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Esteri

Cinque anni dopo il 15 agosto: le donne afghane non hanno smesso di far sentire la propria voce

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Donne afghane con il hijab

Redazione- Da Kabul a Francoforte e Roma: cinque anni dopo il ritorno dei talebani, la voce delle donne afghane continua a farsi sentire

Il 15 agosto 2021 non è soltanto una data politica per l’Afghanistan. È il giorno che ha diviso la vita di milioni di persone in due: prima della caduta e dopo la caduta.

Quel giorno i talebani entrarono a Kabul e il governo della Repubblica crollò. La città precipitò nello shock. L’aeroporto di Kabul divenne il luogo verso cui si riversarono migliaia di persone, nella speranza di raggiungere un luogo sicuro. Le famiglie erano preoccupate per il futuro e, in molte case, donne e ragazze si ponevano una domanda ancora più dolorosa: che cosa sarebbe successo alle loro vite?

Ma, in mezzo a quella paura e a quella incertezza, una voce si fece sentire molto presto: la voce delle donne.

Solo due giorni dopo la caduta di Kabul, il 17 agosto, alcune donne scesero in strada nella capitale. I talebani avevano appena preso il potere, la città era ancora immersa nella paura e nessuno sapeva quale sarebbe stato il prezzo di una protesta. Eppure le donne decisero di far capire fin dall’inizio che la caduta di un governo non significava la cancellazione dei loro diritti e della loro volontà.

Quella prima protesta poteva sembrare piccola per numero, ma aveva un significato enorme.

Le donne stavano dicendo che l’Afghanistan non poteva essere costruito senza di loro.

Da quel momento iniziò una lotta che, nei cinque anni successivi, avrebbe assunto forme diverse. Le donne tornarono nelle strade, protestarono e chiesero istruzione, lavoro e libertà.

In molti casi, però, la risposta dei talebani fu fatta di minacce, violenza, arresti e intimidazioni.

Quando le strade divennero sempre più pericolose, la resistenza cambiò forma.

La protesta passò dalla strada alle case, dalle case ai telefoni cellulari e dai telefoni al mondo.

I video registrati e diffusi dalle donne dall’interno dell’Afghanistan sono diventati uno degli strumenti più importanti di questa resistenza. Una donna che non poteva parlare liberamente in una piazza poteva accendere la fotocamera del proprio telefono, raccontare ciò che stava vivendo e raggiungere migliaia di persone dentro e fuori dal Paese.

A volte, un breve video diventava la continuazione della stessa protesta iniziata anni prima nelle strade di Kabul.

Questi video non erano soltanto immagini di protesta; erano testimonianze vive di un periodo storico. Mostravano donne che parlavano della perdita dell’istruzione, del lavoro, della libertà di movimento e della possibilità di partecipare alla vita sociale.

Sono passati cinque anni.

Eppure, chi pensa che con il passare del tempo la voce delle donne sia stata messa a tacere, si sbaglia.

Oggi l’Afghanistan rimane l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è impedito proseguire l’istruzione secondaria e alle donne è impedito frequentare l’università. Le restrizioni imposte negli ultimi cinque anni hanno ridotto drasticamente la presenza delle donne nella vita pubblica.

Dietro queste statistiche, però, ci sono persone.

Dietro ogni ragazza privata della scuola c’è un futuro interrotto.

Dietro ogni donna privata del lavoro ci sono anni di conoscenze, esperienza e sacrifici.

E dietro ogni porta chiusa c’è il sogno di una generazione che voleva contribuire alla costruzione del proprio Paese.

Ma accanto a questa realtà esiste un’altra verità:

le donne continuano a resistere.

In Afghanistan, nonostante i rischi, le proteste non sono scomparse. Le donne continuano a parlare di istruzione, lavoro, libertà e dignità. Quando le grandi manifestazioni diventano impossibili, la resistenza assume altre forme: piccoli incontri, iniziative clandestine, messaggi sui social network e video diffusi nel mondo.

La lotta delle donne afghane, quindi, non è rimasta confinata all’interno del Paese.

Ha attraversato le frontiere.

