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Cultura

La voce di Egla in Addio silenzio: la fenomenologia dell’abuso familiare nel testo di Menda Vreto

🚨 LA VOCE DI EGLA: L’ANATOMIA DELL’ABUSO IN “ADDIO SILENZIO” DI MENDA VRETO”Il silenzio non salva, il silenzio distrugge”. Nel secondo capitolo della potente disamina del libro “Addio silenzio”, la scrittrice Menda Vreto dà voce direttamente a Egla in un racconto in prima persona che squarcia il velo sulla violenza psicologica e d’ambiente. Un matrimonio in giovane età, 300 chilometri di distanza dalla famiglia d’origine e l’assenza totale di telefoni diventano le premesse per un isolamento assoluto. 📖🔒Il testo rivela una verità inquietante: la minaccia non proviene dall’interno della coppia, ma dalle frange tossiche della famiglia allargata. Tra aggressioni fisiche alla luce del giorno, tentativi di pubblica umiliazione e ronde notturne attorno alle mura domestiche, Egla affronta un anno di terrore che ne logora il corpo e l’anima. Una testimonianza cruda e dolorosa che mostra come la rottura dell’omertà e la solidarietà dei vicini siano gli unici canali per riappropriarsi della vita e della propria dignità. 🕊️✨👇 Quanto incide l’isolamento geografico nella difficoltà di denunciare i soprusi familiari? Scrivilo nei commenti.#AddioSilenzio #MendaVreto #TestimonianzaEgla #NoAllaViolenza #ViolenzaPsicologica #DirittiDelleDonne #Resilienza #CriticaLetteraria

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MENDA-VRETO

Roma – La letteratura contemporanea focalizzata sulle dinamiche traumatiche della violenza intrafamiliare si arricchisce di una nuova, dolorosa e profonda testimonianza biografica attraverso le pagine del libro “Addio silenzio” di Menda Vreto. Il testo, strutturato come una prima persona narrante che dà corpo e voce alla protagonista Egla, si configura come un’autentica anatomia della sottomissione e del riscatto psicologico. La narrazione supera i confini del memoir per diventare un saggio sociologico sulla condizione femminile nelle realtà rurali e patriarcali, dove il matrimonio viene storicamente codificato non come un’unione elettiva, ma come uno strumento di “sistemazione” sociale volto a placare il giudizio della comunità. Egla analizza il proprio passato non per rivendicare un ruolo di vittima inerme, ma per decostruire analiticamente quel meccanismo perverso in cui il silenzio, inizialmente adottato come scudo protettivo e razionale, si trasforma progressivamente in una prigione invisibile capaci di logorare l’identità, la dignità e la stessa percezione della realtà oggettiva.

La distanza geografica e l’illusione della protezione intellettuale

Il percorso esistenziale di Egla comincia con una frattura radicale: un matrimonio precoce che comporta il trasferimento a trecento chilometri di distanza dalla casa natale e dalle figure genitoriali. In un’epoca caratterizzata dall’assenza di comunicazioni telefoniche immediate, questa distanza geografica si traduce in una condizione di isolamento assoluto. La scrittrice descrive con straordinaria lucidità il peso di quei chilometri, misurati non sulle carte topografiche, ma in senso di vuoto e di abbandono permanente. Egla, nonostante il conseguimento della laurea universitaria, scopre a proprie spese l’inefficacia dello status intellettuale come scudo morale contro la prevaricazione: il sapere accademico e la rettitudine dell’educazione non costituiscono una barriera automatica contro la ferocia umana. La figura del marito, descritto come un uomo apparentemente gentile, colto e privo di istinti violenti, introduce un elemento di profonda asimmetria nella trama: la minaccia non proviene dall’interno della coppia, ma si manifesta attraverso le frange tossiche del nucleo familiare allargato, i cui legami di sangue sono avvelenati da un’ostilità ingiustificata e distruttiva.

