ANDRÒ DALLO PSICHIATRA, PER COLPA DI UN UOMO SBAGLIATO ! | LA POSTA DEL CUORE DI ALESSANDRA HROPICH
- Scritto da Alessandra Hropich
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Redazione- Stimata dottoressa Hropich, esco da una relazione sbagliata con un uomo con cui sono stata nove anni. La relazione inizialmente era tranquilla, poi lui ha cominciato ad insultarmi anche per i motivi più banali. Mi sentivo male con lui ma anche bene se lui tornava, mi lasciava, mi riprendeva, mi tradiva, mi schiaffeggiava. Ma erano le offese, quelle che mi ferivano di più. Il fatto assurdo era che io sentivo poco alla volta di non meritare più nemmeno un complimento fatto da nessuno. Eppure, nel tempo, più di qualcuno mi diceva che ero una bella ragazza ed anche sensibile ed intelligente ma io non riuscivo più a crederci, rispondevo ad ogni complimento: "Una volta ero bella, oggi sono cambiata!" Oppure non accettavo i complimenti sulla mia intelligenza, proprio quando il mio ragazzo mi diceva che ero invece una gallina. Insomma, il mio uomo, anziché incoraggiarmi, mi tradiva, mi disprezzava e tornava da me quando gli faceva comodo. Ho buttato nove anni della mia vita con un uomo che non valeva nulla ma non me ne rendevo conto, pensavo di essere sbagliata io. Mi avevano proposto di fare un consulto con uno psicologo o psichiatra ma ero terrorizzata, temevo i farmaci e stavo male nel mio buio, perché il mio ragazzo aveva spento la mia luce. Qualche amico mi ha detto che sono meglio le droghe perché ti danno benessere subito senza indagare. Non so cosa fare, mi aiuti lei, dottoressa.
Ho il terrore dei farmaci e non mi va giù che debba andare dallo psichiatra per colpa di un uomo sbagliato.
Dina da Varedo
Non avrei alcuna paura dello psichiatra né di un antidepressivo, se assunto per un breve periodo.
Molti ignorano quanto le persone, le relazioni e le esperienze emotive plasmino la personalità molto più di quanto possa fare un antidepressivo. Eppure, quando si parla di psicofarmaci, emerge spesso una paura profonda: quella di essere considerati “un pezzo rotto da aggiustare”.
Dal punto di vista psicologico, questo timore affonda le radici nello stigma che ancora circonda la sofferenza mentale. Assumere un farmaco viene vissuto come un’ ammissione di debolezza, come se il dolore emotivo fosse una colpa o un difetto personale. Al contrario, il malessere psicologico è una risposta complessa a fattori biologici, relazionali e ambientali, non un segno di fallimento individuale.
Non è un caso che molte persone, quando si sentono giù di morale o emotivamente svuotate, scelgano strade alternative e pericolose, come l’uso di droghe. In questi casi, non si cerca davvero lo “sballo”, ma un cambiamento improvviso di stato: un modo per sentirsi diversi, più forti, più vivi. C’è persino una narrazione eroica attorno a queste scelte, come se affrontare il dolore attraverso l’autodistruzione fosse una prova di coraggio o di libertà.
L’antidepressivo, invece, viene spesso percepito come qualcosa che non cambia davvero le cose: un farmaco per chi è “rotto”, per problemi che sembrano destinati a rimanere. Questa visione è però profondamente distorta. Dal punto di vista clinico, il farmaco non crea una personalità nuova né cancella il dolore, ma può ridare chiarezza dove tutto è annebbiato, luce dove la sofferenza ha reso difficile pensare, sentire, scegliere.
A differenza delle droghe, che offrono un picco momentaneo di euforia seguito da un vuoto più profondo e spesso dalla dipendenza, il trattamento farmacologico mira alla stabilità. Non promette estasi, ma possibilità: la possibilità di tornare a sentire, di lavorare su di sé, di costruire relazioni più sane. È uno strumento, non una scorciatoia.
In psicologia si parla spesso di “alleanza terapeutica”: il farmaco, quando necessario, non sostituisce il lavoro interiore, ma lo rende possibile. Senza quella luce minima, anche il percorso psicologico più profondo rischia di rimanere inaccessibile.
Riconoscere questo significa superare l’idea di essere “aggiustati” e accettare invece di essere sostenuti. Perché prendersi cura della propria salute mentale non significa essere rotti, ma avere il coraggio di non restare al buio.
Quasi ogni volta che faccio un complimento alle persone, capita chi lo respinge come se sentisse di non meritarlo.
A volte, dico: "Che bell' uomo che è!"
C' è chi, con sofferenza, mi risponde: "Un tempo lo ero!"
Dunque, oggi, quest' uomo, si sente una schifezza che cammina?"
Oppure mi capita di dire ad un personaggio noto: "Complimenti, dal vivo, appare ancora meglio che in foto!"
La risposta, talvolta è : "Le segnalo il nome di un buon oculista!"
Risposte che sembrano appartenere a persone modeste, in realtà, sono persone con poca autostima, se non del tutto mancante.
L' autostima scompare anche per colpa di chi vive con noi perché ci plasma, ci modella, non ci fa sentire belli/e, desiderabili, interessanti.
Nel tuo caso, Dina, il tuo compagno, non ti aveva solo trascurato ma anche disprezzato, maltrattato psicologicamente e fisicamente, ha smontato negli anni la tua autostima.
Ti serve aiuto, per riacquistare la luce che hai perso.
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