Rimani in contatto con noi
#

Cultura

Intervista con il segretario generale della confederazione giudici di pace C.G.D.P. Dottor Franco Antonio Pinardi

🚨 CULTURA, LEGALITÀ E PACE: INTERVISTA ESCLUSIVA AL DOTTOR FRANCO ANTONIO PINARDIUn dialogo profondo, analitico e di altissimo spessore culturale sul ruolo dell’arte come unico strumento in grado di superare le divisioni globali e costruire una pace duratura. La giornalista Angela Kosta ha intervistato il Dottor Franco Antonio Pinardi, figura di rilievo della magistratura onoraria e Presidente Generale dell’Accademia Tiberina. 🏛️✨Nel corso del colloquio, Pinardi ha illustrato le prestigiose sinergie internazionali dell’Organizzazione Cattedra delle Donne (associata a reti ONU, Wikipoesia e Wikipace) e ha svelato il ricco programma dell’Accademia: eventi multidisciplinari che uniranno letteratura, musica, mostre d’arte, sfilate di moda e il lancio di una piattaforma digitale per sostenere gli artisti. Spazio anche a una forte riflessione etica: Pinardi ribadisce la sua distanza dalla politica di professione in nome di una rigorosa intransigenza morale, indicando nella diplomazia culturale e nei valori della bellezza l’unica vera bussola per il futuro della società civile. 🌍💼👇 Ritieni che l’arte e la cultura possano davvero unire i popoli sopra ogni confine geopolitico? Dicci la tua nei commenti!#FrancoAntonioPinardi #AccademiaTiberina #AngelaKosta #CattedraDelleDonne #DiplomaziaCulturale #GiudiciDiPace #LegalitàEPace #CulturaGlobale

Pubblicato

a

Franco Antonio Pinardi

Roma – Nel complesso scacchiere delle istituzioni intellettuali e dei network diplomatici sovranazionali, l’elaborazione di una strategia di coesione civile attraverso i linguaggi universali dell’arte si configura come una priorità metodologica non più eludibile per contrastare le crescenti tensioni geopolitiche. In questa cornice di alto valore scientifico e umanistico si inserisce l’articolata intervista rilasciata dal dottor Franco Antonio Pinardi, Segretario Generale della Confederazione Giudici di Pace e Presidente Generale dell’Accademia Tiberina, alla scrittrice e giornalista Angela Kosta. Il dialogo si offre come una profonda disamina della funzione contemporanea dei think tank culturali, analizzando in prima istanza la recente evoluzione e genesi dell’Organizzazione Cattedra delle Donne. Nata sotto l’impulso direttivo dell’accademica Antonietta Micali, questa istituzione ha formalizzato importanti sinergie istituzionali, associando il proprio operato e la propria identità visiva a prestigiose reti internazionali e piattaforme di cooperazione globale, tra cui i circuiti patrocinati dall’ONU, Wikipoesia, Wikipace e la stessa Accademia Tiberina, segnando un punto di svolta nelle politiche di sensibilizzazione ed emancipazione di genere.

<<Salve Dr. Franco. Benvenuto su questo dialogo riflessivo quanto importante. Vorremmo sapere com’è nata l’idea dell’Organizzazione Cattedra delle Donne dall’ottobre di quest’anno associata al logo dell’ONU, Wikipoesia, Wikipace, Accademia Tiberina, ecc…

Questa e tutta l’opera della nostra Accademica, la Direttrice Antonietta Micali di cui approfitto per ringraziarla sentitamente.

Quali sono gli sviluppi, le attività, ecc.

L’Accademia ha in programma per il 2025, una serie variegata di eventi quali letteratura con musica. Inoltre abbiamo in programma diversi vernissage e mostre per i nostri artisti. Anche la moda avrà un particolare risalto con sfilate ed eventi pubblici. Non di meno prosa e poesia avranno un ruolo importante nelle attività del prossimo anno. Abbiamo anche in programma un nostro settimanale e l’apertura di una piattaforma per la vendita delle opere dei nostri artisti. Vi saranno poi nuovi gemellaggi a livello mondiale che amplieranno la platea degli interessati attivi e passivi.

Come riesce a conciliare l’impegno della sua professione con queste organizzazioni e la vita quotidiana?

Lavorando 12 ore al giorno con il prezioso supporto della mia compagna. Inoltre ciò che si ama non è poi così faticoso anche se richiede grande concertazione e attenzione.

Cosa e chi “abbraccia” nel suo team di intellettuali i quali il loro maggior parte della vita lo dedicano alla cultura, arte, pace?

I nostri Accademici rispondono tutti a queste caratteristiche con dei distinguo per l’eccellenza.

Prevede in futuro di organizzare qualche evento a livello internazionale includendo la promozione culturale?

Si stiamo già organizzando il 2° Concorso Letterario internazionale la cui prima edizione si è svolta i Firenze presso la sala dei 550. Abbiamo in progetto altre manifestazioni.

Oltre la sua carriera professionale e sociale cosa “cattura” la sua visione riguardo a ciò sta succedendo ultimamente nel mondo. In cosa si renderebbe utile l’Organizzazione in questo?

Io sono profondamente certo che l’arte, nelle sue svariate espressioni sia l’unica che può superare le divisioni e portare quella pace che tutti agognammo. Davanti a un  bel quadro, una scultura o allietati da una bella poesia o musica, tutte le barriere e confini cadono dimostrando che l’uomo può, se vuole, guardare oltre e perseguire la pace.

Conosce le radici, la storia, le tradizioni, i costumi del paese delle aquile, la mia bella patria, l’Albania?

Essendone un frequentatore non posso non apprezzare la profonda tradizione famigliare e la solidarietà. Ne amo la cucina, la musica e la cultura.

Ha mai pensato entrare nella politica?

No, perché la mia intransigenza morale e culturale mi porta a non sopportare questi figuri che una volta eletti dimenticano il mandato elettorale che hanno ricevuto  e si trasformano in tracotanti personaggi che si atteggiano a super uomini e donne.

Quali sono suoi progetti per il futuro?

Far si che l’Accademia Tiberina diventi il riferimento per la cultura di tuto il mondo e diventando così il volano per una comunicazione dei valori della bellezza e della pace.

Grazie per l’intervista e il suo tempo prezioso.

Grazie lei e a tutti gli lettori!>>.

