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Esteri

L’inchino “Woke” di New York e la Memoria tradita: a 25 anni dall’11 Settembre, l’Occidente ha spalancato le porte a chi voleva distruggerlo

LA DITTATURA “WOKE” E IL SUICIDIO DELL’OCCIDENTE: A 25 anni dal massacro dell’11 Settembre 2001, New York ha dimenticato i suoi Morti, si inginocchia al “politicamente corretto” e spalanca le porte al nemico! 🇺🇸 🗽 Sono passati esattamente Venticinque lunghissimi anni da quel maledetto giorno in cui il cielo limpido di New York fu oscurato dalle fiamme e dai crolli delle due Torri Gemelle. 2.977 innocenti persero la vita, polverizzati in una nube di “Neve Nera” formata dalla cenere e dal cemento. Eppure, nonostante la promessa istituzionale di “Non Dimenticare Mai”, oggi stiamo assistendo all’inesorabile e spaventoso Suicidio Culturale dell’America e dell’Occidente Intero! Lavato via il sangue da Ground Zero, ci ha pensato l’assurda e feroce “Ideologia Woke” della Sinistra Estrema e del finto “Buonismo” a cancellare la Realtà! Oggi, nelle scuole e nelle università americane, è considerato politicamente scorretto parlare del Terrorismo, mentre i professori fanno girare in classe la “Lettera all’America” del terrorista Osama Bin Laden come se fosse un manifesto politico giustificabile! E mentre le donne “Feministe e Liberal” americane indossano orgogliosamente il Velo Islamico per finta inclusività sottomettendosi a chi le vorrebbe schiave, la città di New York (ancora incapace di dare un nome a tutti i resti carbonizzati dei suoi morti) decide di farsi guidare eleggendo un Sindaco Musulmano: Zohran Mamdani, che paragona e mette incredibilmente “sullo stesso piano” le Vittime Innocenti americane delle Torri Gemelle con i civili morti nelle guerre in Medio Oriente! Un copione già tristemente visto in Inghilterra con il sindaco di Londra! L’Occidente sta perdendo la guerra! E non perché “Loro” siano più forti, ma perché noi, in nome del finto e ipocrita Multiculturalismo, non solo abbiamo smesso di difendere i Nostri Valori e la nostra Identità, ma abbiamo deciso di Spalancare le nostre Porte a chi vuole distruggerci! Leggi la durissima riflessione politica ed estera del nostro lungo articolo editoriale! 👇 🗣️ Siete d’accordo con la tesi durissima dell’autore del pezzo? Pensate anche voi che l’Europa e l’Occidente stiano subendo silenziosamente e in modo “Autolesionista” una vera e propria e silenziosa invasione a causa del “Buonismo” dei Governi, dimenticandosi delle nostre Radici, dei nostri Morti e delle nostre Tradizioni? Sviscerate tutte le vostre appassionate (e spassionate) opinioni politiche nei commenti (Oggi dibattito aperto e senza filtri!), e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo coraggiosissimo e forte articolo sulle vostre bacheche!

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Governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul

Redazione  – Quel maledetto martedì mattina il cielo sopra Manhattan era di un azzurro limpido, perfetto, quasi innaturale. Non aveva nevicato, eppure, poche ore dopo, le macerie ancora roventi e incandescenti di Downtown erano ricoperte da una fitta, irreale e sottile coltre argentea. Le due Torri Gemelle, i giganti inespugnabili del mondo libero, erano appena venute giù. Poco prima c’erano stati gli schianti, sordi, brutali e inimmaginabili, dei due aeroplani di linea dirottati. E poi le fiamme infernali che, dall’interno, avevano preso a divorare e lambire gli scheletri di cemento e acciaio. Ma l’immagine che ha sfregiato per sempre l’anima dell’umanità sono stati quei corpi. I corpi disperati di uomini e donne che si lanciavano nel vuoto, in braccio alla morte certa, perché era meglio saltare incontro a Dio che ardere vivi in quell’inferno.
Chi aveva potuto si era salvato per miracolo, correndo via coperto da una patina vischiosa, lasciando indietro chi invece non ce l’aveva fatta. Da lontano sembrava quasi neve. Ma non era neve. Era cenere. Era la cenere di una civiltà intera finita brutalmente sotto attacco. Quel giorno morirono 2.977 innocenti, i primi di una lunga scia di sangue che negli anni a venire avrebbe bagnato l’America e l’Europa per mano del fanatismo integralista, prima sotto l’oscuro vessillo di Al Qaeda, poi sotto le bandiere nere dell’Isis. Eppure, a venticinque anni di distanza da quell’orrore, sembra che l’Occidente abbia deciso di chiudere gli occhi e arrendersi.

