Cultura
Intervista con il noto drammaturgo, editore, poeta e promotore letterario gallese Peter Thabit Jones
🚨 GRANDE ESCLUSIVA IN REDAZIONE: ANGELA KOSTA INTERVISTA IL CELEBRE POETA GALLESE PETER THABIT JONES! ✍️ Prestigioso battesimo culturale per la nostra nuova redattrice d’area. Angela Kosta firma un colloquio intellettuale straordinario h24 con una delle voci più importanti e autorevoli della letteratura contemporanea internazionale. Dal Galles agli Stati Uniti, Peter Thabit Jones si racconta senza filtri: il dramma privato della perdita del figlio, il celebre tour in America per Dylan Thomas, la cattedra all’Università di Swansea ed i segreti del “Cynghanedd”, la complessa e affascinante armonia consonantica della poesia gallese per il nutrimento dell’anima. Un dossier imperdibile per gli amanti dell’arte e della saggistica. Leggi l’introduzione completa 👇#peterthabitjones | #angelakosta | #intervistapoesia | #letteraturagallese | #dylanthomas | #universitàswansea | #cavalierenewscultura | #pagineutili
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3 mesi faa
Da
Angela Kosta
L’incontro letterario di Angela Kosta con il drammaturgo ed editore di Swansea
Roma – Un imponente, accurato e quanto mai felice percorso di ricognizione lirica e valorizzazione dei presidi letterari contemporanei nella penisola, incentrato sulle riforme dei palinsesti dell’informazione saggistica e sulla necessità impellente di connettere le grandi firme d’oltremanica ai circuiti del giornalismo culturale italiano per incrementare lo sviluppo intellettuale e la coesione civile dei corpi sociali dello Stato, registra la pubblicazione di un bilaterale di altissimo rango accademico. La bacheca delle collaborazioni estere di Cavalierenews.it si arricchisce in modalità stabile grazie al primo grande servizio firmato dalla redattrice Angela Kosta, la quale ha coordinato un’intervista esclusiva con il noto drammaturgo, editore e promotore culturale gallese Peter Thabit Jones. Il simposio teorico offre una profonda disamina delle prospettive della parola scritta nel ventunesimo secolo, configurandosi come una lettura magistrale concepita per deliziare i lettori dello Stato.
I dettagli dell’incontro e le riflessioni estetiche dell’autore britannico sulle avanguardie del Regno Unito sbloccheranno lo spiegamento di nuove visioni creative, i cui estratti storici scorreranno online a schermo intero sui display dei telefoni cellulari dei consumatori mobili.
“Possiamo pure concentrarci sulle ombre della nostra vita, nelle profondità di ciò che chiamiamo realtà, mettendo in luce la verità senza tempo”…
Peter Thabit Jones è una delle voci più importanti della poesia gallese moderna e una figura di spicco nella letteratura contemporanea internazionale. Poeta, drammaturgo, critico letterario, caporedattore nonché promotore ha rappresentato il Galles e il Regno Unito in numerosi eventi letterari in tutto il mondo. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue e incluse in antologie prestigiose, testimoniando la potenza e la profondità della sua parola. In questa intervista esclusiva, abbiamo il privilegio di esplorare il mondo creativo e spirituale di questo autore speciale.
Salve Peter. Benvenuto in questa intervista per i nostri lettori. Quale momento considera come il punto culminante, una svolta importante nella sua vita letteraria, e come ha influenzato questo il suo stile poetico?
Salve Angela. Ti ringrazio tantissimo per l’invito di essere intervistato da lei. Per me è un grande onore…
La morte di mio secondo figlio, Mathew, quando avevo ventiquattro anni, mi condusse in un vicolo cieco, freddo, colmo di dolore. Mi trovai in un angolo senza via d’uscita dal lutto che evade la mia anima. Smissi di scrivere per tre anni, smisi di inviare poesie alle riviste, ecc. Mi trovai faccia a faccia con “la nota eterna della tristezza”, (cito il poeta inglese Matthew Arnold).
Il fluido frenetico della vita, pretende ovviamente che si vada avanti, che si torni al ritmo delle cose. Ma a volte ciò è difficile, poiché si viene consumati dal dolore tangibile, i colori della vita si spengono. Sembra di essere avvolti da più oscurità che luce. Il cuore resta intrappolato nel fango della bassa marea, giorno e notte. Le parole avevano perso tutta la loro magia per me. C’era una polvere di silenzio sulla mia voce interiore. Ero un uccello scuro su un albero scheletrico in inverno, senza alcun desiderio di cantare. Me ne resi conto, (come scrissi più tardi in una poesia dedicata a mio figlio, “Lettura di poesia: La Fattoria di Robert Frost, New Hampshire, USA”:
“Sono solo un cantore, canto la mia canzone”. Cos’altro potevo fare se non scrivere? Scrivevo seriamente fin dall’età di undici anni.
Quando la poesia tornò da me, capii che non potevo più poggiarmi sulla voce poetica o le esperienze di qualcun altro. Sentii che fu l’inizio reale del ritrovamento della mia voce poetica.
La perdita di mio figlio, però, è sempre presente nella mia visione poetica e, sempre presente nella mia vita.
Come ha influito la sua collaborazione con il poeta americano Stanley H. Barkan la sua visione come scrittore transatlantico?
Nel 2006, la casa editrice “Cross-Cultural Communications” di Stanley H. Barkan pubblicò il mio primo libro, “The Lizard Catchers”. Vince Clemente, professore e poeta americano con cui ero in corrispondenza dal 1997, mi suggerì di inviare una raccolta a Stanley. Nel 2008, Stanley organizzò il “Dylan Thomas Tribute Tour” in America, al quale partecipammo io e Aeronwy, la figlia poetessa di Dylan Thomas. Trascorremmo sei settimane lì, tenendo conferenze e letture poetiche da New York alla California, in luoghi prestigiosi come il Wellesley College di Boston e il National Arts Club di New York. La collaborazione con Stanley ampliò la mia visione come scrittore, poiché mi aprì nuovi orizzonti e scrissi molte poesie sulle esperienze vissute in America. Da allora ho tenuto letture e conferenze in vari stati, come al “Massachusetts Poetry Festival” e alla “World Affairs Conference” (Colorado). Dal 2010, ogni estate sono poeta residente a Big Sur, California, grazie alla poetessa e artista internazionale Carolyn Mary Kleefeld.
Il Galles ha un ricco patrimonio poetico. In che modo la sua identità nazionale e culturale influenza la sua opera creativa?
I primi poeti che lessi da ragazzo, quando avevo circa quattordici anni e avevo già deciso con determinazione di diventare poeta, erano gallesi: Edward Thomas, soprattutto Dylan Thomas, R. S. Thomas, Alun Lewis, Idris Davies e Leslie Norris. Divenni membro della Biblioteca Centrale di Swansea e un lettore appassionato di tutto ciò che riguardava la poesia.
Sono cresciuto nella zona di Eastside Swansea, quindi non sono un parlante gallese. Ricordo solo una famiglia nel nostro vialetto che parlava il gallese. Tuttavia, negli anni ’80, ebbi la fortuna di incontrare il noto poeta di lingua gallese Alan Llwyd e diventammo grandi amici.
Ci incontravamo spesso in un pub per una birra e discutevamo di letteratura sia in gallese che in inglese. Sono sempre stato affascinato dalla musicalità della poesia, quindi discutevamo spesso del “cynghanedd”, una forma poetica rigorosa in lingua gallese. Alan mi insegnò molto su queste strutture. “Cynghanedd” significa più o meno armonia; e la sua descrizione semplificata è l’armonizzazione delle consonanti, delle rime e dei suoni. Alla fine insegnai alcuni aspetti del “cynghanedd” in lingua inglese in uno dei miei corsi di Letteratura Inglese e Scrittura Creativa presso il Dipartimento per l’Educazione Continua per Adulti dell’Università di Swansea, dove insegnai per 22 anni nel programma di laurea part-time, fino al mio pensionamento nel 2015. Ho inoltre tenuto conferenze in America e in Europa sull’uso del “cynghanedd” nella poesia in lingua inglese, in particolare nella poesia di Dylan Thomas. Per me è davvero un privilegio essere consapevole di questo aspetto della poesia gallese e poter utilizzare variazioni del “cynghanedd” in molte delle mie poesie.
La letteratura in lingua gallese e quella in lingua inglese si sono sviluppate principalmente su strade separate, ma con qualche viandante letterario occasionale, che conosce entrambe le lingue, che cammina sulla strada di fronte.