Cinque anni dopo il 15 agosto: le donne afghane non hanno smesso di far sentire la propria voce

In Germania, donne afghane e attiviste si sono riunite in città come Francoforte e Berlino per mantenere alta l’attenzione sulla condizione delle donne in Afghanistan.

A Francoforte, nei giorni precedenti al quinto anniversario del ritorno dei talebani, sono state organizzate iniziative e manifestazioni dedicate alle donne e alle ragazze afghane. Il loro messaggio è stato chiaro: il passare del tempo non deve trasformare la repressione in qualcosa di normale o dimenticato.

Anche in Italia la voce delle donne afghane continua a farsi sentire.

A Roma, donne afghane e sostenitori dei diritti delle donne hanno partecipato a iniziative e manifestazioni contro le restrizioni imposte dai talebani. Slogan come «Istruzione, lavoro, libertà» sono tornati a essere pronunciati anche lontano dall’Afghanistan.

Questo ha un significato profondo.

In Afghanistan, una donna lotta per il diritto allo studio.

In Germania, un’altra donna porta la stessa richiesta in piazza.

In Italia, un’altra ancora la ripete davanti a una folla.

E sui social network, il video di una donna afghana può attraversare in pochi minuti migliaia di chilometri.

La geografia è cambiata, ma la richiesta è rimasta la stessa.

È questo che ha mantenuto viva la lotta delle donne afghane negli ultimi cinque anni.

I talebani possono disperdere una manifestazione, ma non possono cancellare facilmente tutti i video già diffusi.

Possono allontanare una donna dalla strada, ma non possono cancellare la sua voce dal telefono di una donna che vive a Francoforte o a Roma.

Possono chiudere la porta di una scuola, ma non possono cancellare il desiderio di una ragazza di studiare.

Questa è la resistenza.

La resistenza non significa sempre stare in mezzo a una grande folla e gridare slogan.

A volte significa continuare a leggere un libro quando ti è stato tolto il diritto di andare a scuola.

A volte significa una madre che non permette a sua figlia di perdere la speranza.

A volte significa una donna che accende la fotocamera del telefono e, nonostante la paura, racconta ciò che sta accadendo alle donne afghane.

E a volte significa la voce di una donna che, a migliaia di chilometri di distanza, a Francoforte o a Roma, si alza e dice:

«Non abbiamo dimenticato le donne dell’Afghanistan.»

Cinque anni dopo il 15 agosto, la questione non riguarda soltanto ciò che i talebani hanno tolto alle donne.

La questione riguarda anche ciò che il mondo farà di fronte a questa realtà.

Mentre i talebani cercano di rafforzare i loro rapporti con diversi Paesi e di uscire dall’isolamento internazionale, le attiviste per i diritti delle donne temono che il dialogo politico con i talebani possa trasformarsi in una normalizzazione della situazione, mentre le restrizioni contro le donne rimangono.

Per le donne afghane, però, la questione è semplice:

se il mondo dialoga con i talebani, non deve dimenticare le donne afghane.

Se si parla del futuro dell’Afghanistan, le donne devono avere un posto in quel futuro.

Se si parla di stabilità, non si può escludere metà della popolazione dall’istruzione, dal lavoro e dalla vita pubblica e poi parlare di una società stabile.

E se l’Afghanistan deve tornare a rapportarsi con il mondo, questo rapporto non può essere costruito al prezzo del silenzio delle donne.

Oggi, 15 agosto 2026, sono passati cinque anni da quel giorno.

Cinque anni non sono pochi.

Per una ragazza, cinque anni possono significare quasi tutta l’adolescenza.

Per una studentessa, possono significare gli anni perduti dell’università.

Per una donna che lavorava, possono significare anni di carriera, indipendenza economica e crescita professionale.

Ma per la lotta delle donne, questi cinque anni hanno un altro significato:

cinque anni di resistenza.

Cinque anni in cui le porte sono state chiuse, ma le voci sono rimaste aperte.

Cinque anni in cui le donne sono state spinte fuori dalle strade, ma hanno trovato nuovi modi per parlare.

Cinque anni in cui la paura non è scomparsa, ma non è riuscita a cancellare la volontà di resistere.

Il 15 agosto 2021 è iniziato un periodo buio per l’Afghanistan.