Il tradimento del “Never Forget” e la feroce dittatura Woke

Oggi, nel 2026, quella cenere è stata lavata via dalle strade. Al posto delle gloriose Torri Gemelle c’è un memoriale asettico, Ground Zero, dove i turisti scattano fotografie e dove le istituzioni si fermano per l’annuale rito della memoria, sussurrando ipocritamente la promessa solenne: «Never forget», non dimenticheremo mai.
Ma la verità è tragicamente un’altra. Se oggi potessimo per assurdo interrogare i fantasmi di quei 2.977 morti, verrebbe da chiedere loro se mai si sarebbero aspettati che la loro amata città, e l’Occidente intero, avrebbero così velocemente rimosso e infangato l’orrore di quel giorno. In mezzo, in questi venticinque anni, ci sono state le inondazioni spaventose dell’ideologia “woke” e della cancel culture, riversatesi sulla società con una ferocia tale da annebbiare la mente anche ai più attenti. Arrivare a un simile livello di autolesionismo culturale e morale nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Nelle scuole, nelle prestigiose Università americane e nei salotti televisivi è diventato improvvisamente più “politicamente corretto” parlare ossessivamente di islamofobia e di finto razzismo, piuttosto che denunciare apertamente l’odio del terrorismo islamista. Siamo arrivati all’assurdo e al grottesco di vedere la delirante «Lettera all’America» di Osama bin Laden circolare liberamente nelle aule scolastiche, letta e giustificata come un qualunque e legittimo manifesto politico.

La resa della politica: da Kathy Hochul a Zohran Mamdani

Il cedimento non è solo culturale, ma drammaticamente politico e istituzionale. Abbiamo assistito attoniti allo spettacolo della governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul (autoproclamatasi fiera femminista e paladina liberal a parole), che alla prova dei fatti ha trovato inspiegabilmente consono sottomettersi a una platea indossando l’hijab, anziché rivendicare e difendere le libertà occidentali delle donne che governa.
Ma il paradosso supremo, la vera e incomprensibile resa incondizionata, si è consumata proprio nelle urne. A venticinque anni da quella straziante tragedia, New York (che ancora oggi non è riuscita a identificare e dare un nome a tutti i resti delle vittime polverizzate dalla jihad) ha deciso di affidare la poltrona di Sindaco proprio a Zohran Mamdani, politico di fede musulmana (entrato in carica il 1° gennaio 2026) per il quale i morti dell’11 settembre andrebbero cinicamente “pianti tanto quanto” i morti delle guerre in Medio Oriente che ne sono seguite. Un relativismo morale inaccettabile, sostenuto da una comunità islamica newyorkese che negli ultimi venticinque anni è quasi raddoppiata, sfondando il tetto del milione di fedeli. Un copione, a ben guardare, già drammaticamente visto e replicato a Londra ben dieci anni prima, con l’elezione di Sadiq Khan alla guida di una capitale europea a sua volta martoriata e straziata dagli attacchi kamikaze.