Qualifiche e Cariche di Franco Antonio Pinardi:

– Giornalista – Ordine Nazionale Giornalisti sezione Pubblicisti
sito: www.odg.mi.it
– Membro dell’Associazione dei Giornalisti Europei – AGE -AJE
sito: www.aje.it
– Presidente Nazionale del Tribunale Arbitrale per l’Impresa, il Lavoro e lo Sport, TAILS.

sito: www.tribunalearbitrale.eu
– Vice Presidente Centro Interforze Studi Militari CIS.Mil
Sito: www.cismil.it
– Segretario Generale della Confederazione Unitaria Giudici Italiani Tributari C.U.G.I.T.
siti: www.cugit.it – www.magistraturatributaria.it

– Segretario Generale della Confederazione Giudici di Pace C.G.d.P.
siti: www.giustiziadipace.it – www.magistratidipace.it
– Membro e responsabile regionale Lombardia dell’Istituto Diplomatico Internazionale I.D.I.

www.idi-international.org
Presidente del Consorzio Nazionale Leader per la promozione e lo sviluppo delle imprese
sito: www.consorzioleader.it
– Presidente dell’Associazione Nazionale per l’Assistenza ai Finanziari e Pubblici Dipendenti dello Stato e Parastato A.N.A.Fi.
sito: www.pubblicidipendenti.it

– Presidente Generale Accademia Tiberina già Pontificia
sito: www.accademiatiberina.it

– Presidente della Unione della Legion d’Oro
sito: www.legiondoro.it
– Membro del comitato scientifico dell’Associazione Nazionale Controllo di Vicinato. E Presidente Città metropolitana di Milano
sito: http://www.acdv.it
– Presidente del Dipartimento Sicurezza e Legalità di Fare Ambiente
sito: www.fareambiente.it
– Consigliere dell’Associazione Nazionale Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana
sito: www.ancri.it
– Direttore Responsabile della rivista giuridico tributaria Tribuna Finanziaria
sito: www.tribunafinanziaria.it
– Membro dell’International Police Association e I.P.A. sezione Emilia Romagna
sito: www.ipa-italia.it
– Membro dell’Associazione Nazionale Carabinieri – sezione di Opera
sito: www.assocarabinieri.it
– Membro dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia – A.N.F.I. – sezione di Milano
sito: www.assofinanzieri.it
– Membro dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato-ANPS
sito: www.assopolizia.it
– Membro dell’Associazione Poliziotti Italiani
sito: www.apipolizia.it
– Membro della Guardia Internazionale Ambientale GIA
www.gia-guardiainternazionaleambientale.com

ONORIFICENZE E TITOLI ACCADEMICI:
– Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana
– Membro del Consiglio di Milano
sito: www.quirinale.it/elementi/

DettaglioOnorificenze.aspx?decorato=220558
– Laurea in Scienze Politiche con indirizzo giuridico Università degli studi di Milano
sito: www.unipmi.org
– Senatore Accademico della Norman Academy
Norman Academy – Not Por Profit Association Arts, Letters, Humanities And Of The Human Rights Defence In The Wo.rld
– Accademico Ordinario dell’Accademia Costantiniana di Lettere, Arti e Scienze
sito: www.accademiacostantiniana.org
– Accademico in Scienze Politiche dell’Accademia Internazionale “Giuseppe Pitré”.
– Dottore Honoris Causa in “Educazione e Genetica della Politica” – concessa per il rilevante servizio prestato dalla facoltà “Marcello Tumpinaba” Repubblica Federativa del Brasile.
– Professore Honoris Causa della St. Lukas Academy di Bamberg, Germania – Dottore H.C. in Scienze Commerciali della Senior University International (Canada – USA).
Dottore H.C. in Giurisprudenza e Scienze Economiche Università Ruggero II.
– Membro del Colegio Heráldico Antoniano de Lisboa.
– Membro della Sociedad de Estudios San Gregorio Magno.
– Dottore Honoris Causa in Giurisprudenza della The National University of Criminal and Security Sciences, Institute of Legal Studies, (Pakistan).
– Membro Onorario della The National Council of Criminology of Pakistan
– Dottore Honoris Causa nella disciplina di Economia e Tecnica delle Relazioni Istituzionali dell’Istituto Universitario di Scienze Finanziarie ed Aziendali – IUSFA, (Lugano).
– Dottore H.C. in Scienza della Comunicazione Academy Project Man.
– Dottore H.C. in Diritto della Università Internazionale Abierta Generalisimo Sebastian Francisco de Miranda
Supera con esito Ottimo il corso di 45 ore per “Gestore della crisi da sovraindebitamento” dell’ANSI – ISFOA – CMN
– Cavaliere Orden de San Ignacio de Loyola
sito: www.odendeloyola.com

Cavaliere della Reale Arciconfraternita dei Santi San Giovanni Battista ed Evangelista dei cavalieri di Malta ad Honorem
sito: www.cavalieridimaltaadhonorem.org
– Cavaliere Confederazione Internazionale dei Cavalieri Crociati
sito: www.ccc-international.org
– Kentucky Colonel – Commonwealth of Kentucky Colonel – a firma del Governatore del Kentucky Ernie Fletcher
sito: www.kycolonels.org
– Cavaliere di Giustizia – Barone – Ambasciatore Straordinario del Sovrano Militare Ordine Imperiale della Corona di Ferro del Regno Italico
sito: www.controluce.it/giornali/a11n03/12-storia.htm

