Esteri
Afghanistan: quando il matrimonio smette di essere una festa e diventa un tribunale

Redazione- In questa narrazione, il matrimonio non è più l’inizio di una famiglia, ma un luogo dove ogni gesto della donna viene giudicato come lecito o illecito.
Le nuove direttive diffuse dal Ministero per la Promozione della Virtù e gli Affari Religiosi dei Talebani non rappresentano soltanto un elenco di divieti. Riflettono una precisa visione della donna: non come individuo con dignità e autonomia, ma come una presenza da controllare, limitare e rendere invisibile.
Il profumo non è più un semplice gesto di eleganza, ma una colpa.
Il trucco non è un’espressione personale, ma un inganno.
La fede nuziale non è il simbolo di una promessa, ma un’usanza da rifiutare.
La musica non è gioia, ma peccato.
Perfino il fatto che gli sposi siedano insieme davanti agli invitati viene descritto come qualcosa di vergognoso.
L’aspetto forse più sorprendente è il silenzio sul ruolo dello sposo. Nel testo quasi tutto riguarda il corpo, il comportamento, l’aspetto e la presenza della donna. Poco o nulla viene detto sulla responsabilità dell’uomo, sul rispetto reciproco, sull’amore coniugale o sull’impegno morale del marito.
Il matrimonio, così, smette di essere un incontro tra due persone e diventa soprattutto uno spazio di controllo sul corpo femminile.
I Talebani sostengono che queste disposizioni siano fondate sulla Sharia e sulla scuola giuridica hanafita. Tuttavia, nel mondo islamico esistono numerose interpretazioni della legge religiosa, e molti studiosi musulmani contestano l’idea che tali restrizioni rappresentino l’unica lettura possibile dell’Islam.
Forse l’elemento più doloroso di questa vicenda è la scomparsa della gioia.
In Afghanistan, come in molte culture, il matrimonio è molto più di una semplice cerimonia: è l’unione di due famiglie, una celebrazione della speranza e l’inizio di una nuova vita. Quando la musica tace, le risate vengono controllate e la sposa è costretta a rimanere nascosta dietro una tenda, ciò che resta assomiglia più all’esecuzione di un regolamento che a una festa.
Rimane allora una domanda inevitabile:
Se il primo giorno della vita insieme è costruito sulla paura, sulle proibizioni e sulla separazione, su quali basi crescerà quella famiglia? Sull’amore o sul timore?
Per questo motivo, questa storia non parla soltanto di un matrimonio.
Parla di una società nella quale perfino il giorno più felice della vita deve attraversare il filtro dei divieti. E quando anche la felicità ha bisogno di un permesso, la libertà è già diventata l’ospite assente.
Attualità
Crisi migranti a Ceuta: l’Italia sospende il trattato di Schengen con la Spagna
L’Italia sospende temporaneamente il trattato di Schengen con la Spagna a causa della crisi migranti a Ceuta: la linea di Meloni spacca l’Ue. 🚨 🇪🇺
Roma – Nel tormentato scenario delle relazioni diplomatiche continentali e della gestione dei flussi migratori transnazionali nell’Eurozona, la tenuta dei confini esterni e la rimodulazione degli accordi di cooperazione di polizia rappresentano variabili nevralgiche per la stabilità interna degli Stati membri. In una giornata contrassegnata da tese e continue consultazioni a livello europeo, il Governo italiano guidato dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha formalizzato l’adozione di un provvedimento drastico: la sospensione temporanea del trattato di Schengen con il Regno di Spagna. La decisione si è concretizzata a seguito delle risultanze analitiche esaminate nel corso del Comitato Analisi sull’Immigrazione e Sicurezza delle Frontiere, presieduto in mattinata dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. L’esecutivo ha ravvisato la necessità di innalzare i livelli di protezione del territorio nazionale di fronte all’aggravarsi della crisi migratoria nell’enclave spagnola di Ceuta, in Nord Africa.
La cooperazione sull’asse Roma-Parigi e il monitoraggio di Emmanuel Macron
La perimetrazione della sicurezza stradale e di frontiera ha registrato un’immediata sponda bilaterale tra l’Italia e la Repubblica Francese. Il Ministro Piantedosi ha intrattenuto un fitto colloquio telefonico con l’omologo di Parigi, Laurent Nuñez, condividendo l’opportunità di un sensibile rafforzamento dei controlli congiunti lungo la linea di confine terrestre che unisce i due Paesi, attivando i protocolli di collaborazione tra forze di polizia già precedentemente sottoscritti. Parallelamente, il Presidente francese Emmanuel Macron ha confermato il dispiegamento di quattro unità di forze mobili, droni e ricognitori aerei per vigilare sui transiti con la penisola iberica, offrendo supporto al governo di Madrid tramite l’agenzia Frontex, ma ricordando in modo fermo che il territorio di Ceuta non beneficia della libera circolazione verso il resto dello spazio europeo comune.
