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Territorio

Ad Archi, tra storia dell’emigrazione, musica, tango e memoria di Anìbal Troilo

Il “Pichuco Festival”, svoltosi il 25 e 26 luglio nel magnifico borgo di Archi, in provincia di Chieti, ha confermato alla grande il successo della manifestazione alla sua seconda edizione. Organizzato dall’associazione Pichuco and Friends, il festival rende omaggio ad Anìbal Troilo, bandoneonista, compositore e direttore d’orchestra di tango argentino conosciuto e amato in tutto il mondo, nato e vissuto a Buenos Aires (1914-1975) e con radici abruzzesi. Nipote di Quirino e Concezia Troilo, emigrati da Archi in Argentina nel 1880, Anìbal Troilo chiamato Pichuco, ha segnato con il suo inseparabile bandoneon, strumento al quale ha dedicato tutta la sua vita, la storia musicale del tango. L’edizione 2026 del prestigioso evento, dedicato alla musica e al tema delle origini, ha visto la partecipazione straordinaria della coppia di maestri e ballerini Miguel Ángel Zotto e Daiana Guspero, tra i più autorevoli interpreti e divulgatori del tango a livello internazionale.

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Pichuco Festival

Pichuco Festival, 25 – 26 luglio 2026, nel cuore del borgo abruzzese un viaggio tra radici e cultura in Argentina

 

Redaione-  Il “Pichuco Festival”, svoltosi il 25 e 26 luglio nel magnifico borgo di Archi, in provincia di Chieti, ha confermato alla grande il successo della manifestazione alla sua seconda edizione. Organizzato dall’associazione Pichuco and Friends, il festival rende omaggio ad Anìbal Troilo, bandoneonista, compositore e direttore d’orchestra di tango argentino conosciuto e amato in tutto il mondo, nato e vissuto a Buenos Aires (1914-1975) e con radici abruzzesi. Nipote di Quirino e Concezia Troilo, emigrati da Archi in Argentina nel 1880, Anìbal Troilo chiamato Pichuco, ha segnato con il suo inseparabile bandoneon, strumento al quale ha dedicato tutta la sua vita, la storia musicale del tango. L’edizione 2026 del prestigioso evento, dedicato alla musica e al tema delle origini, ha visto la partecipazione straordinaria della coppia di maestri e ballerini Miguel Ángel Zotto e Daiana Guspero, tra i più autorevoli interpreti e divulgatori del tango a livello internazionale.

Zotto è considerato il massimo rappresentante del tango argentino nel mondo. Formatosi a Buenos Aires con i più grandi maestri della tradizione, è stato tra i protagonisti della diffusione del tango in Europa sin dagli anni ’90 del secolo scorso. Nella sua carriera ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali, ha fondato la Compagnia Tango x 2 e la Zotto Tango Academy di Milano. Al suo fianco danza Daiana Guspero, tra le più autorevoli interpreti del tango a livello mondiale. Insieme si esibiscono nei principali teatri e festival e sono stati ospiti di grandi eventi, quali il Festival di Sanremo, On Dance di Roberto Bolle e il Concerto di Natale in Vaticano.

In grande smalto l’inaugurazione del Festival, sabato 25 luglio, con l’incontro “Anibal Troilo Pichuco: tra tango, memoria ed emigrazione”, con l’Alto patrocinio della Regione Abruzzo. Tra gli ospiti dell’evento Francisco Torné, nipote di Anìbal Troilo e membro dell’Academia National del Tango, per il secondo anno presente ad Archi, paese delle sue radici, e Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore, “. Aperto dai saluti del sindaco, Nicola De Laurentis, del presidente dell’associazione Pichuco and Friends, Leonardo Porreca, l’incontro, presentato e moderato dalla giornalista Barbara Del Fallo, ha preso il largo con gli interventi del direttore artistico del Festival, Simone Marini, musicista abruzzese, docente di bandoneon al Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara, il quale ha sottolineato i meriti straordinari di Troilo nella storia del tango e quale impareggiabile virtuoso del bandoneon, strumento che egli sapeva usare come Carlos Gardel usava la voce. Ha infine stupito il numeroso pubblico presente smontando il suo bandoneon, illustrando le parti costruttive dello strumento, cui l’Italia ha contribuito con la qualità della sua pregiata produzione durata fino al 1930. Molto interessante l’intervento di Miguel Angel Zotto che, richiamate le sue radici lucane, si è dichiarato onorato di essere ospite del festival, dedicato ad una personalità insigne nel mondo nella composizione e nell’interpretazione della musica da tango, qual è Anìbal Troilo. Gli interventi sono stati accompagnati dagli intermezzi musicali dell’orchestra “Lo Que vendrà” con il cantante Federico Pierro. Ha chiuso l’incontro Goffredo Palmerini, “tra le voci italiane più autorevoli in tema di emigrazione” come annota la comunicazione del Festival, con un intervento centrato sulla storia dell’emigrazione italiana, con un focus particolare sull’Argentina. Se può essere d’interesse, in calce a questa nota si riporta il testo del contributo svolto da Palmerini al Pichuco Festival.