Ma il 17 agosto, appena due giorni dopo, le donne hanno dimostrato che la caduta di Kabul non avrebbe significato la fine della loro lotta.

Oggi, cinque anni dopo, quella voce continua a viaggiare.

Da Kabul a Herat.
Da Kabul a Francoforte.
Da Francoforte a Roma.
Dalle strade ai telefoni cellulari.
Dai video ai social network.
Dall’Afghanistan al mondo.

La distanza può essere enorme, ma il messaggio rimane lo stesso:

istruzione, lavoro, libertà e dignità.

E forse questa è la lezione più importante di questi cinque anni:

i talebani hanno conquistato il potere, ma non sono riusciti a conquistare il silenzio delle donne.

Cinque anni dopo il 15 agosto, le donne afghane sono ancora in piedi.

E finché una donna continuerà a parlare, protestare, scrivere, registrare un video o semplicemente rifiutarsi di rinunciare al proprio futuro, la storia della loro resistenza non sarà ancora finita.

Cinque anni dopo il 15 agosto: le donne afghane non hanno smesso di far sentire la propria voce

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Attacchi alla Corte Suprema: la falsa equivalenza di Alito sulle critiche di Biden e Trump

Le critiche del Presidente Biden e della sua amministrazione alla Corte e ai giudici sono state molto dure. E il presidente Trump è stato molto duro”. Così il giudice della Corte Suprema Samuel Alito in un’intervista nel programma “Face the Nation” della CBS. Alito rispondeva alla domanda della giornalista Jan Crawford nel corso di una discussione sul suo recente libro “So Ordered”. Il giudice ha caratterizzato le critiche politiche alla Corte come “molto dannose”.

Alito ha ragione nel ritenere che gli attacchi alla Corte non contribuiscono al buon funzionamento dei tre rami del governo. Sbaglia un po’, però, quando cerca di equiparare le reazioni di Biden e Trump alle decisioni dei magistrati. Entrambi i presidenti hanno espresso il loro dissenso dalle decisioni dei togati quando questi ultimi gli sono andati contro, ma il loro modo di reagire è stato molto diverso.

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Samuel Alito

Redazione-  “Le critiche del Presidente Biden e della sua amministrazione alla Corte e ai giudici sono state molto dure. E il presidente Trump è stato molto duro”. Così il giudice della Corte Suprema Samuel Alito in un’intervista nel programma “Face the Nation” della CBS. Alito rispondeva alla domanda della giornalista Jan Crawford nel corso di una discussione sul suo recente libro “So Ordered”. Il giudice ha caratterizzato le critiche politiche alla Corte come “molto dannose”.

Alito ha ragione nel ritenere che gli attacchi alla Corte non contribuiscono al buon funzionamento dei tre rami del governo. Sbaglia un po’, però, quando cerca di equiparare le reazioni di Biden e Trump alle decisioni dei magistrati. Entrambi i presidenti hanno espresso il loro dissenso dalle decisioni dei togati quando questi ultimi gli sono andati contro, ma il loro modo di reagire è stato molto diverso.

Biden ha attaccato la Corte Suprema come istituzione, specialmente quando i magistrati hanno ribaltato decisioni in vigore da decenni. Biden ha aspramente criticato la sentenza del 2022 con cui la Corte Suprema ha abrogato il diritto costituzionale all’aborto revocando la sentenza Roe v. Wade, in vigore dal 1973. Le critiche di Biden sono state dirette alla maggioranza conservatrice della Corte, che, come si sa, include 6 giudici che pendono a destra e 3 a sinistra. Sulla questione dell’eliminazione dell’affirmative action e dei diritti LGBTQ+, Biden ha persino detto che non si tratta di “una Corte normale”. Nel caso dell’immunità presidenziale del 2024, Biden ha addirittura fatto un discorso in prima serata nel quale ha asserito che la decisione rappresentava un “precedente pericoloso” che alterava fondamentalmente il bilanciamento dei poteri. Biden, però, non ha mai rivolto le sue critiche a giudici specifici con attacchi personali, eccetto nel 2024. In un’intervista al New York Times, Biden ha criticato i regali ricevuti dal giudice Clarence Thomas da ricchi donatori.