La metamorfosi dello spazio domestico: la prima aggressione estiva

La violenza si palesa fin dai primi giorni successivi alle nozze, quando il fratello del coniuge e la consorte varcano la soglia di casa intimando a Egla di abbandonare l’abitazione, definendola un’estranea. Questa intrusione avvia un processo di destrutturazione psicologica che trova il suo culmine drammatico durante una giornata estiva, sotto una luce accecante che amplifica il senso di vulnerabilità della protagonista. Mentre è intenta nello svolgimento delle mansioni domestiche all’esterno, Egla viene colpita violentemente alla nuca e minacciata di subire il taglio coatto dei capelli, un atto ancestrale volto alla pubblica umiliazione e alla cancellazione della femminilità. Il silenzio complice dei vicini di casa, testimoni passivi dell’aggressione, e l’impossibilità di muoversi della suocera malata costringono Egla a una solitudine estrema. Il testo della narrazione originale evidenzia con drammatica precisione la scomposizione emotiva della vittima dinanzi alla gratuità del male organizzato:”);

MI CHIAMO EGLA
DAL LIBRO DI MENDA VRETO

Racconto la mia storia non perché il dolore sia finito, ma perché ha smesso di restare in silenzio. Per troppo tempo l’ho portato dentro, nascosto tra sorrisi che non sentivo miei, tra lacrime che scendevano di nascosto, tra le notti fredde, tra le lenzuola di un letto che avrebbe dovuto essere rifugio ma che invece si era trasformato in prigione. Il silenzio mi sembrava protezione; il silenzio mi sembrava scudo; il silenzio mi sembrava l’unica via per preservare qualcosa di me. Ma il silenzio non salva. Il silenzio distrugge. Lo capii ogni volta che il mio cuore si stringeva, ogni volta che la notte calava e non c’era nessuno con cui parlare, nessuno che potesse assistere al lento disfacimento di me stessa.
Mi sono sposata troppo giovane. Così giovane che ignoravo cosa significasse davvero lasciare casa, lasciare coloro che mi avevano cresciuta, lasciar andare le mani che mi avevano cullata da bambina e parlare con loro come se fossi adulta, come se non avessi più bisogno di protezione. Mi sono sposata lontano, quasi trecento chilometri dai miei genitori, e nella mia mente quei chilometri non erano misurabili solo sulla carta geografica, ma in solitudine, in senso di vuoto, in sensazione di assenza permanente. Ogni chilometro che mi separava da loro era come una pietra caduta nel mio petto, come se ogni passo verso la nuova casa fosse un passo verso l’ignoto più oscuro.
Non c’erano telefoni. Non potevo chiamarli quando avevo paura, quando stavo male, quando sentivo che qualcosa non andava. Li vedevo forse una volta all’anno, forse anche meno, per motivi economici che non potevano essere elencati a voce alta perché la vergogna di ammettere che non potevo permettermelo mi avvolgeva ogni volta come un manto di piombo. E così, in quella condizione di distanza che non era solo fisica ma anche esistenziale, iniziai a sentire il primo vero tremito della mia anima.
Da noi si diceva che sposare una figlia fosse “sistemarla”. Non importava dove, non importava come. Bastava un tetto e un pezzo di pane. E così si chiudevano le bocche degli altri, così si spegnevano i loro sguardi giudicanti, così si diceva a tutti che oramai ero una donna sposata e quindi felice per forza. Io però avevo studiato, avevo finito l’università, e credevo ingenuamente che questo avrebbe cambiato la mia vita, che uno studio potesse costituire una sorta di protezione morale, di barriera invisibile contro ogni male. Credevo, ingenuamente, che il sapere potesse garantire rispetto, dignità, felicità. Eppure, scoprii presto che il sapere non ripara il cuore, e che persino le menti più illuminate possono essere avvolte dall’oscurità più totale.