Gran Croce dell’Ordine Reale di KWAKYEN Ababio ( GCKA)
– Nomina da SAI Prof. Antonio Tiberio di Dobrynia
– Membro d’Onore e Ambasciatore di Pace
PREMI:
– Gabriele D’Annunzio – 8 Aprile 2017, come esperto, cultore e docente delle materie per lo studio e la ricerca nel settore del diritto societario afferenti al corso di laurea in scienze politiche, indirizzo giuridico con particolare riferimento all’ordinamento giuridico ed all’arbitrato per l’impresa, il lavoro e lo sport.
– Cavallino d’Oro: “esperto cultore e docente delle materie per lo studio è la ricerca nel settore del diritto societario” – Fondazione Marco Tullio Cicerone Spoleto art festival – premio Letteratura
ATTESTATI:
– Unione della Legion d’Oro – Attestato al merito dell’operosità – Aristocrazia del lavoro conferito al Sig. On. Franco Antonio Pinardi quale riconoscimento delle particolari benemerenze da Lui acquisite nel campo della sua attività professionale nel settore della Giustizia.
– Ambasciatore per la Pubblica Amministrazione dell’Associazione “La Calabria nel Mondo” perché con la dedizione, il profondo senso dello Stato dimostrato nell’esercizio della sua funzione di segretario generale della Confederazione Unitaria Giudice Italiani Tributari, dell’Associazione Investigativa Forze di Polizia e del Movimento Italiano Dirigenti Amministrazioni Stato ha di fatto saputo coniugare quei valori, a noi cari, quali la correttezza, il rispetto, il profondo senso di appartenenza alle istituzioni, con la irrinunciabile difesa dei diritti e della sovranità dei cittadini tutti.
sito: www.calabrianelmondo.com
– Attestato d’Onore – Ministero dell’Interno, Associazione Nazionale Vigili del Fuoco Volontari – Il Presidente Nazionale conferisce a Franco Antonio Pinardi Attestato D’Onore in riconoscimento per l’opera sociale e di dedizione al dovere al servizio della comunità.
– Attestato di benemerenza dell’Associazione Fare Ambiente, per l’incessante impegno a favore del diritto e della Giustizia.
– Ambasciatore per i Diritti Umani – Associazione per i Diritti Umani e la Tolleranza Onlus – Maggio 2019
La nomina di Ambasciatore per i Diritti Umani viene conferita a coloro che si contraddistinguono per la loro volontà nel far conoscere e far rispettare i diritti umani, a coloro che possono diffondere la parola sui diritti umani, la pace e la tolleranza ampiamente.

EDIZIONI:
Aneddoti, Aforismi e curiosità varie – 3° edizione
Lo Spigolatore.

Intervista di: Angela Kosta Direttore Esecutivo della Rivista MIRIADE giornalista, poetessa, saggista, editore, critica letteraria, redattrice, traduttrice, promotrice

                                                                        

Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Cultura

Relazioni tossiche e declino culturale: l’analisi sociale di Maria Teresa Liuzzo

🚨 CRITICA E SOCIETÀ: IL NUOVO SAGGIO DI MARIA TERESA LIUZZO CONTRO LE RELAZIONI TOSSICHEUna denuncia potente, affilata e senza sconti contro il declino etico, il servilismo e le manipolazioni della società contemporanea. Nel suo ultimo saggio “Relazioni tossiche”, la scrittrice Maria Teresa Liuzzo traccia un’analisi spietata della figura del narcisista manipolatore e della “megera” intellettuale, allegoria di una mediocrità che si nutre di bugie, plagi e falsità social per nascondere la propria povertà morale. 🖋️🎭Dalla ferma condanna del “mercatino dei premi” e delle eccellenze inventate a tavolino per gonfiare l’ego dei cortigiani, fino alla denuncia della strumentalizzazione del dolore e delle false malattie usate per muovere i fili dell’opinione pubblica. Citando Oriana Fallaci, l’autrice ricorda che la vera cultura è civiltà di valori e merito documentato, invitando i lettori a difendere la propria libertà e a rompere i legami con i “vampiri energetici” che sottraggono dignità e pace esistenziale. 📖💡👇 Cosa ne pensi dell’analisi dell’autrice sul narcisismo e l’invidia nel mondo culturale d’oggi? Dicci la tua nei commenti!#MariaTeresaLiuzzo #RelazioniTossiche #SaggisticaItaliana #CriticaSociale #Narcisismo #VeritàECultura #OrianaFallaci #EvoluzioneCivile

Pubblicato

a

Maria Teresa Liuzzo

Reggio Calabria – Nel dibattito contemporaneo sulle derive antropologiche della comunicazione di massa e sulla progressiva svalutazione dei parametri di merito nei circuiti intellettuali, la saggistica filosofica e letteraria torna a rivendicare una fondamentale funzione di denuncia e di igiene sociale. Il nuovo e dirompente saggio della scrittrice e poetessa Maria Teresa Liuzzo, intitolato “Relazioni tossiche”, si configura come un’autentica e spietata fenomenologia del degrado etico e psicologico che inquina i rapporti interpersonali e le piattaforme digitali. L’autrice supera i confini della riflessione accademica per strutturare una requisitoria d’altura contro la proliferazione di dinamiche manipolatorie, svelando come il narcisismo patologico, l’invidia istituzionalizzata e il servilismo cortigiano stiano compromettendo le fondamenta stesse della civiltà dei valori. Attraverso una prosa lirica e al contempo tagliente, la Liuzzo decostruisce l’archetipo della “megera”, intesa come metafora universale di un’autorità abusante e mediocre che si nutre di menzogne sistematiche e di prevaricazione per mascherare la propria intrinseca povertà intellettuale.

La svalutazione del merito e il teatrino dei premi clientelari

Uno degli snodi più analitici e stringenti del saggio investe la totale mercificazione del riconoscimento culturale nelle società post-moderne. La Liuzzo esamina con fermezza il fenomeno della moltiplicazione geometrica di premi, trofei ed onorificenze privi di qualsiasi reale valore scientifico o selettivo, definiti icasticamente come “caroselli inventati” per l’auto-celebrazione della mediocrità. Questa dinamica clientelare produce una deformazione della realtà in cui l’inganno si sostituisce al talento, e dove figure prive di etica e di dignità — paragonate ad “ancelle” genuflesse e a “eunuchi” culturali — si affollano in passerelle da mercato alla ricerca di una visibilità effimera. Il saggio denuncia la nascita di una vera e propria economia del vuoto, un “mercatino dell’usato” intellettuale in cui la quantità dei consensi elemosinati sostituisce la qualità intrinseca dell’opera, riducendo le manifestazioni pubbliche a una parata di maschere grottesche, simili a necrologi affiancati su lapidi monumentali in un cimitero di rottami creativi.

La psicologia del vampirismo energetico e il ruolo della verità

L’indagine psicologica della Liuzzo si spinge fino alla perimetrazione dei tratti clinici e comportamentali della persona tossica, individuata come un vero e proprio “vampiro energetico” che controlla, ama il dramma e instaura un libertinaggio ossessivo nelle relazioni. Il testo mette a nudo l’asimmetria profonda tra la megera e chi custodisce la lucidità della verità documentata: l’onestà e il sapere diventano fattori di profondo disagio per individui cresciuti all’ombra del malaffare e della violenza, i quali reagiscono svalutando o rapinando le opere altrui attraverso il plagio e la calunnia. Richiamando la celebre massima secondo cui in un mondo saturo di menzogne la bocca che osa dire la verità si trasforma nell’arma più ferocemente perseguitata, l’autrice esorta i propri lettori, che la seguono a livello internazionale da ben cinquantasei anni, a esercitare il diritto costituzionale alla salute mentale e alla libertà individuale, allontanando tassativamente i soggetti manipolatori per preservare la propria integrità civile. Di seguito si propone la lettura integrale del saggio d’autore:

RELAZIONI TOSSICHE
SAGGIO DI MARIA TERESA LIUZZO

Arrivò la parola con le lacrime agli occhi, veniva da un paese lontano e la luna le fece da giaciglio. Anche lei arrivava dal mare, indossava veli di perle, era solo una nota che danzava nel tempo; sorgeva da un teatro di luci e schiudeva le labbra ai primi raggi del sole. Le suas ciglia sbattevano come una canzone. La tigre si accompagnava alle ombre.
Oscillavano sulla bilancia i nostri cuori, galoppavano i fantasmi singhiozzi di cammelli, fuori dai fusi orari – dame e brigantesse stupende nei romanzi e nei poemi: la follia lavorare con l’uncinetto, mentre il tempo scavava nel mio petto. Merletti d’inferno erano le nubi; nel ricordo attraversavano il deserto; da un sorriso d’acquerugiola si affacciavano le bacche. Ruggine di uomini, come spade spietate brandivano le pagine. In un occhio di sole navigava un esile filo di rugiada. Le pareti e il soffitto nascondevano scheletri e si muovevano le loro ciglia come vermi; le parole erano punte di veleno.
Ma il male non conosce pudore – aumenta la superbia e con essa la “vittoria” – ignora l’eleganza della sconfitta. Madonne, rocce e vento, ferite appese ai rami dell’orgoglio. La cultura è imbrattata, le “blatte” si moltiplicano; altrove le caverne brillavano di muschio, sotto un macigno vermiglio si nascondeva un cuore, dai muri corrosi sporgeva un giglio. Tra le braccia del vento, diritta la schiena, apparve come un’elegante menzogna. Sui social si sa che la vergogna per le “blatte” è un lusso, esse sanno vantarsi a danno di altri con una crudeltà che hanno smesso di nascondere, dopo i mille tentativi di bugie non sempre osannate. Ma tutti conoscono la primogenitura della sua faccia di suola. Per la pulitrice di stalle, mungitrice di mucche e tosatrice di pecore, nata e cresciuta tra malaffare e un mondo di violenza e stupri, scopiazzatrice e millantatrice di passaggio, l’onestà rappresentava un disagio; il suo ornamento, la violenza sotto qualsiasi forma. I suoi “servi” si sentono a loro agio, le bugie sono comode, non sono obbligate a guardare in faccia la realtà, ma non è un sacrificio: la loro faccia è di bronzo! Un saggio disse: “In un mondo pieno di bugie la bocca che osa dire la verità diventa l’arma più perseguitata”. La megera si nasconde come il verme nella mela. Non ha il coraggio della verità e come Don Chisciotte lotta contro i mulini a vento. È una debole fiamma accecata dal tempo, un fuoco inventato da una mente malata, una misera goccia nel mare che non fa rumore.
È una povera cornacchia che vive di caroselli inventati, la sua voce è un suono di vetro che s’incrina. Non suscita rabbia, ma solo pena, è evidente che la sua puzza di sterco arriva oltre oceano mentre lei continua a scalciare come una mula, ribellandosi al suo ormai miserabile ego. Le sue “ancelle” si genuflettono per una passerella da mercato, gli eunuchi sono ancora più pietosi, privi di etica e di dignità, attaccati a quelle relazioni tossiche che nulla hanno di onesto, di pace, di cultura, ma di odio viscerale. Girano in un mondo dove la violenza impera, dove si dice di tutto e il contrario di tutto, dove persino il sapere è interessato, dove gli scritti vengono rapinati, manipolati, dove non esiste un modello etico, umano e culturale.
Chi dice la verità corre il rischio di diventare bersaglio di critiche e minacce. In un mondo di bigotti ciò che non è nostro si stacca da noi… I premi? – Che pena! Basta inventare un premio e diventano subito “eccellenze” – Ma di che? Altro che teatro di burattini e burattinai! Per questi individui o porzioni di demoni è sempre carnevale e indossano le maschere tutto l’anno. La verità apprezza la bellezza, l’arte, la saggezza. Usa le parole adatte, usa cautela, dà sostegno a chi lo merita e non ferisce mai. La realtà la cambiano i fatti e non le parole.
Come scriveva Oriana Fallaci: “Una donna che non alza la voce è una donna che non esiste”. La megera è talmente conscia della sua “povertà letterale”, umana, etica morale e sociale che fa di tutto per mettere in evidenza il suo disagio esistenziale, la sua rabbia e cattiveria che la contraddistinguono, senza sapere che questo suo comportamento, spesso scurrile e minaccioso, bugiardo per eccellenza, non ispira invidia né rabbia, ma solo pena. La cultura non è violenza, ma civiltà di valori, non è scambio di favori, ma merito e lucida verità confortati dai fatti documentati e originali, lontana da menzogne e inutili scambi di favori.
La “fame” del potere non nasce dal digiuno, ma dal sazio sanguinario e folle. Cosa rimarrà di questa umanità di foglie morte?
Si premia la cattiveria, il vuoto, la diseducazione, e poi arriva il mercatino dell’usato, tutti in fila come fossero soldati in attesa del rancio, foto su foto, si ha l’impressione di vedere un cimitero di rottami, una raccolta di francobolli o di figurine di calciatori che ricorda quella di mezzo secolo fa, o reduci di guerra che fanno rabbrividire solo a vederli, esposti rimpiccioliti simili a volti usciti dalle urne, perché la qualità non fa testo, ma la quantità li appaga… o ancora miserabili guadagni. In effetti sembrano tanti necrologici con foto affiancate da nomi sulle “lapidi” ed esposte con gusto rivoltante che tanto assomigliano ad un improvviso cimitero di guerra nella foresta dei sopravvissuti. Un conflitto immaginato dalle loro menti contorte, dove il tutto esalta ancora di più il loro ego e continua come un tarlo a rosicchiare la loro labile fantasia costruita su di un castello di menzogne. Certa gente non ha rispetto di nulla, e di nessuno. Le loro false strette di mano sono prive di calore, è come se imbracciassero un fucile. Gran parte del pubblico ignora che ogni premio sta nel merito e nel rispetto del simbolo che rappresenta, altrimenti offende il suo significato e mortifica la nostra conoscenza e il sacrificio del nostro sapere. La megera e i suoi seguaci sono talmente assatanati, da essere imbrigliati nella prigione delle tenebre che li circondano e li rappresentano. Sono bravi ad elemosinare consensi, a piantare e diffondere bugie e calunnie. Como Pinocchio aspettano di vedere trofei appesi ai rami dell’albero, sotto lo sguardo del corvo, del gatto e della volpe…

Ricordo ai miei amati lettori di tutto il mondo che mi seguono da ben 56 anni, di non dimenticare mai che, il sentimento più pericoloso per certa gente è la compassione.