Trump, invece, attacca personalmente i giudici della Corte Suprema. L’attuale presidente, già nel luglio del 2016 da candidato, aveva attaccato la giudice Ruth Bader Ginsburg etichettandola come “un’incompetente”. L’accusa era una reazione di Trump ad alcune osservazioni poco lodevoli della Ginsburg su di lui in un’intervista al New York Times, nella quale aveva aggiunto che non “poteva immaginare” come sarebbe stato il Paese con Trump presidente. Gli attacchi di Trump ai magistrati sono continuati nel primo mandato presidenziale, nei quattro anni fuori dalla Casa Bianca e poi nel secondo mandato. L’attuale presidente ha spesso attaccato l’integrità dei giudici, usando uno stile fuori dalle righe e a volte provocando le reazioni degli stessi giudici. Trump ha accusato il giudice federale Jon Tigar di essere “un giudice di Obama” quando il togato nel 2018 aveva emesso una sentenza contraria alla sua politica sui migranti. Il fatto che Barack Obama avesse nominato il giudice Tigar spiegava, per Trump, la sua decisione. Il presidente della Corte Suprema John Roberts ha successivamente risposto asserendo che i giudici sono giudici e che chi li ha nominati non controlla né giustifica le loro decisioni, che sono imparziali. Per Trump, però, quando le decisioni gli vanno contro, si cade spesso nell’attacco personale ai giudici che vede responsabili. Trump ha persino asserito che le giudici Ginsburg e Sonia Sotomayor dovrebbero ricusarsi dai casi che lo coinvolgono perché non sono imparziali. Trump ha addirittura attaccato Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, nominati proprio da lui, quando questi tre hanno votato per bocciare la sua politica sui dazi. In un’intervista ha detto che lui li “ha messi lì e hanno votato” spesso contro di lui e che sono diventati “solo gusci di se stessi”. Per Trump è tutto semplice: i giudici nominati da presidenti repubblicani dovrebbero sempre decidere i casi favorendo chi li ha nominati.

A differenza di Trump, che si concentra sui giudici singolarmente, Biden ha notato alcuni aspetti della Corte Suprema che non funzionano e ha proposto riforme senza però riuscire a metterle in pratica. L’ex presidente aveva proposto un limite massimo di 15 anni per i giudici invece di incarichi a vita. Aveva anche proposto regole etiche vincolanti per i giudici invece di un sistema in cui i giudici hanno grande libertà di decidere la loro condotta personale.

Gli attacchi ai magistrati continuano ad avere effetti negativi anche sulla percezione degli americani, secondo il Pew Research Center. Il 53 percento ha un’opinione sfavorevole, 20 punti in meno rispetto al 2021. Considerando il fatto che 6 dei 9 giudici sono stati nominati da presidenti repubblicani, non sorprende dunque che gli elettori democratici abbiano un’opinione relativamente bassa, soprattutto dopo l’abrogazione del diritto all’aborto. Dall’altro lato, il 69 percento dei repubblicani ha un’opinione positiva della Corte Suprema. Questa soddisfazione degli elettori repubblicani con la Corte Suprema è confermata anche dal fatto che Trump ha ottenuto decisioni favorevoli nel 90 percento dei casi. Tuttavia, ciò non è sufficiente per l’inquilino della Casa Bianca. Ecco come si spiegano gli attacchi personali ai giudici nei rari casi in cui gli votano contro. Questi attacchi hanno aumentato notevolmente i pericoli per la sicurezza dei giudici e delle loro famiglie. Quando un giudice viene preso di mira da Trump sulla sua piattaforma Truth Social, il numero di minacce ai magistrati aumenta. Non pochi di loro sono costretti ad aumentare il livello di protezione per se stessi e per le loro famiglie.