Mio marito era un uomo bello, alto, con capelli ricci e scuri, occhi profondi e gentili. Nei suoi gesti c’era sempre una cortesia palpabile, nei suoi modi una dolcezza che sembrava fuori posto in un mondo così crudo. Mi amava, diceva. Mi rispettava, diceva. In lui non c’era violenza. Non c’era alcuna ombra di ferocia. Ma la violenza non arriva sempre da chi ti sta accanto. A volte arriva da chi varca la porta, da chi dovrebbe essere famiglia, da chi ti è vicino solo per sangue, e in quel sangue scorre un veleno che non si vede ma che ti scava dentro come una malattia incurabile.
Il giorno del matrimonio mancava qualcuno. Io lo sapevo: mio marito aveva un fratello, ma non era stato invitato. Non feci domande. Ero nuova, timida, insicura. La mia voce, ancora fragile, non avrebbe potuto resistere alla pesantezza di una spiegazione. Non avrei mai immaginato che quel giorno avrebbe segnato l’inizio di un inferno che si sarebbe insinuato in ogni fibra del mio essere.
Il secondo giorno sentirono bussare alla porta.
Mi inchinai, como mi avevano insegnato, in segno di rispetto. Quell’atto che per tutti sembrava naturale, per me era un gesto carico di ansia, perché non riuscivo a capire cosa stesse per accadere, quale nube stesse per calare sulla mia esistenza. Davanti a me, il fratello di mio marito e sua moglie. Non c’era tempo per parole di cortesia. “Che ci fai qui?” dissero, con una risata che feriva più delle mani. Le loro voci non erano semplici parole: erano colpi invisibili, lame che penetravano uno dopo l’altro nella mia psiche fragile. Quando se ne andarono, lasciarono una frase come un coltello: “Devi andare via. Questo non è il tuo posto.”
Quella frase non fu solo una frase. Fu un’eco che rimbombò in ogni angolo della mia mente. Quante volte, da bambina, mi avevano detto che non ero nel mio posto quando provavo qualcosa? Quante volte il mondo mi aveva fatto sentire estranea, indesiderata? E ora quella frase, pronunciata con leggerezza, si impresse sulle pareti del mio cuore come una condanna.
Chiesi a mia suocera. Lei diventò rossa, abbassò lo sguardo, e disse:
“Egla, è troppo presto. Prima dobbiamo conoscerci. Lascia perdere loro… ma non dire niente a tuo marito.”
Quelle parole scivolarono sulle mie spalle come un peso insopportabile. Tacqui, pensando che il silenzio potesse proteggermi. Ma il silenzio si trasformò presto in gabbia, in prigione invisibile, in una specie di lenta combustione interna che bruciava tutto, persino i miei pensieri più segreti.
Due giorni dopo tornarono. Era estate. Il sole era alto, la luce accecante, e quella luce paradossalmente non mi riscaldava: mi bruciava, mi metteva a nudo, mi faceva sentire ogni mio dubbio, ogni mia paura, ogni mia insicurezza. Stavo lavando i panni fuori, con l’acqua fresca che scoloriva sulle mie mani, eppure il mio cuore era gelido. Pensavo che il ritmo di quel gesto semplice potesse calmarmi, come se lavare potesse lavare via anche il mio timore. Ma non fu così.
Un colpo violento mi colpì alla nuca.
Dolore acuto, improvviso. Urlai, non tanto per il dolore, ma perché non riuscivo a comprendere quel gesto, quella follia gratuita. Urlavano: “Vai via! Vai via da qui!”
Io non capivo. Non li avevo mai visti prima. Non avevo fatto nulla per meritare quell’ira cieca. Ma la violenza non si basa su ragione o causa: la violenza si nutre di sé stessa, cresce come un cancro. La moglie urlava: “Tagliale i capelli! Lasciatela pelata!” come se l’umiliazione potesse diventare forma di dominio. I vicini sentirono, ma nessuno intervenne. Nessuno.

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Cultura

Letteratura e arte, Biagio Fortini premiato a Lugano per «Sulle strade dell’Australia»: il diario di viaggio tra fotografia, luce e anima riceve il Premio Speciale Universum

Lo scrittore, fotografo e pittore Biagio Fortini è stato insignito a Lugano del prestigioso Premio Speciale al Concorso Letterario Internazionale “Universum” per il suo libro “Sulle strade dell’Australia”, pubblicato da Bore S.r.l. nel 2026: un diario di viaggio profondo e luminoso dove la fotografia dialoga con l’inchiostro per condurre il lettore in un’esperienza geografica e spirituale verso la bellezza del mondo. Tutti i dettagli sul libro e sulla cerimonia svizzera nell’articolo completo 👇