La protesta formale di Madrid e lo scontro con i vicepremier Salvini e Tajani
Sotto il profilo strettamente geopolitico, il posizionamento d’avanguardia assunto da Giorgia Meloni ha incassato il pieno e incondizionato supporto dei due vicepremier e ministri Matteo Salvini e Antonio Tajani. Le dichiarazioni di fermezza espresse dal titolare della Farnesina hanno tuttavia innescato un durissimo scontro diplomatico con l’esecutivo guidato da Pedro Sánchez. Il Ministero degli Esteri spagnolo ha formalizzato una nota di protesta ufficiale nei confronti dell’Italia, disponendo la convocazione d’urgenza dell’ambasciatore italiano a Madrid. La scelta di blindare i varchi di accesso si configura così come una misura di tutela e, al contempo, come un chiaro segnale di dissenso politico verso le posizioni del governo Sánchez, censurato dalla maggioranza dei partner dell’Unione Europea per il perseguimento di una linea giudicata eccessivamente permissiva sul fronte immigrazionista.
Il blocco dei Paesi nordici: la Svezia, la Danimarca e la Finlandia si schierano con l’Italia
La linea di massima prudenza tracciata da Palazzo Chigi ha trovato un’immediata adesione da parte dei governi dell’Europa settentrionale, preoccupati per i rischi di asfissia dei propri sistemi di accoglienza e di pubblica sicurezza. Il Primo Ministro svedese, Ulf Kristersson, ha intimato alla Spagna di adempiere con urgenza agli impegni di protezione previsti da Schengen, dichiarandosi pronto a varare misure eccezionali per tutelare l’ordine pubblico a Stoccolma. Sulla stessa lunghezza d’onda si è collocata la premier danese Mette Frederiksen, che ha definito ovvia e non più differibile la sospensione degli accordi di libera circolazione con Madrid. Il quadro nordico si è sigillato con l’intervento della Ministra dell’Interno finlandese, Mari Rantanen, la quale ha affermato che i Paesi membri incapaci di difendere le frontiere esterne dell’Unione non possono continuare a beneficiare dello spazio Schengen.
Le reazioni nell’Europa centrale: le barricate della Polonia e la chiusura della Repubblica Ceca
L’onda d’urto della crisi idrica e migratoria ha colonizzato il dibattito anche nelle cancellerie dell’Europa centrale e orientale. Dall’Austria, il cancelliere Christian Stocker ha preannunciato il ricorso alla chiusura temporanea dei confini nazionali qualora la pressione migratoria dovesse riversarsi lungo le rotte alpine. Ancor più duri sono apparsi i verbali giunti da Praga, dove il Primo Ministro della Repubblica Ceca, Andrej Babiš, ha invocato l’isolamento immediato della Spagna dall’area comune. Un severo monito storiografico è stato lanciato dal premier polacco Donald Tusk, che ha esortato Madrid a imitare l’hardware normativo di Varsavia, ricordando come la Polonia abbia investito miliardi di euro e impiegato migliaia di soldati e guardie di frontiera per edificare barriere stabili ed efficaci lungo il confine orientale con la Bielorussia.
L’intervento di Tommaso Foti e la priorità del piano rimpatri in Europa
In ultima analisi, il valore civile e la sostenibilità strategica del provvedimento italiano sono stati analizzati dall’intervento di Tommaso Foti, Ministro per gli Affari Europei. Foti ha blindato la scelta del Viminale, deostruendo la retorica dell’accoglienza indiscriminata per equipararla a un fattore di caos sociale che penalizza in primo luogo i diritti dei cittadini onesti e la sicurezza dei quartieri periferici: «La decisione del ministro Piantedosi di sospendere temporaneamente Schengen con la Spagna è giusta e doverosa. È significativo che in Europa la linea maggioritaria sia oggi quella indicata da Giorgia Meloni, che ha avuto il merito di portare il tema all’ordine del giorno degli ultimi Consigli europei: più fermezza nella protezione delle frontiere, nel contrasto all’immigrazione irregolare e nella necessità di rendere effettivi e rapidi i rimpatri». La cooperazione tra le istituzioni comunitarie e il rigido controllo della legalità rimangono l’unica via per governare i flussi ed evitare la desertificazione dei valori democratici europei.