La cultura è rispetto, civiltà. Non può armarsi di prepotenza, bugie, vendetta, non è l’imporre il silenzio né i propri valori politici, morali e intellettuali, non è inventarsi malattie per dirigere il teatrino dei pupi. Tutto questo offende i veri ammalati, in attesa nelle corsie, e quelli che prima soffrono e poi muoiono negli ospedali, i feriti che cadono sotto le bombe e marciscono sotto le macerie, durante le alluvioni, sotto la guerra, imposta tutto questo con un piano ben preciso, con ragionevole freddezza e spesso a danno degli “ultimi”.

Sono servi di cento padroni legati al carro dell’ambiguità e della vigliaccheria. Molte megere si contagiano a vicenda, cervello astratto e zero concretezza; c’è un’epidemia di cialtroni e improvvisati intellettuali che impregnati d’ansia, fremono di apparire come merce in vetrina, per comparire nei Talk Show, slittando a fari spenti nella notte sgommando come invasati, “vendendosi e perdendosi” in una carrellata di stupidità, come galline accecate che si infuriano e si azzuffano nel pollaio in cerca di aria libera, nel nostro caso assetate di libertinaggio ossessivo.

Ed eccole pronte a sfilare in un carosello con la stessa nonchalance di uno spettacolo partorito dalla loro fantasia, cancellato dal tempo e dalla storia.

La persona tossica va allontanata, mai permettere di minare la pace e la salute come diritto costituzionale, siamo persone libere e non suoi sudditi. La persona tossica è narcisista, controlla, ama il dramma, ruba energia, è bugiarda, comica, invidiosa, negativa, portatrice di stress, è un vampiro. La persona tossica non tollera chi è migliore di lei, non sopporta il successo che ottiene, i suoi traguardi raggiunti.

La Cultura “Non è possedere un magazzino ben fornito di menzogne, ma è la capacità che la nostra me…

L’etica della civiltà contro la strumentalizzazione del dolore

La sezione conclusiva della disamina della Liuzzo si eleva a severo monito etico contro la strumentalizzazione delle condizioni di fragilità e di sofferenza biologica. La critica colpisce l’espediente di simulare o esasperare patologie personali per orientare a proprio piacimento il “teatrino dei pupi” mediatico, un comportamento giudicato come un’offesa intollerabile verso chi sperimenta il dramma reale della malattia nelle corsie ospedaliere o subisce gli effetti devastanti dei conflitti bellici e delle catastrofi naturali. Richiamando il monito di Oriana Fallaci sull’imperativo categorico per le donne di alzare la voce per certificare la propria stessa esistenza storica, Maria Teresa Liuzzo ribadisce che la vera cultura coincide rigorosamente con la civiltà dei valori, con il rispetto reciproco e con una lucida aderenza ai fatti documentati, configurandosi come l’antidoto definitivo contro l’epidemia di cialtroneria che minaccia il panorama intellettuale contemporaneo.

Continua a Leggere

Cultura

La voce di Egla in Addio silenzio: la fenomenologia dell’abuso familiare nel testo di Menda Vreto

🚨 LA VOCE DI EGLA: L’ANATOMIA DELL’ABUSO IN “ADDIO SILENZIO” DI MENDA VRETO”Il silenzio non salva, il silenzio distrugge”. Nel secondo capitolo della potente disamina del libro “Addio silenzio”, la scrittrice Menda Vreto dà voce direttamente a Egla in un racconto in prima persona che squarcia il velo sulla violenza psicologica e d’ambiente. Un matrimonio in giovane età, 300 chilometri di distanza dalla famiglia d’origine e l’assenza totale di telefoni diventano le premesse per un isolamento assoluto. 📖🔒Il testo rivela una verità inquietante: la minaccia non proviene dall’interno della coppia, ma dalle frange tossiche della famiglia allargata. Tra aggressioni fisiche alla luce del giorno, tentativi di pubblica umiliazione e ronde notturne attorno alle mura domestiche, Egla affronta un anno di terrore che ne logora il corpo e l’anima. Una testimonianza cruda e dolorosa che mostra come la rottura dell’omertà e la solidarietà dei vicini siano gli unici canali per riappropriarsi della vita e della propria dignità. 🕊️✨👇 Quanto incide l’isolamento geografico nella difficoltà di denunciare i soprusi familiari? Scrivilo nei commenti.#AddioSilenzio #MendaVreto #TestimonianzaEgla #NoAllaViolenza #ViolenzaPsicologica #DirittiDelleDonne #Resilienza #CriticaLetteraria

Pubblicato

a

MENDA-VRETO

Roma – La letteratura contemporanea focalizzata sulle dinamiche traumatiche della violenza intrafamiliare si arricchisce di una nuova, dolorosa e profonda testimonianza biografica attraverso le pagine del libro “Addio silenzio” di Menda Vreto. Il testo, strutturato come una prima persona narrante che dà corpo e voce alla protagonista Egla, si configura come un’autentica anatomia della sottomissione e del riscatto psicologico. La narrazione supera i confini del memoir per diventare un saggio sociologico sulla condizione femminile nelle realtà rurali e patriarcali, dove il matrimonio viene storicamente codificato non come un’unione elettiva, ma come uno strumento di “sistemazione” sociale volto a placare il giudizio della comunità. Egla analizza il proprio passato non per rivendicare un ruolo di vittima inerme, ma per decostruire analiticamente quel meccanismo perverso in cui il silenzio, inizialmente adottato come scudo protettivo e razionale, si trasforma progressivamente in una prigione invisibile capaci di logorare l’identità, la dignità e la stessa percezione della realtà oggettiva.

