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Cultura

Oggi è la Giornata della Bandiera Nazionale dell’Afghanistan: la storia del tricolore e la memoria di un popolo

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Oggi è la Giornata della Bandiera Nazionale dell’Afghanistan: la storia del tricolore e la memoria di un popolo

La bandiera tricolore dell’Afghanistan: la storia di un simbolo e di un popolo

Redazione- Per molti afghani, la banggggdiera tricolore dell’Afghanistan non è soltanto un pezzo di stoffa con tre colori; è una parte della loro memoria, della loro identità e della storia condivisa di un’intera nazione. Per anni questa bandiera è stata presente nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle celebrazioni nazionali e nei momenti importanti della vita di milioni di cittadini afghani.

La bandiera con i colori nero, rosso e verde ha attraversato diverse fasi della storia moderna dell’Afghanistan. Nel corso degli anni il Paese ha cambiato più volte simboli e bandiere a causa dei cambiamenti politici, ma il tricolore è diventato per molti un simbolo profondamente legato al concetto di patria, unità nazionale e ai ricordi di una generazione.

Durante il periodo della Repubblica Islamica dell’Afghanistan, soprattutto dopo il 2001, questa bandiera era presente nelle istituzioni dello Stato, nelle forze di sicurezza, nelle competizioni sportive e nelle cerimonie ufficiali. Per molti afghani rappresentava un’epoca fatta di speranze, ricostruzione e cambiamenti sociali.

Il giorno in cui il destino della bandiera cambiò

Il 15 agosto 2021, con l’ingresso dei Talebani a Kabul e la caduta del precedente governo afghano, anche il destino della bandiera tricolore cambiò. I Talebani rimossero la bandiera nero-rosso-verde da molti edifici pubblici e la sostituirono con la loro bandiera bianca dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan.

Per i sostenitori dei Talebani, questa nuova bandiera rappresenta il nuovo sistema politico e i suoi valori. Per molti altri afghani, invece, la rimozione del tricolore è stata vista come la fine di un’epoca e la perdita di un simbolo legato ai ricordi personali, familiari e nazionali.

Negli anni successivi, la bandiera tricolore ha continuato a essere presente tra alcuni afghani, soprattutto nelle comunità all’estero e tra coloro che la considerano un simbolo della propria storia e della propria identità.

Una bandiera che porta con sé la memoria di un popolo

La storia dell’Afghanistan dimostra che le bandiere possono cambiare insieme ai governi, ma le memorie delle persone rimangono. Per alcuni è il ricordo dei giorni di scuola, per altri delle celebrazioni dell’indipendenza, per altri ancora dei momenti difficili vissuti durante guerre e migrazioni.

Oggi la bandiera tricolore afghana non è soltanto un simbolo politico: per molti rappresenta una parte della loro vita, delle loro esperienze e della storia di milioni di persone. Come lo stesso Afghanistan, anche questa bandiera ha attraversato guerre, trasformazioni e momenti difficili, ma continua a vivere nella memoria di molti afghani.

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Cultura

Menda Vreto lancia la poesia Una carezza al mondo: un inno alla pace

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Roma – Nel tormentato contesto geopolitico contemporaneo, segnato da conflitti transfrontalieri, emergenze umanitarie e crescenti fratture sociali, la letteratura e la poesia sociale tornano a rivendicare una fondamentale funzione civile di mediazione e di ricomposizione etica. In questo alveo espressivo si inserisce la pubblicazione di “Una carezza al mondo”, la nuova e intensa lirica firmata dall’autrice Menda Vreto. Il componimento si configura come un organico manifesto laico contro l’indifferenza e la mercificazione dei sentimenti, strutturandosi intorno ai valori universali dell’inclusione, del perdono e della fratellanza interpersonale. Vreto adotta una sintassi lineare, limpida e priva di ermetismi accademici, una scelta stilistica e intellettuale mirata ad abbattere le barriere culturali e a favorire una sintonizzazione empatica immediata con il pubblico transgenerazionale dei lettori.

