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Attualità

Sicurezza, l’appello di Montecchi: difendere le forze dell’ordine

🚨 SICUREZZA E ISTITUZIONI: IL SEGRETARIO DI VALORE LIBERALE MARCO MONTECCHI SCHIERA IL MOVIMENTO AL FIANCO DELLE FORZE DELL’ORDINE”Basta con il relativismo che mette in discussione i valori del vivere civile: difendiamo chi garantisce la nostra sicurezza”. Il Segretario Nazionale di Valore Liberale, Marco Montecchi, interviene con una dura nota ufficiale per denunciare i gravissimi attacchi subiti dai servitori dello Stato, esprimendo piena solidarietà ai numerosi agenti rimasti feriti durante i recenti scontri in Val di Susa e criticando il silenzio della politica di fronte a uomini in divisa sottopagati che rischiano la vita ogni giorno. 📉 eversioneMontecchi punta il dito contro la gestione del caso Fakir a Bologna, definendo “irresponsabile” la scelta del sindaco Matteo Lepore di convocare una manifestazione che esaspera gli animi e fomenta l’odio prima ancora che la Procura abbia accertato la verità sui fatti. Per Valore Liberale, la morte dell’uomo lascia sgomenti ma è inaccettabile criminalizzare i poliziotti che hanno agito per evitare il peggio. Il movimento centrista e riformatore chiede massima fermezza e accusa la sinistra di essere volutamente “sorda e cieca” sui temi della legalità, ribadendo che la libertà economica e civile può prosperare solo tutelando fermamente chi difende lo Stato di diritto. 🏛️🇮🇹🛡️👇 Condividi l’appello di Montecchi sulla necessità di proteggere le forze dell’ordine da processi mediatici e strumentalizzazioni politiche? Esprimi la tua opinione nei commenti!#MarcoMontecchi #ValoreLiberale #ForzeDellOrdine #OrdinePubblico #ValDiSusa #MatteoLepore #BolognaPilastro #CasoFakir #SicurezzaItalia #RiformeModerate

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Montecchi

Roma – Nel tormentato scenario politico italiano, contrassegnato da una marcata polarizzazione del dibattito pubblico e da crescenti tensioni sociali nelle aree metropolitane e nei cantieri strategici, la tutela della legalità democratica si impone come un asse programmatico fondamentale per la tenuta istituzionale del Paese. Il Segretario Nazionale di Valore Liberale, Marco Montecchi, ha rilasciato una dura nota ufficiale incentrata sulla sicurezza nazionale e sulla salvaguardia delle donne e degli uomini in divisa. L’analisi muove dalla ferma denuncia di un clima di diffuso relativismo culturale, che secondo l’esponente liberale starebbe progressivamente erodendo i valori cardine della convivenza civile e indebolendo il rispetto dovuto ai corpi di polizia, troppo spesso esposti a strumentalizzazioni di parte o a violenze metodiche nello svolgimento delle proprie funzioni d’istituto.

La condanna degli scontri in Val di Susa e il nodo delle retribuzioni

Il primo snodo della requisitoria di Montecchi investe direttamente i drammatici disordini registratisi nei pressi dei cantieri della linea ferroviaria ad alta velocità in Piemonte. Il Segretario Nazionale ha espresso profondo sconcerto per l’elevato bilancio dei feriti tra il personale interforze, censurando il silenzio e la parziale indifferenza di ampi settori del panorama mediatico e partitico dinanzi a una vera e propria aggressione strutturale. Valore Liberale richiama le forze politiche all’imperativo categorico di prendere le distanze, in modo incondizionato, da qualsiasi forma di eversione o di antagonismo violento, ponendo l’accento sulla complessa condizione materiale in cui operano i reparti mobili, costretti a presidiare la sicurezza pubblica e l’incolumità dei cittadini a fronte di trattamenti retributivi e contrattuali storicamente considerati inadeguati o sottopagati rispetto al rischio biologico quotidiano.

