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Tribunali di Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto: la richiesta di Ali Abruzzo per la stabilizzazione definitiva

⚖️ La lotta per salvare i tribunali di Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto prosegue: Ali Abruzzo chiede al Governo stabilità immediata e personale adeguato per tutelare la legalità nelle aree interne.

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#Abruzzo #Giustizia #Tribunali #Territorio

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Angelo Radica

Redazione-  Il futuro delle sedi giudiziarie abruzzesi torna al centro del dibattito politico regionale, con una pressione sempre più forte rivolta verso il Governo centrale. La questione riguardante i tribunali di Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto richiede una rapida risoluzione, capace di porre fine a anni di incertezze che gravano non solo sugli operatori del diritto, ma sull’intero tessuto socio-economico del territorio. L’ultima posizione ufficiale arriva da Angelo Radica, presidente di Ali Abruzzo, l’associazione che riunisce le autonomie locali regionali, che ha esortato le istituzioni a smettere di tentennare, rendendo definitiva la permanenza di questi presidi di legalità.

La richiesta di stabilità per i presidi giudiziari

La richiesta avanzata da Ali Abruzzo è netta: i quattro tribunali non devono essere considerati semplici uffici amministrativi, ma elementi essenziali per la tenuta democratica e la sicurezza delle aree interne. Secondo Radica, è necessario superare i continui dubbi che ancora oggi, a distanza di tempo dall’inizio della controversia, riemergono ciclicamente. “Occorre sgombrare il campo da ogni dubbio e procedere con rapidità alla risoluzione della questione”, afferma il presidente, sottolineando come la stabilità sia il presupposto indispensabile per garantire un servizio efficiente.

Il cuore del problema resta la carenza di organico. Non basta mantenere aperta una struttura se mancano i magistrati, il personale amministrativo e la dotazione tecnologica adeguata. La richiesta di Ali Abruzzo mira proprio a colmare questo vuoto, invocando una dotazione di personale che permetta ai tribunali di Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto di operare a pieno regime. La continuità operativa è vista come il solo modo per evitare che il sistema giustizia in Abruzzo subisca ulteriori rallentamenti, già messi a dura prova dalle complessità burocratiche nazionali.

L’impatto sul territorio e la difesa delle aree interne

La chiusura o il declassamento di un tribunale non rappresenta una mera questione tecnica. Per i centri storici di città come Avezzano, che vede nel suo tribunale un polmone per l’economia locale, o nelle realtà legate alla Valle Peligna e al Vastese, la presenza della giustizia è sinonimo di resilienza. Allontanare la giustizia dal territorio significa, secondo i rappresentanti dei Comuni, rendere le aree interne meno centrali e, di riflesso, percepire un maggiore senso di insicurezza.

“Questa non è una vicenda che riguarda esclusivamente tecnici e addetti ai lavori”, prosegue Radica. La riflessione si sposta poi sul piano sociale: spogliare le province di questi presidi significa impoverirle di opportunità, favorendo lo spopolamento e indebolendo la coesione territoriale. La battaglia che i sindaci abruzzesi hanno condotto in questi anni, dialogando costantemente con gli ordini professionali e l’avvocatura, è stata di fatto una resistenza contro l’accentramento dei servizi nei centri maggiori, a scapito della capillare distribuzione delle funzioni pubbliche.

Una battaglia per la coesione sociale

Il percorso intrapreso da Ali Abruzzo punta a depoliticizzare il dibattito, chiedendo che l’interesse pubblico prevalga sulle scaramucce tra partiti. L’obiettivo finale deve essere la piena efficienza delle strutture. Il timore espresso dai sindaci è che, proprio quando la soluzione appare vicina, manovre dilatorie possano allungare nuovamente i tempi. La coesione territoriale passa, in misura significativa, per la facilità di accesso dei cittadini ai servizi fondamentali, e la giustizia è, tra questi, uno dei pilastri.

Proteggere gli uffici giudiziari significa tutelare i cittadini più deboli, coloro che non hanno i mezzi per affrontare lunghi spostamenti o che vedono nel tribunale il punto di riferimento più vicino per la tutela dei propri diritti civili. La sollecitazione di Angelo Radica mira quindi a chiudere una stagione di precarietà, chiedendo al Governo di assumersi la responsabilità di blindare i tribunali abruzzesi, garantendo loro la linfa vitale fatta di addetti, risorse e stabilità normativa. Il monito è chiaro: non sono ammesse ulteriori esitazioni, perché il territorio non può permettersi di perdere altri pezzi del suo sistema di protezione sociale e legale.