La topografia del dolore e la decostruzione della retorica della pace

L’architettura concettuale della silloge si apre con una potente immagine allegorica che paragona la Terra a un minore bisognoso di protezione biologica di fronte alle oscurità della storia: “Vorrei mettere una carezza / sulla fronte della Terra / come si fa con un bambino / quando ha paura del buio”. L’indagine lirica della Vreto mappa con precisione i traumi legati alle migrazioni coatte, alla distruzione delle dimore fisiche e alla dispersione dei legami affettivi, offrendo una lucida risposta emotiva al senso di isolamento e smarrimento che attraversa l’umanità contemporanea. L’autrice opera inoltre una netta deostruzione dei trattati formali e della retorica diplomatica tradizionale, ricordando che la stabilità civile non è una formula teorica racchiusa nei manuali, ma un’infrastruttura vivente che si edifica quotidianamente attraverso la micro-economia della solidarietà, come la spartizione del cibo e la gratuità del sostegno reciproco.

Il welfare della cura e il presidio etico della responsabilità collettiva

Un asse fondamentale del testo investe la condizione psicologica e materiale delle madri e dei minori esposti alle vulnerabilità delle crisi belliche, soggetti fragili a cui la poetessa rivolge una formale promessa di riscatto e di inclusione sociale per evitare che l’infanzia venga privata della certezza di un futuro sereno. La dottrina della cura illustrata da Menda Vreto individua nel superamento dell’egoismo individuale la precondizione per attivare percorsi di riconciliazione comunitaria. Il perdono non viene declinato come passiva rassegnazione, bensì come un atto rivoluzionario e consapevole compiuto da chi sceglie deliberatamente di riconoscere la dignità dell’altro e di accoglierlo come un fratello, trasformando l’azione delle mani e lo sguardo ravvicinato in formidabili strumenti di prevenzione sociale contro l’isolamento e la micro-conflittualità metropolitana.

Il manifesto finale per la guarigione della biosfera e del capitale umano

In ultima analisi, il congedo solenne di “Una carezza al mondo” si converte in un augurio universale rivolto alla guarigione lenta della biosfera e dell’intero capitale umano, legando la tutela dell’ambiente alla stabilità delle relazioni civili. Vreto affida alla cittadinanza una triade etica fondata sulla libertà dalla paura, sulla responsabilità della custodia e sulla forza dell’amore incondizionato, invitando la comunità a rimanere vigile a difesa dei diritti umani. Il volume, fruibile come prezioso laboratorio di igiene intellettuale e conforto laico per le famiglie, restituisce alla parola scritta la sua funzione primaria di presidio di civiltà e di diletto dell’anima, ricordando che il futuro e la tenuta democratica delle comunità dipendono in modo lineare dalla capacità dell’uomo di porre un limite all’ingerenza dell’odio e dell’isolamento nella propria quotidianità.

Una carezza al mondo

Menda VRETO 
Vorrei mettere una carezza
sulla fronte della Terra,
come si fa con un bambino
quando ha paura del buio.
Vorrei asciugare le lacrime
di chi ha perso una casa,
di chi ha perso un abbraccio,
di chi cammina nel dolore
cercando ancora un po’ di luce.
Vorrei sussurrare a ogni cuore ferito:
“Non sei solo.
Io ti vedo.
Io sento il tuo dolore.”
La pace non è una parola lontana,
scritta soltanto sui libri.
La pace vive nei piccoli gesti:
in un pane diviso a metà,
in una mano stretta con amore,
in un sorriso donato senza chiedere nulla.
Ci sono madri che aspettano,
bambini che chiedono soltanto un cielo sereno,
persone che portano dentro ferite
che nessuno riesce a vedere.
A loro vorrei regalare una promessa:
un mondo più dolce,
un mondo dove nessuno debba sentirsi dimenticato.
Perché la pace nasce piano,
nel cuore di chi perdona,
nelle mani di chi aiuta,
negli occhi di chi sceglie
di vedere un fratello nell’altro.
E allora, cara Terra,
guarisci lentamente.
Noi saremo qui,
con il cuore aperto,
a proteggere il tuo sogno più grande:
vivere insieme,
senza paura,
con amore.
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Cultura