Il caso Fakir a Bologna e la dura critica al sindaco Lepore

La riflessione del segretario si sposta poi sulla sponda emiliana, istituendo un parallelo critico con la gestione amministrativa e politica delle tensioni scaturite nel quartiere Pilastro di Bologna a seguito del decesso di Fakir Abderrhaim. Montecchi ha qualificato come irresponsabile la condotta del sindaco felsineo Matteo Lepore, reo di aver promosso e convocato una manifestazione pubblica prima del consolidamento delle risultanze investigative da parte della Magistratura, un atto giudicato idoneo a esasperare gli animi e ad alimentare un clima di ostilità e pregiudizio ideologico contro le forze dell’ordine. Pur esprimendo sincero sgomento per la tragica perdita della vita umana, il leader del movimento liberale ha respinto i tentativi di colpevolizzazione preventiva dei due poliziotti intervenuti sul posto, i quali, secondo la ricostruzione documentale delle bodycam, avrebbero applicato i protocolli di contenimento standard nel tentativo di evitare il peggioramento del quadro clinico del fermato.

La dottrina di Valore Liberale contro la sordità della sinistra massimalista

In ultima analisi, l’intervento di Marco Montecchi fissa i pilastri dottrinali di Valore Liberale in materia di ordine pubblico e riforme del comparto sicurezza, posizionando il movimento come un solido argine atlantista e riformatore sia contro le derive assistenziali dello statalismo sia contro l’indulgenza della sinistra massimalista verso le realtà antagoniste. Il manifesto di VL invoca una stagione di maggiore responsabilità istituzionale, esortando il Parlamento a varare stanziamenti straordinari per l’ammodernamento delle dotazioni tattiche, il potenziamento delle piante organiche e la stabilizzazione dei salari del personale in divisa. La sinistra viene accusata di essere storicamente sorda e cieca dinanzi alle richieste di tutela avanzate dai servitori dello Stato, ignorando il fatto che la certezza del diritto e il controllo ermetico del territorio rappresentano la precondizione materiale per garantire lo sviluppo economico, la libertà d’impresa e il benessere sociale dell’intera comunità nazionale.

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Cultura

L’Ulivo della Pace unisce nel ricordo di Paolo: lo storico appello di Salvatore Borsellino per una via D’Amelio senza scontri

“Per me resterà un maledetto fascista, io per lui un maledetto anarchico. Ma sotto quell’ulivo abbiamo bevuto dalla stessa borraccia”. 🕊️ 🇮🇹 Un clamoroso patto di pace per via D’Amelio: dopo le urla e le tensioni del 19 luglio, Salvatore Borsellino chiede scusa alla famiglia e incontra Mauro La Mantia (storico organizzatore della Fiaccolata di destra). La promessa: mai più scontri nel luogo del dolore. I politici? “Se vogliono venire, stiano in silenzio tra la gente, senza fotografi”. Leggi l’emozionante retroscena. 📖 👇

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SAlvatore-La-mantia

Palermo – C’è un luogo a Palermo che non appartiene più alla topografia di una città, ma alla geografia dell’anima di un intero Paese. È via D’Amelio. Al centro di questo santuario laico a cielo aperto sorge “L’Albero della Pace”, un ulivo proveniente dalla Terra Santa. Fu piantato esattamente nella voragine scavata dall’autobomba che il 19 luglio 1992 squarciò l’Italia, uccidendo il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Claudio Traina, Emanuela Loi, Eddie Walter Max Cosina e Vincenzo Fabio Li Muli. Quell’ulivo fu voluto fortemente da Maria Pia Lepanto, la madre di Paolo, per trasformare il cratere dell’odio nel nido dell’amore e della rinascita. Un luogo dove, spogliandosi di ogni ideologia politica, chiunque potesse raccogliersi in silenzio.

Il dolore e la rabbia: quando le urla hanno infranto la sacralità della memoria

Eppure, lo scorso 19 luglio 2026, quella promessa di pace è stata infranta. Le celebrazioni per l’anniversario della strage si sono trasformate in un momento di tensione che ha turbato profondamente il clima di raccoglimento. Cori, urla e slogan come “Fuori la mafia dallo Stato” (richiesta legittima ma urlata nel momento sbagliato) hanno sovrastato il silenzio che quel luogo impone. Il silenzio richiesto a gran voce anche da chi, quel giorno di tanti anni fa, ha perso una parte di sé.

A distanza di qualche settimana, a prendere la parola in modo netto e coraggioso è il Movimento delle Agende Rosse, ma soprattutto è lo stesso Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che con una lucidità e un’onestà intellettuale rare ha deciso di mettere a nudo la propria anima, chiedendo scusa per primo e annunciando un patto storico di riconciliazione.