 

L’incontro ha avuto, quale omaggio finale a sorpresa, un’esibizione di tango dei ballerini Miguel Angel Zotto e Daiana Guspero, ai quali il sindaco De Laurentis, dopo la loro splendida performance assai apprezzata dal numeroso pubblico presente, ha fatto loro omaggio di due targhe ricordo e, omaggiando anche Francisco Torné, gli ha comunicato che presto il Consiglio comunale di Archi delibererà sul conferimento della Cittadinanza onoraria. L’Orchestra Lo Que Vendrà, protagonista nella prima giornata del Festival, è una delle principali realtà italiane dedicate al tango argentino. Al Pichuco Festival 2026 si è esibita in sestetto, con Daniela Fidanza (pianoforte), Pasquale Lancuba e Fernando Mangifesta (bandoneon), Mario Pace e Angela Di Giuseppe (violini) e Claudio Mangialardi (contrabbasso). Con oltre 200 concerti in Italia e all’estero, l’orchestra ha collaborato con importanti artisti internazionali e realizzato produzioni dedicate alla musica e alla cultura del tango. Tra le collaborazioni più significative spicca quella con il maestro Miguel Ángel Zotto, consolidata negli anni in festival ed eventi di rilievo. Alle 22, sulla suggestiva balconata di Terrazza San Nicola, Milonga di gala, con musica dal vivo, con ronda dei maestri Monica Chiavarini e Gianluca Viola, Luisa Volpi e Andrea Fischetti, Fabian Brana e Daniela Scalabrini, Martina Cerasoli e Anistas Bullaci.

Nella seconda giornata, domenica 26 luglio, c’è stata la visita guidata al borgo (Archi è riconosciuto tra i Borghi autentici d’Italia) e l’esclusiva visita ai suoi palazzi storici, a seguire il pranzo “Abruzzo e Argentina: incontro di sapori”, quindi la presentazione del libro “I cinque angoli – Anibal Troilo, storie di tango” di Andreina Di Girolamo, autrice molisana la cui presenza sottolinea il legame di Anibal Troilo con il Molise. I nonni materni, infatti, emigrarono da Agnone verso l’Argentina.  “Tango, l’arte che ha conquistato il mondo” è stata una finestra di rara ed emozionante suggestione ad opera di Miguel Angel Zotto, poi la chiusura con la Milonga de despedida. Hanno corredato il programma delle due giornate del Festival, oltre ad esposizioni di arti figurative e alle preparazioni tipiche degli stand gastronomici, la mostra “Toda una vida. La musica, gli affetti e le passioni di Anìbal Troilo”, con materiale fotografico inedito che riproduce l’esposizione del Museo Casa Carlos Gardel a Buenos Aires.

Nato a Buenos Aires l’11 luglio 1914, Anìbal Troilo, con il suo bandoneon, ha scritto le musiche da tango più conosciute e apprezzate a livello internazionale, sulle cui note ancor oggi danzano i ballerini di tutto il mondo. “Pichuco” – così era chiamato affettuosamente dal padre – ha inciso 485 brani e ha collaborato con i più importanti musicisti e compositori di tango argentino, da Osvaldo Pugliese a Juan D’Arienzo, fino ad Astor Piazzolla. Troilo ha contribuito in modo determinante alla crescita del tango, riconosciuto peraltro dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Tant’è che nel 2005 il Parlamento della Repubblica Argentina ha dichiarato l’11 luglio, giorno del compleanno di Troilo, “Giornata nazionale del bandoneon”, strumento al quale il musicista ha dedicato tutta la sua vita. L’eredità artistica lasciata da Troilo rappresenta una ricchezza inestimabile dal punto di vista musicale e culturale. Le sue melodie hanno segnato la storia del tango e continuano ad emozionare il mondo intero.

 

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L’emigrazione italiana tra storia e attualità

Un viaggio lungo un secolo, con lo sguardo rivolto all’Argentina

di Goffredo Palmerini

 

Ci sono fenomeni che non si possono comprendere solo con le cifre, le statistiche, i grafici. L’emigrazione italiana è uno di questi. Per afferrarne davvero il senso, occorre tornare indietro nel tempo, riattraversare le sue radici, ascoltare le voci che l’hanno abitata. È un viaggio che comincia tra il 1870 e l’inizio del Novecento, quando milioni di italiani – disorientati, spesso incompresi – lasciarono la loro terra senza che lo Stato sapesse ancora come proteggerli, accompagnarli, sostenerli. Le norme erano incerte, le tutele quasi inesistenti. E così, quell’esercito di braccia che partiva verso ogni continente si trovò a fronteggiare sospetti, pregiudizi, condizioni di lavoro durissime, sistemi sociali sconosciuti. La letteratura dell’emigrazione – memorie, diari, testimonianze – è forse la lente più luminosa per capire quel dolore: storie che hanno consegnato alla coscienza pubblica la verità di un fenomeno che oggi celebriamo per le sue conquiste, ma che nacque da sacrifici enormi.

In poco più di un secolo, circa 29 milioni di italiani lasciarono l’Italia. Una delle più grandi diaspore della storia umana. Oggi ricordiamo soprattutto le loro affermazioni: imprenditori, professionisti, ricercatori, politici, artisti, figure che hanno contribuito allo sviluppo dei Paesi d’accoglienza con laboriosità, ingegno, creatività. Hanno guadagnato rispetto e stima, diventando i migliori ambasciatori dell’Italia nel mondo. Eppure, in Patria, persistono stereotipi e paternalismi verso i connazionali all’estero. Un deficit di conoscenza che limita la capacità di valorizzare questa immensa risorsa umana, professionale e culturale. Chi si avvicina davvero alle comunità italiane nel mondo scopre un patrimonio sorprendente: competenze, valori civili, storie di successo costruite spesso contro pregiudizi e difficoltà. Le generazioni successive alla prima emigrazione esprimono oggi personalità emergenti in ogni settore: economia, università, ricerca, politica, imprenditoria. Una “seconda Italia” che merita di essere conosciuta, apprezzata e riconosciuta.