Musei Civici di Roma: tutti gli appuntamenti dal 31 luglio al 13 agosto

🚨 ESTATE CULTURALE A ROMA: SCOPRI TUTTE LE MOSTRE E I LABORATORI DELLA SOVRAINTENDENZA DAL 31 LUGLIO AL 13 AGOSTOL’estate culturale di Roma Capitale entra nel vivo con un ricchissimo programma di eventi, grandi mostre e attività didattiche promosso dalla Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Dal 31 luglio al 13 agosto 2026, il Sistema dei Musei Civici si trasforma in un palcoscenico diffuso di arte, storia e archeologia per cittadini, famiglie e turisti. 🏛️🎨✨Il cartellone offre mostre straordinarie: dal muralismo messicano con l’imponente rassegna su Diego Rivera a Villa Caffarelli, al glamour di “Moda in luce” alla Centrale Montemartini, fino al rigore fotografico di Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis e al tributo cinematografico per Ettore Scola a Palazzo Braschi. Spazio anche al centenario della GAM e alla storia dell’emblema della Repubblica alla Casina delle Civette di Villa Torlonia. Per i possessori di Roma MIC Card tornano le visite guidate gratuite del programma aMICi (con focus sui Mercati di Traiano, sugli Etruschi e sulla statuaria romana) e i laboratori creativi per bambini dedicati al mito di Orfeo e alle antiche vacanze al tempo dell’Imperatore Augusto. Da non perdere, sabato 8 agosto, la passeggiata storica a Villa Doria Pamphilj sui passi della Repubblica Romana del 1849. 🌿✉️🗳Object👇 Quale di queste grandi mostre o visite guidate sceglierai per arricchire le tue serate d’agosto a Roma? Raccontacelo nei commenti!#EstateRomana2026 #SovraintendenzaRoma #MuseiInComune #DiegoRivera #RobertMapplethorpe #EttoreScola #CentraleMontemartini #RomaMicCard #PasseggiateRomane #CulturaRoma

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AraPacis_Robert Mapplethorpe_Ph. Wps

Roma – Nel quadro delle politiche di valorizzazione del patrimonio storico-artistico urbano e di sviluppo delle industrie creative promosse dall’amministrazione capitolina, l’offerta culturale estiva si consolida come un fondamentale presidio di welfare sociale e attrazione turistica. La Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in stretta sinergia con l’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, ha ufficializzato il fitto palinsesto di attività e aperture straordinarie programmato dal 31 luglio al 13 agosto 2026. La programmazione transdisciplinare integra le grandi esposizioni monografiche del Sistema dei Musei Civici a laboratori didattici specialistici, hackathon visivi e percorsi guidati all’aperto nelle aree verdi monumentali. Le iniziative mirano a democratizzare l’accesso al sapere umanistico e scientifico, offrendo ai residenti e ai flussi internazionali strumenti d’avanguardia per interpretare l’identità materiale e immateriale della città.

Le grandi mostre d’agosto: dal Messico di Rivera alla New York di Damele

Il cartellone espositivo della stagione estiva si distingue per un’altissima densità informativa, alternando il recupero filologico dell’avanguardia pittorica del Novecento alle espressioni della fotografia documentaria contemporanea. Tra i debutti di maggior rilievo spicca, presso le sale di Villa Caffarelli ai Musei Capitolini, la mostra “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo”, prima retrospettiva assoluta in Italia sul maestro del muralismo e considerata la più imponente esposizione sull’arte messicana in Europa degli ultimi decenni. La Centrale Montemartini ospita invece “Moda in luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale”, un accurato percorso storiografico sul pronto-moda e sulle grandi maison capitoline. Al Museo di Roma in Trastevere, l’obiettivo di Matilde Damele traccia un parallelo visivo tra la topografia urbana di New York e i dintorni storici di Porta Maggiore, mentre all’Ara Pacis prosegue la rassegna “Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza” con oltre duecento scatti incentrati sul rigore formale e sulla statuaria del corpo umano.