Le lacrime dei familiari e il pentimento di un fratello ferito

In una lettera carica di sofferenza, Salvatore Borsellino ammette le proprie fragilità di uomo ferito: «Mi sono lasciato trascinare soprattutto dalla rabbia, rabbia che mi serve per lenire il dolore di una ferita che non potrà mai chiudersi. Neanche se dovessi avere Giustizia prima di morire, anche perché non credo più nella giustizia degli uomini e, ormai da tempo, ho perso anche la fede».

Ma la rabbia ha ceduto il passo al pentimento quando i suoi occhi hanno incrociato quelli della sua famiglia. «Mi sono reso conto di avere sbagliato a dare sfogo alla mia rabbia, in quel luogo e in quel giorno. Me ne sono reso conto vedendo le lacrime di mia figlia Stella, di mia nipote Roberta, di sua figlia Adele e di altri. Pensando che anche mia madre avrebbe pianto nel vedere quello che lei aveva voluto diventasse un luogo di pace, trasformarsi in un luogo di scontro». Un dolore acuito dalla vista di tanti giovani padri che, tenendo un bambino per mano e una fiaccola nell’altra, hanno preferito voltarsi e tornare indietro pur di non assistere a quello spettacolo divisivo.

L’incontro impossibile: l'”anarchico” Borsellino e il “fascista” La Mantia

Da questa dolorosa presa di coscienza è nato un gesto politico e umano clamoroso. Il giorno successivo agli scontri, Salvatore Borsellino ha chiesto e ottenuto un incontro con Mauro La Mantia, esponente della Comunità ’92 (ex dirigente giovanile di Azione Giovani\An) e storico organizzatore della tradizionale “fiaccolata” di destra in memoria del Giudice.

È stato un faccia a faccia schietto, duro ma rispettoso. «A Mauro, con il quale ho avuto un colloquio franco e che stimo nonostante la vita ci abbia portato a combattere su fronti diversi, ho detto che quello che è successo quest’anno non deve più succedere». Borsellino ha usato parole fortissime per descrivere l’incontro: «Gli ho detto che in altri giorni e in altri luoghi lui resterà sempre per me un maledetto fascista, e io per lui un maledetto anarchico. Ma ho voluto, sotto quell’albero di ulivo, bere insieme dalla stessa borraccia e tenere insieme lo stesso tricolore».

La promessa per il futuro: il silenzio trionfi e la politica stia tra la gente

Da quell’incontro sotto l’Albero della Pace è scaturita una promessa solenne. Le urla, la rabbia e le rivendicazioni ci saranno ancora, perché l’Italia è una democrazia e le ferite delle stragi sanguinano ancora, ma non accadranno mai più in quel luogo e in quel giorno. Mai più in via D’Amelio.

L’anno prossimo, il 19 luglio sarà scandito esclusivamente dalla musica, dalle note dei violoncelli suonati dai ragazzi palestinesi e israeliani, in un inno assoluto alla pace. A suggello di questo patto, Salvatore Borsellino ha chiesto a Mauro La Mantia di salire sul palco al suo fianco per tenere insieme il Tricolore in un silenzio rispettoso e rigoroso. Con una sola, inderogabile e fiera condizione: «A patto che non ci siano, insieme a lui, rappresentanti delle istituzioni e di partito. O, se ci saranno, che stiano in mezzo alla gente, confusi tra la folla, senza fotografi o giornalisti attorno».

In un Paese perennemente diviso, in cui la memoria spesso diventa un campo di battaglia per meschini calcoli elettorali, il gesto di Salvatore Borsellino e Mauro La Mantia ci ricorda che l’eternità di chi si è sacrificato per lo Stato conta più di qualsiasi differenza ideologica. Via D’Amelio non è un palcoscenico per slogan, ma il nido che l’Italia non deve smettere di proteggere.