È stata la crescita consapevole del nazionalismo gallese negli anni ’60 e oltre a influenzare la letteratura in lingua inglese in Galles e, di conseguenza, gli scrittori che scrivevano in inglese, ad accrescere anche la conoscenza della letteratura in lingua gallese. Credo profondamente nell’importanza della sopravvivenza della lingua gallese. La morte di ogni lingua, di ogni dialetto, è una tragedia, perciò sostengo pienamente tutti gli sforzi per mantenere viva la lingua gallese.
Il suo libro “Il Fuoco nella Foresta” si rappresenta come un viaggio poetico nell’anima umana. Quale fiamma – musa nutre la sua poesia?
Credo che una poesia debba “cantare”, in un modo diverso dalla prosa ordinaria. “Celebro me stesso e canto me stesso”, scriveva il poeta americano Walt Whitman. La musicalità di una poesia, la combinazione dei suoni, può contribuire a ciò T.S. Eliot definiva: “La vera poesia può comunicare prima di essere compresa”.
Credo che ciò accada perché il poeta tocca qualcosa di fondamentale dentro di noi, il battito giambico che portiamo dentro, il ritmo stesso del nostro essere. Il poeta americano William Carlos Williams sottolineava: “Una poesia è questa: “Una sfumatura di suono / che scorre con delicatezza / sopra una cascata di senso / … i dettagli / di una canzone che si risveglia / su un letto di suoni”.
Quindi, il senso della maestria è essenziale per me, insieme a ciò che voglio dire con una poesia. Mi interessa anche il canto implicito della vita, ciò che accade davvero sotto la superficie di ciò che chiamiamo realtà. Per citare Edward Thomas, uno dei miei poeti preferiti, vorrei“addentare il giorno fino al nocciolo”.
Mi ispira anche ciò che disse la poetessa americana Maya Angelou:
“Siamo più simili, amici miei, che diversi”.
Penso che il mio ruolo come poeta sia quello di trasmettere il bisogno reale della poesia nel tempo in cui viviamo, la sua importanza per il concetto di una società civilizzata e il “nutrimento dell’anima” che può offrire all’individuo. Un poeta, di fronte al dramma sulla pagina, “Dalla lotta con sé stesso nasce la poesia”, come diceva il poeta irlandese W.B. Yeats, cerca di creare una sorta di energia verbale, visiva e musicale, e di garantire una certa integrità, credibilità, nella voce che parla nella poesia, nei passi dello spirito. Un poeta devoto utilizzerà tutti gli strumenti poetici a disposizione per sollevare la poesia dalla carta. Ma come ha detto Seamus Heaney:
“La tecnica… non riguarda solo il modo in cui il poeta usa le parole, la gestione della lunghezza, del ritmo e della tessitura verbale; include anche una definizione del suo atteggiamento verso la vita, una definizione della realtà personale.”
Per me, “i scheletri” di una poesia arrivano in primis, una parola, una frase, un verso o un ritmo, di solito stimolati da un’osservazione, un’immagine o un pensiero, dopodiché, appena afferro il filo della poesia, comincio a pensare al suo corpo. Poi, dopo alcuni versi, so se sarà formale o informale. Se è formale, tutte le mie energie si concentrano nel modellarla nella struttura appropriata, come una sestina (strofa di 6 versi) o altro. Se è informale, mi approccio con lo stesso impegno.
Infine, dopo molte versioni, una poesia spesso ha bisogno di essere abbreviata da parole, versi o idee superflue. R.S. Thomas ha detto che: “la poesia nella mente non è mai quella sulla carta”, e questo è molto vero. L’atto di scrivere una poesia è per me la parte più bella dell’essere poeta; mentre la pubblicazione, se avviene, è la ciliegina sulla torta.
Come è diventata la sua rivista letteraria “The Seventh Quarry Poetry” una media così importante a livello internazionale per poeti e scrittori?
Ho fondato la rivista “The Seventh Quarry” nel 2005 presso il Dylan Thomas Centre a Swansea. Quindi quest’anno segna il ventesimo anniversario sia della rivista che della casa editrice “The Seventh Quarry Press”.
A ispirarmi è stato il mio editore di New York, Stanley H. Barkan, e la sua casa editrice interculturale Cross-Cultural Communications, che è internazionale. Volevo che la mia rivista fosse una piattaforma per poeti di tutto il mondo, per connetterli attraverso le sue pagine e mettere in luce l’umanità e la creatività che condividiamo. Volevo a tutti i costi costruire ponti tra poeti di diversi paesi, culture e lingue.
Inizialmente Stanley incoraggiò molti poeti che conosceva e che aveva pubblicato lui stesso, a inviare poesie alla mia rivista. Inoltre, fino alla sua morte, il mio caro amico Vince Clemente, poeta e professore americano, è stato co-editore per l’America di “The Seventh Quarry”.
Il contributo di Vince in questo ruolo ha aggiunto una dimensione internazionale alla rivista. La ragione principale per cui ho iniziato a lanciare questa rivista, è stato il desiderio di restituire qualcosa alla poesia, che mi ha dato molto nel corso degli anni. È un lavoro che faccio con amore e da cui non ricavo alcun guadagno economico, ma mi dà enorme piacere mettere in luce poeti da tutto il mondo.
Quale ruolo ha avuto la traduzione nella diffusione della sua poesia e come vede la responsabilità di un poeta quando le sue opere vengono tradotte in molte lingue?
Le mie poesie sono state tradotte in più di venti lingue, tra cui: russo, serbo, francese, persiano, ebraico, turco, giapponese, catalano, tagalog (lingua filippina), tedesco, siciliano, slovacco, spagnolo, coreano, arabo, portoghese, bengalese, cinese, olandese, rumeno e gallese. Quattro dei miei libri sono stati tradotti in rumeno e pubblicati in Romania.
Inoltre, circa una dozzina di articoli sulla mia poesia sono stati pubblicati lì. Ho anche partecipato (come l’unico poeta britannico tra noti autori rumeni, serbi, croati e russi) a un libro di interviste e saggi pubblicato in Romania.
“The Seventh Quarry Press” ha pubblicato un libro di racconti per bambini tradotti da tedesco e ha pubblicato un libro in bilingue di un noto poeta ceco. Altre pubblicazioni della mia casa editrice includono un’antologia di poeti indiani (di diversi dialetti), curata da Mandira Ghosh, un’antologia di poeti catalani tradotta e curata dalla Dr.ssa Kristine Doll, e un’antologia di poeti moldavi tradotta e curata dalla Dr.ssa Olimpia Iacob. Quando si tratta della traduzione delle mie poesie, non mi aspetto che un traduttore riproduca la struttura sonora nella sua lingua, (cosa che immagino sia impossibile), ma questo non significa che non possa creare un altro tipo di musica con l’essenza della mia poesia nella sua lingua. Accetto sempre che il traduttore possa vestire la mia “creatura” con abiti diversi. Alcuni traduttori, certamente, mirano a creare e poi pretendono di creare una nuova poesia dalla poesia originale. La mia unica preoccupazione quando vengo tradotto, è che il traduttore non cambi nulla del morale (il mio morale) in una mia poesia. Questo è il punto in cui deve esistere un ponte di fiducia tra il poeta e il traduttore. Infatti, il poeta consegna al traduttore i sussurri della propria anima. Mi rallegra il fatto che per alcuni traduttori questo processo possa essere più complesso e di conseguenza più profondo, più fluido, più arricchito. Come poeta, sono stato visitatore due volte in Serbia e anche poeta ospite in Romania. Insieme al mio editore di New York, Stanley H. Barkan, abbiamo organizzato due festival internazionali multilingue, che hanno coinvolto la partecipazione di poeti, scrittori, traduttori e drammaturghi al Teatro Dylan Thomas a Swansea, Galles. Recentemente, ho organizzato, insieme a Stanley H. Barkan, il Concorso Internazionale Multilingue di Scrittura Creativa “The Colour of Saying”, una celebrazione del centenario della nascita di Dylan Thomas, 1914 – 2014. Questo concorso ha coinvolto traduttori da tutto il mondo. Perciò, ribadisco: la traduzione è molto importante per me, sia come poeta che come editore. Come poeta, è un modo per avere lettori in altri paesi, cosa che non accade spesso con i miei libri pubblicati solo in inglese. Da giovane poeta, sono venuto a contatto con le opere di Lorca, Dante, Neruda, Rilke, Rimbaud, Baudelaire e altri, attraverso i libri tradotti in inglese. Erano veri tesori per me e mi hanno dato la possibilità di scoprire le visioni poetiche di questi grandi poeti. Per me, la traduzione è un modo per costruire ponti tra razze e culture diverse, cosa fondamentale in un mondo in cui molti vorrebbero bruciare questi ponti tra di noi. Perciò penso che la responsabilità di un poeta fortunato a essere tradotto in una o più lingue sia, quando possibile, quella di mettere in luce il mondo letterario di quell’altra cultura, cosa che cerco di fare attraverso la rivista “The Seventh Quarry”.