Nel secondo dopoguerra l’Italia ripeté gli errori del secolo precedente: considerò l’emigrazione come una valvola contro la disoccupazione, senza affrontare le radici del problema. L’agricoltura restava poco remunerata, l’artigianato rischiava di disperdersi, la formazione professionale era insufficiente. La fuga riprese, silenziosa e ostinata. Le partenze erano spesso affidate a banditori improvvisati, come gli agenti delle compagnie di navigazione o gli emissari d’oltreoceano, che promettevano facili fortune. La realtà era ben diversa: miniere, lavori estrattivi, cantieri di costruzioni, lavori nelle fabbriche, condizioni durissime. La tragedia di Marcinelle (8 agosto 1956) rivelò al mondo il prezzo di quella speranza.

Ora ricordiamo brevemente e più in dettaglio le rotte migratorie seguite nella storia dell’emigrazione italiana. Nella prima emigrazione (1861-1940) e dal 1946 con la seconda emigrazione, si rileva che nel primo periodo del fenomeno migratorio chi espatriava si diresse negli Stati Uniti e verso i paesi del Sud America, anzitutto Brasile e Argentina, ma anche Uruguay, Paraguay e Cile. Poi, nel secondo dopoguerra, oltre alle citate destinazioni verso le Americhe, s’aggiunsero Venezuela, Canada, Australia ed altri Paesi. Inoltre verso l’Europa, prevalentemente in Svizzera, Francia, Belgio, Germania e Gran Bretagna. In numeri sensibilmente inferiori l’emigrazione italiana s’indirizzò anche nel continente africano, in Sud Africa, ma anche nei paesi del Maghreb che affacciano sul Mediterraneo.

Fu dopo il 1870 che montò l’onda migratoria, destinata a portare oltreoceano milioni di nostri connazionali. Un’onda così forte che alcuni storici giungono a definire la Grande Emigrazione italiana appunto come una vera e propria diaspora. I porti delle partenze oltreoceano furono dapprima quello di Genova e successivamente, con l’aumentare del numero di emigranti specie dal Meridione, quello di Napoli, e infine anche Palermo. In un primo arco di tempo, che va fino al 1914, le destinazioni preferite furono l’Argentina e la zona del Rio della Plata (Uruguay, Paraguay), la parte meridionale del Brasile (Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paraná, San Paulo, Minas Gerais), dove la possibilità di trovar lavoro nelle piantagioni di caffè, coltivare la terra disponibile e persino costruire una propria fazenda rappresentava un grande richiamo per braccianti e contadini. Ancor oggi le comunità più numerose di oriundi si trovano infatti a Buenos Aires, a Montevideo e soprattutto a San Paolo, dove quasi metà degli abitanti della grande metropoli del Brasile è d’origine italiana.

L’altra destinazione preferita furono gli Stati Uniti, dove lo sviluppo industriale richiedeva molta mano d’opera non specializzata nelle miniere, nell’edilizia, nelle costruzioni di stradali e ferroviarie. A partire dagli ultimi anni dell’Ottocento, e fino almeno alla Grande guerra quando il flusso s’interrompe poiché gli uomini sono richiamati al fronte, i migranti diretti verso mete extraeuropee cominciarono a partire prevalentemente dal Mezzogiorno. Provenivano dall’Abruzzo, dalla Campania, dalla Basilicata, ma soprattutto dalla Sicilia e dalla Calabria. L’emigrazione nel Nord America, moderno e industrializzato, trasforma i nostri contadini in operai nei grandi centri urbani della costa nord atlantica: New York, Boston, Pittsburgh, Philadelphia, in seguito Chicago, Detroit e Cleveland. È in questi anni che le statistiche registrano i numeri più elevati (il “picco” di partenze si ha nel 1913). Si tratta per lo più di uomini che ancora tendono, in gran parte, a compiere emigrazioni temporanee e ripetute. Le donne sono poche, ma non mancano, come non mancano le famiglie intere. Col tempo cresce il numero delle donne e dei bambini, che espatriano anche con richiami di ricongiunzione familiare, e crescono le stabilizzazioni nei Paesi d’emigrazione.

Negli anni recenti l’emigrazione soprattutto diretta in nord America, Europa e Australia, ha preso anche le vie dell’Est, particolarmente in Cina, Giappone e nei Paesi della penisola arabica (Emirati, Arabia Saudita, Kuwait, Barhein). Solo per dare un’idea, alcuni essenziali numeri sono importanti per capire l’emigrazione italiana nell’arco di circa 150 anni. Si tenga conto che l’emigrazione più consistente, in termini assoluti, è stata quella verso il Brasile, paese che ha il maggior numero di oriundi italiani, circa 25 milioni. L’altro Paese con una comunità italiana assai numerosa è l’Argentina. In termini percentuali l’Argentina è la nazione che ha la più alta percentuale di italiani, oltre metà degli abitanti, dunque quasi 22 milioni. Il terzo Paese per numero di oriundi sono gli Stati Uniti d’America, con circa 18 milioni di cittadini d’origine italiana.

Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2025, gli italiani iscritti all’AIRE – cioè coloro che hanno doppia cittadinanza, italiana e del Paese d’accoglienza – sono 6,4 milioni. Ma la cifra reale è molto più grande, perché resta una minoranza chi all’estero conserva o riacquista la cittadinanza italiana. Considerando le generazioni successive, gli oriundi italiani nel mondo sono circa 80 milioni. Un’altra Italia, più grande di quella dentro i confini. Argentina, Brasile e Stati Uniti, come detto, sono i Paesi con la maggiore presenza italiana. Una comunità che ama l’Italia, la chiama “Patria”, ne custodisce lingua, cultura, tradizioni. Mettere insieme queste due Italie – quella dentro e quella fuori – è una sfida culturale e politica che il Paese deve affrontare.

