvive a ogni morte e non si fa corrompere
La scrittura, questa famiglia di parole, questo groviglio puntiglioso di vene e arterie, pelle, ossa e pori somigliano alle spore delle felci, creature del bosco e del sottobosco. È ansia che mi percuote e che mi cucio addosso rattoppo dopo rattoppo. Proprio in questi territori “maculati” sono malvista e possibile preda degli avvoltoi e dei cacciatori delle “tenebre” in cerca di “selvaggina”. In ogni territorio impervio che attraversiamo, sarà difficile, se non impossibile trovare certi equilibri, ma bisogna provarci per liberarci da quel “brodo” caotico del mentire, essere desti, trovare il proprio equilibrio.
I problemi vanno allontanati e non si può vivere fuggendo. Ogni guerra è il macabro risultato di menti agitate, lingue appuntite e cuori in rivolta. Bisogna liberarsi delle oscurità interiori. La Pace è un lusso. Rimane una bussola senz’ago, un’anima in pena perché è spesso un mezzo e non un fine. La facciata umanitaria, le sfilate poetiche e tanto altro sono parte di una scacchiera globale dove l’ombra nera dell’ego ha in mano la frusta.
Sarebbe utile fare esperienza nel deserto, al di là dei concetti desunti dalla mistagogia; vuol dire fare i conti con le essenzialità dell’esistenza, tra verità mutilate e condanne sospese, delitti e abusi archiviati, tracce sparite e giustizia dissolta. La parola sopravvive ad ogni morte e, anche quando non è ingioiellata, seppure fragile nella sua spontanea eleganza è assoluta. Infatti sopravvisse come un abito marcio sulla pelle delle vittime innocenti e superò quelle malattie che furono strumenti di sterminio, quando obliqua scendeva l’ombra sopra il campo.
La parola era soltanto una bambina dal corpo fragile, con le dita piene di vesciche sino ai polsi, le guance rigate dalle lacrime, le ginocchia sbucciate, i piedi sanguinanti. La sua innocenza era marchiata dal disprezzo. In quel deserto di morte neppure l’ugola aveva voce per distrarre il dolore. Era soltanto una nota dimenticata nella nebbia, ma non rassegnata. Continuò il suo viaggio perché era stata “chiamata” a condividere non ciò che divide, ma ciò che unisce, con la sua deliziosa presenza, con la sua fedeltà silenziosa. È il nostro Spirito che non si possiede, ma si custodisce al riparo delle lingue più feroci del bisturi.
In viaggio con la Fede, sfidando l’invisibile senza chiedere applausi
Recita un detto: “Sono lo spirito che sempre nega! E a ragione: perché tutto ciò che nasce è degno di andare in rovina. Sarebbe pertanto, meglio se non nascesse. Così tutto ciò che voi chiamate peccato, distruzione, il Bene, il Male, il mio vero e proprio elemento” (Faust). Chi è in cammino verso il bene, è un pellegrino sano e salvo perché ha saputo affrontare e attraversare le paludi del male. La parola è nutrita dal sangue, e seppure esiliata da tutti non sarà mai dimenticata, né umiliata dalla crudeltà del tempo, in quanto simbolo universale di umanità.
Anche il silenzio è immortale in tutto ciò che viene messo a tacere, persino anche dove l’amicizia smette di essere un dono. Emigrò la parola, strappando dal suo esile corpo lo scampolo di benda mortuaria. In segreto cercava le trine di un cuscino su cui adagiare i suoi pensieri affinché non si disperdesse la sua libertà, la sua coscienza, la sua responsabilità. Altrove un cane affamato ringhiava vagando nel gelo che lo colpiva con furia curvando gli alberi nudi. Era cattivo il vento, quella notte, prepotente e con la barba lunga e incolta.
Le rose odoravano di morte, le bacche sanguinavano a terra, abbracciandosi mentre rotolavano nel solco. Le foglie, i fiori e le erbe sembravano soldatini disarmati e bambini indifesi. Era un samurai la notte. Così la parola, appartata, dignitosa, come voce notturna attraversò le grotte, le tempeste, gli anfratti, lottò con mostri marini e terrestri nei pianeti che abitò. Si smarrì nel cosmo, si vestì di stelle, bevve il veleno del tempo e della Storia. Quella notte, il silenzio era denso e ovattato come un tempio sacro, e l’accolse come una regina.
