Cultura
7 MAGGIO: AI GIOVEDÌ DELLA CULTURA IL RESPONSABILE DEL CERIMONIALE DI MILANO CORTINA 2026

Redazione- Nell’ambito della rassegna de I Giovedí della cultura, il 7 maggio 2026, alle ore 18, Casa dei Carraresi ospiterà una conferenza di Gianfranco Giancaterino sul tema: Il cerimoniale: forma o sostanza?
Con il vocabolo “Cerimoniale” s’intende in generale il “complesso delle norme e procedure, scritte o tradizionali, che presiedono alla celebrazione di un atto solenne, avente carattere civile o religioso, o che sono imposte in determinati ambienti e circostanze.
Quella del cerimoniere, nella sua accezione più generale ed evocativa, è una figura antica quanto la storia dell’umanità: è il depositario di riti e di gesti che connettono profondamente forma e sostanza, dando evidenza e significato a momenti solenni.
Oggi il Cerimonialista, nella sua specifica mansione istituzionale, è diventato anche una professione al passo con i tempi, che richiede un aggiornamento costante e competenze che attengono anche al campo dell’organizzazione degli eventi, legislativo, della comunicazione, del digitale, e molto altro ancora.
Gianfranco Giancaterino ha conseguito una Laurea Magistrale in Beni Archeologici e Storico Artistici, una Laurea in Storia e Tutela del Patrimonio Archeologico e Storico-Artistico e una Laurea in Lingue e Letterature presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara. E’ membro del Comitato Scientifico dell’Associazione Nazionale Cerimonialisti Enti Pubblici. Tra le innumerevoli esperienze lavorative si ricordano quelle fornite a prestigiosi enti e organizzazioni, tra le quali: Comitato Organizzatore per i XXV Giochi Olimpici Invernali, Fondazione Milano Cortina 2026, Banca Asiatica di Sviluppo, Forum mondiale OCSE, Consulente di Cerimoniale per vari G7 Ministeriali, Aeronautica Militare, AeroSpace Power Conference, UEFA, EXPO 2020 Dubai, G20 – Italy 2021, G20 Ministeriale Cultura, Consiglio ministeriale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, Organizzazione Mondiale della Sanità, Banche Centrali della Banca Centrale Europea, EXPO Milano 2015, America’s Cup World Series, 11° Arab Games Doha 2011, INAS Global Games, XVII Campionati del mondo di pallavolo maschile FIVB – Italia 2010, Campionati del Mondo di Nuoto FINA – Roma 2009, XVI Giochi del Mediterraneo, 15th Asian Games, Comitato Organizzatore per i XX Giochi Olimpici Invernali Torino 2006, Comune di Pescara. E’ docente presso la Scuola Nazionale dell’Amministrazione – Presidenza del Consiglio dei ministri, Sapienza Università di Roma, Scuola Superiore di Amministrazione Pubblica e degli Enti Locali, Scuola dello Sport Sport e Salute spa
Iniziati nel 2019, gli appuntamenti settimanali sono stati sino ad oggi 215.
La Rassegna è sostenuta dalla Banca delle Terre Venete: «Con il sostegno al ciclo dei Giovedì della Cultura di Fondazione Cassamarca – ha dichiarato Gianfranco Sasso, presidente di Banca delle Terre Venete – la nostra Banca conferma l’impegno nel sostegno a iniziative di approfondimento che mettono al centro la promozione della conoscenza e della riflessione. L’approfondimento sul cerimoniale olimpico offre l’opportunità di coglierne il significato più autentico: un insieme di regole, atti e rituali che, secondo la Carta Olimpica, celebrano l’unione tra sport, pace e cultura. Un patrimonio valoriale più che mai attuale, da comprendere e trasmettere».