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Attualità

Scontro totale Meloni-Sánchez: l’Europa si spacca sui migranti e torna l’incubo delle frontiere chiuse

Il sogno di un’Europa senza confini va in frantumi. 🇪🇺 ❌ Scontro totale tra Giorgia Meloni e Pedro Sánchez sull’emergenza migranti di Ceuta. L’Italia sospende Schengen per blindare la sicurezza nazionale, la Spagna risponde con un ultimatum e ripristina da stanotte i controlli per chi viaggia dal nostro Paese. “È un siluro contro l’Europa”, accusa Madrid. Leggi tutti i dettagli di questa clamorosa rottura diplomatica e cosa cambia per i turisti italiani in partenza. ✈️ 🛂

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Meloni-Sánchez

Roma / Madrid – C’era una volta l’Europa senza confini, quel sogno chiamato Schengen che permetteva ai cittadini del Vecchio Continente di viaggiare liberi, da Roma a Madrid, senza dover mai mostrare un passaporto. Oggi, nel cuore infuocato dell’estate 2026, quel sogno sembra essersi infranto contro il muro della dura realtà. La crisi migratoria esplosa nei giorni scorsi nell’enclave di Ceuta si è rapidamente trasformata in uno scontro diplomatico senza precedenti tra il Governo italiano guidato da Giorgia Meloni e l’esecutivo spagnolo di Pedro Sánchez. Una vera e propria guerra fredda politica che, a partire dalla mezzanotte di sabato 8 agosto, riporta in auge lo spettro delle dogane, dei controlli serrati e delle frontiere chiuse.

La rappresaglia di Madrid e i disagi per i viaggiatori italiani

La decisione presa da Madrid è un fulmine a ciel sereno che rischia di rovinare le vacanze a migliaia di turisti. Fonti governative iberiche hanno infatti annunciato il ripristino temporaneo (ma immediato) dei controlli alle frontiere interne per tutti i viaggiatori in arrivo dall’Italia. La motivazione ufficiale parla di “persistente pressione migratoria irregolare”, ma i contorni della vicenda sanno chiaramente di ritorsione politica. Fino al 7 settembre (salvo clamorosi cambi di rotta), chi atterrerà in Spagna dall’Italia o sbarcherà nei porti iberici dovrà rassegnarsi a subire verifiche a campione su identità, passaporto e nazionalità. Per i cittadini provenienti da Paesi terzi, i controlli saranno ancora più estenuanti, estendendosi a visti e permessi di soggiorno.

È un colpo durissimo per la fluidità dei collegamenti nel pieno della stagione turistica, un disagio inaspettato per migliaia di famiglie e lavoratori che si ritrovano, loro malgrado, ostaggio di un braccio di ferro istituzionale giocato sulla loro pelle.

Il braccio di ferro e l’ultimatum spagnolo: “L’Italia affonda l’Europa”

Ma come si è arrivati a questo punto di non ritorno? La miccia che ha fatto esplodere la polveriera è stata innescata nei giorni scorsi, quando l’Italia, preoccupata per i massicci flussi irregolari provenienti dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta, aveva deciso di sospendere unilateralmente l’applicazione del trattato di Schengen per i cittadini di Paesi terzi in arrivo dal territorio iberico. Una mossa che ha mandato su tutte le furie il governo Sánchez.

Madrid aveva immediatamente lanciato un vero e proprio ultimatum a Roma: revocare il blocco entro domenica 9 agosto, o subire “misure proporzionate per tutelare gli interessi e la dignità dei cittadini spagnoli”. E le parole volate in queste ore sono state a dir poco incendiarie. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, intercettato dai cronisti al suo arrivo in Colombia, non ha usato mezzi termini: «Questa misura del governo italiano è un siluro che colpisce al cuore l’Unione Europea. Si tratta di un attacco diretto contro gli spagnoli e contro l’Europa intera. Non c’è alcun motivo per misure così ingiustificate. L’Italia, peraltro, è il Paese Ue con il maggior numero di ingressi irregolari. Oggi più che mai l’Europa ha bisogno di unità, non di muri».

La ferma risposta di Palazzo Chigi: “Non accettiamo imposizioni sulla sicurezza”

Chi si aspettava un passo indietro da parte dell’Italia è rimasto deluso. L’esecutivo di Giorgia Meloni non solo ha respinto al mittente l’ultimatum spagnolo, ma ha deciso di tenere il punto con estrema fermezza. In una nota gelida e perentoria, Palazzo Chigi ha messo in chiaro che «l’Italia non accetta ultimatum o imposizioni dall’estero per ciò che riguarda la sicurezza nazionale e il controllo delle proprie frontiere».