Il centenario della GAM e l’omaggio storiografico a Ettore Scola

Le celebrazioni istituzionali investono in modo analitico la storia stessa delle collezioni pubbliche romane. La Galleria d’Arte Moderna di via Crispi solennizza il proprio secolo di attività con il rinnovato allestimento “GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025”, arricchito da ventischei capolavori scultorei e pittorici integrati nel percorso permanente. Al Museo di Roma a Palazzo Braschi, a dieci anni dalla scomparsa del regista, l’antologica “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati” ne mappa la biografia intellettuale e l’impatto sul cinema di costume. L’offerta si capillarizza a Villa Torlonia: il Casino dei Principi accoglie i cicli pittorici di “Pedro Cano. Siete e Roma”, mentre la Casina delle Civette ospita “Sotto una buona stella. L’emblema della Repubblica Italiana nelle carte di Paolo Paschetto”, un focus filologico sull’araldica pubblica nell’80° anniversario dell’elezione dell’Assemblea Costituente, affiancato alle mostre capitoline su Giorgio Vasari e sulla tecnica del “non finito” in Pinacoteca.

I programmi aMICi per adulti e la didattica sperimentale per l’infanzia

Le attività di mediazione culturale e divulgazione scientifica si articolano attraverso i format gratuiti “aMICi” e “aMICi Kids”, accessibili liberamente per i possessori della Roma MIC Card. Per la platea adulta si segnalano tre percorsi specialistici diurni e serali: giovedì 6 agosto alle ore 18.00, presso i Mercati di Traiano, la visita guidata al Grande Emiciclo analizzerà le connessioni architettoniche con il Foro imperiale; domenica 9 agosto alle ore 18.00, i Musei Capitolini ospiterà un focus sull’archeologia funeraria etrusca e sulla Collezione Castellani, mentre martedì 11 agosto alle ore 17.00 la Centrale Montemartini proporrà un itinerario tra i marmi colossali di Agrippina e il celebre “togato Barberini”. La didattica per l’infanzia prevede invece laboratori creativi basati sullo storytelling: il 4 e 6 agosto alla Montemartini andrà in scena “Orfeo, il mago malinconico” per ragazzi dai 7 agli 11 anni, mentre il 5 agosto il Museo dell’Ara Pacis ospiterà “Un Ferragosto lungo un mese: le vacanze al tempo di Augusto”, un viaggio storico alla scoperta delle antiche Feriae Augustae.

Le Passeggiate Romane e la logica della prenotazione centralizzata

In ultima analisi, il festival estivo esce dai perimetri murari dei musei per innestarsi nei parchi storici della città attraverso il ciclo delle “Passeggiate Romane”. Sabato 8 agosto, alle ore 18.00, l’ingresso principale di Villa Doria Pamphilj (Largo III Giugno 1849) farà da punto di partenza per l’itinerario storiografico “Roma in armi. La storia a Villa Pamphilj”, un percorso sul campo volto a ricostruire le vicende militari e civili della Repubblica Romana del 1849 nei luoghi che furono teatro dei combattimenti garibaldini. Data la rigorosa limitazione dei posti disponibili per ciascun evento — con un massimo di 12 bambini per i laboratori infantili e 40 partecipanti per i percorsi all’aperto —, la Sovraintendenza ha attivato il servizio di prenotazione obbligatoria e infoline tramite il contact center centralizzato 060608, operativo quotidianamente dalle ore 9.00 alle 19.00, garantendo una gestione efficiente e tracciabile dei flussi culturali.