Come poeta impegnato per la pace e il dialogo culturale, come percepisce il potere della poesia in un mondo sempre più diviso?
Il poeta della Prima Guerra Mondiale, Wilfred Owen, disse: “Tutto ciò che un poeta può fare oggi è avvertire. Per questo i veri poeti devono essere sinceri.”
Il poeta irlandese Seamus Heaney, cresciuto durante i conflitti in Irlanda, una volta disse: “…nessuna lirica ha mai fermato un carro armato.” Anche John Keats disse:
“Cosa puoi fare tu, o tutta la tua stirpe, per il grande mondo? Tu sei un essere sognatore.”
Quindi, come poeta sento di essere tra queste affermazioni. Sono consapevole del mio dovere di sollevare discussioni su temi specifici, ma anche dei limiti di ciò che la poesia può fare per la maggior parte delle persone. Allo stesso tempo, spesso provo un grande pessimismo.
Il materialismo sembra corrodere la nostra salute mentale, ci inganna facendoci non voler vedere il danno che stiamo realmente causando. Dobbiamo cercare di fare qualcosa per le generazioni future, per i nostri nipoti, i loro figli e oltre. Per ottenere cambiamenti, penso che dobbiamo esaminare tutta questa questione del materialismo, questo approccio da “rapido nutrimento” verso tutto, questa mentalità del “lo voglio, quindi lo devo avere”.
Forse l’umanità raggiungerà una soglia che non potrà essere ignorata, una catastrofe naturale o causata dall’uomo stesso che vorrà fermare tutto e obbligherà un vero cambiamento.
Penso che a volte, specialmente nella poesia, quando la politica entra dalla porta, la poesia esce dalla finestra. Alcuni poeti finiscono a “battere un tamburo politico” e la poesia ne soffre. Tuttavia, prima di tutto sei un essere umano e poi un poeta. Quindi, la poesia come forma di protesta è essenziale. Come padre e nonno, non potrei non essere preoccupato per ciò che sta accadendo nel mondo.
Uno dei corsi universitari che ho tenuto si chiamava “Il racconto degli anni Trenta: la poesia di W.H. Auden, Stephen Spender, Cecil Day-Lewis e Louis MacNeice”. Trattava le due ideologie politiche di quel periodo e le reazioni dei quattro poeti ai tempi oscuri degli anni Trenta. Attualmente, nel mondo occidentale si sta combattendo una battaglia ideologica in politica e la situazione sta diventando molto grave. In passato sono stato cauto nelle dichiarazioni “politiche”. La mia poesia “Il serpente”, ad esempio, parla di come la paura possa crescere fino a far scomparire la logica e la ragione. All’epoca pensavo a come politici e media usino la paura per spaventare le persone verso “l’altro”, le loro vittime scelte.
Per quanto riguarda la domanda se la poesia possa portare cambiamento, possiamo solo sperare che qualcosa di quella che si può chiamare letteratura “politica”, prodotta da poeti e scrittori, riesca a penetrare nella vita delle persone. Tuttavia, molte persone sembrano essere troppo occupate con le distrazioni tecnologiche che vengono loro costantemente offerte. Distrazioni tecnologiche che le allontanano dal mondo reale e dai grandi problemi che affrontiamo come esseri su questo bellissimo pianeta.
Sì, io credo che la Terra sia ancora un pianeta bellissimo e che abbia molto potenzialità per creare uguaglianza, una vita dignitosa e un futuro pieno di speranza per tutti, se solo cominciassimo a pensare di invertire la nave fatale del materialismo immediato, e di concentrarci sulla costruzione di un mondo migliore per tutti. Come disse John Lennon, “Puoi dire che sono un sognatore, ma non sono l’unico.” Speriamo che i sognatori aumentino in ogni nuova generazione che arriva.
La poesia di W. H. Auden, “Epitaffio per un tiranno”, è importante oggi quanto lo era nel 1939, e questo dimostra la forza e l’effetto duraturo di una buona poesia. Quando sono veramente disperato da questa “epoca dell’ansia”, (citando Auden), penso a un verso di Dylan Thomas: “Questa è la terra. Abbiamo fede.”
Di fronte al denaro e alla politica, due divinità stabili del potere e dell’adorazione, la poesia può sembrare impotente e irrilevante. Ma io credo che, come esseri fatti di carne e ossa legati al tempo, sentiremo sempre qualcosa che va oltre noi, qualcosa di più grande, un sentore di eternità, e così cercheremo sempre le vere ragioni della vita. Questo, per me, è il ruolo della poesia. Anche i non poeti tornano alla poesia, sia attraverso altri o con i propri sforzi, nei tempi di lutto, della guerra e di grandi catastrofi.
Sono le parole, non i soldi o le ricchezze, che cantano in quei momenti.
“Le parole sono la droga più potente, conosciuta dall’umanità”, scrisse Rudyard Kipling.
La poesia è un modo per assicurare che le parole e il linguaggio conservino il loro vero valore, le loro qualità di connessione e ricerca.
Qual è stata la sfida più grande nel suo percorso come drammaturgo, e come vive la trasformazione del verso poetico in scena?
Penso che il teatro sia molto importante, necessario e indispensabile.
Senza dubbio è un’arena dove si può “imparare” qualcosa, sollevare domande sull’umanità, la politica, lo stato del mondo, ecc. Oltre alle aule e alle sale conferenze, dove altro abbiamo la possibilità di confrontarci con un grande pubblico su questioni che davvero contano? Certo, il pubblico deve essere intrattenuto e non si può essere troppo didattici, perché questo spesso allontana gli spettatori, ma possiamo pure concentrarci sulle ombre della nostra vita, nelle profondità di ciò che chiamiamo realtà, mettendo in luce la verità senza tempo.
Possiamo aprire ferite sociali nascoste dai media e dai giornali, e trattare temi seri con sincerità, personali o universali.
Attualmente sto lavorando a un’opera per un gruppo di voci, intitolata “Voci da Oltre i Titoli.” Attraverso poesie individuali, quest’opera esplora la guerra, specialmente le vittime, l’estremismo politico e il modo in cui noi umani danneggiamo non solo l’ambiente, ma anche lo spirito di ciò che significa essere umani. È proiettata per il palcoscenico e utilizzerà fotografie su schermo e musica intermittente. Secondo W. H. Auden, viviamo in un “decennio basso e infedele” e, sempre secondo lui, in “un’epoca d’ansia.”
Credo che il teatro possa e debba confrontarsi con questa oscurità sociale e politica, così come con le gioie e le sofferenze dell’essere umano.
C’è una somiglianza con ciò che può fare la poesia. In effetti, sono un ammiratore del dramma in versi, e ne ho scritto tre, tra cui “Il Fuoco nella Foresta”.
Nella mia dramma in versi, cerco di coinvolgere e toccare le persone con alcuni “trucchetti” della poesia, come il ritmo e la tessitura dei suoni. Il grande poeta e drammaturgo spagnolo Federico Garcia Lorca ha avuto un’influenza significativa su di me. Penso che la sfida, per me e per chiunque provi, a scrivere un dramma in versi, sia attirare il pubblico con una narrazione interessante, dialoghi e personaggi, così che la musicalità, la magia della poesia (ora rara nel teatro moderno), appaia naturale anche agli spettatori contemporanei.
Con tanti premi e riconoscimenti internazionali, come riuscite a mantenere la vostra voce autentica e la semplicità dell’espressione?
Ho desiderato essere poeta fin da giovane. Da ragazzo, mi piaceva sedermi su Kilvey Hill, una piccola collina montuosa che dominava la fila di case dove sono cresciuto con i miei nonni gallesi a Eastside Swansea, e sognavo di diventare poeta. Quindi, la scrittura per me è tutto. Senza di essa, la mia vita sarebbe un’esperienza meno intensa. Un foglio bianco e una penna sono per me come una grande foresta per un uomo in fuga, un’avventura un po’ spaventosa. Mi piace il trambusto incerto di una poesia nella mente: una parola, un’espressione, un’osservazione, un ritmo, il modo in cui tutto viene messo da parte per concentrarsi a modellare qualcosa, eliminando tutto ciò che non è poesia, finché prenderà forma su quel foglio di carta che forse rimarrà per sempre. Mi piace ancora di più quando un’idea per un dramma prende forma nella mia mente. Inizio con le annotazioni di base sulla trama, i tipi di personaggi, quanti atti ci saranno, quante scene in ogni atto, e così via. Io convivo con i personaggi, le loro personalità e il contributo che danno allo sviluppo della trama e il clima del dramma. Prendo appunti su ogni personaggio, come età, sesso, professione, ecc. Provo le stesse emozioni quando lavoro a un libretto d’opera, anche se un libretto è molto più condensato di un dramma teatrale. Ho scritto tre libretti per la nota compositrice lussemburghese Albena Petrovic Vratchnanska, i quali sono stati messi in scena in Europa.