Gli italiani all’estero amano l’Italia più di noi che viviamo entro i confini. Ne offrono un’immagine seria, affidabile, creativa e laboriosa. Sono i nostri migliori ambasciatori. Hanno reso in ogni modo onore all’Italia in ogni angolo del mondo. Si sono conquistati il rispetto e la stima con il lavoro, l’ingegno, la creatività. Eppure in Italia persiste un’inadeguata conoscenza della nostra emigrazione, anche nelle classi dirigenti, che impedisce di valorizzare questa risorsa straordinaria. Le generazioni succedute alla prima emigrazione hanno raggiunto risultati eccellenti in ogni campo: economia, ricerca, cultura, università, politica. Hanno saputo affermarsi e aggiungere quel quid tutto italiano: la capacità di creare relazioni, di costruire legami, di portare creatività, stile e modo di vivere italiano dovunque.

Abbiamo quindi, noi italiani dentro i confini, il dovere morale di conoscere meglio e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Un rapporto nuovo e maturo tra le due Italie – dentro e fuori i confini – potrebbe generare opportunità straordinarie. Se l’Italia sapesse valorizzare gli 80 milioni di oriundi, potrebbe contare su una comunità di 140 milioni di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dall’identità. Sarebbe una forza culturale, economica e perfino politica di portata globale. Ancor più oggi che l’Italia vive un momento difficile, soprattutto per i giovani. La mancanza di riforme strutturali nell’economia e nell’organizzazione statuale, nell’innovazione industriale e nei servizi, sta generando da quasi 20 anni a questa parte una nuova emigrazione, fino a 150mila espatri l’anno. È un’emigrazione diversa da quella storica. È un’emigrazione di competenze, di intelligenze, di capitale umano qualificato. Molti giovani – pur diplomati, laureati e con alta formazione – non riescono a trovare in Italia un lavoro adeguato o retribuzioni dignitose. All’estero le opportunità sono migliori e più legate al merito. Servirebbero politiche strutturali dei nostri governi, non episodiche, per invertire una tendenza che nella ripresa dell’emigrazione impoverisce l’Italia delle sue migliori intelligenze.

L’Argentina è uno dei Paesi che più deve all’emigrazione italiana. Buenos Aires parla ancora il cocoliche e il lunfardo, lingue nate dalla fusione di dialetti italiani con lo spagnolo. Già tra il 1871 e il 1930 gli italiani rappresentavano il 43,6% della popolazione argentina. Oggi oltre metà della popolazione dell’Argentina è italiana d’origine. Le partenze verso l’Argentina e gli altri Paesi dell’America Latina avvenivano soprattutto dal porto di Genova, poi anche da quelli di Napoli e Palermo. Molti non arrivarono mai: naufragi come quelli della Ortiga (1880), del Sudamerica (1888) e del Principessa Mafalda (1927) sono ancora ricordati come tragedie nazionali. Gli italiani in Argentina contribuirono allo sviluppo agricolo, industriale, edilizio, alla costruzione di strade e ferrovie. Hanno, inoltre, fortemente contribuito alla crescita economica, sociale, politica e culturale di quel grande Paese, che del rilevante contributo reso dagli emigrati italiani porta impressa nel profondo la cifra italiana, nella sua cultura e persino nell’indole della sua gente. Si può tranquillamente affermare che l’Argentina è per davvero molto italiana.

Il tango: una storia anche italiana

Nella cultura musicale dell’Argentina il posto di maggior rilievo è occupato dal tango. Il tango non è soltanto una danza, è una geografia dell’anima. Nasce nei sobborghi di Buenos Aires come un soffio caldo che sale dalle strade sterrate, dai cortili dove gli emigrati italiani mescolavano nostalgia e speranza, dalle case di legno colorate di La Boca e Barracas, dove ogni sera la vita sembrava ricominciare da capo. È un “ballo di abbraccio”, sì, ma è anche un abbraccio di culture. Dentro il suo ritmo si ascolta l’Africa degli schiavi, la Spagna dei porti, l’America creola, e poi, come una vena segreta, l’Italia: i dialetti che diventano lunfardo, le melodie portate dai nostri emigranti, il bandoneon che vibra come una voce antica.

Tra il 1860 e il 1890, il tango cominciò a imporsi nei sobborghi del Rio de la Plata. Era una musica istintiva, nata nei cortili degli immigrati: italiani, spagnoli, tedeschi, russi. Una lingua comune che non aveva bisogno di parole. Il tango è figlio della malinconia dell’emigrante, è la voce dell’anima per la perdita, lo sradicamento, la nostalgia. È una musica fatta di alti e bassi, come il respiro di chi sa che non rivedrà presto la propria terra. Le sue parole sono cariche di sentimento, di disperazione, di amore trattenuto.

Gli italiani non hanno solo ballato il tango, lo hanno plasmato. Lo hanno portato fuori dai bassifondi, lo hanno introdotto nei salotti della classe media, lo hanno trasformato in un simbolo nazionale. Molti dei suoi compositori erano d’origine italiana, come il leggendario Anìbal Carmelo Troilo, detto “Pichuco”. Nato e vissuto a Buenos Aires (1914-1975), Troilo è considerato uno dei più grandi bandoneonisti, compositori e direttori d’orchestra della storia del tango argentino. I nonni paterni del musicista, Quirino e Concezia Troilo, partirono alla fine dell’Ottocento da Archi, magnifico borgo in provincia di Chieti, per cercare fortuna in Argentina.

Il legame profondo ed autentico con Archi è oggi alla base del Pichuco Festival, evento culturale alla sua seconda edizione dove il grande artista Anìbal Troilo viene celebrato, ma è anche occasione per fare memoria dell’emigrazione italiana, con un programma che intreccia musica, letteratura, danza e tradizioni popolari. Del Festival sono davvero ammirato e mi congratulo con Luciana Cieri, dalle cui ricerche e dall’idea primigenia tutto è partito, insieme alla Municipalità di Archi e agli organizzatori che ne hanno saputo fare un evento dell’intera comunità, e anche oltre.