Cultura
Menda Vreto lancia la riflessione “Dove stanno finendo le parole?”: l’asfissia del dialogo nell’era degli schermi
🚨 CRITICA SOCIALE: “DOVE STANNO FINENDO LE PAROLE?”, LA COMMOVENTE RIFLESSIONE DI MENDA VRETO SULL’ASFISSIA DEL DIALOGO NELL’ERA DEGLI SCHERMISiamo costantemente connessi con tutto il mondo, ma sempre più distanti da chi ci siede accanto. Esce l’attesa e profonda riflessione saggistica di Menda Vreto dal titolo “Dove stanno finendo le parole?”, un’analisi spietata e poetica sulla perdita del valore della presenza e dell’ascolto nella società contemporanea. L’autrice fotografa scene di ordinaria quotidianità — come due persone vicine su un divano le cui spalle quasi si toccano, ma separate da mondi digitali opposti — per denunciare come la vera caratteristica del nostro tempo non sia la mancanza di rumore, ma la totale assenza di dialogo autentico. 📉 screenVreto deostruisce la retorica dei social network evidenziando un paradosso doloroso: scriviamo molto ma diciamo poco, mostriamo immagini perfette ma nascondiamo le nostre reali emozioni. Di fronte alla paura del silenzio, che ci spinge a controllare compulsivamente notifiche e smartphone persino a tavola, il testo lancia un forte appello a tutela delle giovani generazioni e dei bambini, ricordando che la gentilezza e l’empatia si imparano solo quando qualcuno si ferma ad ascoltarci davvero. Ispirandosi alle storie dei nonni e alle chiacchiere in cucina, l’autrice ci ricorda che lo smartphone può avvicinare chi è lontano, ma non potrà mai sostituire una carezza o una persona che ci guarda dicendo “sono qui”. Un invito rivoluzionario a guardarci negli occhi per sconfiggere la povertà dell’anima e salvare l’umanità dall’isolamento tecnologico. 🏛️📜✨👇 Ti capita mai di sentire il bisogno di spegnere lo smartphone per ritrovare il sapore di una conversazione vera e sincera con chi ami? Raccontacelo nei commenti!#MendaVreto #DoveStannoFinendoLeParole #CriticaSociale #InquinamentoDigitale #WelfareRelazionale #UmanesimoContemporaneo #PedagogiaDellAscolto #DipendenzaDaSmartphone #FilosofiaDellaPresenza
Roma – Nel tormentato panorama sociologico della contemporaneità, dominato dall’ipertrofia delle reti digitali e dall’espansione dei flussi algoritmici, la progressiva contrazione delle relazioni interpersonali dirette si configura come una vera e propria emergenza relazionale e sanitaria. Attraverso la sua ultima e profonda riflessione saggistica intitolata “Dove stanno finendo le parole?”, l’autrice Menda Vreto traccia una lucida radiografia della solitudine biologica che affligge le comunità metropolitane dell’Eurozona. Lo scritto si pone come un organico manifesto laico contro la mercificazione dell’attenzione e la virtualizzazione dei legami affettivi, denunciando come l’iper-connettività tecnologica stia paradossalmente generando un deserto comunicativo in cui gli individui, pur condividendo i medesimi spazi fisici e domestici, rimangono confinati in un isolamento ermetico dettato dall’interazione perenne con gli schermi retroilluminati.
Il paradosso della reperibilità perpetua: mostrare immagini e nascondere emozioni
L’architettura concettuale della Vreto deostruisce con sferzante rigore analitico le illusioni della comunicazione istantanea. La saggista evidenzia un mismatch strutturale tra l’abbondanza dei mezzi tecnici di trasmissione (SMS, piattaforme social, note vocali) e l’effettiva capacità del capitale umano di esprimere e decodificare il proprio vissuto interiore. La società contemporanea ha codificato un modello antropologico basato sulla reperibilità perpetua e sulla spettacolarizzazione del quotidiano, all’interno del quale l’esibizione della fotografia e del dato topografico opera come un surrogato della presenza reale. La tesi di fondo dello scritto evidenzia come la paura del silenzio spinga l’uomo moderno a saturare ogni vuoto temporale con la consultazione delle notifiche, un meccanismo di difesa psicologica che preclude la possibilità dell’introspezione e dell’incontro autentico con l’altro.
La filologia della memoria familiare e la didattica dell’ascolto per l’infanzia
Un asse di primaria importanza all’interno dell’opera investe la pedagogia dello sviluppo e la tutela delle giovani generazioni, esposte fin dalla prima infanzia ai rischi di un precoce analfabetismo emotivo indotto dall’abuso di hardware digitali. Vreto rimarca come i minori acquisiscano le competenze cognitive della gentilezza, dell’altruismo e della cittadinanza attiva non attraverso l’interfaccia di un algoritmo predittivo, bensì mediante l’esposizione biologica all’ascolto e alla parola parlata all’interno delle mura domestiche. I racconti storici dei nonni, le interazioni verbali durante la preparazione del cibo e la ritualità delle chiacchiere pre-sonno costituiscono le fondamenta materiali per la costruzione della memoria a lungo termine di una persona, un patrimonio immateriale che nessuna macchina o intelligenza artificiale di secondo livello può surrogare o dispensare.