Perciò ammetto che premi e riconoscimenti sono magnifici, ma l’atto fisico della scrittura è la cosa più importante e tale rimane per me.
Mantenere la voce poetica e creativa autentica è senza dubbio l’obiettivo principale. Spero sempre di connettermi e comunicare con il lettore, quindi la semplicità nell’espressione è un elemento importante per raggiungere questo scopo. Una volta che una poesia è pubblicata, si spera che riesca a toccare qualcuno, mantenendo la sua attenzione per tutta la “conversazione” che instaura.
Se dovessi dare un messaggio alla nuova generazione di poeti, quale sarebbe il più importante?
Prima di tutto, ritornerei alla tua domanda precedente sulla conservazione della voce autentica. Suggerirei ai giovani poeti di impegnarsi a sviluppare e preservare la propria voce poetica individuale. Di osservare il mondo, quello che li circonda, attraverso i propri occhi. Li incoraggerei a leggere poesia: poeti del passato, poeti noti e poeti contemporanei; così come a leggere biografie di innumerevoli poeti, per vedere come altri hanno vissuto la vita poetica, con i loro successi e fallimenti nel mondo letterario. Dovrebbero cercare di abbonarsi a riviste di poesia e acquistare libri di poesia, per sostenere chi cerca di mantenere la poesia come mezzo importante in un mondo sempre più tecnologico, e che lotta anche contro il degrado linguistico causato da tabloid, media e social network. Infine, suggerirei loro di imparare quanto più possibile sull’arte della poesia e di usare tutto ciò che può servire loro come poeti. La poesia è un’evocazione. Li incoraggerei a prenderla sul serio, così come il ruolo del poeta. Se una loro poesia riesce a connettersi anche con un solo lettore, avranno davvero raggiunto qualcosa, costruendo un ponte di comunicazione con un altro essere umano. Infine, avere immaginazione, ispirazione e il desiderio di diventare poeti è una benedizione, quindi godetevi il vostro viaggio con vostri alti e bassi come poeti.
La ringrazio per il suo vostro prezioso tempo che ha dedicato a quest’iintervista.
Grazie a Lei Angela e a tutti i lettori!
PETER THABIT JONES – GRAN BRETAGNA
Peter Thabit Jones è nato in Galles ed è stato cresciuto dai nonni materni. È autore di sedici libri, alcuni dei quali sono stati ristampati e quattro pubblicati in Romania. Le sue opere sono state tradotte in oltre venti lingue.
Nel marzo 2008, l’editore americano di Peter, Stanley H. Barkan, ha organizzato un tour di letture poetiche di sei settimane per Peter e la figlia di Dylan Thomas, Aeronwy. I due hanno tenuto letture e laboratori da New York alla California, in molte università e prestigiosi centri artistici. Peter è anche coautore, insieme ad Aeronwy, del “Dylan Thomas Walking Tour of Greenwich Village”, citato nell'”Encyclopedia of New York City” (Seconda Edizione).
È stato invitato in Serbia nel 2006 dall’Associazione degli Scrittori Serbi per partecipare al 43º Incontro Internazionale degli Scrittori a Belgrado. È stato poeta ospite in Romania nel 2008 e 2009, dove ha tenuto letture e laboratori di poesia presso college e università.
Ha risieduto a Big Sur, California, nell’estate del 2010 come scrittore in residenza, tornando poi ogni estate dal 2011 al 2025 per ulteriori residenze estive.
Peter ha partecipato a numerosi festival e conferenze negli Stati Uniti e in Europa, tra cui la “World Affairs Conference” in Colorado nel 2009; le conferenze NEMLA (Boston 2013, Pennsylvania 2014 e Toronto 2015); e il “Massachusetts Poetry Festival”. Ha anche organizzato il progetto “Visiting American Students/Dylan Thomas in Wales” con il Knox College (USA) nel 2010, un Festival Internazionale di Poesia nel 2011 e un Festival di Teatro nel 2012 presso il “Dylan Thomas Theatre” di Swansea. Questi ultimi due eventi facevano parte di una collaborazione continua con “Cross-Cultural Communications”, New York.
Nel 2014 ha partecipato a numerosi eventi del DT100 nel Regno Unito e negli Stati Uniti, in occasione del Centenario della nascita di Dylan Thomas. In quell’occasione sono stati lanciati sia il libro che l’app per smartphone “The Dylan Thomas Walking Tour of Greenwich Village, New York”. L’app è stata presentata dall’allora Onorevole Carwyn Jones, Primo Ministro del Galles, accompagnato da Peter e da Hannah Ellis, nipote di Dylan Thomas, a New York.
Peter è stato anche co-organizzatore di un Concorso Internazionale di Scrittura Creativa Multilingue dedicato a Dylan Thomas e organizzatore del “Dylan Thomas Centenary Quotations Trail presso il National Waterfront Museum di Swansea.
Il suo breve dramma “The Poet, the Hunchback, and The Boy”, basato sulla poesia “The Hunchback in the Park” di Dylan Thomas, è disponibile in formato DVD. L’opera ha fatto parte delle celebrazioni per il Centenario del Dylan Thomas Theatre di Swansea. Il dramma è stato interpretato da attori teatrali presso il National Waterfront Museum di Swansea e al The Welsh Centre di Londra, nel maggio 2013.
Peter è fondatore e Direttore di The Seventh Quarry Swansea Poetry Magazine, rivista che pubblica poesie, traduzioni, interviste e articoli da tutto il mondo, insieme alla casa editrice The Seventh Quarry Press, che pubblica libri internazionali di poesia, prosa e arte.
La sua poesia “Kilvey Hill” è stata inserita in modo permanente in una vetrata artistica presso la Saint Thomas Community School di Swansea nel 2007.
Nell’aprile 2014 è stato nominato membro della “Phi Sigma Iota Society”, presso la Salem State University, Massachusetts, per il suo contributo alla letteratura e alla traduzione letteraria.
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti prestigiosi: l’Eric Gregory Award for Poetry (The Society of Authors, Londra), il Society of Authors Award, il Royal Literary Fund Award (Londra) e un premio del Arts Council of Wales. Ha inoltre vinto diversi concorsi poetici nazionali e internazionali. Nel 2016 ha ricevuto il Ted Slade Award for Service to Poetry dal The Poetry Kit (UK), lo Shabdaguchha Poetry Award (USA, 2017) e l’Homer: European Medal for Art and Poetry (2017).
La sua poesia “Lament for Soldiers of the First World War” è presente nel film “Bells on the Western Front”, diretto e prodotto da Franco DeMarco (Holly Tree Productions). Il film ha ricevuto numerosi premi internazionali, tra cui il Primo Premio al “Wales International Film Festival” (2017) e il titolo di “Best Feature Film” dall’Eastern Europe Film Festival (2022).
La poesia è stata anche pubblicata nel libretto ufficiale della cerimonia d’inaugurazione della scultura commemorativa dedicata ai soldati di Eastside Swansea caduti nella Prima Guerra Mondiale, situata presso il ponte Tawe a Swansea. Il suo dramma “The Fire in the Wood”, dedicato allo scultore californiano Edmund Kara, noto per la sua scultura di Elizabeth Taylor nel film “The Sandpiper”, ha debuttato all’Actors Studio di Newburyport, in Massachusetts, nell’aprile 2017, e successivamente alla Henry Miller Library e al Carl Cherry Center in California, tra maggio e giugno 2018.
Il suo dramma in versi “The Boy and the Lion’s Head” è stato messo in scena durante lo Swansea International Festival of Music and the Arts nel 2018. Una lettura integrale del suo dramma “Under the Raging Moon/One Night with Dylan Thomas in Greenwich Village”, si è tenuta nella casa natale di Dylan Thomas nel dicembre 2022; un’altra lettura integrale è stata parte del Swansea Fringe Festival 2023.
Un ritratto di Peter, realizzato dall’artista nativo americano David Bunn Martine, è esposto permanentemente presso “The Poetry Place” a Long Island, USA.
Il suo libretto d’opera da camera”Ermesinde’s Long Walk”, per la compositrice Albena Petrovic Vratchanska, ha debuttato alla Philharmonie Luxembourg nel 2017. Il suo libretto per orchestra completa “Love and Jealousy”, scritto con Svetla Georgieva, è stato presentato in anteprima alla National Opera House di Stara Zagora, Bulgaria, nel maggio 2018. “Ermesinde’s Long Walk” è stato successivamente messo in scena anche alla National Opera House di Stara Zagora (dicembre 2018), al “Spaziomusica Project” a Cagliari, Italia (2023), e al “Sofia Music Weeks” in Bulgaria (giugno 2025). “Love and Jealous” ha debuttato anche al Théâtre National Du Luxembourg nel dicembre 2019.