Chi ha vinto davvero la Guerra? Il suicidio del “Buonismo”

E così, oggi che ricorre il venticinquesimo, pesantissimo anniversario dell’11 settembre, è arrivato il giorno giusto (e forse l’ultimo) per guardarci allo specchio e chiederci: chi ha vinto davvero quella guerra? Una guerra che l’Occidente non ha iniziato, ma che i terroristi ci hanno portato fin dentro i nostri uffici, le nostre piazze e le nostre case.
Il dubbio feroce, che si trasforma in amara certezza, è di averla persa. E non l’abbiamo persa perché “loro” si sono dimostrati militarmente più forti. L’abbiamo persa unicamente perché noi, a un certo punto, accecati dai sensi di colpa imposti dalla Sinistra estrema, non solo abbiamo smesso volontariamente di difenderci e di lottare per i nostri valori, ma abbiamo addirittura deciso di spalancare le nostre porte al nemico. Lo abbiamo fatto irresponsabilmente durante la guerra in Siria, ritrovandoci in Europa i tagliagole che falciavano i nostri cari sulle Ramblas o al Bataclan. E, purtroppo, continuiamo testardamente a farlo ancora oggi, ipnotizzati nel nome di un tossico buonismo e di un multiculturalismo suicida che sta distruggendo la nostra amata civiltà.

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Esteri

Dan Sullivan contro Dan Sullivan: la causa preventiva di Trump per salvare il seggio in Alaska

Il 3 novembre eleggeremo uno dei migliori e più rispettati senatori di Washington….. il vero Dan Sullivan”. Così ha detto il presidente Donald Trump in un recente comizio, mentre cercava di incoraggiare i suoi ascoltatori a non votare per un altro Dan Sullivan, il cui nome appare nella scheda elettorale per un seggio al Senato nello Stato dell’Alaska. La differenza fra i due si basa sull’iniziale del secondo nome: “S” per il senatore uscente, e “J” per un altro individuo che si era candidato alle primarie e che adesso appare nella scheda per l’elezione generale. Trump crede che la possibile confusione dei nomi potrebbe sfilare voti al suo preferito e facilitare la vittoria della candidata democratica Mary Peltola.Tutti i dettagli qui sotto 👇

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Dan Sullivan

Redazione-  Il 3 novembre eleggeremo uno dei migliori e più rispettati senatori di Washington….. il vero Dan Sullivan”. Così ha detto il presidente Donald Trump in un recente comizio, mentre cercava di incoraggiare i suoi ascoltatori a non votare per un altro Dan Sullivan, il cui nome appare nella scheda elettorale per un seggio al Senato nello Stato dell’Alaska. La differenza fra i due si basa sull’iniziale del secondo nome: “S” per il senatore uscente, e “J” per un altro individuo che si era candidato alle primarie e che adesso appare nella scheda per l’elezione generale. Trump crede che la possibile confusione dei nomi potrebbe sfilare voti al suo preferito e facilitare la vittoria della candidata democratica Mary Peltola.

Trump non si è limitato a chiarire ciò che lui chiama un trucchetto dei democratici, ma ha anche incaricato il ministro della Giustizia Todd Blanche di denunciare lo Stato dell’Alaska. La causa negherebbe il seggio alla Peltola se la sua vittoria dovesse avvenire con lievi margini. Trump e Blanche presuppongono che, in caso di sconfitta del loro preferito, ciò avverrà perché gli elettori repubblicani sbaglieranno il candidato Sullivan che intendono votare a causa della somiglianza dei nomi.

I nomi dei due Sullivan nella scheda elettorale sono abbastanza diversi da non dover causare confusione. Il nome del favorito di Trump appare come Sullivan, Dan S. (senatore uscente, repubblicano). Il “falso” appare come Sullivan, Daniel J. Jr., senza nessun’altra indicazione. I repubblicani avevano obiettato senza successo alla presenza di Daniel J. Sullivan alle primarie, poiché la Corte Suprema dell’Alaska aveva deciso che il senatore in carica non possiede il copyright del nome Sullivan e che esistevano sufficienti differenze per garantire un’elezione corretta. Alle primarie, Daniel J. aveva ricevuto il 2,5 per cento dei voti, ossia 4.107 consensi, mentre il senatore uscente Daniel S. ne aveva ricevuti 68.726.

Non si sa quanti voti Daniel J. potrà ricevere il 3 novembre, ma si crede che il margine di vittoria potrebbe essere risicato e la candidata democratica Peltola è avanti nei sondaggi. Questa situazione ha sorpreso tutti perché l’Alaska è considerato un “red state ”, ossia sotto il controllo dei repubblicani. Infatti, nelle elezioni presidenziali del 2024, Trump ha sconfitto Kamala Harris con un margine di 13 punti.

