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Territorio

Ad Archi, tra storia dell’emigrazione, musica, tango e memoria di Anìbal Troilo

Il “Pichuco Festival”, svoltosi il 25 e 26 luglio nel magnifico borgo di Archi, in provincia di Chieti, ha confermato alla grande il successo della manifestazione alla sua seconda edizione. Organizzato dall’associazione Pichuco and Friends, il festival rende omaggio ad Anìbal Troilo, bandoneonista, compositore e direttore d’orchestra di tango argentino conosciuto e amato in tutto il mondo, nato e vissuto a Buenos Aires (1914-1975) e con radici abruzzesi. Nipote di Quirino e Concezia Troilo, emigrati da Archi in Argentina nel 1880, Anìbal Troilo chiamato Pichuco, ha segnato con il suo inseparabile bandoneon, strumento al quale ha dedicato tutta la sua vita, la storia musicale del tango. L’edizione 2026 del prestigioso evento, dedicato alla musica e al tema delle origini, ha visto la partecipazione straordinaria della coppia di maestri e ballerini Miguel Ángel Zotto e Daiana Guspero, tra i più autorevoli interpreti e divulgatori del tango a livello internazionale.

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Pichuco Festival

Pichuco Festival, 25 – 26 luglio 2026, nel cuore del borgo abruzzese un viaggio tra radici e cultura in Argentina

 

Redaione-  Il “Pichuco Festival”, svoltosi il 25 e 26 luglio nel magnifico borgo di Archi, in provincia di Chieti, ha confermato alla grande il successo della manifestazione alla sua seconda edizione. Organizzato dall’associazione Pichuco and Friends, il festival rende omaggio ad Anìbal Troilo, bandoneonista, compositore e direttore d’orchestra di tango argentino conosciuto e amato in tutto il mondo, nato e vissuto a Buenos Aires (1914-1975) e con radici abruzzesi. Nipote di Quirino e Concezia Troilo, emigrati da Archi in Argentina nel 1880, Anìbal Troilo chiamato Pichuco, ha segnato con il suo inseparabile bandoneon, strumento al quale ha dedicato tutta la sua vita, la storia musicale del tango. L’edizione 2026 del prestigioso evento, dedicato alla musica e al tema delle origini, ha visto la partecipazione straordinaria della coppia di maestri e ballerini Miguel Ángel Zotto e Daiana Guspero, tra i più autorevoli interpreti e divulgatori del tango a livello internazionale.

Zotto è considerato il massimo rappresentante del tango argentino nel mondo. Formatosi a Buenos Aires con i più grandi maestri della tradizione, è stato tra i protagonisti della diffusione del tango in Europa sin dagli anni ’90 del secolo scorso. Nella sua carriera ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali, ha fondato la Compagnia Tango x 2 e la Zotto Tango Academy di Milano. Al suo fianco danza Daiana Guspero, tra le più autorevoli interpreti del tango a livello mondiale. Insieme si esibiscono nei principali teatri e festival e sono stati ospiti di grandi eventi, quali il Festival di Sanremo, On Dance di Roberto Bolle e il Concerto di Natale in Vaticano.

In grande smalto l’inaugurazione del Festival, sabato 25 luglio, con l’incontro “Anibal Troilo Pichuco: tra tango, memoria ed emigrazione”, con l’Alto patrocinio della Regione Abruzzo. Tra gli ospiti dell’evento Francisco Torné, nipote di Anìbal Troilo e membro dell’Academia National del Tango, per il secondo anno presente ad Archi, paese delle sue radici, e Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore, “. Aperto dai saluti del sindaco, Nicola De Laurentis, del presidente dell’associazione Pichuco and Friends, Leonardo Porreca, l’incontro, presentato e moderato dalla giornalista Barbara Del Fallo, ha preso il largo con gli interventi del direttore artistico del Festival, Simone Marini, musicista abruzzese, docente di bandoneon al Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara, il quale ha sottolineato i meriti straordinari di Troilo nella storia del tango e quale impareggiabile virtuoso del bandoneon, strumento che egli sapeva usare come Carlos Gardel usava la voce. Ha infine stupito il numeroso pubblico presente smontando il suo bandoneon, illustrando le parti costruttive dello strumento, cui l’Italia ha contribuito con la qualità della sua pregiata produzione durata fino al 1930. Molto interessante l’intervento di Miguel Angel Zotto che, richiamate le sue radici lucane, si è dichiarato onorato di essere ospite del festival, dedicato ad una personalità insigne nel mondo nella composizione e nell’interpretazione della musica da tango, qual è Anìbal Troilo. Gli interventi sono stati accompagnati dagli intermezzi musicali dell’orchestra “Lo Que vendrà” con il cantante Federico Pierro. Ha chiuso l’incontro Goffredo Palmerini, “tra le voci italiane più autorevoli in tema di emigrazione” come annota la comunicazione del Festival, con un intervento centrato sulla storia dell’emigrazione italiana, con un focus particolare sull’Argentina. Se può essere d’interesse, in calce a questa nota si riporta il testo del contributo svolto da Palmerini al Pichuco Festival.