“La sezione “The Silence Between Us””, tratta da “Love and Jealousy” e interpretata nel giugno 2021 nella “Chamber Hall” in Bulgaria, ha vinto il premio “Eternal Music 2021” dal canale televisivo bulgaro Вечната Muzika (Channel 1) ed è stato proclamato “Evento dell’anno 2021” dalla televisione nazionale bulgara. La stessa sezione è stata eseguita al “Foyer Européen” di Lussemburgo nel gennaio 2025.
Una nuova opera, “World of Dreams, con libretto di Peter e musica di Albena, ha debuttato al Teatro Nazionale dell’Opera e del Balletto di Sofia (Bulgaria) nel giugno 2023. Peter è citato nel libro “My Opera World”, dedicato alle opere di Albena, pubblicato da “Loctanphare Editions” (Francia, 2023). Due dei suoi testi sono presenti nel CD di Albena del 2024 “Sanctuary / Melodies for Voice and Piano”, edito da Naxos Records.
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Cultura
«Il tempo si ciba di noi. Ossessione di un fantasma», il nuovo romanzo di Marisa Brandano per Aletti Editore con la prefazione di Giuseppe Aletti: un viaggio nell’universo femminile verso il Salone del Libro di Torino
Nella collana “I Diamanti della Narrativa” di Aletti Editore esce “Il tempo si ciba di noi. Ossessione di un fantasma”, il nuovo romanzo della scrittrice sarda di Olbia Marisa Brandano impreziosito dalla prefazione del maestro Giuseppe Aletti: un viaggio poetico e visionario nel mondo interiore femminile attraverso la storia di Alma e Agata, che sarà esposto anche al Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2027 👇
Pubblicato
8 ore faa
Ottobre 26, 2026Da
Redazione
OLBIA / ROMA – Un viaggio letterario intenso, visionario e profondamente poetico dentro i labirinti della memoria, della perdita e della rinascita interiore femminile: si intitola «Il tempo si ciba di noi. Ossessione di un fantasma» la nuova opera narrativa della scrittrice sarda Marisa Brandano, pubblicata nella prestigiosa collana «I Diamanti della Narrativa» di Aletti Editore (disponibile anche in formato e-book) e impreziosita dalla Prefazione firmata dal maestro Giuseppe Aletti, poeta, editore e formatore.
Un romanzo che indaga con rara delicatezza le ferite dell’anima e la forza rigeneratrice dell’amore verso sé stessi, già selezionato per essere esposto al prossimo Salone Internazionale del Libro di Torino nel maggio 2027 negli spazi di Aletti Editore, confermando la straordinaria vitalità culturale e sociale della Sardegna protagonista in questi giorni anche con i grandi appuntamenti dedicati alla cultura dell’ascolto e della relazione sul territorio sardo e con i riconoscimenti nazionali dedicati alla scrittura femminile come il Premio Hombres Itinerante «Cultura e Territorio» conferito ad Alessandra Prospero.
Le parole dell’autrice Marisa Brandano: «Quando la lotta interiore si trasforma in pace e abbraccio verso sé stessi»
A raccontare il cuore pulsante del libro è la stessa autrice Marisa Brandano, che vive e opera a Olbia: «Il tempo si ciba di noi. Ossessione di un fantasma è il percorso di una donna in lotta con le sue fragilità e i propri idealismi, alla ricerca di un senso della propria esistenza, fino a scoprire che esiste anche un abbraccio verso sé stessi, un prendere per mano la creatura originaria immacolata che alberga dentro sé, dentro ognuno di noi. E allora la lotta diventa pace, quiete. Ma è anche un romanzo poetico in cui si sviscera una storia d’amore intensa ed avvolgente».
«La vita è uno scenario da animare, una tela da dipingere, instabile e misteriosa», prosegue la scrittrice sarda. «Benché il tempo voracemente fagociti emozioni, storie, volti, corpi e vite, l’anima ne esce indenne, resiste, libera di sognare e volteggiare fino all’ultimo respiro, in un viaggio tra reale e virtuale».
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Il dialogo tra Alma e il fantasma Agata nella prefazione del maestro Giuseppe Aletti
Al centro della trama si muove Alma, una donna sospesa tra il dolore per il lutto materno, il rimpianto per un amore rimasto incompiuto, la paura della solitudine e la sete inestinguibile di una verità autentica. Nella sua vita irrompe la presenza simbolica e quasi fiabesca di Agata, un fantasma che personifica una dimensione profonda e irrisolta della sua psiche, facendole però anche da bussola nei momenti di smarrimento.
Come osserva nella Prefazione il maestro Giuseppe Aletti, «Brandano sembra voler mostrare che l’essere umano vive costantemente sospeso fra realtà e immaginazione: i “fantasmi” non sono soltanto presenze narrative, ma sono parti di noi che continuiamo a portarci dentro». Un confronto coraggioso con il passato e con i propri nodi interiori che richiama anche le grandi drammaturgie al femminile attese sui palcoscenici italiani, come l’anteprima nazionale di «Thelma e Louise – L’ultima sosta» al Castello Orsini-Colonna di Avezzano.
Dal dolore distillato in crescita alla vetrina del Salone Internazionale del Libro di Torino 2027
«Io seguo l’onda del fluire, e lì sono le cose che si svelano a noi. Il dolore è necessario: basta saperlo distillare e, così, si trasforma in fonte rigenerativa e di crescita», evidenzia Marisa Brandano, per la quale la scrittura rappresenta «il privilegio di poter entrare nella magia del mondo ideale».
Un inno luminoso alla resilienza che approderà nel maggio 2027 al Salone Internazionale del Libro di Torino negli spazi di Aletti Editore: «A me basterebbe che stanziasse un raggio di luce – conclude l’autrice – e gli albori di una rinascita baciata dall’amore verso sé stessi: un amore non sterile, ma che rinforza e si espande fino ad abbracciare il mondo». Scopri tutte le novità editoriali e culturali nella nostra sezione Cultura e Spettacolo.
A cura della Redazione Cultura e Libri di Cavaliere News
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Storia e geopolitica dei Balcani, lo studio di Shafiga Rahimli a cura di Angela Kosta: «Le conseguenze delle politiche di assimilazione e migrazione forzata contro la popolazione turca in Bulgaria tra XIX e XX secolo»
Uno studio storico e documentale firmato da Shafiga Rahimli e curato da Angela Kosta ricostruisce le radici millenarie della presenza turca nei Balcani e analizza le conseguenze delle politiche di assimilazione e migrazione forzata contro la popolazione turca in Bulgaria tra il XIX e il XX secolo, dalla “Guerra del ’93” fino agli esodi del 1950-1951 e del 1989 👇
Pubblicato
14 ore faa
Ottobre 26, 2026Da
Angela Kosta
ROMA – Un’approfondita indagine storica e documentale accende i riflettori su una delle pagine più complesse e drammatiche della storia contemporanea dell’Europa sud-orientale: lo studio firmato dalla ricercatrice Shafiga Rahimli (Laurea magistrale in Turchia) e curato da Angela Kosta analizza infatti «Le conseguenze delle politiche di assimilazione e migrazione forzata contro la popolazione turca in Bulgaria tra XIX e XX secolo», ricostruendo cause, dinamiche ed effetti di lungo periodo sulla base di fonti storiche e scientifiche.
Come evidenzia il saggio, le politiche di espulsione, pulizia etnica e deportazione rivolte contro le comunità musulmane e turche nella penisola balcanica, avviate nel corso dell’Ottocento, si sono protratte fino agli ultimi decenni del Novecento. Particolarmente acuta tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, tale strategia mirava alla costruzione di Stati-nazione fondati su un’unica identità etnica omogenea, a scapito della secolare convivenza multietnica dell’area – un tema di grande attualità nel dibattito storico-politico europeo sul superamento dei nazionalismi novecenteschi, come analizzato anche nella riflessione su identità, libertà e archiviazione delle ideologie del Novecento al centro del saggio di Luca Sforzini.
La nascita dello Stato bulgaro e le radici millenarie della presenza turca nei Balcani
All’epoca della costituzione della Bulgaria moderna, spiega la ricerca di Shafiga Rahimli curata da Angela Kosta, le classi dirigenti bulgare guardavano con forte preoccupazione al dato demografico, poiché la componente turca rappresentava oltre il cinquanta per cento della popolazione complessiva. La drastica riduzione numerica dei turchi entro i nuovi confini nazionali venne dunque perseguita attraverso l’esilio forzato o la soppressione, configurandosi come una strategia politica anti-umanista volta a consolidare gli equilibri di potere interni.