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Cultura

“Il Poema della Miseria” di Migjeni: il manifesto letterario del realismo albanese

Nel panorama della letteratura europea del Novecento, la figura di Millosh Gjergj Nikolla, universalmente noto con lo pseudonimo di Migjeni (13 ottobre 1911 – 26 agosto 1938), rappresenta una pietra miliare e una voce di rottura radicale rispetto alla tradizione lirica e romantica balcanica. Nonostante la sua prematura scomparsa a soli ventisei anni, lo scrittore ha impresso una svolta indelebile nella cultura albanese, introducendo i canoni di un realismo critico, spietato e privo di concessioni consolatorie. Il suo capolavoro assoluto, “Il Poema della miseria” (scritto negli anni ’30), si configura come un’autentica e viscerale radiografia del dolore umano e della sottomissione economica, assurgendo a inno senza tempo delle classi subalterne.

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Migjeni
Redazione-  Nel panorama della letteratura europea del Novecento, la figura di Millosh Gjergj Nikolla, universalmente noto con lo pseudonimo di Migjeni (13 ottobre 1911 – 26 agosto 1938), rappresenta una pietra miliare e una voce di rottura radicale rispetto alla tradizione lirica e romantica balcanica. Nonostante la sua prematura scomparsa a soli ventisei anni, lo scrittore ha impresso una svolta indelebile nella cultura albanese, introducendo i canoni di un realismo critico, spietato e privo di concessioni consolatorie. Il suo capolavoro assoluto, “Il Poema della miseria” (scritto negli anni ’30), si configura come un’autentica e viscerale radiografia del dolore umano e della sottomissione economica, assurgendo a inno senza tempo delle classi subalterne. Attraverso una lingua affilata, densa di espressioni taglienti e metafore grottesche, Migjeni deostruisce l’ipocrisia delle istituzioni religiose e borghesi dell’epoca, descrivendo la povertà non come una fatalità biologica, ma come una ferita sociale e una macchia indelebile sulla fronte dell’umanità. Il testo, magistralmente tradotto dalla scrittrice e giornalista Angela Kosta, conserva intatta la sua straordinaria contemporaneità, offrendo una disamina speculativa e universale sul dramma della privazione e sulla necessità imprescindibile della giustizia sociale in opposizione alla sterile retorica della pietà.

IL POEMA DELLA MISERIA –
MIGJENI (13 ottobre 1911 – 26 agosto 1938)
Pietra miliare della letteratura albanese.

Poema della miseria, scritta negli anni ’30, rimarrà l’inno della miseria, del mozzico che non riuscirà ad essere inghiottito nei secoli, pure oggi…

IL POEMA DELLA MISERIA

Mozzico che non si ingoia o fratello, è la miseria,
mozzico che ti rimane in gola e ti invade la tristezza
qualora vedi volti pallidi e occhi verdastri
che ti guardano come spettri e allungano le mani intorpidite,
pure in quella maniera, tese dietro di te rimangono
per l’intera loro vita, finché muoiono.

E sopra loro, nell’aria, come in dileggio,
trafiggono il cielo, le croci e minareti di pietre,
i profeti e santi in variopinti abiti
risplendono.
E la miseria il proprio slealtà avverte.

La miseria ha il suo orrendo sigillo;
è disgustosa, maligna, infame;
la fronte che la tiene, gli occhi che la esprimono,
le labbra che invano cercano di celarla
sono i figli dell’insipenza
nonché i sacrificci del disprezzo,
gli avanzi sudici attorno alla tavola
alla quale ha divorato la cena un cane spietato
con trippa secolare, sempre inappagato.
La miseria non ha fortuna,
ma ha solo brandelli,
brandelli dal fondo in cima,
le bandiere di una speranza
lacerata e logorata,
rimangiando la parola data.

La miseria si inferocisce
in amori lussuosi
In angoli bui,
insieme con cani, sorci, gatti,
su rattoppi ammuffiti, luridi, lerci, fradici,
si denudano le carni,
come colostro, gialli e sporchi;
si intrecciano i sentimenti con impeto bestiale,
mordono, ingozzano, si succhiano,
si baciano le labbra aride,
e si spegne la fame
e svanisce la sete
nella brama veemente,
qualora il medesimo annega
E lì,
prendono l’inizio i matti,
i servi e i mendicanti
che l’indomani nasceranno
per riempirci le strade.