 

L’incontro ha avuto, quale omaggio finale a sorpresa, un’esibizione di tango dei ballerini Miguel Angel Zotto e Daiana Guspero, ai quali il sindaco De Laurentis, dopo la loro splendida performance assai apprezzata dal numeroso pubblico presente, ha fatto loro omaggio di due targhe ricordo e, omaggiando anche Francisco Torné, gli ha comunicato che presto il Consiglio comunale di Archi delibererà sul conferimento della Cittadinanza onoraria. L’Orchestra Lo Que Vendrà, protagonista nella prima giornata del Festival, è una delle principali realtà italiane dedicate al tango argentino. Al Pichuco Festival 2026 si è esibita in sestetto, con Daniela Fidanza (pianoforte), Pasquale Lancuba e Fernando Mangifesta (bandoneon), Mario Pace e Angela Di Giuseppe (violini) e Claudio Mangialardi (contrabbasso). Con oltre 200 concerti in Italia e all’estero, l’orchestra ha collaborato con importanti artisti internazionali e realizzato produzioni dedicate alla musica e alla cultura del tango. Tra le collaborazioni più significative spicca quella con il maestro Miguel Ángel Zotto, consolidata negli anni in festival ed eventi di rilievo. Alle 22, sulla suggestiva balconata di Terrazza San Nicola, Milonga di gala, con musica dal vivo, con ronda dei maestri Monica Chiavarini e Gianluca Viola, Luisa Volpi e Andrea Fischetti, Fabian Brana e Daniela Scalabrini, Martina Cerasoli e Anistas Bullaci.

Nella seconda giornata, domenica 26 luglio, c’è stata la visita guidata al borgo (Archi è riconosciuto tra i Borghi autentici d’Italia) e l’esclusiva visita ai suoi palazzi storici, a seguire il pranzo “Abruzzo e Argentina: incontro di sapori”, quindi la presentazione del libro “I cinque angoli – Anibal Troilo, storie di tango” di Andreina Di Girolamo, autrice molisana la cui presenza sottolinea il legame di Anibal Troilo con il Molise. I nonni materni, infatti, emigrarono da Agnone verso l’Argentina.  “Tango, l’arte che ha conquistato il mondo” è stata una finestra di rara ed emozionante suggestione ad opera di Miguel Angel Zotto, poi la chiusura con la Milonga de despedida. Hanno corredato il programma delle due giornate del Festival, oltre ad esposizioni di arti figurative e alle preparazioni tipiche degli stand gastronomici, la mostra “Toda una vida. La musica, gli affetti e le passioni di Anìbal Troilo”, con materiale fotografico inedito che riproduce l’esposizione del Museo Casa Carlos Gardel a Buenos Aires.

Nato a Buenos Aires l’11 luglio 1914, Anìbal Troilo, con il suo bandoneon, ha scritto le musiche da tango più conosciute e apprezzate a livello internazionale, sulle cui note ancor oggi danzano i ballerini di tutto il mondo. “Pichuco” – così era chiamato affettuosamente dal padre – ha inciso 485 brani e ha collaborato con i più importanti musicisti e compositori di tango argentino, da Osvaldo Pugliese a Juan D’Arienzo, fino ad Astor Piazzolla. Troilo ha contribuito in modo determinante alla crescita del tango, riconosciuto peraltro dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Tant’è che nel 2005 il Parlamento della Repubblica Argentina ha dichiarato l’11 luglio, giorno del compleanno di Troilo, “Giornata nazionale del bandoneon”, strumento al quale il musicista ha dedicato tutta la sua vita. L’eredità artistica lasciata da Troilo rappresenta una ricchezza inestimabile dal punto di vista musicale e culturale. Le sue melodie hanno segnato la storia del tango e continuano ad emozionare il mondo intero.