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Subiaco – Monastero di Santa Scolastica, dove nacque il primo libro stampato in Italia

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Santa Scolastica Subiaco

Subiaco-  C’è chi sale a Subiaco solo per il Sacro Speco, la grotta scavata nella roccia che la tradizione lega agli anni da eremita di San Benedetto.
Pochi chilometri più a valle, però, un altro edificio merita la sosta e viene spesso liquidato con una scrollata di spalle: il Monastero di Santa Scolastica.
Qui, nel 1465, due chierici tedeschi misero in funzione il primo torchio tipografico della penisola. Il risultato è che il più antico libro a stampa d’Italia porta, in un certo senso, il profumo di questa valle dell’Aniene, a un’ora scarsa da Roma.Prima dei monaci c’era l’imperatore. Nerone aveva fatto costruire quassù una villa e una serie di laghi artificiali sbarrando il fiume, i celebri Simbruina stagna.
Su quelle rovine, intorno al VI secolo, il giovane Benedetto da Norcia si ritirò in solitudine e fondò una rete di comunità monastiche.Di quei dodici cenobi, Santa Scolastica è l’unico sopravvissuto senza interruzioni, tanto che un’iscrizione all’ingresso ricorda proprio questo primato.
L’intitolazione alla sorella gemella del santo arrivò più tardi: in origine il complesso era dedicato a San Silvestro. Come ricostruisce il sito ufficiale dei Benedettini di Subiaco, la comunità ha attraversato saccheggi, terremoti e rifacimenti restando sempre abitata.Il campanile romanico, con i suoi cinque ordini di bifore, è la parte più antica ancora in piedi e risale alla metà dell’XI secolo.
È il primo segnale che il luogo non si lascia riassumere in una sola epoca: ci si entra credendo di trovare un monastero medievale e si esce con la testa piena di secoli diversi.Il cuore architettonico è la sequenza dei tre chiostri, che si attraversano uno dopo l’altro come capitoli di uno stesso racconto.
Il più recente è il chiostro rinascimentale, sobrio e luminoso, con arcate regolari che smorzano la severità monastica. Si prosegue nel chiostro gotico, dalle linee slanciate e ogivali, prima di arrivare al pezzo forte.Il chiostro cosmatesco, del XIII secolo, è il più prezioso. Lo firmarono Jacopo e il figlio Cosma, maestri marmorari romani della celebre famiglia dei Cosmati, specialisti in quei mosaici geometrici fatti di tessere colorate e dischi di porfido che sembrano tappeti pietrificati.
Un’iscrizione intarsiata nel marmo cita ancora gli artefici, dettaglio raro per l’epoca e piccola vanità d’autore che fa sorridere.Veniamo all’episodio che rende Santa Scolastica un indirizzo da pellegrinaggio per bibliofili e storici del libro. Nel 1465 due tipografi provenienti dalla Germania, Conrad Sweynheym e Arnold Pannartz, allievi della bottega di Gutenberg, arrivarono nel monastero e vi installarono il primo torchio a caratteri mobili funzionante in Italia.
Da quelle casse di legno uscì il De oratore di Cicerone e, con data certa dell’ottobre 1465, le De Divinis Istitutionibus di Lattanzio: il primo libro a stampa italiano di cui si conosca il giorno di pubblicazione. Entrambi sono visibili nell’Esposizione Permanente della Biblioteca.
Un terzo volume fu il De Civitate Dei di Sant’Agostino, stampato nel giugno del 1467, subito prima del trasferimento di Pannartz e e Sweynheym a Roma.I due artigiani restarono poco: dopo un paio d’anni trasferirono l’officina a Roma, dove il mercato dei lettori era più ricco.
Resta però il fatto storico: la tipografia italiana nacque in questo angolo di montagna, non in una capitale. Un paradosso che dice molto su quanto i monasteri fossero, allora, i veri laboratori del sapere.Coerente con questa vocazione, la biblioteca statale del Monastero di Santa Scolastica conserva un patrimonio di manoscritti, pergamene e incunaboli che la rende un riferimento per gli studiosi.
Scorrere il catalogo significa ripercorrere la trasmissione della cultura occidentale attraverso l’amanuense prima e il carattere mobile poi.
Sopra uno degli archi d’ingresso campeggia l’invito che riassume l’intera filosofia benedettina, l’ora et labora: prega e lavora, due gesti che qui hanno prodotto bellezza tangibile per quindici secoli.Merita una parola anche la chiesa abbaziale. Il suo aspetto attuale, neoclassico e sorprendentemente luminoso, si deve all’architetto bergamasco Giacomo Quarenghi, che la ridisegnò alla fine del Settecento prima di partire per la Russia e diventare l’architetto prediletto di Caterina II.
Trovare la sua mano in una valle dell’Aniene è uno di quei cortocircuiti che rendono la visita memorabile.