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Biagio Fortini

LUGANO / BERGAMO – Quando l’occhio del fotografo e la sensibilità del pittore si fondono con la potenza evocativa della scrittura letteraria, il racconto di viaggio cessa di essere una semplice cronaca geografica per trasformarsi in una profonda esplorazione dello spirito umano. L’artista Biagio Fortini – fotografo e pittore di caratura internazionale originario di Ripalta Cremasca e residente a Bergamo – conquista la scena letteraria europea con la sua opera «Sulle strade dell’Australia», pubblicata da Bore S.r.l. nel 2026 e insignita del prestigioso Premio Speciale al Premio Letterario Internazionale «Universum» a Lugano, in Svizzera.

La solenne cerimonia di premiazione si è svolta sulle rive del Ceresio alla presenza di illustri autorità, critici d’arte e intellettuali europei, consacrando la transizione di Fortini verso una forma espressiva totale in cui l’obiettivo fotografico cattura la luce dell’istante e la penna scava nell’emozione del ricordo, dialogando con le grandi testimonianze culturali contemporanee come il reportage fotografico The Thin Line ospitato al Museo di Roma in Trastevere.

«Sulle strade dell’Australia»: il dialogo armonico tra luce, inchiostro e immaginazione

Nel volume «Sulle strade dell’Australia», le immagini non svolgono la funzione di banale corredo visivo e le parole non rimangono fredda didascalia: tra le pagine si instaura una danza continua tra colore, silenzio e riflessione intima. Biagio Fortini attraversa i grandi spazi sconfinati, le coste oceaniche e le metropoli australiane invitando il lettore a un’esperienza multisensoriale che supera i confini fisici del turismo convenzionale.

«Il riconoscimento che ho ricevuto in un prestigioso concorso letterario internazionale come l’Universum è stato una grandissima sorpresa e un’autentica soddisfazione», dichiara con emozione Biagio Fortini a commento del premio svizzero. «Poter raggiungere il pubblico non soltanto attraverso l’obiettivo della macchina fotografica o i tratti della pittura, ma anche mediante la forza viva della parola, regala una gioia indescrivibile».

Come l’autore stesso annota nella toccante prefazione del libro: «Spero di trasmettere al lettore le impressioni e le sensazioni che hanno illuminato le mie giornate nel continente australe. Perché spesso si può viaggiare verso terre remote non solo salendo su un aereo, ma anche volando con le ali della fantasia e dell’immaginazione», un invito al sogno che richiama la potente lezione teatrale di Gabriele Lavia in scena a Milano con Dostoevskij.

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L’impegno dell’Universum Academy Switzerland e la presidenza del Dr. Valerio Giovanni Ruberto

L’assegnazione del Premio Speciale a Biagio Fortini porta la firma autorevole dell’Universum Academy Switzerland, una rinomata organizzazione non governativa (ONG) fondata in Canton Ticino nel 1990 e guidata dal Presidente Federale e legale rappresentante Dr. Valerio Giovanni Ruberto.

L’istituzione elvetica è attiva da oltre tre decenni a livello mondiale per promuovere la cultura della pace, i diritti universali, il dialogo interculturale e la tutela delle tradizioni storiche dei popoli. Il conferimento del riconoscimento a «Sulle strade dell’Australia» premia la capacità dell’opera di costruire ponti di fratellanza attraverso l’arte visiva e la narrazione, celebrando la meraviglia del creato e il rispetto per la natura incontaminata.

Una vocazione etica e culturale che richiama i grandi valori comunitari e civili promossi su scala nazionale dal recente Forum MOVES di Anci Lazio a Rieti per i borghi e dalle rassegne storiche della Capitale come gli appuntamenti archeologici e artistici della Sovrintendenza Capitolina.

Il percorso artistico di Biagio Fortini: dalle copertine internazionali al progetto «Poesia senza frontiere»

Il traguardo conseguito a Lugano rappresenta la naturale evoluzione di una carriera artistica poliedrica e costellata di successi. Biagio Fortini ha visto le proprie fotografie e creazioni pittoriche comparire su riviste specializzate, siti web e antologie in decine di Paesi, tra cui Stati Uniti, Canada, India, Spagna, Albania e Kosovo.