Quando Alito ci dice, dunque, che sia Biden sia Trump sono stati duri con la Corte Suprema, si sbaglia. La falsa equivalenza tra i due presidenti si può capire tenendo in mente ciò che Trump ha detto su Alito. Dopo alcune voci, poi smentite, che Alito pensasse di andare in pensione, Trump ha dimostrato la sua gioia asserendo che “si tratta di una grande notizia” perché Alito è “uno dei più grandi di tutti i tempi”. Alito è infatti uno dei giudici più affidabili dell’ala conservatrice, che rarissimamente vota contro Trump.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Anne Carson: il Nobel per una lingua capace di attraversare il tempo

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Anne Carson:

Redazione- Anne Carson, poetessa, scrittrice e traduttrice canadese, è stata insignita del Premio Nobel per la Letteratura 2026, un riconoscimento che celebra non soltanto una grande voce poetica, ma anche un modo originale di mettere in dialogo il mondo antico con la sensibilità contemporanea.

Da oltre quarant’anni Carson attraversa i confini tra poesia, traduzione, saggistica e letteratura classica. Nelle sue opere, la Grecia e la Roma antiche non appartengono a un passato immobile: diventano materia viva, capace di interrogare il presente e di parlare ancora delle nostre inquietudini più profonde — l’amore, la perdita, la solitudine, il desiderio e la memoria.

La forza della sua scrittura risiede proprio qui: Carson non si limita a rileggere il passato, lo fa parlare al presente. Recupera miti, parole e figure della tradizione classica e li trasforma in qualcosa di nuovo, contemporaneo e sorprendentemente vicino all’esperienza umana di oggi.

Il Nobel a Carson può quindi essere letto anche come un riconoscimento alla libertà della letteratura: alla possibilità di superare i generi, rompere le forme convenzionali e cercare, attraverso le parole, nuove strade per comprendere l’essere umano.

Forse è proprio questo il dono più grande della sua opera: ricordarci che il tempo cambia le parole, ma non esaurisce mai le domande dell’uomo.

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Allarme caro bollette, Feder.casa e Confimprenditori contro il Governo: “Inverno caldo, pronti alla piazza”

L’inverno italiano rischia di trasformarsi in una bomba a orologeria sociale! Di fronte all’impennata fuori controllo dei costi del gas e della benzina, Feder.casa e Confimprenditori uniscono le forze per lanciare un durissimo ultimatum al Governo. Il Segretario Gianluigi Pascoletti e il Presidente Stefano Ruvolo hanno annunciato la mobilitazione congiunta delle loro associazioni per difendere i cittadini e le imprese dal “caro energia”. “Milioni di famiglie fragili saranno costrette a scegliere se accendere il riscaldamento o comprare da mangiare, mentre pescatori e agricoltori lavorano in perdita per colpa del caro gasolio”, tuonano i leader sindacali. L’obiettivo della protesta è costringere la politica a svegliarsi dal suo torpore e varare riforme strutturali urgenti per fermare l’inflazione, prendendo esempio dalle piazze infuocate di Francia e Spagna. Leggete tutte le dichiarazioni dell’esplosivo comunicato nel nostro approfondimento economico. Avete il terrore della prossima bolletta del gas? Scoprite il nostro infallibile suggerimento tecnologico per evitare sprechi e tagliare i costi fin dal primo giorno! 👇

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Gianluigi Pascoletti

Roma – I venti gelidi della crisi economica e dell’inflazione fuori controllo minacciano di trasformare l’imminente stagione invernale in un vero e proprio incubo per milioni di italiani. Le recenti e drammatiche immagini che arrivano dalle principali capitali europee, con piazze infuocate in Spagna e in Francia dove migliaia di persone sono scese in strada per difendere con i denti il diritto inalienabile alla casa e a una vita dignitosa, non possono e non devono assolutamente lasciarci indifferenti. Anche nel nostro Paese, infatti, il malcontento popolare cova pericolosamente sotto la cenere, e il combinato disposto tra il rincaro dei prezzi e l’erosione degli stipendi rischia concretamente di trasformarsi a breve in un inverno socialmente esplosivo. Il cuore del problema, oggi, è lapalissiano: la tematica del diritto alla casa non può più essere minimamente separata o scorporata da quella del costo dell’energia e dell’impennata generale del costo della vita. Di fronte a questo scenario a tinte fosche, due importanti sigle nazionali hanno deciso di unire le forze per lanciare un durissimo ultimatum alle istituzioni. Si tratta di Feder.casa e Confimprenditori, che attraverso i propri massimi rappresentanti, Gianluigi Pascoletti e Stefano Ruvolo, hanno diramato un comunicato congiunto che suona come una vera e propria dichiarazione di mobilitazione permanente contro il “caro bollette”.