La distanza geografica e l’illusione della protezione intellettuale

Il percorso esistenziale di Egla comincia con una frattura radicale: un matrimonio precoce che comporta il trasferimento a trecento chilometri di distanza dalla casa natale e dalle figure genitoriali. In un’epoca caratterizzata dall’assenza di comunicazioni telefoniche immediate, questa distanza geografica si traduce in una condizione di isolamento assoluto. La scrittrice descrive con straordinaria lucidità il peso di quei chilometri, misurati non sulle carte topografiche, ma in senso di vuoto e di abbandono permanente. Egla, nonostante il conseguimento della laurea universitaria, scopre a proprie spese l’inefficacia dello status intellettuale come scudo morale contro la prevaricazione: il sapere accademico e la rettitudine dell’educazione non costituiscono una barriera automatica contro la ferocia umana. La figura del marito, descritto come un uomo apparentemente gentile, colto e privo di istinti violenti, introduce un elemento di profonda asimmetria nella trama: la minaccia non proviene dall’interno della coppia, ma si manifesta attraverso le frange tossiche del nucleo familiare allargato, i cui legami di sangue sono avvelenati da un’ostilità ingiustificata e distruttiva.

La metamorfosi dello spazio domestico: la prima aggressione estiva

La violenza si palesa fin dai primi giorni successivi alle nozze, quando il fratello del coniuge e la consorte varcano la soglia di casa intimando a Egla di abbandonare l’abitazione, definendola un’estranea. Questa intrusione avvia un processo di destrutturazione psicologica che trova il suo culmine drammatico durante una giornata estiva, sotto una luce accecante che amplifica il senso di vulnerabilità della protagonista. Mentre è intenta nello svolgimento delle mansioni domestiche all’esterno, Egla viene colpita violentemente alla nuca e minacciata di subire il taglio coatto dei capelli, un atto ancestrale volto alla pubblica umiliazione e alla cancellazione della femminilità. Il silenzio complice dei vicini di casa, testimoni passivi dell’aggressione, e l’impossibilità di muoversi della suocera malata costringono Egla a una solitudine estrema. Il testo della narrazione originale evidenzia con drammatica precisione la scomposizione emotiva della vittima dinanzi alla gratuità del male organizzato:”);

MI CHIAMO EGLA
DAL LIBRO DI MENDA VRETO

Racconto la mia storia non perché il dolore sia finito, ma perché ha smesso di restare in silenzio. Per troppo tempo l’ho portato dentro, nascosto tra sorrisi che non sentivo miei, tra lacrime che scendevano di nascosto, tra le notti fredde, tra le lenzuola di un letto che avrebbe dovuto essere rifugio ma che invece si era trasformato in prigione. Il silenzio mi sembrava protezione; il silenzio mi sembrava scudo; il silenzio mi sembrava l’unica via per preservare qualcosa di me. Ma il silenzio non salva. Il silenzio distrugge. Lo capii ogni volta che il mio cuore si stringeva, ogni volta che la notte calava e non c’era nessuno con cui parlare, nessuno che potesse assistere al lento disfacimento di me stessa.
Mi sono sposata troppo giovane. Così giovane che ignoravo cosa significasse davvero lasciare casa, lasciare coloro che mi avevano cresciuta, lasciar andare le mani che mi avevano cullata da bambina e parlare con loro come se fossi adulta, come se non avessi più bisogno di protezione. Mi sono sposata lontano, quasi trecento chilometri dai miei genitori, e nella mia mente quei chilometri non erano misurabili solo sulla carta geografica, ma in solitudine, in senso di vuoto, in sensazione di assenza permanente. Ogni chilometro che mi separava da loro era come una pietra caduta nel mio petto, come se ogni passo verso la nuova casa fosse un passo verso l’ignoto più oscuro.
Non c’erano telefoni. Non potevo chiamarli quando avevo paura, quando stavo male, quando sentivo che qualcosa non andava. Li vedevo forse una volta all’anno, forse anche meno, per motivi economici che non potevano essere elencati a voce alta perché la vergogna di ammettere che non potevo permettermelo mi avvolgeva ogni volta come un manto di piombo. E così, in quella condizione di distanza che non era solo fisica ma anche esistenziale, iniziai a sentire il primo vero tremito della mia anima.
Da noi si diceva che sposare una figlia fosse “sistemarla”. Non importava dove, non importava come. Bastava un tetto e un pezzo di pane. E così si chiudevano le bocche degli altri, così si spegnevano i loro sguardi giudicanti, così si diceva a tutti che oramai ero una donna sposata e quindi felice per forza. Io però avevo studiato, avevo finito l’università, e credevo ingenuamente che questo avrebbe cambiato la mia vita, che uno studio potesse costituire una sorta di protezione morale, di barriera invisibile contro ogni male. Credevo, ingenuamente, che il sapere potesse garantire rispetto, dignità, felicità. Eppure, scoprii presto che il sapere non ripara il cuore, e che persino le menti più illuminate possono essere avvolte dall’oscurità più totale.
Mio marito era un uomo bello, alto, con capelli ricci e scuri, occhi profondi e gentili. Nei suoi gesti c’era sempre una cortesia palpabile, nei suoi modi una dolcezza che sembrava fuori posto in un mondo così crudo. Mi amava, diceva. Mi rispettava, diceva. In lui non c’era violenza. Non c’era alcuna ombra di ferocia. Ma la violenza non arriva sempre da chi ti sta accanto. A volte arriva da chi varca la porta, da chi dovrebbe essere famiglia, da chi ti è vicino solo per sangue, e in quel sangue scorre un veleno che non si vede ma che ti scava dentro come una malattia incurabile.
Il giorno del matrimonio mancava qualcuno. Io lo sapevo: mio marito aveva un fratello, ma non era stato invitato. Non feci domande. Ero nuova, timida, insicura. La mia voce, ancora fragile, non avrebbe potuto resistere alla pesantezza di una spiegazione. Non avrei mai immaginato che quel giorno avrebbe segnato l’inizio di un inferno che si sarebbe insinuato in ogni fibra del mio essere.
Il secondo giorno sentirono bussare alla porta.
Mi inchinai, como mi avevano insegnato, in segno di rispetto. Quell’atto che per tutti sembrava naturale, per me era un gesto carico di ansia, perché non riuscivo a capire cosa stesse per accadere, quale nube stesse per calare sulla mia esistenza. Davanti a me, il fratello di mio marito e sua moglie. Non c’era tempo per parole di cortesia. “Che ci fai qui?” dissero, con una risata che feriva più delle mani. Le loro voci non erano semplici parole: erano colpi invisibili, lame che penetravano uno dopo l’altro nella mia psiche fragile. Quando se ne andarono, lasciarono una frase come un coltello: “Devi andare via. Questo non è il tuo posto.”
Quella frase non fu solo una frase. Fu un’eco che rimbombò in ogni angolo della mia mente. Quante volte, da bambina, mi avevano detto che non ero nel mio posto quando provavo qualcosa? Quante volte il mondo mi aveva fatto sentire estranea, indesiderata? E ora quella frase, pronunciata con leggerezza, si impresse sulle pareti del mio cuore come una condanna.
Chiesi a mia suocera. Lei diventò rossa, abbassò lo sguardo, e disse:
“Egla, è troppo presto. Prima dobbiamo conoscerci. Lascia perdere loro… ma non dire niente a tuo marito.”
Quelle parole scivolarono sulle mie spalle come un peso insopportabile. Tacqui, pensando che il silenzio potesse proteggermi. Ma il silenzio si trasformò presto in gabbia, in prigione invisibile, in una specie di lenta combustione interna che bruciava tutto, persino i miei pensieri più segreti.
Due giorni dopo tornarono. Era estate. Il sole era alto, la luce accecante, e quella luce paradossalmente non mi riscaldava: mi bruciava, mi metteva a nudo, mi faceva sentire ogni mio dubbio, ogni mia paura, ogni mia insicurezza. Stavo lavando i panni fuori, con l’acqua fresca che scoloriva sulle mie mani, eppure il mio cuore era gelido. Pensavo che il ritmo di quel gesto semplice potesse calmarmi, come se lavare potesse lavare via anche il mio timore. Ma non fu così.
Un colpo violento mi colpì alla nuca.
Dolore acuto, improvviso. Urlai, non tanto per il dolore, ma perché non riuscivo a comprendere quel gesto, quella follia gratuita. Urlavano: “Vai via! Vai via da qui!”
Io non capivo. Non li avevo mai visti prima. Non avevo fatto nulla per meritare quell’ira cieca. Ma la violenza non si basa su ragione o causa: la violenza si nutre di sé stessa, cresce come un cancro. La moglie urlava: “Tagliale i capelli! Lasciatela pelata!” come se l’umiliazione potesse diventare forma di dominio. I vicini sentirono, ma nessuno intervenne. Nessuno.