Eppure, sottolineano gli storici citati nello studio, la presenza turca in Bulgaria – che ancora oggi rappresenta il Paese balcanico con la più ampia comunità turca, pari a circa il 10% della popolazione totale – affonda le proprie radici ben prima dell’epoca ottomana. Lo stesso toponimo «Balcani», di origine turca col significato di «area montuosa e boscosa», testimonia un legame antichissimo: l’insediamento nella regione di popolazioni turche quali Avari, Peceneghi, Uzi, Berendi, Cumani e Kipchak almeno un millennio prima degli Ottomani è un dato storicamente accertato, così come lo stanziamento delle tribù Oghuz nell’odierna Bulgaria già tra la fine del III e l’inizio del IV secolo.
Durante l’età selgiuchide e successivamente sotto l’Impero Ottomano – che governò la regione per circa cinque secoli, dalla conquista avviata dal sultano Murat I e completata nel 1389 sotto il regno di Bayezid I fino alla fine dell’Ottocento – si realizzò una profonda sintesi storica e culturale tra le popolazioni turche balcaniche preesistenti e i turchi Oghuz.
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Dalla «Guerra del ’93» alle Guerre Balcaniche: l’escalation degli esodi forzati
Fino al XIX secolo la comunità turca di Bulgaria aveva goduto di ampi margini di libertà, ma lo scenario mutò radicalmente in seguito al conflitto russo-turco del 1877-1878, ricordato nella storiografia turca come la «Guerra del ’93» (in base al calendario Rumi). Da quel momento prese avvio un’azione sistematica volta a ridimensionare la presenza turca attraverso violenze ed espulsioni che innescarono imponenti ondate di profughi verso i territori ottomani.
Una seconda fase ancora più aspra si aprì con le Guerre Balcaniche (1912-1913), per poi aggravarsi nel corso della Prima e della Seconda guerra mondiale, quando la ridefinizione dei confini nazionali si accompagnò a nuove migrazioni forzate su vasta scala. Un dramma umano dello sradicamento, della perdita dei riferimenti e della ricerca di una terra sicura che risuona universalmente anche nella sensibilità artistica contemporanea, come raccontato a Roma nel progetto teatrale «Ritorno a Itaca» diretto da Veronica Pace sul tema delle migrazioni e dell’identità.
La Guerra Fredda e i grandi flussi migratori del 1950-1951 e del 1989
Come documenta nella parte conclusiva lo studio di Shafiga Rahimli curato da Angela Kosta, le politiche di assimilazione forzata non si arrestarono neppure durante i decenni della Guerra Fredda. Gli esodi di massa registrati nel biennio 1950-1951 e la grande ondata migratoria del 1989 – regolata anche attraverso accordi bilaterali ma generata da pesanti campagne di assimilazione identitaria e linguistica – dimostrano come quella ferita storica abbia attraversato l’intero XX secolo, lasciando tracce visibili ancora oggi nella memoria dei Balcani.
Un contributo di alto valore storiografico e culturale che invita a riflettere sulla tutela delle minoranze e sul dialogo tra i popoli attraverso la conoscenza storica, la letteratura e il giornalismo culturale, valori celebrati in questi giorni anche dal Premio Hombres Itinerante «Cultura e Territorio» assegnato ad Alessandra Prospero. Continua a seguire tutti i contributi internazionali, storici e letterari nella nostra sezione Cultura e Spettacolo.
A cura della Redazione Esteri e Cultura di Cavaliere News
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L’Immagine Violata
Il celebre dipinto del 1895 del pittore abruzzese Francesco Paolo Michetti non è soltanto una pietra miliare del verismo abruzzese, ma rappresenta un’istantanea cruda ed eterna di una dinamica sociale purtroppo drammaticamente attuale: la violenza di genere, l’isolamento e la colpevolizzazione della donna.
La caccia emotiva…
Al centro della composizione, una giovane donna (interpretata dalla modella Giuditta Saraceni) cammina a passo svelto, quasi in fuga, stringendo a sé un drappo rosso che le copre parzialmente il volto. Il rosso della sua veste non è casuale: simboleggia la passione, la vitalità, ma anche il bersaglio fisso che la società le ha cucito addosso.
Pubblicato
14 ore faa
Ottobre 26, 2026
Analisi Critica della Violenza di Genere e delle Distinzioni di Classe in quattro capolavori pittorici dell’Arte Italiana del Secondo Ottocento
La figlia di Iorio, Francesco Paolo Michetti,1985
Cultura- Lo sguardo che discrimina: la violenza di genere oltre il tempo ne “La figlia di Iorio”. Il celebre dipinto del 1895 del pittore abruzzese Francesco Paolo Michetti non è soltanto una pietra miliare del verismo abruzzese, ma rappresenta un’istantanea cruda ed eterna di una dinamica sociale purtroppo drammaticamente attuale: la violenza di genere, l’isolamento e la colpevolizzazione della donna.
La caccia emotiva…
Al centro della composizione, una giovane donna (interpretata dalla modella Giuditta Saraceni) cammina a passo svelto, quasi in fuga, stringendo a sé un drappo rosso che le copre parzialmente il volto. Il rosso della sua veste non è casuale: simboleggia la passione, la vitalità, ma anche il bersaglio fisso che la società le ha cucito addosso.
A fare da contraltare al suo movimento fiero e intimorito c’è un gruppo di uomini contadini, seduti e sdraiati, che la osservano al suo passaggio. Gli sguardi di questi uomini non sono semplici sguardi di curiosità; trasudano malizia, giudizio pesante, bramosia e derisione. Michetti si ispirò a un fatto realmente accaduto a Tocco da Casauria, dove una ragazza scarmigliata venne inseguita da mietitori eccitati dal vino. Sulla tela quel momento si cristallizza in una vera e propria aggressione visiva e psicologica.
Passando dalla visione del quadro alla realtà contestuale, ovvero le radici della violenza di genere, si osserva che la dinamica descritta dall’opera di Michetti anticipa concetti sociologici contemporanei fondamentali.
- Il Catcalling e lo spazio pubblico ostile: Il passaggio della donna diventa il pretesto per l’esercizio di un presunto diritto maschile di commento, possesso visivo e scherno. Lo spazio pubblico, per la protagonista, smette di essere un luogo sicuro e si trasforma in un territorio ostile da attraversare rapidamente.
- La colpevolizzazione della vittima (Victim Blaming)
Nella successiva rielaborazione teatrale di Gabriele D’Annunzio, la protagonista Mila di Codro viene additata dalla comunità come una strega. È il riflesso perfetto di un meccanismo tossico tuttora persistente: l’idea che sia la donna, con la sua sola presenza o il suo abbigliamento, a “provocare” l’istinto maschile, venendo così emarginata e condannata dal gruppo.
- La complicità del branco
Gli uomini nel quadro fanno massa. L’inerzia del gruppo legittima lo sguardo molesto del singolo, creando un ambiente in cui la violenza psicologica viene normalizzata e accettata come “tradizione” o goliardia.
Il dipinto di Michetti ci ricorda che la violenza di genere ha radici culturali profonde, storicamente sedimentate nei secoli. Guardare oggi La figlia di Iorio significa riconoscere che lo sguardo predatore e la cultura del patriarcato non sono retaggi di un passato rurale remoto, ma dinamiche ancora vive. Liberare la donna da quel “drappo rosso” protettivo significa, prima di tutto, rieducare lo sguardo di chi le sta intorno.
Un’altra opera proposta all’analisi è La femme de Claude (conosciuta anche come L’Adultera), capolavoro del 1877 di Francesco Mosso conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Torino.
La femme de Claude, Francesco Mosso – (1877)
Si tratta di un’opera cardine e rivoluzionaria, ampiamente riconosciuta dalla critica come uno dei primissimi dipinti nella storia dell’arte occidentale a rappresentare esplicitamente un femminicidio. [1, 2, 3, 4]
Mentre La figlia di Iorio catturava la fase dell’isolamento sociale, dello scherno e della minaccia nel branco, il quadro di Mosso mostra l’atto finale e irreparabile della violenza di genere: il corpo esanime di una donna uccisa tra le mura domestiche. [1]
Il delitto tra le mura borghesi: l’estetica del femminicidio in “La femme de Claude”
Il dipinto si ispira all’omonima opera teatrale del 1873 di Alexandre Dumas figlio, in cui il protagonista Claudio uccide la moglie Césarine. Tuttavia, Mosso spoglia la narrazione da qualsiasi idealizzazione romantica o mitologica, calando il dramma nella cruda realtà della cronaca nera contemporanea. [1]
L’analisi visiva: la scomposizione del corpo e del trauma
La composizione è studiata per colpire lo spettatore con un realismo quasi fotografico e soffocante: [1]
- La posa innaturale dell’agonia: la donna giace sul letto in una posizione scomposta e drammatica. Le braccia sono tese e spalancate in direzioni opposte, i piedi irrigiditi. È l’esatta rappresentazione dell’ultimo spasmo, il tentativo disperato e fallito di difendersi o aggrapparsi alla vita mentre le forze la abbandonavano. [1, 2]
- Lo sguardo vitreo del terrore: gli occhi della donna, sbarrati e contornati da profonde ombre scure, guardano direttamente verso lo spettatore. In quelle pupille non c’è rassegnazione, ma il riflesso impresso del terrore e del trauma subito nell’istante esatto della morte.