Il più grande e celebre tra i compositori argentini, Astor Piazzolla – figlio di un emigrato pugliese e amico di Troilo, che vedeva come suo maestro – ha poi rivoluzionato il tango fondendolo con jazz e musica classica contemporanea, facendo arrivare in ogni angolo del mondo la bellezza di questa musica e la suggestione della danza che la interpreta nel suo sentimento più profondo. Il tango fu a lungo considerato una danza indecente, marginale, respinta dall’alta società. Ma quando conquistò Parigi, New York e l’Europa, tornò in Argentina come un trionfo: “pulito”, stilizzato, ma ormai inarrestabile. Il ritmo del tango è andaluso e africano, ma la sua melodia è profondamente italiana nei testi, nelle musiche, nella gestualità, nel dramma, nell’anima che soffre. Il tango è la voce dell’emigrante che non dimentica. È la solitudine che diventa arte. È la nostalgia che si fa bellezza. È l’Italia che continua a vivere nel cuore dell’Argentina.

Oggi celebriamo la parte luminosa dell’emigrazione italiana: il talento, la creatività, l’ingegno, la capacità di costruire buone relazioni umane e comunità. Non dobbiamo però dimenticare la parte dolorosa dell’emigrazione, i pregiudizi sofferti, le discriminazioni, gli enormi sacrifici affrontati. Ribadisco, concludendo, che l’Italia ha un impegno da assolvere, un dovere morale verso l’altra Italia: conoscere e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Portarla nelle scuole, nelle università, nella cultura pubblica. Solo così le due Italie – quella dentro e quella fuori – potranno riconoscersi come un unico grande Paese in cammino.

 

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Il salotto dei libri che scalda l’autunno di Spoltore: alla Biblioteca “Piero Angela” ripartono gli incontri gratuiti di “LeggerMente”

La magia dei libri e della condivisione torna ad accendere le serate d’autunno in Abruzzo! 📖🍂✨ A partire da venerdì 18 settembre prende il via la nuova stagione di “LeggerMente”, lo straordinario gruppo di lettura gratuito ospitato all’interno della Biblioteca Comunale “Piero Angela” di Spoltore (PE). Nato dalle menti creative di Laiza Di Berardino e Sara Campetta, l’evento si terrà un venerdì al mese fino a maggio 2027, trasformando i locali di via Dietro Le Mura in un salotto culturale intimo ed emozionante. L’assessore Nada Di Giandomenico blinda il successo: “Un presidio fondamentale di socialità e amore per la conoscenza”. Scoprite come partecipare nel nostro articolo! 👇❤️💬

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Locandina evento Spoltore

Spoltore – Ci sono stanze in cui il tempo sembra rallentare il suo corso frenetico, isole di silenzio e carta stampata dove le nevrosi del quotidiano e l’asfissia degli schermi digitali lasciano il posto al fruscio delle pagine e al calore del confronto umano. Con il progressivo spegnersi delle sere estive e l’arrivo dei primi profumi autunnali, la città di Spoltore si appresta a spalancare le porte del suo presidio culturale più importante per dare vita a una rassegna intima, viscerale e ad altissimo tasso di partecipazione civile. Riapre infatti ufficialmente i battenti l’atteso gruppo di lettura LeggerMente, la fortunata e duratura iniziativa letteraria che a partire da venerdì 18 settembre 2026 tornerà a riscaldare i cuori degli appassionati all’interno della Biblioteca Comunale “Piero Angela”, accompagnando la comunità in un lungo viaggio sentimentale che si protrarrà fino al mese di maggio 2027.

Il progetto, nato anni fa dalla folle e lucida intuizione delle fondatrici e animatrici culturali Laiza Di Berardino e Sara Campetta, ha saputo edificare nel tempo una vera e propria trincea di resistenza intellettuale, aggregando una comunità solida, eterogenea e appassionata di lettori di ogni età. Non parliamo di un’accademia polverosa o di lezioni frontali di stampo scolastico, bensì di uno spazio aperto e trasparente a ingresso completamente gratuito, concepito come una risorsa terapeutica ed etica contro l’isolamento sociale. Un salotto buono del borgo in cui chiunque può sedersi in cerchio per scambiare idee, sviscerare le emozioni suscitate da un romanzo, proporre interpretazioni e incrociare punti di vista in un clima di spensieratezza e totale onestà intellettuale.

La cultura come presidio di prossimità: il plauso dell’assessore Nada Di Giandomenico

Il valore sociale, antropologico e aggregativo di questa mobilitazione letteraria trova il pieno, convinto e incondizionato supporto dell’Amministrazione Comunale, da sempre in prima linea nel promuovere il merito e nel difendere la tenuta sociale delle periferie abruzzesi attraverso la forza dei libri. «Siamo orgogliosi di sostenere il ritorno di questa rassegna», spiega con orgoglio e spavaldo ottimismo l’assessore alla Cultura del Comune di Spoltore, Nada Di Giandomenico, evidenziando il dovere civile di valorizzare le infrastrutture dello Stato. «Alimentare queste iniziative significa trasformare la nostra biblioteca in un presidio permanente di socialità spontanea e vicinanza reale alle famiglie, offrendo risposte flessibili al bisogno di conoscenza del territorio».