La povertà dell’ascolto e la proposta del welfare dello sguardo
In ultima analisi, la ricetta etica e civile formulata da Menda Vreto rifiuta le derive di un sterile luddismo nostalgico, riconoscendo i vantaggi logistici della tecnologia nell’avvicinare i segmenti geograficamente distanti, ma fissa un limite invalicabile alla delega relazionale. Il telefono cellulare può riprodurre una traccia fonica ma rimane strutturalmente incapace di erogare una carezza o di validare la sicurezza di una presenza fisica. L’autrice identifica nella carenza di ascoltatori disposti a rallentare i ritmi della produttività capitalistica una delle grandi povertà del nostro tempo. Per invertire la rotta della frammentazione sociale si rende necessario il varo di un “welfare dello sguardo”, un ritorno consapevole e rivoluzionario alla semplicità del guardarsi negli occhi, riaffermando che il futuro della civiltà occidentale dipenderà in modo lineare dalla capacità dell’essere umano di preservare la sacralità dell’incontro verbale ravvicinato.
Cultura
Oggi è la Giornata della Bandiera Nazionale dell’Afghanistan: la storia del tricolore e la memoria di un popolo
La bandiera tricolore dell’Afghanistan: la storia di un simbolo e di un popolo
Redazione- Per molti afghani, la banggggdiera tricolore dell’Afghanistan non è soltanto un pezzo di stoffa con tre colori; è una parte della loro memoria, della loro identità e della storia condivisa di un’intera nazione. Per anni questa bandiera è stata presente nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle celebrazioni nazionali e nei momenti importanti della vita di milioni di cittadini afghani.
La bandiera con i colori nero, rosso e verde ha attraversato diverse fasi della storia moderna dell’Afghanistan. Nel corso degli anni il Paese ha cambiato più volte simboli e bandiere a causa dei cambiamenti politici, ma il tricolore è diventato per molti un simbolo profondamente legato al concetto di patria, unità nazionale e ai ricordi di una generazione.
Durante il periodo della Repubblica Islamica dell’Afghanistan, soprattutto dopo il 2001, questa bandiera era presente nelle istituzioni dello Stato, nelle forze di sicurezza, nelle competizioni sportive e nelle cerimonie ufficiali. Per molti afghani rappresentava un’epoca fatta di speranze, ricostruzione e cambiamenti sociali.
Il giorno in cui il destino della bandiera cambiò
Il 15 agosto 2021, con l’ingresso dei Talebani a Kabul e la caduta del precedente governo afghano, anche il destino della bandiera tricolore cambiò. I Talebani rimossero la bandiera nero-rosso-verde da molti edifici pubblici e la sostituirono con la loro bandiera bianca dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan.
Per i sostenitori dei Talebani, questa nuova bandiera rappresenta il nuovo sistema politico e i suoi valori. Per molti altri afghani, invece, la rimozione del tricolore è stata vista come la fine di un’epoca e la perdita di un simbolo legato ai ricordi personali, familiari e nazionali.
Negli anni successivi, la bandiera tricolore ha continuato a essere presente tra alcuni afghani, soprattutto nelle comunità all’estero e tra coloro che la considerano un simbolo della propria storia e della propria identità.
Una bandiera che porta con sé la memoria di un popolo
La storia dell’Afghanistan dimostra che le bandiere possono cambiare insieme ai governi, ma le memorie delle persone rimangono. Per alcuni è il ricordo dei giorni di scuola, per altri delle celebrazioni dell’indipendenza, per altri ancora dei momenti difficili vissuti durante guerre e migrazioni.
Oggi la bandiera tricolore afghana non è soltanto un simbolo politico: per molti rappresenta una parte della loro vita, delle loro esperienze e della storia di milioni di persone. Come lo stesso Afghanistan, anche questa bandiera ha attraversato guerre, trasformazioni e momenti difficili, ma continua a vivere nella memoria di molti afghani.
Cultura
Menda Vreto lancia la poesia Una carezza al mondo: un inno alla pace
Roma – Nel tormentato contesto geopolitico contemporaneo, segnato da conflitti transfrontalieri, emergenze umanitarie e crescenti fratture sociali, la letteratura e la poesia sociale tornano a rivendicare una fondamentale funzione civile di mediazione e di ricomposizione etica. In questo alveo espressivo si inserisce la pubblicazione di “Una carezza al mondo”, la nuova e intensa lirica firmata dall’autrice Menda Vreto. Il componimento si configura come un organico manifesto laico contro l’indifferenza e la mercificazione dei sentimenti, strutturandosi intorno ai valori universali dell’inclusione, del perdono e della fratellanza interpersonale. Vreto adotta una sintassi lineare, limpida e priva di ermetismi accademici, una scelta stilistica e intellettuale mirata ad abbattere le barriere culturali e a favorire una sintonizzazione empatica immediata con il pubblico transgenerazionale dei lettori.