- Il contrasto della sensualità violata: indossa una sottoveste chiara e leggera che, muovendosi nella lotta, lascia intravedere le gambe coperte dalle calze. Questo dettaglio sollevò enormi polemiche all’epoca (venne giudicato “scandaloso” ed “erotico” dalla critica puritana dell’Ottocento), ma serve a mostrare la vulnerabilità assoluta della vittima, sorpresa nell’intimità della propria stanza. [1, 2]
La violenza di genere e i simboli nascosti
L’analisi dell’opera rivela l’introduzione di concetti profondamente moderni legati alla violenza domestica e alla colpevolizzazione sistemica:
L’arma del delitto e l’invisibilità dell’assassino
Se si osserva l’angolo inferiore sinistro del dipinto, sul pavimento, è visibile una pistola fumante. L’omicida non è fisicamente presente sulla tela; la sua assenza amplifica il senso di impotenza della donna e sposta tutta l’attenzione sul corpo violato, rendendo l’atto universale. L’assassino ha lasciato la stanza, abbandonando la sua vittima al silenzio. [1]
La trappola della casa
L’ambiente è un interno borghese sfarzoso, saturo di parati damascati e tessuti pesanti. Quello che dovrebbe essere il luogo sicuro per eccellenza – la casa – diventa una trappola mortale senza via di fuga. La luce tagliente che proviene da sinistra illumina il corpo come su un palcoscenico teatrale, mettendo a nudo il delitto. [1]
La giustificazione sociale (“L’Adultera”)
Il titolo alternativo con cui l’opera venne esposta, L’Adultera, porta con sé il peso della mentalità del tempo. Nel dramma di Dumas, il marito uccide la moglie per difendere l’onore e impedire che i suoi segreti industriali vengano venduti. Chiamare il quadro L’Adultera serviva alla società ottocentesca per normalizzare il gesto, quasi a voler trovare una “causa” o una colpa nella condotta della donna per giustificarne l’uccisione (una forma precoce di victim blaming giudiziario). [1, 2]
Se La figlia di Iorio è il manifesto della minaccia e delle premesse culturali della violenza, La femme de Claude ne rappresenta il tragico epilogo. Francesco Mosso, scomparso prematuramente a soli 29 anni, ha lasciato un’opera di un’attualità sconvolgente: un atto d’accusa potente che denuncia come la gelosia, il senso di possesso e la dinamica del “delitto d’onore” (all’epoca protetto dalle leggi) non siano altro che brutali omicidi. [1, 2, 3, 4]
Per comprendere appieno la portata rivoluzionaria e il forte impatto di quadri come
La femme de Claude di Francesco Mosso (1877), è fondamentale analizzare il contesto legale in cui sono nati.
Nell’Italia dell’Ottocento, la violenza di genere non era solo un fenomeno culturale, ma godeva di una vera e propria legittimazione e protezione da parte dei codici penali.
Il quadro di F. Mosso, intitolato significativamente anche L’Adultera, fotografa esattamente le storture giuridiche di quel secolo, che consideravano la donna una proprietà dell’uomo.
La trappola della legge, che giustifica la violenza di genere nei codici penali dell’Ottocento, trova i suoi fondamenti nei Codici Penali allora in vigore.
Il Codice Zanardelli (1889) e il “Delitto d’Onore”
Sebbene il dipinto di F. Mosso sia del 1877 (periodo in cui in Italia vigeva ancora una frammentazione di codici pre-unitari, dominata dal Codice Penale Sardo del 1859), la mentalità giuridica dell’epoca trovò la sua massima espressione nel primo codice dell’Italia unita, ovvero il Codice Zanardelli del 1889.
Questo testo normativo introduceva una scandalosa asimmetria punitiva attraverso l’istituto del delitto d’onore.
Una sanzione attenuata era contemplata se un uomo (marito, padre o fratello) scopriva la moglie, la figlia o la sorella in flagrante adulterio o in “illecito rapporto carnale” e la uccideva (o uccideva l’amante) per salvare l’onore della famiglia.
La pena era drasticamente ridotta rispetto a un omicidio comune: l’omicidio per causa d’onore prevedeva, infatti, pene detentive minime (spesso da uno a cinque anni), che di fatto si traducevano in una quasi totale impunità.
La legge riconosceva al maschio capofamiglia il diritto di esercitare un potere di vita o di morte sul corpo femminile, qualora questo avesse “macchiato” la reputazione sociale del nucleo familiare (concetto di possesso).
L’Adulterio era concepito come reato asimmetrico nell’allora legislazione vigente.
Nel XIX secolo l’adulterio non era solo una causa di divorzio (all’epoca inesistente) o di separazione, ma un reato penale punito in modo strettamente discriminatorio.
Per la donna bastava un solo e singolo atto di infedeltà, consumato ovunque e in qualsiasi circostanza, per essere condannata al carcere. La sua colpa era legata alla potenziale alterazione della legittimità della discendenza patriarcale; mentre
per l’uomo: l’infedeltà del marito era punita solo se manteneva pubblicamente una concubina all’interno della casa coniugale o “notoriamente” altrove, arrecando grave ingiuria alla moglie.
Il titolo L’Adultera apposto al quadro di F. Mosso operava quindi come una vera e propria sentenza giuridico-sociale: agli occhi del pubblico dell’Ottocento, quella donna stesa sul letto non era solo una vittima, ma una criminale che aveva violato la legge dello Stato e che, secondo i parametri morali del tempo, aveva in qualche modo “provocato” la reazione letale del marito.
E’ doveroso citare ad onor del vero, al fine di completare lo spaccato d’epoca, la codificazione del patriarcato con la voce Autorizzazione Maritale.
La vulnerabilità della donna ritratta nella sua intimità era blindata anche dalle leggi civili. Il Codice Civile Pisanelli del 1865 prevedeva l’autorizzazione maritale: la donna sposata non aveva capacità giuridica autonoma, non poteva vendere beni, contrarre debiti, donare o stare in giudizio senza il consenso del marito.
Questa totale sottomissione economica e legale rendeva le donne impossibilitate a fuggire da contesti domestici violenti. Una moglie che abbandonava il tetto coniugale per salvarsi dalle percosse commetteva il reato di “abbandono del tetto coniugale” e perdeva ogni diritto sui figli e sui propri beni.
Ciò che rende sconvolgente l’analisi di questi quadri alla luce della giurisprudenza è la longevità di queste leggi. Il principio del delitto d’onore e del matrimonio riparatore (che estingueva il reato di violenza sessuale se l’aggressore sposava la vittima) passò quasi intatto dall’Ottocento al Codice Rocco del 1930 (il codice fascista).
L’Italia ha dovuto attendere quasi un secolo dal quadro di Mosso per vedere crollare questa impalcatura:
- Le leggi sulla punizione discriminatoria dell’adulterio sono state dichiarate incostituzionali solo nel 1968.
- Il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono stati formalmente aboliti solo con la legge n. 442 del 5 agosto 1981.
Guardare oggi La femme de Claude con gli occhi della storia del diritto significa comprendere che la pistola fumante nell’angolo non è stata mossa solo dalle mani di un marito geloso, ma è stata idealmente armata e protetta dai codici di uno Stato intero.
Il dettaglio proposto è ben constatabile proprio ne Il Voto (1883), il monumentale capolavoro verista di Francesco Paolo Michetti custodito alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. [1, 2]
Questo specifico frammento offre uno spaccato eccezionale per continuare la nostra analisi sulla violenza di genere e la subordinazione della donna, declinata qui non come aggressione fisica diretta, ma come violenza culturale, imposizione dei ruoli e condizionamento sistemico attraverso il dogma religioso e patriarcale.