Le parole dell’amministrazione trovano una eco perfetta nella passione verace che traspare dalle dichiarazioni delle due ideatrici, pronte a rimettere in moto i laboratori della lettura condivisa. «Siamo felicissimi di dare nuovamente il via a questo percorso che unisce le persone attraverso la magia delle pagine scritte», confessano all’unisono Laiza Di Berardino e Sara Campetta, svelando lo spirito profondo che muove il gruppo. «LeggerMente non è un semplice club del libro, ma un vero e proprio salotto culturale dove non esiste il giudizio e dove ogni singolo partecipante ha il potere di arricchire l’altro, portando in dote le proprie ferite, le proprie risate e la propria interpretazione della vita quotidiana».

Un venerdì al mese in Via Dietro Le Mura: orari e modalità di partecipazione

Il ruolino di marcia della manifestazione prevede incontri a cadenza regolare, fissati precisamente per un venerdì al mese, all’interno dei locali restaurati e accoglienti della biblioteca cittadina situata in Via Dietro Le Mura. Ciascun appuntamento si configurerà come un piccolo rito collettivo contro il grigiore del materialismo contemporaneo, un’oasi protetta dove scambiarsi taccuini, consigli di lettura e impressioni a margine delle trame analizzate. Il cammino, che si inserisce nella più ampia programmazione culturale dell’autunno spoltorese, punta a valorizzare il talento degli autori e a rendere i cittadini protagonisti attivi della vita dei propri rioni.

La macchina organizzativa ricorda che la partecipazione a tutte le serate di LeggerMente è totalmente libera e non richiede alcuna quota di iscrizione, garantendo un’accessibilità universale e priva di barriere economiche o generazionali. Che siate lettori accaniti capaci di consumare un volume a settimana o semplici curiosi desiderosi di trascorrere una serata all’insegna della buona compagnia e delle storie da vivere insieme, la Biblioteca “Piero Angela” vi aspetta a braccia aperte. Venerdì sera spegnete gli smartphone, lasciate a casa le nevrosi della settimana e scendete in strada a Spoltore: c’è un libro aperto e una sedia vuota che aspettano solo il vostro sguardo per ricominciare a sognare.

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Piana del Cavaliere

Il profumo inebriante dell’Accoglienza e della Fede! Rocca di Botte sforna l’antico “Pane dei Compari” nella casa di San Pietro Eremita

IL PROFUMO DELL’ACCOGLIENZA E IL VALORE DELLE TRADIZIONI DEI NOSTRI NONNI! 🍞 ✝️ A Rocca di Botte le instancabili “Fornarine” del paese sfornano (nella Casa di San Pietro Eremita) centinaia di Pagnotte e Ciambelline per i “Compari” di Trevi nel Lazio! Ci sono tradizioni antiche, povere e semplicissime, che valgono 100 volte di più di tante parole! In questi giorni meravigliosi, i vicoli di Rocca di Botte (in Provincia dell’Aquila) sono inondati dal profumo inebriante, magico e inconfondibile della farina e del Pane caldo appena Sfornato! Si rinnova infatti lo Storico Patto di “Fraternità e Accoglienza” con i tantissimi cittadini e fedeli in arrivo dalla vicinissima Trevi nel Lazio, uniti sotto l’egida sacra di San Pietro Eremita! Per sfamare e accogliere a braccia aperte i “Compari” in visita, un formidabile ed eroico gruppo di donne (Le mitiche Fornarine: Rita, Teresa, Maria Rita, Antonella e Sonia!) si è chiuso nella casa natale del Santo, impastando e infornando a mano, tra sudore e fatica, la bellezza di 230 Pagnottelle e oltre 560 Ciambelline! Questo è molto più di un semplice impasto di Acqua e Farina: è il simbolo Sacro e supremo della Fratellanza, del Cuore immenso della nostra Comunità e dell’Amore per le Tradizioni! Senza i sacrifici e le braccia forti di queste “Mamme” che tramandano i segreti degli impasti antichi, la nostra Storia finirebbe nel dimenticatoio! E per ringraziarle della loro fatica, il poeta Nando Petrucci gli ha dedicato una meravigliosa e commovente Poesia letta pubblicamente! Leggi i numeri pazzeschi di questa festa e la bellissima e poetica Storia di Fratellanza nel nostro pezzo dedicato alle “Tradizioni” di una volta! 👇 📖 Anche a voi si stringe un po’ il cuore per la Nostalgia, pensando e ricordando l’odore del vecchio “Pane Caldo” fatto in casa dalle vostre Nonne la Domenica mattina? Siete d’accordo sul fatto che tradizioni paesane e sacre come queste debbano essere Difese, Tramandate e insegnate a tutti i costi ai nostri ragazzi, per insegnargli che per “Essere Felici e Fratelli” bastano semplicemente le cose Povere, genuine e Umane fatte a mano? Diteci la vostra sviscerando i ricordi delle vostre adorate Nonne nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo bellissimo articolo per Ringraziare Pubblicamente queste instancabili Lavoratrici e Mantenere Viva la nostra Storia e i nostri Borghi!

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Nando Petrucci legge una poesia da lui composta e dedicata nostre fornarine

Rocca di Botte  – Ci sono tradizioni antiche, meravigliose e silenziose, fatte di gesti apparentemente umilissimi e semplicissimi, che valgono infinitamente di più di interi libri di storia. Gesti capaci di raccontare, senza bisogno di usare grandi parole, la sconfinata generosità, la fede incrollabile e l’identità fiera di un’intera comunità. Nel bellissimo e suggestivo borgo di Rocca di Botte, proprio in questi giorni di festa e di raccoglimento, il profumo inebriante e inconfondibile della farina impastata e del pane caldo appena sfornato è tornato a invadere i vicoli del paese. Un profumo che sa di casa, di famiglia e di fraternità. In occasione del tradizionale e storico incontro con la vicina comunità di Trevi nel Lazio, si è infatti rinnovata per l’ennesima volta un’usanza particolarmente cara, sacra e intoccabile per i cuori di tutti i Roccatani: la paziente preparazione del famosissimo “Pane dell’Accoglienza”, destinato a sfamare e accogliere a braccia aperte i “Compari” in visita.