Esteri
Un caso in Norvegia: quando una relazione si è trasformata in una tragedia
Redazione- In una tranquilla zona del sud-ovest della Norvegia, la regione di Jæren è stata scossa da un episodio che ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. Una storia iniziata come una relazione sentimentale è diventata una tragedia e ora è al centro di un’indagine della polizia e della magistratura.
Secondo i media norvegesi, un uomo afghano di 34 anni è stato accusato dalla polizia dell’omicidio della sua fidanzata norvegese. La donna, dopo essere stata trasferita in ospedale con gravi ferite, è deceduta. L’accusa nei confronti dell’uomo è quindi passata da “tentato omicidio” a “omicidio”.
La sera del 26 luglio, dopo una segnalazione riguardante una donna ferita, gli agenti sono intervenuti in un’abitazione nella zona di Jæren. La vittima è stata trovata con ferite gravi e, nonostante le cure mediche, è morta il giorno successivo.
L’uomo accusato ha respinto l’accusa di omicidio. Il suo avvocato ha dichiarato che il suo assistito fornisce una versione diversa dei fatti e avrebbe sostenuto che la donna potrebbe aver avuto un improvviso problema di salute. La polizia, tuttavia, non ha confermato questa versione e le indagini continuano.
Il caso ha suscitato ulteriore attenzione dopo che è emerso che l’uomo aveva già avuto una precedente condanna per violenza contro una ex compagna. Secondo i rapporti dei media norvegesi, nel 2019 era stato condannato a un anno e due mesi di carcere per diversi episodi di violenza e altri reati. In quella precedente vicenda, il tribunale aveva descritto una relazione caratterizzata da comportamenti violenti e controllanti.
Questo episodio ha riaperto in Norvegia il dibattito su come vengono gestite le segnalazioni di violenza nelle relazioni e su quali misure possano prevenire tragedie simili.
Dietro questa notizia, però, c’è soprattutto una storia umana dolorosa: una famiglia in lutto, una comunità sotto shock e un’indagine che dovrà chiarire cosa sia realmente accaduto.
Fino a quando il tribunale non emetterà una sentenza definitiva, l’uomo rimane legalmente considerato innocente. Saranno le prove e il processo a stabilire la verità dei fatti.
Esteri
Dopo lo stop della Corte Suprema, Trump aggira la sentenza e rilancia la guerra dei dazi
Quando la Corte Suprema ha dichiarato illegali i dazi che Donald Trump aveva imposto nel cosiddetto “Liberation Day”, le casse del Tesoro Usa avevano incassato 166 miliardi di dollari, ai quali si sono aggiunti interessi per un totale di 171 miliardi. La sconfitta subita dinanzi ai magistrati ha imposto il rimborso di questi fondi alle aziende americane che erano state costrette a pagare tali dazi. All’inizio i rimborsi sono stati effettuati a rilento, ma poi sono stati accelerati, anche se si stima che fra gli 80 e i 100 miliardi non siano ancora stati rimborsati. Come abbiamo scritto in queste pagine, Trump è stato tutt’altro che felice della decisione e ha attaccato i giudici ferocemente. La sconfitta, però, non lo ha fermato e, lo stesso giorno dell’annuncio della Corte Suprema, Trump ha usato un’altra legge che gli ha permesso di imporre dazi temporanei fino al 24 luglio.
Redazione- Quando la Corte Suprema ha dichiarato illegali i dazi che Donald Trump aveva imposto nel cosiddetto “Liberation Day”, le casse del Tesoro Usa avevano incassato 166 miliardi di dollari, ai quali si sono aggiunti interessi per un totale di 171 miliardi. La sconfitta subita dinanzi ai magistrati ha imposto il rimborso di questi fondi alle aziende americane che erano state costrette a pagare tali dazi. All’inizio i rimborsi sono stati effettuati a rilento, ma poi sono stati accelerati, anche se si stima che fra gli 80 e i 100 miliardi non siano ancora stati rimborsati. Come abbiamo scritto in queste pagine, Trump è stato tutt’altro che felice della decisione e ha attaccato i giudici ferocemente. La sconfitta, però, non lo ha fermato e, lo stesso giorno dell’annuncio della Corte Suprema, Trump ha usato un’altra legge che gli ha permesso di imporre dazi temporanei fino al 24 luglio.