Come abbiamo scritto in queste pagine, molto è cambiato nei primi due anni del secondo mandato di Trump, soprattutto il costo della vita, causato in grande misura dalla politica dei dazi e dai costi del carburante dovuti alla scellerata guerra iniziata da Trump e Benjamin Netanyahu in Iran. Quindi i repubblicani si trovano in difficoltà in Stati che tipicamente non dovrebbero preoccuparli. L’Alaska è diventato uno degli Stati chiave per la determinazione della maggioranza al Senato, attualmente sotto il controllo repubblicano (53-47). Si ritiene però che le condizioni siano favorevoli ai democratici per conquistare la maggioranza alla Camera e potenzialmente anche al Senato. Nate Silver, il guru dei sondaggi, dà il 70 per cento di probabilità ai democratici di conquistare la maggioranza al Senato.

La causa intentata da Trump e Blanche è completamente anomala, poiché l’elezione non si è ancora svolta, anche se in molti Stati si sta già votando anticipatamente. Anche in Alaska è possibile votare quindici giorni prima della data fissata per il 3 novembre. Tutti gli analisti hanno definito la denuncia frivola e priva di possibilità di successo. Ciononostante, ciò ci suggerisce già quale potrà essere la strategia di Trump nel probabile caso di sconfitta alle urne, ricordandoci quanto accaduto nel 2020 quando Biden vinse l’elezione presidenziale. Si ricorda che, verso la fine del suo primo mandato, Trump chiese all’allora ministro della Giustizia Bill Barr di indagare su probabili brogli. Dopo aver eseguito l’ordine di Trump, Barr concluse che l’elezione era completamente regolare. Ciò non piacque a Trump, il quale accettò tempestivamente le dimissioni di Barr.

Nel caso attuale, si crede che il presidente contesterà alcuni risultati escogitando qualche escamotage per creare confusione. Ma se Barr nel 2020 fece il suo dovere, nel caso di Blanche si prevede un’altra realtà. Da ricordare che Blanche, prima di diventare vice e poi ministro della Giustizia, è stato l’avvocato personale di Trump. Quindi tutti gli indizi ci fanno credere che lui obbedirà completamente ai desideri del suo capo. Di conseguenza, la possibilità di ricorsi contro i risultati elettorali di midterm rimane alta. Come in passato, si spera che i magistrati bloccheranno interventi tutt’altro che ortodossi da parte di un presidente che finora non ha nemmeno ammesso di aver perso l’elezione presidenziale del 2020.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Esteri

Il team legale che rappresenta le vittime delle violenze del 2025 a Tripoli prepara la presentazione di un dossier alla Corte penale internazionale

Un team legale internazionale che rappresenta le vittime delle violenze armate che hanno colpito Tripoli, in Libia, nel maggio 2025 sta preparando la presentazione di un dossier contenente prove e analisi giuridiche all’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale (CPI) all’inizio del 2027.

La presentazione mira a richiedere un ulteriore esame degli episodi verificatisi durante le violenze, tra cui decessi, attacchi segnalati contro abitazioni e strutture giudiziarie e accuse relative al trattamento riservato a persone decedute. Il team legale sta valutando se alcuni degli atti esaminati possano costituire crimini di guerra ai sensi dello Statuto di Roma della CPI.

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Tripoli

Il team legale internazionale che indaga sulle violenze del maggio 2025 nella capitale libica prevede di trasmettere prove e valutazioni giuridiche all’Ufficio del Procuratore della CPI all’inizio del 2027.

Redazione – Un team legale internazionale che rappresenta le vittime delle violenze armate che hanno colpito Tripoli, in Libia, nel maggio 2025 sta preparando la presentazione di un dossier contenente prove e analisi giuridiche all’Ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale (CPI) all’inizio del 2027.

La presentazione mira a richiedere un ulteriore esame degli episodi verificatisi durante le violenze, tra cui decessi, attacchi segnalati contro abitazioni e strutture giudiziarie e accuse relative al trattamento riservato a persone decedute. Il team legale sta valutando se alcuni degli atti esaminati possano costituire crimini di guerra ai sensi dello Statuto di Roma della CPI.