Il Forno Sacro e le instancabili Mani delle “Fornarine”

Ma questo non è un pane qualsiasi, acquistato distrattamente al supermercato. È un impasto sacro, preparato con cura maniacale e cotto direttamente all’interno delle storiche mura della Casa natale di San Pietro Eremita, un luogo profondamente legato e venerato dalla storia e dalla grandissima devozione spirituale della comunità.
La grandezza di questa tradizione si misura anche attraverso i numeri impressionanti di quest’anno: sono state preparate, impastate, infornate e sfornate a mano la bellezza di ben 230 pagnottelle calde e 563 dolcissime ciambelline. Numeri giganteschi, che raccontano meglio di mille discorsi l’impegno massacrante, la passione ardente e la partecipazione emotiva con cui questo antichissimo gesto continua orgogliosamente a vivere. Tutto questo miracolo laico e religioso non sarebbe assolutamente possibile senza le vere, indiscusse protagoniste di questa festa. Un ringraziamento gigantesco e speciale va infatti alle instancabili “Fornarine” del paese: Rita Ferrari, Teresa Di Paolo, Maria Rita Bonanni, Antonella Ferrari e Sonia Tarquini. Donne formidabili, che con il loro sudore, il loro lavoro massacrante vicino ai forni ardenti e la loro commovente dedizione, continuano a custodire gelosamente i segreti degli impasti e a tramandare alle nuove generazioni questa preziosissima tradizione.

Il sacro patto d’Amicizia con Trevi nel Lazio

Non stiamo parlando soltanto di acqua, farina e lievito. Questo pane sfornato caldo rappresenta un gesto sublime di accoglienza, di altissima condivisione umana e di strettissima fraternità. È il simbolo materiale e tangibile del legame indissolubile che unisce le popolazioni di Rocca di Botte e di Trevi nel Lazio, stretti in un unico grande abbraccio nel Sacro e veneratissimo nome di San Pietro Eremita. La sapienza di queste donne (immortalata nel commovente racconto in video fatto da Teresa, realizzato col prezioso contributo di Francesca Marzolini e Daniela Musci) è la linfa vitale che mantiene intatta la memoria collettiva. Perché custodire e difendere con i denti le nostre povere ma bellissime tradizioni, significa sostanzialmente continuare a urlare al mondo intero chi siamo da dove veniamo.

Una poesia per le mamme del Pane

E a coronamento di questa meravigliosa favola paesana, è giunto un tributo artistico di rara sensibilità. Per onorare la fatica di queste donne, sono state spese parole altissime che raccontano di tradizione, di memoria e di senso di appartenenza viscerale. Nando Petrucci ha infatti composto e letto pubblicamente una struggente Poesia scritta di suo pugno e dedicata interamente ed esclusivamente alle Fornarine Roccatane, vere e uniche custodi di un gesto arcaico e bellissimo che continua testardamente a vivere e a unire una intera comunità.
Un piccolo, ma gigantesco ed emozionante omaggio a chi, sporcandosi di farina con le proprie mani callose e sapienti, continua a tramandare la parte più preziosa, dolce e profumata della lunghissima storia di Rocca di Botte.

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Territorio

Scontro di fuoco nella Sanità Aquilana! FIALS asfalta le polemiche UIL: “Basta strumentalizzare! Ieri i posti di lavoro si decidevano nell’ombra, oggi le regole sono uguali per tutti!”

SCONTRO DI FUOCO E AL VELENO NELLA SANITÀ AQUILANA! La FIALS sbugiarda le polemiche della UIL sui Bandi Asl: “Basta Ipocrisie! In passato gli Incarichi venivano decisi nel Silenzio e calati dall’alto! Oggi FINALMENTE le Regole sono uguali per Tutti!” 😡 🏥 Quando si tratta di Assunzioni, Reclutamenti e Lavoro nel Settore Pubblico, i cittadini pretendono e MERITANO la massima, assoluta e adamantina Trasparenza! I tempi dei “Favoretti di Palazzo” e dei posti di lavoro distribuiti senza regole devono finire! È proprio attorno a questo scottante ed Esplosivo argomento che in queste ore si sta consumando una durissima “Guerra Sindacale” senza quartiere all’interno dell’ASL 1 Abruzzo. A scendere pesantemente in campo, per Asfaltare letteralmente i polemici colleghi della UIL (che avevano aspramente contestato la pubblicazione di un Avviso di reclutamento da parte della Direzione Aziendale) sono stati i vertici della FIALS (Ferretti, Placidi e Rossi). Con un Comunicato dai toni durissimi, la Segreteria Provinciale ha smascherato il clamoroso “Cortocircuito Logico” degli avversari, difendendo a Spada Tratta la legalità delle procedure attuali e lanciando accuse pesantissime sulla gestione Opaca del Passato: “È pazzesco e Incredibile che si gridi allo scandalo e si contestino le regole CHIARE proprio oggi! Stiamo parlando di una procedura regolarissima e trasparente, che non riguarda certo ‘Grassissimi Incarichi Manageriali’, ma posti di supporto offerti a tutti i professionisti con Pari Opportunità! Ma dove diavolo erano questi finti Paladini della Trasparenza quando in un recente passato le Assegnazioni venivano tranquillamente calate dall’Alto tramite dei semplici e Arbitrari ordini di servizio, lasciando ampi margini alle conoscenze?”. Parole durissime e inequivocabili: “Oggi noi stiamo Costruendo REGOLE PER TUTTI, e non PRIVILEGI PER POCHI! Basta sostituire le odiose ‘Corsie Preferenziali’ a svantaggio dei Meritevoli!”. Leggi il durissimo Sfogo e l’infuocato scontro per le poltrone (e per la legalità) nel nostro lunghissimo Articolo Esclusivo Sindacale! 👇 🗣️ A chi volete dare il vostro Plauso? Siete d’accordo sul fatto che la Sanità Pubblica del passato, purtroppo (e in moltissime realtà italiane!), sia stata pesantemente funestata dal male assoluto dei “Posti di Lavoro” calati dall’alto e dalle famose “Amicizie e Corsie Preferenziali”, a discapito di centinaia di Professionisti onesti e Capaci? Siete a favore dei rigorosissimi Bandi Pubblici per chiudere definitivamente queste “Zone D’ombra”? Diteci la vostra sviscerando a fondo la questione nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo infuocato articolo sulle vostre bacheche per invocare sempre a gran Voce la Trasparenza nella Sanità!