La sospensione di Schengen da parte italiana, dunque, resterà in vigore almeno fino al 15 agosto. Il Governo italiano teme infatti che, proprio a cavallo di Ferragosto, possa verificarsi una nuova, imponente ondata migratoria verso Ceuta, con il rischio concreto di infiltrazioni pericolose per la sicurezza del nostro Paese. Solo quando questa minaccia sarà rientrata, Roma valuterà se allentare la presa. Fonti vicine al Governo italiano ci tengono però a precisare che non si tratta di un “atto ostile” verso il popolo spagnolo: i controlli italiani, a differenza della rappresaglia di Madrid, riguardano solo i cittadini extra-Ue, garantendo la massima fluidità per gli europei.

Le accuse incrociate e il fallimento della solidarietà europea

A tentare di gettare acqua sul fuoco è intervenuto il ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, che ha ribadito la natura «temporanea, mirata e selettiva» del provvedimento italiano, adottato con «l’unico obiettivo di tutelare la sicurezza nazionale». Ma la Moncloa (sede del governo spagnolo) non ci sta e continua a definire la mossa italiana come «ingiusta, discriminatoria e decisa unilateralmente senza preavviso».

Gli spagnoli ricordano inoltre come i migranti arrivati irregolarmente a Ceuta non possano comunque accedere allo spazio Schengen per via dello status speciale della città, e sottolineano di aver già rimpatriato in Marocco la quasi totalità delle persone entrate. C’è amarezza, nelle parole di Madrid, che rinfaccia a Roma di non aver mai subito controlli ai confini da parte della Spagna neppure nei momenti più drammatici dell’emergenza sbarchi a Lampedusa.

In questo scontro tra titani, dove nessuno sembra disposto a cedere di un millimetro, a perdere è senza dubbio l’idea stessa di Unione Europea. Mentre i palazzi della politica litigano accusandosi reciprocamente di scarsa solidarietà, a pagare il conto reale saranno i cittadini, costretti a rimettersi in fila per mostrare i documenti, come se gli ultimi trent’anni di storia europea fossero stati improvvisamente cancellati con un colpo di spugna.

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Politica

Scommesse e Decreto Dignità, l’ira di Sforzini contro Giorgetti: “Fa la guerra al calcio e regala l’Italia all’illegalità”

“Lo Stato incassa le tasse dal gioco legale ma vieta gli sponsor, favorendo le scommesse clandestine e affossando lo sport italiano”. ⚽️ 🇮🇹 Duro attacco di Luca Sforzini (Rinascimento Nazionale) contro il Ministro Giorgetti sul Decreto Dignità: “Un proibizionismo inutile. Sblocchiamo le sponsorizzazioni legali per finanziare i piccoli campi di provincia e i settori giovanili”. Leggi l’intervista integrale e le proposte per salvare il calcio italiano! 🏟️ 💶

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Castellar Ponzano (AL) – C’è un paradosso tutto italiano che si consuma sulla pelle dello sport più amato nel nostro Paese. Da una parte ci sono le società di calcio, dai grandi club professionistici fino alle piccole e gloriose squadre dilettantistiche di provincia, che faticano ogni giorno per far quadrare i conti, pagare le bollette degli stadi e mantenere in vita i settori giovanili. Dall’altra c’è lo Stato, che invece di aiutarle decide deliberatamente di tagliare una delle loro fonti di sostentamento più importanti: le sponsorizzazioni del circuito del gioco legale. A lanciare un durissimo atto d’accusa contro questa politica è Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (think tank legato a “Futuro Nazionale con Vannacci”), che dal Castello Sforzini punta il dito dritto contro il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.

Lo statalismo moralistico che uccide i nostri vivai calcistici

La miccia della polemica si è accesa dopo le indiscrezioni sulla volontà del Governo di inasprire ulteriormente il famigerato “Decreto Dignità”, bloccando in modo ancora più stringente qualsiasi forma di pubblicità legata alle scommesse sportive. «Apprendo che il ministro Giancarlo Giorgetti non soltanto intende difendere uno degli errori più gravi compiuti negli ultimi anni ai danni dell’economia del calcio italiano, ma vorrebbe addirittura irrigidirlo», attacca frontalmente Sforzini. «È una scelta economicamente miope, culturalmente proibizionista e politicamente incomprensibile per un ministro che appartiene, o dovrebbe appartenere, a una maggioranza di centrodestra».