Una pletora di “ombre”… Erano così vicine a contemplare la bugia… Oggi va di moda la disonestà, la degenerazione, la spudoratezza. Un mondo crudele, ateo, che pretende dalla parola ubbidienza, servizio e mutismo. Anche il mare si ribella dagli abissi. Dall’alba alla sera si esibisce uno spettacolo di marionette, dove la teatralità ha fame di prede. L’anima si mascherava di buio, mutando in amante e in carnefice. Altrove, la tempesta gemeva facendo raggelare il sangue nelle vene.
Sempre nuda la parola nella sua clamide d’acqua e di rugiada. Di carne e respiro era la pagina. Cercò invano il talento, trovò solo mediocre ambizione nella spietata concorrenza al potere di turno, si incorona, e come sempre appare una maschera dietro le quinte. Si presenta come un Dio, ma la sua mente è infetta, depravata, la virtù è simulata, i pensieri violenti. La parola scelse la Fede come missione.
I “Mostri” temono la verità ma la parola non si fa abusare. I “Fantasmi” hanno terrore perché tutto ciò che è vivo fa rumore. Quel Dio appeso al petto è il mio domani. Si allacciavano le vocali come scarpe. Nelle pupille navigavano i morti che traghettavano parole che nessuno voleva ascoltare. Ho respinto le risate crudeli finché ho visto i sogni trasformarsi in “carne”. Ero un’altra. Ho chiuso il respiro in una valigia, cucito gli appunti che ho nascosto nell’orlo del vestito.
Pensavo a quanto la scienza avesse dimenticato la sua coscienza. Ho seminato grano, accarezzato siepi, piantato alberi. Ho camminato come un funambolo tra le lacrime sapendo di avere un coltello puntato alla schiena. Ho percorso sentieri impervi in compagnia di falchi e lupi. Ho attraversato le vigne dove il sole andava a dormire e la parola non risiede nell’oblio, ma è resilienza che non si sfilaccia. Il suo legame con l’Universo vale più di una corona.
Continuo a viaggiare nei polmoni del tempo indossando il saio della mia solitudine; percorro le strade sterrate, scorgo le cime innevate dove la parola sfida l’invisibile senza chiedere applausi.
Lifestyle
Ferrara, esce ‘Inaspettata’ di Elena Berti: la poesia come riscatto dell’anima
Esce “Inaspettata”, la raccolta poetica della ferrarese Elena Berti: un viaggio in versi liberi e senza filtri tra maternità, memoria e riscatto. 📜 ✨
Ferrara – Nel tormentato e complesso panorama culturale contemporaneo, segnato dai ritmi frenetici della modernità e da una progressiva mercificazione dei messaggi, la riscoperta della parola scritta come strumento di indagine interiore rappresenta una necessità civile non più differibile. La città d’arte estense celebra una nuova e importante testimonianza letteraria grazie alla pubblicazione di “Inaspettata” (versi sparsi), la nuova e intensa raccolta poetica firmata dall’autrice ferrarese Elena Berti. L’opera, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” da Aletti Editore e distribuita anche in formato e-book, si offre alla pubblica opinione come un viaggio intimo e profondo. Attraverso una parola che trasforma il vissuto personale in uno specchio universale, la Berti ricama un dialogo costante tra il rumore interiore e la ricerca della pace, offrendo alle famiglie e ai lettori attenti un’importante occasione di introspezione.
La scrittura come rivendicazione e la scommessa contro il passato
L’universo umano ed estetico di Elena Berti affonda le proprie radici storiche in una profonda passione per i libri, intesi come una vera e propria cura dell’anima contro le asfissie e le solitudini del nostro tempo. La nascita di questa silloge si sviluppa quasi per scommessa, configurandosi come una ferma e orgogliosa reazione a chi, in passato, non ha saputo credere nel valore intellettuale e nel talento dell’autrice. La scrittura si converte in questo modo in una forma di rivendicazione identitaria e di igiene mentale, un hardware espressivo flessibile attraverso cui i Chiaroscuri dell’esistenza trasfigurano nell’unica vera pace possibile, distillata in una poesia incisiva ed essenziale, priva di automatismi accademici.
La prefazione di Giuseppe Aletti ed il verso verticale ed essenziale
Il valore letterario della raccolta è stato analizzato con acume critico nella prefazione del volume firmata dal maestro Giuseppe Aletti, stimato poeta, editore e formatore nazionale. Aletti ha evidenziato la pulizia lessicale e la struttura metrica dei componimenti, capaci di deostruere la rigidità dei canoni tradizionali per parlare direttamente alla mente del lettore: «La silloge si lascia apprezzare per una verticalità del verso, che si sporge da una essenzialità dell’idioma, che si spoglia davanti agli occhi del lettore per lasciare impressioni da riempire con le esperienze del fruitore che diviene così coautore dei frammenti accolti in queste pagine».