Con la scadenza di questa seconda ondata di dazi, il presidente Usa ne ha escogitata un’altra, imponendo tasse dal 10 al 12,5 per cento su sessanta Paesi. Il presidente americano ha giustificato questa nuova serie di dazi asserendo che questi Paesi non hanno fatto sufficienti sforzi per proibire l’importazione di prodotti realizzati con il lavoro forzato. In effetti, Trump si è dichiarato protettore dei lavoratori, affermazione che dovrebbe far sorridere, perché in realtà non si è mai preoccupato dei diritti dei lavoratori né, tantomeno, del lavoro forzato.
Se Trump fosse veramente interessato a difendere quei lavoratori abusati, dovrebbe prima di tutto parlarne con Paesi come la Malesia, la Cina, l’India, il Bangladesh e altri, i cui prodotti esportati, quali vestiti, legname, prodotti agricoli, prodotti elettronici, minerari ecc., sono spesso realizzati con lavoro forzato, per spingerli a cambiare rotta. Invece, Trump ha usato la scusa del lavoro forzato per mettere pressione a una sessantina di Paesi, principalmente europei, affinché questi cambino strategia. Tocca a loro risolvere il problema del lavoro forzato perché, per Trump, rappresentano una concorrenza sleale per le aziende americane.
Se Trump fosse veramente interessato a risolvere la piaga del lavoro forzato potrebbe anche guardare a casa sua. In America, per esempio, i carcerati sono spesso costretti a lavorare senza il loro consenso. In Alabama i carcerati sono obbligati a lavorare, poiché queste attività involontarie fanno parte dei loro doveri. In altri Stati del Sud i carcerati vengono anche usati come lavoratori nel settore agricolo, secondo la American Civil Liberties Union (ACLU), l’organizzazione che protegge i diritti civili e le libertà individuali garantiti dalla Costituzione. Secondo l’ACLU, questa situazione viola il Tredicesimo Emendamento, che proibisce la schiavitù e la servitù forzata in America.
La questione del lavoro forzato, usata come pretesto per imporre i dazi, è quindi semplicemente un modo per giustificare il ricorso alla politica del bastone, al fine di colpire i suoi avversari e costringerli a inginocchiarsi, nel tentativo di mitigare gli effetti negativi, come abbiamo riscontrato dopo la prima ondata di dazi. Tanti leader del globo, dopo i primi dazi, si sono presentati davanti a Trump quasi come se stessero chiedendogli l’elemosina. Anche gli alleati europei avevano celebrato il fatto di essere riusciti a negoziare dazi del 15 per cento.
Gli ultimissimi dazi annunciati da Trump avranno la tipica conseguenza di causare aumenti dei prezzi, colpendo tutti i consumatori, inclusi quelli americani. Lo ha confermato Chrystia Freeland, ex vice prima ministra e ministra delle Finanze canadese, la quale ha lavorato con i governi di Justin Trudeau e Mark Carney, in un’intervista alla Public Broadcasting System (PBS), la rete televisiva pubblica americana. Freeland ha aggiunto che i dazi impoveriscono i Paesi e costringono i consumatori a pagare il prezzo della cecità politica.
Com’è avvenuto con i dazi del “Liberation Day”, che hanno scatenato ricorsi conclusisi con una vittoria davanti alla Corte Suprema, anche questi ultimi tentativi di Trump hanno già causato nuove azioni legali. Il Liberty Justice Center, che aveva rappresentato i piccoli imprenditori nella causa sui dazi del “Liberation Day”, ha presentato un nuovo ricorso. I legali sostengono che l’amministrazione Trump ha agito “in maniera arbitraria” nell’imposizione di dazi a 60 Paesi, senza aver seguito alcuna logica. Le cause richiedono tempo e non si sa se questa volta arriveranno alla Corte Suprema. Nel frattempo Trump ha usato di nuovo il bastone dei dazi, spingendo i Paesi in questione a iniziare negoziati per ottenere agevolazioni. Questa volta, però, tutti hanno imparato la lezione. Come ha detto Freeland, Trump capisce solo una cosa: la forza. È ovviamente difficile per un Paese piccolo lottare contro la poderosa economia americana, ma è “l’unica maniera”. Freeland cita giustamente l’esempio della Cina che, non solo non si è inginocchiata, ma ha usato il suo potere economico, specialmente il suo quasi monopolio sui minerali delle terre rare, per affrontare Trump sui dazi. Gli alleati europei, attaccati di nuovo col bastone dei dazi, farebbero bene a imparare la lezione cinese, agendo insieme invece di cercare una strada individuale.
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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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