La topografia del dolore e la decostruzione della retorica della pace
L’architettura concettuale della silloge si apre con una potente immagine allegorica che paragona la Terra a un minore bisognoso di protezione biologica di fronte alle oscurità della storia: “Vorrei mettere una carezza / sulla fronte della Terra / come si fa con un bambino / quando ha paura del buio”. L’indagine lirica della Vreto mappa con precisione i traumi legati alle migrazioni coatte, alla distruzione delle dimore fisiche e alla dispersione dei legami affettivi, offrendo una lucida risposta emotiva al senso di isolamento e smarrimento che attraversa l’umanità contemporanea. L’autrice opera inoltre una netta deostruzione dei trattati formali e della retorica diplomatica tradizionale, ricordando che la stabilità civile non è una formula teorica racchiusa nei manuali, ma un’infrastruttura vivente che si edifica quotidianamente attraverso la micro-economia della solidarietà, come la spartizione del cibo e la gratuità del sostegno reciproco.
Il welfare della cura e il presidio etico della responsabilità collettiva
Un asse fondamentale del testo investe la condizione psicologica e materiale delle madri e dei minori esposti alle vulnerabilità delle crisi belliche, soggetti fragili a cui la poetessa rivolge una formale promessa di riscatto e di inclusione sociale per evitare che l’infanzia venga privata della certezza di un futuro sereno. La dottrina della cura illustrata da Menda Vreto individua nel superamento dell’egoismo individuale la precondizione per attivare percorsi di riconciliazione comunitaria. Il perdono non viene declinato come passiva rassegnazione, bensì come un atto rivoluzionario e consapevole compiuto da chi sceglie deliberatamente di riconoscere la dignità dell’altro e di accoglierlo come un fratello, trasformando l’azione delle mani e lo sguardo ravvicinato in formidabili strumenti di prevenzione sociale contro l’isolamento e la micro-conflittualità metropolitana.
Il manifesto finale per la guarigione della biosfera e del capitale umano
In ultima analisi, il congedo solenne di “Una carezza al mondo” si converte in un augurio universale rivolto alla guarigione lenta della biosfera e dell’intero capitale umano, legando la tutela dell’ambiente alla stabilità delle relazioni civili. Vreto affida alla cittadinanza una triade etica fondata sulla libertà dalla paura, sulla responsabilità della custodia e sulla forza dell’amore incondizionato, invitando la comunità a rimanere vigile a difesa dei diritti umani. Il volume, fruibile come prezioso laboratorio di igiene intellettuale e conforto laico per le famiglie, restituisce alla parola scritta la sua funzione primaria di presidio di civiltà e di diletto dell’anima, ricordando che il futuro e la tenuta democratica delle comunità dipendono in modo lineare dalla capacità dell’uomo di porre un limite all’ingerenza dell’odio e dell’isolamento nella propria quotidianità.
Una carezza al mondo
Menda VRETOVorrei mettere una carezzasulla fronte della Terra,come si fa con un bambinoquando ha paura del buio.Vorrei asciugare le lacrimedi chi ha perso una casa,di chi ha perso un abbraccio,di chi cammina nel dolorecercando ancora un po’ di luce.Vorrei sussurrare a ogni cuore ferito:“Non sei solo.Io ti vedo.Io sento il tuo dolore.”La pace non è una parola lontana,scritta soltanto sui libri.La pace vive nei piccoli gesti:in un pane diviso a metà,in una mano stretta con amore,in un sorriso donato senza chiedere nulla.Ci sono madri che aspettano,bambini che chiedono soltanto un cielo sereno,persone che portano dentro feriteche nessuno riesce a vedere.A loro vorrei regalare una promessa:un mondo più dolce,un mondo dove nessuno debba sentirsi dimenticato.Perché la pace nasce piano,nel cuore di chi perdona,nelle mani di chi aiuta,negli occhi di chi scegliedi vedere un fratello nell’altro.E allora, cara Terra,guarisci lentamente.Noi saremo qui,con il cuore aperto,a proteggere il tuo sogno più grande:vivere insieme,senza paura,con amore.
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