Contesto delle violenze del maggio 2025

Tra il 12 e il 14 maggio 2025, Tripoli è stata teatro di violenze armate su larga scala, che hanno provocato il periodo di instabilità più significativo nella capitale libica da molti anni.

Gli eventi hanno coinvolto attori armati e interessato civili, personale governativo, abitazioni e infrastrutture.

Le persone colpite e i loro familiari hanno successivamente richiesto assistenza legale per esplorare le possibilità di accertamento delle responsabilità attraverso i meccanismi giudiziari nazionali o internazionali.

Un team legale internazionale rappresenta le vittime

Il team legale è guidato dal dott. Khaled Al-Zaidy, esperto avvocato libico, e comprende Anand Shah, avvocato statunitense specializzato in diritto penale internazionale.

Shah vanta diciassette anni di esperienza nella rappresentanza di vittime e imputati dinanzi a organi giudiziari internazionali, tra cui la Corte penale internazionale e il Tribunale speciale per il Libano.

Il team comprende inoltre un investigatore senior che ha diretto indagini di alto profilo per le Nazioni Unite e tribunali penali internazionali in Medio Oriente e Africa, oltre a specialisti in prove elettroniche e gestione dei fascicoli.

Il mandato del team consiste nell’esaminare gli eventi legati alle violenze del maggio 2025, valutare possibili violazioni del diritto nazionale e internazionale ed esplorare le vie legali disponibili per conto delle persone rappresentate.

Episodi oggetto dell’indagine

L’indagine esamina gli eventi precedenti al 12 maggio 2025, con particolare attenzione agli episodi che hanno interessato i clienti del team.

Tra questi figurano:

  • Le circostanze relative alla morte di membri dello Stability Support Apparatus (SSA), tra cui il suo capo Abdulghani Alkikli, durante una riunione nella serata del 12 maggio.
  • Segnalazioni relative a presunti maltrattamenti o alla profanazione dei corpi di membri deceduti dello SSA.
  • Attacchi e saccheggi segnalati ai danni di abitazioni nel quartiere Abu Salim di Tripoli.
  • Episodi segnalati riguardanti carceri, strutture della Polizia giudiziaria e agenti della Polizia giudiziaria.

Il team legale riferisce di aver raccolto e analizzato una notevole quantità di registrazioni video e audio, fotografie, documenti e testimonianze.

Secondo il team, l’indagine è stata condotta nonostante significative difficoltà legate alla sicurezza e alla logistica.

Valutazione delle possibili violazioni del diritto penale internazionale

Sulla base delle prove esaminate, il team legale ritiene che alcuni episodi possano configurare violazioni del diritto libico.

Il team sta inoltre valutando se l’intensità, la natura e l’organizzazione delle violenze soddisfino la soglia giuridica necessaria per configurare un conflitto armato non internazionale.

Qualora tale soglia fosse accertata, alcuni atti presumibilmente commessi in relazione agli eventi potrebbero potenzialmente rientrare tra i crimini di guerra previsti dall’articolo 8 dello Statuto di Roma.

Queste valutazioni riflettono l’analisi preliminare del team legale. Non costituiscono accertamenti giudiziari né determinazioni di responsabilità penale individuale.

La CPI può esercitare la propria giurisdizione sui presunti crimini rientranti nello Statuto di Roma commessi in Libia, a seguito del deferimento della situazione nel Paese al Procuratore della CPI da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 2011.

La CPI ha già condotto procedimenti relativi a presunti crimini internazionali commessi in Libia.

Alla ricerca di una via internazionale verso la giustizia

A oltre diciassette mesi dagli eventi del maggio 2025, le persone rappresentate dal team continuano a nutrire preoccupazioni circa le prospettive di accertamento delle responsabilità attraverso il sistema giudiziario libico.

Secondo il team legale, il contesto giuridico, politico e di sicurezza del Paese potrebbe ostacolare lo svolgimento di un procedimento giudiziario efficace, equo e trasparente a livello nazionale.

Il team prevede di completare il lavoro investigativo e giuridico prima della presentazione programmata all’Ufficio del Procuratore della CPI all’inizio del 2027.