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Ospedale San Salvatore L'Aquila

L’Aquila – Se c’è un settore in cui i cittadini, i malati e i lavoratori pretendono a gran voce la massima, assoluta e adamantina trasparenza, questo è senza dubbio il mondo della Sanità Pubblica. E proprio attorno al delicatissimo tema della correttezza nei reclutamenti e delle assunzioni si è appena scatenata una furibonda, pesantissima e inaspettata “Guerra Civile” sindacale all’interno dell’ASL 1 Abruzzo. A gettare benzina sul fuoco e a lanciare accuse affilatissime come lame è la segreteria provinciale della FIALS L’Aquila, che ha deciso di scendere pesantemente in campo per sbugiardare, asfaltare e rimandare al mittente le recenti (e per certi versi incomprensibili) polemiche sollevate dalla UIL FPL Abruzzo. Il motivo del contendere? Un normalissimo, limpido e regolare avviso di reclutamento pubblico per la ricerca di tre unità tecniche all’interno dell’Area dei Professionisti della Salute e dei Funzionari. Una procedura che la UIL ha fortemente contestato, scatenando l’ira furibonda e la risposta al vetriolo dei vertici FIALS, guidati dal Segretario Generale Marcello Ferretti e dai Vice Segretari Salvatore Placidi e Marco Rossi.

Il paradosso sindacale: contestare le regole chiare

La FIALS, attraverso una nota durissima, definisce la polemica della UIL come un inaccettabile “cortocircuito logico e un vero e proprio paradosso”. A leggere le critiche di queste ore, infatti, sembrerebbe quasi che il problema principale della disastrata sanità aquilana sia improvvisamente diventato “l’eccesso di regole”. «È a dir poco incredibile arrivare a contestare proprio oggi i bandi e le regole certe», attaccano i vertici FIALS.
La realtà dei fatti, e soprattutto le carte, dicono l’esatto contrario. L’avviso pubblicato dalla direzione aziendale non nasconde alcun “trucchetto” di palazzo: non stiamo affatto parlando di grassi incarichi manageriali regalati agli amici, né di nomine fiduciarie a capo di chissà quali strutture dorate. La procedura riguarda semplicemente e rigorosamente tre professionalità tecniche chiamate a fornire supporto sul vastissimo e complessissimo territorio aquilano, seguendo passo dopo passo le ferree regole della disciplina contrattuale. «La verità è che si è definito un percorso finalmente trasparente, offrendo a un’enorme platea di professionisti le stesse identiche e sacrosante opportunità di partecipazione», ribadisce il sindacato.

L’ombra del passato: “Dove eravate quando piovevano incarichi dall’alto?”

Ma è sul durissimo terreno della memoria storica e del passato che la FIALS affonda il colpo fatale contro la sigla avversaria, smascherando un’ipocrisia giudicata insopportabile. «Quando in un recente e oscuro passato le assegnazioni e i vari movimenti di personale venivano comodamente calati dall’alto tramite dei semplici e opachi “ordini di servizio”, dove alloggiavano i paladini della trasparenza che gridano allo scandalo oggi?».
Una domanda pesantissima come un macigno, che evoca l’incubo di decenni in cui, in moltissime realtà pubbliche italiane, regnava l’anarchia della discrezionalità assoluta, l’arbitrio dei potenti e la gestione “sottobanco” delle mobilità, lasciando spesso al palo chi aveva enormi meriti ma nessuna “conoscenza” altolocata. «Non vogliamo criminalizzare nessuno, ma il dato storico è inconfutabile», rincarano Ferretti, Placidi e Rossi.

La sfida aperta: “Oggi si costruiscono Regole, non Privilegi”

La rivoluzione morale che la FIALS rivendica con grande orgoglio si basa su uno slogan ferreo, che non ammette repliche: «Regole prima delle persone, criteri prima delle scelte, e procedure prima delle assegnazioni». Un dogma inattaccabile, che in questi mesi ha già portato alla firma di ben sette regolamenti aziendali negoziati duramente (dai buoni pasto alle ferie, fino alle mobilità) proprio con il preciso scopo di spazzare via per sempre le “zone d’ombra”.
La Segreteria Provinciale lancia infine una vera e propria sfida aperta a tutti i detrattori: «Se qualcuno ha il coraggio di sostenere che oggi la trasparenza sia diminuita, lo dimostri carte alla mano! Si spieghi a tutti i cittadini e ai lavoratori come diavolo venivano gestite le mobilità in passato e quale fosse la tracciabilità e la legalità delle vecchie decisioni prese a tavolino! La trasparenza non si proclama a voce scrivendo inutili e polemici comunicati stampa, ma si edifica giorno dopo giorno nei fatti, sostituendo l’odioso Arbitrio con le Leggi, e sostituendo le famose “Corsie Preferenziali” con i Diritti intoccabili per tutti!».

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