Tra i suoi riconoscimenti più prestigiosi figurano la vittoria del primo premio alla XII edizione del Concorso nazionale «Fuori dal cassetto» a Lecce con la fotografia «I colori della vita» e il terzo premio al Concorso milanese «La Couleur d’un Poème» con l’opera «Amori chiusi nel silenzio».

La sua cifra estetica è stata inoltre scelta per illustrare oltre settanta copertine editoriali di poesia e saggistica diffuse in tutto il mondo – dall’America Latina alle Filippine – collaborando stabilmente con il programma internazionale «Poetry without borders» (Poesia senza frontiere) promosso dalla Fondazione Ithaca in Spagna. Con «Sulle strade dell’Australia», Fortini dimostra come la vera arte non conosca steccati disciplinari, aprendo nuove rotte all’immaginazione. Scopri tutte le novità letterarie e le recensioni nella nostra sezione Cultura.

A cura di Irma Kurti per Cavaliere News

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Cultura

«The Thin Line», al Museo di Roma in Trastevere la mostra di Alessio Romenzi e Christian Tasso: cinque anni di reportage umanitari con INTERSOS tra Libano, Ucraina e Afghanistan

Dal 28 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027 il Museo di Roma in Trastevere ospita “The Thin Line”, la mostra fotografica promossa da Roma Capitale e INTERSOS con gli scatti dei fotoreporter Alessio Romenzi e Christian Tasso: un viaggio toccante lungo cinque anni di reportage tra Libano, Iraq, Ucraina, Afghanistan, Nigeria e Ciad che racconta la linea sottile tra indifferenza e sopravvivenza, con focus sull’Afghanistan a cura di Hasib Hazinyar e Federica Fragapane. Tutti i dettagli su orari e mostra nell’articolo completo 👇

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Afghanistan

ROMA – Uno sguardo potente, empatico e privo di retorica documenta le ferite aperte delle più gravi crisi umanitarie del nostro pianeta. Da mercoledì 28 ottobre 2026 fino al 21 febbraio 2027, le sale del Museo di Roma in Trastevere (in Piazza di Sant’Egidio 1/b) ospitano «The Thin Line», la straordinaria mostra fotografica di Alessio Romenzi e Christian Tasso, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, organizzata dall’organizzazione umanitaria INTERSOS con i servizi museali curati da Zètema Progetto Cultura.

L’esposizione è il frutto di cinque anni di lavoro sul campo, condotti spalla a spalla con gli operatori e le operatrici umanitarie nelle aree più impervie e dimenticate del globo, inserendosi tra i grandi appuntamenti culturali d’autunno della Capitale accanto alle rassegne teatrali come Anna Mazzamauro in scena al Teatro Parioli.

Il viaggio visivo tra sei fronti caldi: Libano, Iraq, Ucraina, Afghanistan, Nigeria e Ciad

Attraverso un percorso immersivo di forte carica emotiva, gli scatti di Alessio Romenzi e Christian Tasso testimoniano la quotidiana sfida di portare soccorso sanitario e protezione a chi ha perso ogni certezza. In Libano, le fotografie raccontano la drammatica marginalizzazione dovuta al collasso finanziario e le pesanti conseguenze dei bombardamenti; in Iraq esplorano le macerie materiali e psicologiche lasciate dal lungo conflitto contro l’ISIS.

Il reportage si sposta quindi lungo la linea del fronte in Ucraina, dove viene immortalata la resilienza quotidiana della popolazione sfollata sotto i raid, per poi raggiungere l’Afghanistan segnato dal ritorno del regime talebano, con un focus lacerante sulla condizione di donne e bambini. Infine, in Nigeria e nel bacino del Lago Ciad, gli obiettivi mettono a nudo l’intreccio distruttivo tra desertificazione climatica e attacchi dei gruppi armati, in una riflessione civile che richiama l’impegno etico del Premio Cronisti Romani dedicato a Romano Bartoloni.