La sacralizzazione del sacrificio: la sottomissione femminile ne “Il Voto”
Mentre La figlia di Iorio mostrava la minaccia del branco in uno spazio pubblico e La femme de Claude il delitto d’onore domestico, Il Voto sposta l’indagine all’interno dello spazio sacro della chiesa di Miglianico, durante la festa di San Pantaleone. Qui, la violenza di genere si traveste da devozione, rito e sottomissione corporale e si esprime tramite diversi elementi presenti [1, 2, 3]
La sposa e il velo: la cancellazione dell’identità
Sulla destra del dettaglio spicca una giovane donna avvolta in un fitto velo bianco trasparente, che regge una candela votiva. La sua estetica ricalca quella di una sposa o di una penitente purificata.
Il velo non è solo un indumento liturgico, ma il simbolo millenario della castità coercitiva e del possesso maschile. Gli occhi della ragazza sono persi nel vuoto, privi di gioia o spiritualità autentica; il suo sguardo evoca una profonda alienazione.
La violenza simbolica
La figura rappresenta la transizione della donna da proprietà del padre a proprietà del marito (o di Dio, in una visione monacale), un passaggio sancito dalle leggi dell’Ottocento (come l’istituto dell’autorizzazione maritale). La sua immobilità scultorea simboleggia la passività richiesta alle donne dalla società patriarcale del tempo: essere custodi silenziose dell’onore familiare, sottomesse e prive di voce.
La madre e l’infante: il corpo femminile come strumento di riproduzione
Al centro del dettaglio, un’altra donna solleva un bambino florido verso l’altare. La madre, dal volto segnato dalla fatica ma illuminato da un sorriso tirato, compie un atto di offerta.
Nel contesto socioculturale del meridione ottocentesco, l’unico reale valore sociale riconosciuto alla donna era la maternità, intesa in particolare come capacità di dare alla luce figli maschi in grado di lavorare la terra ed ereditare il nome.
Il dipinto evidenzia Segni di una La violenza sistemica come il corpo femminile fosse ridotto a mero incubatore e strumento di riproduzione. La sofferenza fisica del parto e della cura, in un’epoca di altissima mortalità infantile, veniva sublimata e giustificata attraverso il ricatto emotivo della fede. La madre non offre il figlio per amore puro, ma per “voto”, pagando un debito antropologico a una divinità maschile per aver ricevuto la grazia della fertilità o della sopravvivenza del piccolo.
La piangente e la complicità del dolore
Sullo sfondo, parzialmente coperta, una terza donna si asciuga le lacrime con un fazzoletto. Questo coro di figure femminili incarna la socializzazione al dolore: alle donne spettava il compito del lutto, del pianto, dell’espiazione e della sofferenza emotiva.
In una società patriarcale, l’emotività e il dolore femminile vengono confinati all’ambito rituale o domestico, privandoli di qualsiasi valore politico o di riscatto sociale. Le donne nel quadro non si ribellano alla brutalità della vita rurale o alla sottomissione; accettano la sofferenza come destino biologico e divino, perpetuando il meccanismo e tramandandolo alle generazioni successive (l’infante).
Il Verismo come denuncia involontaria
Michetti voleva fare della “fotografia sociale”, documentare la cruda realtà della sua terra con distacco verista. Tuttavia, nel farlo, ha dipinto una straordinaria testimonianza di come le istituzioni dell’Ottocento – la Chiesa, la Legge e la Famiglia – collaborassero strettamente per mantenere la donna in uno stato di perenne minorità e sottomissione psicologica, mascherando l’oppressione da sacro dovere. [1]
SUL FIENILE, 1986,G.Pellizza da Volpedo
Quest’opera è Sul fienile (1896) di Giuseppe Pellizza da Volpedo, conservata in una collezione privata. Con questo dipinto entriamo nella terza dimensione della violenza e della subordinazione di genere della nostra analisi: dopo l’aggressione nello spazio pubblico (La figlia di Iorio), il femminicidio tra le mura borghesi (La femme de Claude) e la sottomissione dogmatica (Il Voto), l’opera di Pellizza ci mostra la violenza economica, il confinamento domestico e l’invisibilità del lavoro di cura femminile.
L’invisibilità del sacrificio: genere, classe e sottomissione in “Sul fienile”
Il dipinto rappresenta una scena rurale apparentemente intima e sommessa: un contadino malato o morente giace sulla paglia di un fienile, assistito da un medico e da figure religiose, mentre fuori splende la luce violacea del crepuscolo. Sebbene non vi sia un atto di violenza fisica esplicito, la struttura sociale patriarcale dell’epoca modella profondamente la composizione e il destino dei personaggi femminili.
Il confinamento nell’ombra e il lavoro di cura coatto
Osservando le figure all’interno del fienile, si nota come le donne siano relegate alle funzioni più marginali e logoranti della scena.
La figura nell’ombra
Sulla sinistra, quasi del tutto assorbita dall’oscurità del fienile e parzialmente nascosta da un pilastro di legno, una donna (probabilmente la moglie o la figlia del morente) veglia accovacciata accanto al capo dell’uomo.
La divisione dei ruoli di genere
Mentre gli uomini occupano la scena con ruoli professionali o istituzionali socialmente riconosciuti e retribuiti (il medico che somministra le cure, il sacerdote e il chierico che portano il viatico), la donna è confinata all’assistenza emotiva e fisica non retribuita. Nell’Ottocento rurale, il lavoro di cura gravava interamente sulle spalle femminili come un “dovere naturale”, esaurendo il tempo e le energie delle donne e privandole di qualsiasi autonomia economica o riconoscimento sociale.
La vulnerabilità economica e il ricatto del destino
La malattia o la morte del patriarca (il capofamiglia contadino) rappresentava per la donna dell’epoca un vero e proprio baratro economico e sociale:
Senza l’autorizzazione maritale o la tutela del padre, e in un sistema economico che pagava i salari femminili meno della metà di quelli maschili, la perdita dell’uomo significava la miseria.
Infine, la figura femminile nell’ombra non sta solo piangendo il compagno; sta affrontando l’angoscia di un futuro in cui diventerà un “peso” per la comunità rurale o sarà costretta a turni di lavoro ancora più massacranti nei campi per mantenere i figli, senza alcuna protezione legale. Pellizza, da attento pittore sociale, non idealizza la povertà, ma ne mostra il peso psicologico che schiacciava prima di tutto le donne.
Lo spazio negato e la luce preclusa
La struttura del quadro opera come una gabbia visiva. Il fienile è buio, opprimente e chiuso. Fuori, i tetti delle case del paese sono illuminati da una luce splendida e serena.
Il paesaggio esterno rappresenta, invece, la società, la vita pubblica, il progresso e il collettivo (temi cari a Pellizza, che culmineranno ne Il quarto stato). La donna, tuttavia, è esclusa da questa luce; il suo posto è nel buio della sfera privata e domestica, un confinamento spaziale che è una delle forme più durature di controllo patriarcale.
Distinzione di classe tra la donna verista e la donna borghese
La sottomissione femminile rispondeva a logiche economiche e sociali differenti a seconda del censo, tracciando una netta linea di demarcazione tra le classi lavoratrici e la ricca borghesia.
Per la donna verista, per lo più una popolana o contadina, lo spazio in cui viene rappresentata e denigrata è pubblico ed aperto: nei campi, sulle strade o nelle chiese sotto il controllo del branco.
Forza lavoro, incubatrice di figli maschi, è esposta a primitivi e comunitari scherni, come il catcalling, scherno di gruppo, sottomissione a faticosi e oppressivi rituali comunitari.
La figura femminile borghese è, invece, inserita nello spazio privato e domestico. Oggetto ornamentale, sostiene lo Status symbol per il prestigio del marito ed è privata di iniziativa personale. La sua infrazione è punita come danno patrimoniale, d’onore. e dietro le porte chiuse di salotti sfarzosi
In conclusione, l’analisi stilata fino ad ora, può essere riassunta come segue.
I capolavori del realismo e del verismo pittorico italiano fungono da specchio spietato per un’epoca intera. Dimostrano che le radici della violenza di genere non risiedevano in impulsi isolati, bensì in una fitta impalcatura normativa, economica e culturale esplicitamente strutturata per annullare l’autodeterminazione delle donne. Riconoscere oggi la continuità storica di questi sguardi predatori e di queste barriere economiche è il primo passo per scardinare le dinamiche patriarcali che ancora persistono nella nostra società contemporanea.
L’arte verista e realista del tempo, conscia o meno, ha agito come un potente specchio di denuncia, mostrando che le radici della violenza di genere non risiedono nel “raptus” isolato, ma in un sistema normativo, economico e culturale strutturato per cancellare l’autodeterminazione delle donne.
di Tiziana Fiori
Per concludere questo percorso, preferisci che creiamo una tabella comparativa finale che riassuma le quattro forme di violenza analizzate nei quadri, oppure desideri redigere una conclusione generale in stile saggio per unire tutti i punti emersi?
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