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Il dramma delle famiglie: scegliere tra riscaldamento e cibo

La prospettiva tracciata dalle associazioni a difesa degli inquilini è a dir poco drammatica.
L’aumento vertiginoso del prezzo internazionale del petrolio e, soprattutto, del gas metano, rischia seriamente di trasformare l’accensione del riscaldamento domestico invernale in un inaccessibile lusso per un numero inaccettabile di famiglie italiane. Ma la reazione a catena innescata dall’aumento dei costi energetici è ben più vasta e si ripercuote inevitabilmente e in modo spietato sulla benzina, sul gasolio, sul carrello della spesa quotidiana, sull’aumento dei canoni di locazione e persino sui tassi dei mutui bancari. A lanciare l’allarme è Gianluigi Pascoletti, Segretario Generale di Feder.casa, intervenuto proprio alla vigilia della fatidica data di accensione degli impianti di riscaldamento in milioni di condomini e abitazioni italiane. “Questo scenario pone a gravissimo rischio le famiglie più fragili ed esposte, che si troveranno letteralmente costrette a dover scegliere, con immenso dolore, tra l’accendere il riscaldamento e l’acquisto di generi alimentari di prima necessità”, dichiara Pascoletti senza mezzi termini. Secondo il Segretario, il Paese ha un disperato bisogno di una virata radicale: “Serve un cambiamento strutturale, profondo e immediato della politica energetica del nostro Paese. Pretendiamo una politica che non sia orientata esclusivamente a favorire i giganteschi interessi e gli extra-profitti delle grandi compagnie multinazionali, ma che rimetta finalmente al centro dell’agenda di Governo le esigenze reali e concrete dei cittadini, delle famiglie italiane, degli inquilini e anche dei piccoli proprietari immobiliari, oggi spremuti come limoni”.

Il collasso delle imprese e la minaccia di mobilitazione

Se i cittadini piangono, il tessuto produttivo italiano certamente non ride. Dal lato delle imprese, infatti, la situazione è altrettanto critica.
Stefano Ruvolo, Presidente Nazionale di Confimprenditori, è intervenuto per ribadire la disperata difficoltà vissuta oggi da migliaia di piccole e medie aziende. Queste realtà non riescono più a sostenere finanziariamente i processi produttivi e i pesantissimi costi di trasporto, oneri che finiscono per scontrarsi frontalmente e rovinosamente sulle dinamiche dei prezzi al consumo finali e, di conseguenza, sul potere di acquisto sempre più limitato e asfittico delle famiglie. “I pescatori e gli agricoltori italiani oggi lavorano in perdita, non coprono nemmeno i costi di produzione di base, e il caro gasolio penalizza a dismisura l’intera logistica e la movimentazione delle merci su gomma, innescando dinamiche inflattive sempre meno sostenibili per chiunque”, dichiara con rabbia Ruvolo. Secondo i due leader, è dunque arrivato il momento storico di porre in essere una nuova e inedita “alleanza sociale” che leghi a doppio filo le filiere produttive nazionali e il sistema del trasporto con le famiglie e i consumatori. L’obiettivo? Spingere con forza il Governo verso una politica economica ed energetica che garantisca, prima di tutto, la tenuta sociale e democratica del Paese. “Occorre costruire un’alleanza ampia e trasversale, capace di unire realtà diverse per rivendicare insieme interventi immediati, strutturali e risolutivi”, dichiarano congiuntamente Ruvolo e Pascoletti. L’avvertimento conclusivo lanciato a Palazzo Chigi non lascia spazio a interpretazioni: Confimprenditori e Feder.casa hanno annunciato ufficialmente e fin da ora la mobilitazione congiunta dei propri iscritti, finalizzata a coinvolgere altre associazioni di categoria. L’obiettivo è quello di scendere nelle piazze e porre in essere sul territorio italiano tutte le azioni di protesta necessarie per “svegliare la politica dal suo colpevole torpore”, esigendo soluzioni immediate per salvaguardare il potere d’acquisto dei cittadini e la sopravvivenza stessa delle imprese italiane.

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