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«La linea sottile tra indifferenza e soccorso»: le parole di Kostas Moschochoritis

Il titolo della rassegna, «The Thin Line», identifica proprio quello spazio vitale in cui si misura l’intervento umanitario: quella linea invisibile e fragilissima che nei contesti estremi segna il confine tra la sopravvivenza e l’abbandono, tra chi riceve accoglienza e chi resta indifeso, tra l’indifferenza dell’opinione pubblica globale e la scelta di agire in nome della solidarietà.

«Il sistema umanitario si trova di fronte a un attacco senza precedenti, stretto tra violazioni del Diritto Umanitario Internazionale con impunità agghiacciante, crescenti restrizioni operazionali e tagli indiscriminati alle risorse finanziarie», dichiara Kostas Moschochoritis, Direttore Generale di INTERSOS. «A pagarne le conseguenze più pesanti sono i civili indifesi e i minori. Il nostro augurio è che questa mostra spinga i visitatori a riflettere sui valori universali che ci uniscono come esseri umani».

Un messaggio di pace e fratellanza che si ricollega intimamente alla dimensione etica espressa nell’opera grafica del Maestro Francesco Guadagnuolo tra Papa Leone XIV e l’ulivo della pace.

Il focus sull’Afghanistan con Hasib Hazinyar e Federica Fragapane, i profili degli autori e INTERSOS

All’interno del percorso espositivo è allestita una sezione monografica dedicata all’Afghanistan e agli interventi sanitari d’emergenza sostenuti dall’Unione Europea, arricchita dai reportage fotografici di Hasib Hazinyar e da una mappa infografica d’autore firmata dalla designer Federica Fragapane.

I due protagonisti vantano carriere internazionali di primo piano: Alessio Romenzi, fotografo di fama mondiale, documenta da oltre quindici anni i conflitti armati dalle Primavere Arabe al Donbass per i principali quotidiani mondiali; Christian Tasso, fotografo e artista visivo con all’attivo mostre alle Nazioni Unite di Ginevra e New York e alla World Bank di Washington, concentra la propria poetica sulle tematiche della disabilità, delle migrazioni e dei legami comunitari.

A fare da motore dell’iniziativa è INTERSOS, organizzazione umanitaria non governativa nata in Italia e attiva oggi in prima linea in venti Paesi per portare cure, acqua e ripari d’emergenza, testimoniando un impegno per la tutela della vita che si affianca al senso del dovere civile ricordato anche dal francobollo emesso per i Carabinieri della Tutela del Lavoro. Scopri tutte le novità sui musei e le rassegne d’arte nella nostra sezione Cultura.

A cura della Redazione Cultura e Mostre di Cavaliere News

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Cultura

Treviso, il 29 ottobre a Casa dei Carraresi «Cave, fornaci e fornaciai tra i fiumi di risorgiva»: la conferenza con Mauro Scroccaro, Giorgio Bombieri ed Elisabetta Alongi per i Giovedì della cultura

Giovedì 29 ottobre 2026 alle ore 18:00 Casa dei Carraresi a Treviso ospita la conferenza “Cave, fornaci e fornaciai tra i fiumi di risorgiva” nell’ambito della rassegna I Giovedì della cultura sostenuta da Banca delle Terre Venete: lo storico Mauro Scroccaro e i fotografi Giorgio Bombieri ed Elisabetta Alongi, in collaborazione con Veneto Fotografia APS, presentano la mappatura di 67 siti tra memoria del lavoro, archeologia industriale e rinascita ecologica delle cave diventate oasi protette della rete Natura 2000 👇

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Locandina evento Treviso

TREVISO – Il paesaggio veneto come straordinario palinsesto storico e ambientale, in cui l’acqua di risorgiva, la terra d’argilla e la fatica secolare dell’uomo si fondono ridisegnando l’orizzonte della pianura: giovedì 29 ottobre 2026 alle ore 18:00 la prestigiosa sede di Casa dei Carraresi a Treviso ospiterà la conferenza «Cave, fornaci e fornaciai tra i fiumi di risorgiva», nuovo imperdibile appuntamento della celebre rassegna settimanale «I Giovedì della cultura», promossa con il fondamentale contributo di Banca delle Terre Venete (Gruppo BCC Iccrea).