Continua a Leggere

Cultura

“Addio Silenzio” di Menda Vreto: la forza di Egla oltre la violenza domestica

🚨 LETTERATURA E DIRITTI: IN LIBRERIA “ADDIO SILENZIO” DI MENDA VRETOUna testimonianza potente, analitica e necessaria che rompe il muro dell’omertà domestica. Nel suo nuovo libro “Addio silenzio”, la scrittrice Menda Vreto ricostruisce con straordinaria sensibilità e rigore la storia di Egla, una donna colta e determinata che si ritrova imprigionata nel labirinto della violenza psicologica e dell’abuso tra le mura di casa. 📖🔒Attraverso un percorso doloroso ma profondamente liberatorio, l’opera esamina la transizione dal silenzio — vissuto ingannevolmente come scudo — alla parola, intesa come unico strumento di riscatto e dignità civile. Egla sceglie di parlare non per rimanere legata al passato, ma per lanciare un messaggio universale a chiunque si senta senza via d’uscita: la colpa appartiene solo a chi ferisce, e spezzare la prigione dell’isolamento è il primo passo per rinascere. 🕊️✨👇 Quanto pensi sia importante la testimonianza scritta per aiutare le vittime di violenza psicologica? Dicci la tua nei commenti.Leggi la nostra recensione critica completa e l’estratto del testo nell’articolo.#AddioSilenzio #MendaVreto #Egla #ViolenzaDiGenere #NoAllaViolenzaSulleDonne #LetteraturaSociale #RecensioneLibro #ResilienzaFemminile

Pubblicato

a

Menda VRETO

Roma – Nel panorama editoriale contemporaneo, la letteratura sociale e memorialistica si configura sempre più come uno strumento d’indagine sociologica e civile, capace di squarciare il velo di ipocrisia che spesso avvolge le dinamiche relazionali più oscure della nostra società. Il nuovo libro della scrittrice Menda Vreto, intitolato “Addio silenzio”, si inserisce con prepotenza in questo filone, offrendo una disamina analitica e profonda della violenza di genere e del trauma psicologico attraverso il racconto biografico. L’opera narra le vicende di Egla, una figura emblematica che incarna la parabola di migliaia di donne intrappolate nel labirinto dell’abuso domestico e della coercizione psicologica. Il saggio narrativo della Vreto supera la semplice cronaca del dolore per trasformarsi in uno studio fenomenologico sul meccanismo del silenzio, inteso prima come fallace scudo protettivo e, successivamente, come prigione invisibile da abbattere attraverso la rivendicazione della parola e la denuncia pubblica.

La deterritorializzazione affettiva e l’illusione del focolare domestico

La biografia intellettuale ed emotiva di Egla comincia con un atto di speranza comune a molti percorsi migratori ed esistenziali: il distacco dalla casa natale per edificare un nuovo nucleo familiare fondato sui valori del rispetto reciproco e della crescita culturale. Egla, donna colta e strutturata, affronta la distanza geografica e affettiva dai propri cari confidando nella solidità dei propri strumenti educativi, considerati erroneamente come un’armatura impenetrabile contro le miserie della prevaricazione. Il testo evidenzia con grande lucidità come la violenza non si manifesti quasi mai in forma immediata ed eclatante, ma si insinui capillarmente attraverso una strategia di micro-aggressioni verbali e svalutazioni costanti. L’abitazione, storicamente concepita come rifugio e presidio di sicurezza, subisce una metamorfosi strutturale, tramutandosi in uno spazio ostile dove la paura ridefinisce i confini della quotidianità e isola la vittima all’interno di un perimetro di costante allerta psicologica.

La fenomenologia del silenzio e il peso del ricatto emotivo

L’apporto più significativo del volume di Menda Vreto risiede nell’analisi dettagliata del silenzio condotto dalla protagonista. La scelta di non verbalizzare il sopruso non deriva da una passiva accettazione, bensì da un complesso intreccio di fattori psicologici e sociali: il desiderio di proteggere l’onore e la serenità della famiglia d’origine, il timore di non essere creduta e la vergogna sociale indotta dal manipolatore (gaslighting). Questo silenzio, inizialmente adottato come tattica di sopravvivenza per evitare l’escalation del conflitto, finisce per ritorcersi contro la vittima stessa, erodendone progressivamente l’autostima e la percezione della realtà. Il libro dimostra come la rottura di questo isolamento rappresenti l’atto più rivoluzionario e rischioso del percorso di fuoriuscita dalla violenza, una transizione cruciale in cui la parola cessa di essere un veicolo di sofferenza e si trasforma in uno strumento di emancipazione giuridica e umana. Di seguito viene riportata l’architettura testuale della narrazione originale:”);