La comunicazione dovrebbe comprendere le prove raccolte, una ricostruzione fattuale degli episodi esaminati e una valutazione giuridica delle possibili violazioni.

Con questa presentazione, il team intende chiedere all’Ufficio del Procuratore di esaminare le informazioni relative agli eventi del maggio 2025 e valutare se siano giustificate ulteriori iniziative nell’ambito del proprio mandato.

Il dott. Khaled Al-Zaidy, che guida il team legale, ha espresso le speranze delle vittime in merito alla giustizia internazionale:

«Le vittime auspicano che la volontà della comunità internazionale, espressa nello Statuto di Roma, possa offrire una via alternativa verso la giustizia e l’accertamento delle responsabilità, obiettivi che finora hanno incontrato una situazione di stallo a livello nazionale».

La presentazione prevista rappresenta un tentativo delle persone colpite e dei loro rappresentanti legali di sottoporre le informazioni documentate all’attenzione di un’istituzione giudiziaria internazionale. Qualsiasi iniziativa successiva dipenderà dalla valutazione indipendente dell’Ufficio del Procuratore della CPI e dalle procedure giuridiche applicabili.

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Tragedia a Toledo, disastro ferroviario in Spagna: scontro tra due treni ad alta velocità e carrozze nella scarpata, almeno 39 morti. Farnesina: «Verifiche sulla presenza di italiani»

Disastro ferroviario in Spagna: gravissimo scontro tra due treni ad alta velocità AVE e Iryo nei pressi della stazione di Urda a Toledo, lungo la linea Madrid-Andalusia. Due carrozze sono deragliate precipitando in una scarpata: il primo bilancio è di almeno 39 morti e centinaia di feriti. Mobilitati elicotteri e mezzi di soccorso, circolazione completamente sospesa da Adif. Il cordoglio del premier Pedro Sánchez. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani conferma verifiche in corso da parte della Farnesina per accertare l’eventuale presenza di passeggeri italiani. Gli aggiornamenti in tempo reale su Cavaliere News:👇

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Disastro ferroviario a Toledo in Spagna

Toledo – Una tragedia ferroviaria di proporzioni immani scuote la Spagna e tiene con il fiato sospeso l’intera Europa. Nella tarda mattinata di oggi si è verificato un devastante incidente lungo la tratta ferrata ad alta velocità che collega Madrid all’Andalusia, nei pressi della stazione di Urda, in provincia di Toledo nella comunità autonoma di Castilla-La Mancha. Secondo i drammatici aggiornamenti diffusi dalle emittenti internazionali, tra cui Sky News, il bilancio delle vittime è salito vertiginosamente ad almeno 39 morti accertati e oltre un centinaio di feriti, molti dei quali versano in condizioni critiche. I numeri, riferiscono i soccorritori sul posto, sono purtroppo provvisori e destinati a subire ulteriori aggravamenti man mano che procedono le complesse operazioni tra i rottami metallici contorti.

A scontrarsi con violenza inaudita sono stati due convogli di punta del sistema ferroviario iberico: un treno ad alta velocità AVE della compagnia statale Renfe e un convoglio operato dalla compagnia privata Iryo. La dinamica dell’impatto è stata spaventosa: nello scontro frontale-laterale ad altissima velocità, almeno due carrozze passeggeri sono state sbalzate fuori dai binari precipitando drammaticamente lungo una scarpata adiacente alla linea. L’immediata mobilitazione della macchina dei soccorsi vede impegnati decine di vigili del fuoco, medici e volontari, in un dramma collettivo che richiama il cordoglio e la vicinanza umana espressi nelle riflessioni sulla tutela della vita come quelle condivise nel saggio Quando il silenzio impara a gridare di Menda Vreto.

Soccorsi titanici tra i rottami a Urda ed elicotteri mobilitati

Lo scenario apparso ai primi soccorritori giunti nella campagna toledana è stato apocalittico. I comandi dei vigili del fuoco dei distaccamenti di Alcázar de San Juan e di Orgaz, supportati dai nuclei specializzati della Protezione Civile spagnola e da decine di ambulanze del servizio sanitario d’urgenza SESCAM, stanno operando senza sosta con cesoie idrauliche e divaricatori per estrarre i passeggeri rimasti intrappolati tra le lamiere accartocciate nella scarpata.