L’incontro – che segna il prestigioso traguardo dei 219 appuntamenti organizzati dal 2019 a oggi – prende spunto dall’uscita del prezioso volume monografico realizzato dallo storico Mauro Scroccaro e dai fotografi Giorgio Bombieri ed Elisabetta Laura Alongi, ed è realizzato in stretta collaborazione con l’associazione Veneto Fotografia APS, confermando la centralità delle indagini paesaggistiche e del recupero della memoria del territorio, al centro in queste ore anche del summit nazionale dei GAL dedicato alla valorizzazione del paesaggio e delle aree interne e dei concorsi nazionali di fotografia dedicati al racconto visivo dei territori.

Un viaggio visivo e storico tra 67 siti: dall’estrazione dell’argilla e della ghiaia alle fornaci secolari

Il Veneto è terra generosa di risorgive, fiumi limpidi e mulini, ma anche di cave storiche e fornaci che hanno scandito per secoli l’economia dell’edilizia e dell’artigianato locale. Grazie a un meticoloso lavoro di ricerca archivistica, mappatura geografica e documentazione fotografica sul campo, gli autori hanno visitato e censito ben 67 siti distribuiti nel territorio trevigiano e veneto, restituendo dignità e memoria a una civiltà del lavoro ormai quasi del tutto scomparsa.

L’incontro approfondirà la duplice natura del sottosuolo locale: da una parte le plurisecolari cave per l’estrazione dell’argilla destinata alla produzione di mattoni e laterizi – attività antichissime oggi quasi estinte –; dall’altra le più recenti cave per l’estrazione della ghiaia, che continuano a caratterizzare importanti aree produttive della provincia di Treviso e del bacino del Piave e del Sile.

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Dalla ferita dell’escavazione alla rinascita ecologica: le oasi della rete Natura 2000 e la fitodepurazione

Uno degli aspetti più affascinanti della ricerca riguarda l’evoluzione ambientale di questi luoghi feriti dall’attività estrattiva. Se in passato molte vecchie cave venivano frettolosamente colmate per usi agricoli o, in anni di scarsa sensibilità ecologica, declassate a discariche, negli ultimi decenni illuminati progetti di rinaturalizzazione e ripristino ambientale hanno trasformato ex cave degradate in autentici paradisi di biodiversità.

Molti di questi specchi d’acqua artificiali sono stati inseriti nella prestigiosa rete europea «Natura 2000» come Siti di Interesse Comunitario (SIC), grazie alla colonizzazione spontanea di rare specie ornitologiche e vegetali; in altri casi virtuosi, i bacini sono diventati parchi ricreativi aperti alla cittadinanza o veri e propri impianti naturali di fitodepurazione che purificano i corsi di risorgiva prima del loro deflusso.

I profili dei relatori: lo storico Mauro Scroccaro e gli sguardi d’autore di Giorgio Bombieri ed Elisabetta Alongi

A condurre la conferenza a Casa dei Carraresi sarà una terna di studiosi e artisti d’eccezione. Mauro Scroccaro, storico contemporaneista laureato a Ca’ Foscari e autorevole studioso delle fortificazioni veneziane e della Grande Guerra (con all’attivo volumi per Mattioli edizioni e Biblion), illustrerà l’inquadramento storico ed economico del sistema delle fornaci.

La dimensione visiva sarà commentata da Giorgio Bombieri – fotografo e grafico presso il Comune di Venezia, vincitore del premio PAYSMED per la comunicazione sul paesaggio con il volume «Territori lenti» – e da Elisabetta Laura Alongi, architetto e fotografa di Veneto Fotografia APS, già protagonista di importanti esposizioni collettive a Treviso tra il Museo di Santa Caterina e Palazzo dei Trecento. Una serata imperdibile per riscoprire il valore delle nostre radici ambientali, collegandosi idealmente alle tante iniziative di riscoperta e tutela del patrimonio locale e alle esperienze di valorizzazione del legame tra cultura e territorio. L’ingresso alla conferenza del 29 ottobre alle 18:00 a Casa dei Carraresi è libero. Segui tutte le cronache culturali nella nostra sezione Cultura.

A cura della Redazione Cultura e Ambiente di Cavaliere News

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