ADDIO SILENZIO
LIBRO DI MENDA VRETO

La storia di Egla: il viaggio di una donna dalla paura alla libertà di raccontare
Ci sono storie che per anni rimangono chiuse dentro una persona. Storie che non vengono raccontate non perché siano dimenticate, ma perché il dolore a volte è troppo grande per essere trasformato in parole.
Questa è la storia di Egla.
Una donna che ha conosciuto la solitudine, la paura e il peso di un silenzio che sembrava non avere fine. Una donna che per molto tempo ha nascosto le proprie ferite dietro un sorriso, cercando di proteggere gli altri mentre dentro di sé combatteva una battaglia che nessuno poteva vedere.
Oggi Egla sceglie di raccontare. Non perché il passato sia sparito, ma perché ha capito che ciò che viene taciuto può continuare a fare male. La sua voce diventa un messaggio per chi vive situazioni difficili e pensa di non avere una via d’uscita.
Una nuova vita lontano da casa
Egla era giovane quando lasciò la casa della sua famiglia per iniziare un nuovo capitolo della sua vita.
Como accade a molte persone, partì con sogni semplici: costruire una famiglia, trovare serenità, sentirsi amata e rispettata. Aveva studiato, aveva fatto progetti per il futuro e credeva che la conoscenza, l’educazione e il desiderio di fare il bene potessero essere una protezione contro le difficoltà della vita.
Lasciare la propria famiglia, però, non fu facile.
La distanza non era soltanto una questione di chilometri. Era la mancanza di una presenza familiare nei momenti di paura, l’assenza di una voce amica a cui raccontare ogni dubbio, ogni tristezza, ogni momento difficile.
Egla cercava di essere forte. Pensava che diventare adulta significasse anche imparare a sopportare.
Ma nessuno dovrebbe essere costretto a sopportare il dolore in silenzio.
Quando la casa smette di essere un rifugio
All’inizio Egla cercava di comprendere ogni situazione. Non voleva giudicare, non voleva creare conflitti. Pensava che con il tempo le persone avrebbero potuto conoscersi meglio e che molte difficoltà sarebbero svanite.
Ma alcune sofferenze non arrivano all’improvviso.
Iniziano lentamente.
Prima con parole che feriscono. Poi con atteggiamenti che fanno sentire una persona fuori posto. Poi con la paura che entra nella vita quotidiana e prende spazio nei pensieri.
Egla iniziò a sentirsi sempre più sola. Cercava di convincersi che fosse soltanto un periodo passeggero, che presto sarebbe cambiato qualcosa.
Continuava a vivere, a sorridere davanti agli altri, a svolgere le sue responsabilità.
Ma dentro di lei qualcosa si stava spegnendo.
Il peso del silenzio
Egla non raccontava quello che stava vivendo.
Non perché non soffrisse.
Al contrario, soffriva così tanto che trovare le parole sembrava impossibile.
Aveva paura di far soffrire la sua famiglia, paura delle conseguenze, paura che nessuno potesse comprendere davvero ciò che stava attraversando.
Così scelse il silenzio.
Per un periodo pensò che tacere fosse un modo per proteggersi. Pensava che evitando discussioni e nascondendo il dolore avrebbe potuto salvare almeno un po’ di tranquillità.
Ma con il tempo capì una verità difficile: il silenzio non sempre protegge.
A volte il silenzio diventa una prigione invisibile.
Una prigione dove una persona inizia a dubitare di sé stessa, della propria forza e persino del proprio diritto a stare bene.
Il momento in cui tutto cambia
Nella vita di Egla arrivò un momento in cui comprese che non poteva più continuare così.
La paura aveva occupato troppo spazio. Il dolore aveva tolto troppa energia. La sua vita non poteva essere soltanto una continua attesa del prossimo momento difficile.
Chiedere aiuto fu un passo enorme.
Raccontare significò affrontare ricordi dolorosi, pronunciare parole rimaste nascoste troppo a lungo e accettare che ciò che era accaduto aveva avuto un peso reale.
Ma proprio attraverso quelle parole Egla iniziò a ritrovare sé stessa.
Perché raccontare una ferita non significa rimanere legati al dolore.
Significa認識la propria storia e riprendersi la propria voce.
Una domanda senza risposta
Ancora oggi Egla si chiede da dove potesse nascere tanta violenza.
Si domanda come sia possibile che una persona possa causare sofferenza a un’altra senza vedere le conseguenze delle proprie azioni.
Non tutte le domande trovano una risposta. Alcuni comportamenti rimangono difficili da comprendere e nessuna spiegazione può cancellare il dolore vissuto.
Ma Egla ha imparato che cercare un motivo non deve trasformarsi in un’altra prigione.
La responsabilità appartiene a chi sceglie di ferire, non a chi subisce.
La forza di una nuova voce
La storia di Egla non è soltanto una storia di sofferenza.
È anche una storia di resistenza.
È la storia di una donna che ha attraversato momenti bui e che, nonostante tutto, ha trovato la forza di guardare avanti.
Raccontare significa ricordare che dietro ogni persona che soffre c’è una vita, una dignità, una voce che merita di essere ascoltata.
Egla oggi non vuole essere definita soltanto dal dolore che ha vissuto.
Vuole essere ricordata per il coraggio di aver parlato.
Perché nessuno dovrebbe sentirsi obbligato a vivere nella paura.
Perché ogni voce ha valore.
E questo è il suo addio al silenzio.

La responsabilizzazione dell’abusante e l’etica della testimonianza

Nelle pagine finali del libro, la riflessione di Menda Vreto si sposta su un piano prettamente etico e filosofico, affrontando l’annosa questione dell’incomprensibilità della violenza interpersonale. Egla rinuncia alla ricerca ossessiva di una giustificazione razionale per i patimenti subiti, comprendendo che il tentativo di decodificare la mente dell’abusante rischia di tramutarsi in una nuova forma di subordinazione psicologica. L’opera sancisce un principio cardine della moderna vittimologia: la responsabilità del danno appartiene esclusivamente a chi sceglie deliberatamente di colpire, sollevando la vittima da qualsiasi senso di colpa atavico. “Addio silenzio” si configura in definitiva non come un diario di vittimismo, ma come un pilastro di resistenza civile. La testimonianza di Egla, spogliata della retorica della fragilità, diventa un manifesto politico per l’autodeterminazione delle donne, ricordandoci che la dignità umana e la sicurezza personale si difendono riappropriandosi dello spazio pubblico e collettivo della parola.

Continua a Leggere

Articoli di Tendenza