Per velocizzare il trasporto dei feriti più gravi verso i policlinici di Toledo, Ciudad Real e Madrid, la centrale operativa d’emergenza ha inviato sul posto tre elicotteri attrezzati per il soccorso medico d’urgenza e due unità mobili di terapia intensiva avanzata. Nel frattempo, la società pubblica Adif, ente gestore dell’infrastruttura ferroviaria nazionale spagnola, ha disposto l’immediato blocco e la sospensione totale della circolazione ferroviaria sull’intero corridoio ad alta velocità Madrid-Andalusia, isolando di fatto i collegamenti verso Siviglia, Cordova e Malaga, provocando treni fermi in tutta la penisola iberica e gravissimi disagi a migliaia di viaggiatori, una gestione di crisi che mette a dura prova la tenuta delle infrastrutture logistiche e della sicurezza dei trasporti pubblici.

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L’allarme della Farnesina: verifiche avviate sull’eventuale presenza di italiani a bordo

La notizia del violentissimo disastro ha fatto immediatamente scattare i canali diplomatici internazionali. Da Roma, il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, ha reso noto che l’Unità di Crisi della Farnesina, in stretto e costante coordinamento con l’Ambasciata d’Italia a Madrid e il Consolato Generale, si è immediatamente attivata per effettuare tutte le verifiche del caso volte ad accertare la presenza o meno di connazionali a bordo dei due convogli ad alta velocità coinvolti nello schianto.

La tratta Madrid-Andalusia è infatti un’arteria strategica quotidianamente percorsa da numerosi turisti, lavoratori transnazionali, professionisti e studenti universitari, molti dei quali italiani. I funzionari diplomatici stanno monitorando gli elenchi dei passeggeri forniti dalle compagnie ferroviarie Renfe e Iryo e restano in costante contatto con gli ospedali della regione castigliana, in un contesto di massima allerta istituzionale analogo alle rigorose procedure di presidio e controllo della sicurezza pubblica approfondite anche nel dibattito istituzionale sulle norme per la sicurezza e la legalità analizzate da Carlo Fidanza.

Il cordoglio di Pedro Sánchez e l’incubo di Adamuz: sotto accusa sicurezza e manutenzione

Sul fronte politico e istituzionale spagnolo è intervenuto con urgenza il Presidente del Governo, Pedro Sánchez, rilasciando una dichiarazione colma di sgomento: «Sono profondamente costernato per il gravissimo incidente ferroviario avvenuto a Toledo. Rimango in costante e diretto contatto con il ministro dei Trasporti, Óscar Puente, e con il presidente della comunità di Castilla-La Mancha, Emiliano García-Page. I servizi di emergenza stanno lavorando senza tregua sul campo per assistere le persone colpite e garantire la massima assistenza sanitaria e logistica, in perfetto coordinamento tra tutte le amministrazioni coinvolte. Alle vittime e alle loro famiglie va tutto il mio affetto, la solidarietà e il sostegno incondizionato dell’intera nazione».

L’incidente odierno getta nuovamente la Spagna nell’incubo dei disastri ferroviari, risvegliando il doloroso ricordo della tragedia verificatasi lo scorso gennaio ad Adamuz, in Andalusia, quando il deragliamento di un convoglio causò 46 vittime e oltre cento feriti. A soli nove mesi di distanza, il secondo drammatico schianto riaccende violentissime polemiche sullo stato delle infrastrutture, sui protocolli di segnalamento elettronico e sulla frequenza delle manutenzioni della rete ad alta velocità, mentre la comunità locale si stringe attorno ai familiari delle vittime, testimoniando un senso di appartenenza e vicinanza paragonabile a quello che unisce le piccole comunità resilienti come raccontato nella riorganizzazione toponomastica e memoria storica a Carsoli e nei grandi eventi culturali di rilievo internazionale promossi in Campania con il Premio Penisola Sorrentina al Teatro Tasso.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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