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La Calabria e Tropea finiscono sulla nuova moneta da 5 euro

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Redazione-  Nasce una nuova moneta da 5 euro che porta la Calabria nella serie “Cultura Enogastronomica Italiana – Sapori d’Italia”. Ad andare sul conio sono due prodotti simbolo della regione: il vino Cirò e la Cipolla Rossa di Tropea Calabria IGP. L’emissione, spiega la nota ufficiale, vuole celebrare il patrimonio enogastronomico nazionale come espressione di storia, cultura e tradizioni trasmesse nel tempo. Il collezionismo numismatico diventa così uno strumento per raccontare i territori e le identità locali attraverso immagini e simboli. Sul dritto della moneta c’è uno scorcio del lago Cecita, immerso nel verde dell’altopiano della Sila. Il paesaggio è “sorvegliato” dai Bronzi di Riace, mentre un capitello ionico richiama la Magna Grecia, la stagione in cui le colonie greche lasciarono un’impronta profonda nel Meridione. Il rovescio è dedicato ai sapori e ai saperi calabresi. In primo piano una bottiglia di Cirò, decorata con un pinax locrese raffigurante Dioniso, accanto a una cesta intrecciata secondo la tradizione della Sila greca e colma di grappoli d’uva. Completano la scena una treccia di peperoncini e una di cipolle rosse di Tropea. Il riferimento all’IGP lega il prodotto a un’area precisa e a un disciplinare di produzione, facendo dell’origine territoriale un tratto distintivo. La moneta, intitolata “Cirò e Cipolle di Tropea – Calabria”, è stata emessa dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e realizzata dalla Zecca dello Stato. Il progetto è firmato dall’incisora Marta Bonifacio.

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In Toscana il borgo piu’ colorato, un quadro a cielo aperto

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Borgo colorato

Redazione-  La Toscana, con il suo paesaggio estremamente vario, che cambia chilometro dopo chilometro, porta chi la visita a fondo dentro a un gigantesco caleidoscopio. Le sfumature di questa regione sembrano non smettere mai di cambiare davanti ai nostri occhi. In provincia di Pisa, però, un piccolo borgo ha voluto spingersi oltre. Anziché limitarsi a essere incorniciato da tutti quei colori, Ghizzano ha deciso di metterseli addosso. Tutto è iniziato nel 2019, da un progetto di riqualificazione che ha visto tre artisti trasformare il piccolo paese in un piccolo mondo a parte. Grazie a vie dalle case colorate, sculture e opere d’arte contemporanea, Alicja Kwade, David Tremlett e Patrick Tuttofuoco hanno reso Ghizzano il borgo più colorato d’Italia. Un’iniziativa che comunque non ha messo in secondo piano il fascino storico del borgo, ma lo ha risaltato ulteriormente.

Via di Mezzo è una strada lunga e stretta che divide il piccolo centro di Ghizzano. Ai lati della via ci sono due file di piccole case allineate, che nel 2019 sono diventate la tavolozza dell’artista inglese David Tremlett. Le loro pareti sono state ridipinte con colori che spaziano tra verde, ocra, rosso e marrone, con l’intento di riprendere i colori tipici del paesaggio circostante. Inoltre, in prossimità delle porte e delle finestre compaiono decorazioni geometriche colorate con le stesse tonalità vivaci. Un omaggio alla terra e alla natura circostante il cui impatto visivo risulta ancora più forte grazie al contrasto con le antiche case di mattoni che riempiono il resto del paese.

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