La maternità senza filtri e la dedica d’amore alla figlia
L’ordito di “Inaspettata” si sviluppa attraverso l’uso del verso libero, rifiutando in modo netto le scorciatoie delle metafore consolatorie e i virtuosismi stilistici fini a se stessi. La penna della Berti affronta tematiche complesse con una franchezza disarmante, a cominciare da una scomposizione realistica della maternità. Lontana dagli stereotipi idilliaci e commerciali, la condizione materna viene indagata nella sua reale complessità rionale e psicologica, restituita con trasparenza e rispetto per la carne viva della realtà quotidiana. Ad aprire la silloge è non a caso una lirica intensamente autobiografica rivolta alla propria figlia, che si chiude e si suggella con la parola d’oro “grata”, chiave di lettura dell’intero cammino lirico.
Il successo al Salone di Torino e gli oggetti custodi della memoria
L’opera, che ha registrato un eccellente riscontro di pubblico in occasione della sua recente vetrina al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 presso lo stand espositivo di Aletti Editore, si interroga anche sul valore del tempo e della memoria storica. Tra le pagine della raccolta, gli oggetti quotidiani e i dettagli minimi della vita domestica vissuta a Ferrara accanto agli affetti più cari e ai piccoli animali di casa si trasformano nei custodi silenziosi del passato. Le parole diventano così uno spazio sacro e protettivo, un rifugio ermetico in cui far risuonare la propria voce contro il torpore tecnologico, sfidando il lettore onesto a riconoscersi nelle proprie crepe e nelle proprie luci.
Lifestyle
“Fratelli sotto lo stesso cielo”: la poesia di Menda Vreto ci ricorda che l’amore è l’unica vittoria possibile
“La più grande vittoria dell’umanità non sarà vincere contro qualcuno, ma riuscire finalmente a vincere insieme”. 🌍 In un mondo segnato da troppi conflitti, la poesia di Menda Vreto è un inno potentissimo alla fratellanza, alla pace e alla speranza. Un testo commovente che ci invita a costruire ponti invece che muri, per trasformare la Terra in un giardino dove ogni anima possa fiorire. Leggi la bellissima lirica integrale! 🕊️ 📖 🌸
Redazione– In un’epoca storica profondamente segnata da divisioni, guerre e incomprensioni, la poesia riesce ancora a fungere da bussola per l’anima. Ci ricorda chi siamo davvero e, soprattutto, chi dovremmo aspirare ad essere. È con questo spirito che oggi vi proponiamo i delicatissimi e potenti versi di Menda Vreto.
La sua lirica, intitolata “Fratelli sotto lo stesso cielo”, è molto più di una semplice composizione poetica: è una preghiera laica, un manifesto universale contro l’odio e i pregiudizi. Attraverso immagini di rara forza emotiva – dai ponti eterni costruiti dal perdono fino alla luce fragile ma infinita che ogni essere umano porta dentro di sé – l’autrice ci invita a tendere la mano verso l’altro. Ci ricorda che nessuno è straniero su questa Terra e che l’unica, vera e duratura vittoria dell’umanità non si ottiene sottomettendo qualcuno, ma imparando, finalmente, a vincere insieme. Vi lasciamo alla bellezza incontaminata di queste parole.
Fratelli sotto lo stesso cielo
di Menda Vreto
Quando l’odio semina ombre nel cuore
e la paura chiude le porte dell’anima,
ricordiamoci che ogni uomo porta con sé
una luce fragile, ma capace di infinito.
Non siamo nati per essere confini,
né sentieri separati nella notte del mondo;
siamo fili dello stesso grande respiro,
voci diverse della medesima armonia.
Tendiamo la mano a chi cade,
ascoltiamo il silenzio di chi soffre,
perché un gesto d’amore, anche piccolo,
può accendere un’alba dove regnava il buio.
L’odio costruisce troni di cenere,
il perdono scolpisce ponti eterni.
E solo chi impara a vedere nell’altro un fratello
scopre il vero volto della propria umanità.
Che ogni passo sia seme di pace,
che ogni parola sia carezza e speranza;
perché il mondo non appartiene ai cuori divisi,
ma a coloro che scelgono di amarsi.
E un giorno, quando l’uomo avrà imparato
che nessun cuore è straniero a un altro cuore,
la Terra non sarà più un campo di battaglia,
ma un grande giardino dove ogni anima potrà fiorire.
Perché la più grande vittoria dell’umanità
non sarà vincere contro qualcuno,
ma riuscire finalmente a vincere insieme.
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Emergenza educativa: la scuola che crolla e il dramma silenzioso di una generazione prigioniera dei social