La miseria, nella pupilla del pargoletto,
trema come la fiamma sbiadita di una candela,
sotto il soffitto annerito e zeppo di ragnatele,
dove ombre umane fremono tra muri
colmi di macchie,
dove il neonato malato piange
come uno spirito maligno,
succhiando il seno vacuo della povera madre,
e lei,
di nuovo incinta, maledice Dio e demonio,
maledice il suo frutto,
maledice il grembo greve.
Il suo pargoletto non ride,
ma soltanto frigna,
la madre non lo ama,
ma solamente lo maledice.
Quanto è triste la culla della miseria,
dove il bambino lo cullano le lacrime e i sospiri!

La miseria cresce il piccino
all’ombra delle case alte,
dove non arriva la voce dello mendicante,
dove non si può disturbare la quiete ai signori
quando insieme alle signore
nei letti della felicità dormono.

La miseria fa maturare il bambino
prima che diventi uomo;
desidera insegnargli a sfuggirgli
al pugno che lo minaccia,
a quel pugno che nel sonno lo stringe per gola,
quando iniziano i deliri della febbre

per la fame
e il volto del bambino
lo copre l’ombra della disgrazia,
un gioiello sciagurato al posto del sorriso.
Un frutto, quando si matura, si sa dove va
così anche il bambino,
nel ventre della terra finisce.

La miseria lavora, lavora giorno e notte,
bollendo il sudore sul petto e la fronte,
affondando fino alle ginocchia nel fango,
e ancora le viscere si piegano dalla fame.
Ricompensa ridicola!
Per cento sfatichiate al giorno
solo tre o quattro monete e “via!”.

La miseria talvolta ha le guance lustre,
le labbra meste, i pomelli tinti
il corpo monumento di un smercio sozzo,
che è condannato a giacere nel letto in due;
e per quel servizio riceverà qualche soldo
sulle lenzuola, sui volti
e nella coscienza, venature…

Inoltre, la miseria lascia pure l’eredità
non solo alle banche o nei beni immobili,
ma le ossa deforme e nel petto qualche dolore,
può lasciare il ricordo di un giorno lontano,
quando il tetto della casa piombò e crollò
dalla putrefazione del tempo,
dal fardello del cielo,
quando sopra ogni cosa si udì
una terrificante voce
ricolma di maledizioni e supplizi
come dal fondo dell’inferno,
era la voce dell’uomo che moriva sotto le travi.
Così sotto il piede pesante del Dio irato –
dice il prete –
muore colui che porta vite stuprate.
E con questi ricordi, con tali sventure,
si riempie il calice del veleno in eredità di generazioni.

La miseria ha la sorella agiata: il bicchiere.
Nelle bettole luride, accanto ai tavoli lerci,
l’anima assetata il bicchiere in gola rovescia,
per scordare i novantanove problemi.
E il bicchiere torbido, il bicchiere satanico,
accarezzandolo come una vioera lo punge,
e quando l’uomo cade
come il grano dalla falce,
sotto il tavolo piange,
in modo tragicomico ride.
Tutti i problemi la povertà nel bicchiere li affoga,
quando i cento
uno dopo l’altro in gola li riversa.

La miseria accende i desideri,
come le stelle l’oscurità
e fanno fumo
come pioli che il fulmine
in cenere li riduce.

La miseria non ha gioia,
ma solo tormenti,
dolori insopportabili che ti fanno impazzire,
che ti danno la corda
per andare dritto a impiccarti
oppure diventi povero sacrificio e di paragrafi.

La miseria non vuole pietà,
ma vuole soltanto giustizia!
Pietà?
Figlia bastarda di padri astuti,
al quale in modo pomposo, come i farisei,
suonano il tamburo per rimanere scaltri,
gettando al mendicante una fine moneta
sul palmo della mano.

La miseria è una macchia indelebile
sulla fronte dell’umanità
che tra i secoli, varca.
E questa macchia
mai potranno riscattarla
i laceri ammuffiti nei templi.

Traduzione: Angela Kosta


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