Le conseguenze di questo blocco cadono a pioggia su tutto il sistema sportivo nazionale. Il calcio italiano ha un disperato bisogno di capitali freschi per competere a livello internazionale, ma soprattutto per costruire e modernizzare impianti fatiscenti, finanziare i vivai e sostenere il dilettantismo, vera e propria spina dorsale sociale delle nostre città. Mentre i club esteri si fortificano grazie agli sponsor, in Italia si sceglie volontariamente di chiudere i rubinetti di una fonte di finanziamento proveniente da imprese, è bene ricordarlo, perfettamente legali.

Il paradosso di Stato: incassare le tasse ma vietare le sponsorizzazioni

Il cuore del problema, secondo l’analisi di Sforzini, risiede in un’ipocrisia di fondo inaccettabile. «Il paradosso è clamoroso: parliamo di imprese legali, autorizzate, regolamentate e pesantemente tassate dallo Stato italiano. Lo Stato incassa miliardi dal gioco legale, lo disciplina, concede le autorizzazioni e poi pretende quasi che gli operatori autorizzati debbano vergognarsi di esistere e nascondersi», spiega il presidente di Rinascimento Nazionale. «Tutto questo non è liberalismo, non è responsabilità civile, non è nemmeno buona amministrazione. È un banale e dannoso statalismo moralistico».

Oscurare i loghi e i nomi delle aziende legali, infatti, non fa scomparire per magia la voglia di scommettere degli italiani, ma rischia di produrre l’effetto diametralmente opposto. Vietare la comunicazione agli operatori autorizzati rende molto meno riconoscibile, soprattutto per i più giovani, il confine tra il mercato sicuro, tracciabile e regolamentato e la pericolosa giungla del mercato clandestino gestito dalla criminalità organizzata.

“Giorgetti si accoda al PD”: l’appello per una politica economica di libertà

La dura presa di posizione di Sforzini tocca inevitabilmente anche gli equilibri e l’identità politica dell’attuale maggioranza. «Pochi giorni fa avevamo criticato aspramente il Partito Democratico proprio perché proponeva di rafforzare questo divieto assurdo. Oggi dobbiamo constatare qualcosa di politicamente ancora più sorprendente e deludente: a spingere nella stessa direzione è un ministro di centrodestra».

Un cortocircuito politico che non può passare inosservato. «Se la destra e la sinistra finiscono per fare a gara su chi proibisce di più, allora qualcuno dovrà ricordare che esiste anche un’altra cultura politica nel nostro Paese: quella della libertà, della responsabilità individuale, dell’impresa e di uno Stato che si limita a stabilire regole chiare, senza pretendere di fare il tutore morale dei cittadini adulti».

La proposta: fondi per i dilettanti e tolleranza zero per la criminalità

Non si tratta però solo di una critica distruttiva. La ricetta proposta da Luca Sforzini è chiara, pragmatica e mira a salvare lo sport di base senza abbassare la guardia sulle patologie sociali. La ludopatia non si combatte oscurando una maglietta di Serie A, ma con la prevenzione sul territorio, l’informazione capillare nelle scuole, i controlli ferrei sui limiti di età e strumenti sanitari e sociali adeguati e ben finanziati.

«La nostra posizione è chiara e l’abbiamo formulata pubblicamente da tempo», rilancia Sforzini. «Chiediamo l’abolizione del divieto per gli operatori autorizzati, una forte semplificazione burocratica e, contemporaneamente, una guerra senza quartiere al gioco illegale e clandestino. Si riaprano le sponsorizzazioni agli operatori legali sotto regole rigorose e trasparenti, tutelando con estrema severità i minori, ma si destini obbligatoriamente una parte delle ingenti risorse generate direttamente al calcio di base, ai vivai, agli impianti di provincia e alle società dilettantistiche che oggi fanno fatica a comprare persino i palloni per i ragazzini».

«Giorgetti scelga da che parte stare», conclude perentorio Sforzini. «O con il proibizionismo fallimentare del Decreto Dignità, oppure con un calcio italiano che vuole tornare a crescere e competere nel mondo. Trasformare gli operatori legali in nemici pubblici, mentre le mafie e il mercato illegale ringraziano e continuano a esistere indisturbati, non è rigore. È semplicemente una pessima politica».

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