 

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L’emigrazione italiana tra storia e attualità

Un viaggio lungo un secolo, con lo sguardo rivolto all’Argentina

di Goffredo Palmerini

 

Ci sono fenomeni che non si possono comprendere solo con le cifre, le statistiche, i grafici. L’emigrazione italiana è uno di questi. Per afferrarne davvero il senso, occorre tornare indietro nel tempo, riattraversare le sue radici, ascoltare le voci che l’hanno abitata. È un viaggio che comincia tra il 1870 e l’inizio del Novecento, quando milioni di italiani – disorientati, spesso incompresi – lasciarono la loro terra senza che lo Stato sapesse ancora come proteggerli, accompagnarli, sostenerli. Le norme erano incerte, le tutele quasi inesistenti. E così, quell’esercito di braccia che partiva verso ogni continente si trovò a fronteggiare sospetti, pregiudizi, condizioni di lavoro durissime, sistemi sociali sconosciuti. La letteratura dell’emigrazione – memorie, diari, testimonianze – è forse la lente più luminosa per capire quel dolore: storie che hanno consegnato alla coscienza pubblica la verità di un fenomeno che oggi celebriamo per le sue conquiste, ma che nacque da sacrifici enormi.

In poco più di un secolo, circa 29 milioni di italiani lasciarono l’Italia. Una delle più grandi diaspore della storia umana. Oggi ricordiamo soprattutto le loro affermazioni: imprenditori, professionisti, ricercatori, politici, artisti, figure che hanno contribuito allo sviluppo dei Paesi d’accoglienza con laboriosità, ingegno, creatività. Hanno guadagnato rispetto e stima, diventando i migliori ambasciatori dell’Italia nel mondo. Eppure, in Patria, persistono stereotipi e paternalismi verso i connazionali all’estero. Un deficit di conoscenza che limita la capacità di valorizzare questa immensa risorsa umana, professionale e culturale. Chi si avvicina davvero alle comunità italiane nel mondo scopre un patrimonio sorprendente: competenze, valori civili, storie di successo costruite spesso contro pregiudizi e difficoltà. Le generazioni successive alla prima emigrazione esprimono oggi personalità emergenti in ogni settore: economia, università, ricerca, politica, imprenditoria. Una “seconda Italia” che merita di essere conosciuta, apprezzata e riconosciuta.

Nel secondo dopoguerra l’Italia ripeté gli errori del secolo precedente: considerò l’emigrazione come una valvola contro la disoccupazione, senza affrontare le radici del problema. L’agricoltura restava poco remunerata, l’artigianato rischiava di disperdersi, la formazione professionale era insufficiente. La fuga riprese, silenziosa e ostinata. Le partenze erano spesso affidate a banditori improvvisati, come gli agenti delle compagnie di navigazione o gli emissari d’oltreoceano, che promettevano facili fortune. La realtà era ben diversa: miniere, lavori estrattivi, cantieri di costruzioni, lavori nelle fabbriche, condizioni durissime. La tragedia di Marcinelle (8 agosto 1956) rivelò al mondo il prezzo di quella speranza.

Ora ricordiamo brevemente e più in dettaglio le rotte migratorie seguite nella storia dell’emigrazione italiana. Nella prima emigrazione (1861-1940) e dal 1946 con la seconda emigrazione, si rileva che nel primo periodo del fenomeno migratorio chi espatriava si diresse negli Stati Uniti e verso i paesi del Sud America, anzitutto Brasile e Argentina, ma anche Uruguay, Paraguay e Cile. Poi, nel secondo dopoguerra, oltre alle citate destinazioni verso le Americhe, s’aggiunsero Venezuela, Canada, Australia ed altri Paesi. Inoltre verso l’Europa, prevalentemente in Svizzera, Francia, Belgio, Germania e Gran Bretagna. In numeri sensibilmente inferiori l’emigrazione italiana s’indirizzò anche nel continente africano, in Sud Africa, ma anche nei paesi del Maghreb che affacciano sul Mediterraneo.

Fu dopo il 1870 che montò l’onda migratoria, destinata a portare oltreoceano milioni di nostri connazionali. Un’onda così forte che alcuni storici giungono a definire la Grande Emigrazione italiana appunto come una vera e propria diaspora. I porti delle partenze oltreoceano furono dapprima quello di Genova e successivamente, con l’aumentare del numero di emigranti specie dal Meridione, quello di Napoli, e infine anche Palermo. In un primo arco di tempo, che va fino al 1914, le destinazioni preferite furono l’Argentina e la zona del Rio della Plata (Uruguay, Paraguay), la parte meridionale del Brasile (Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paraná, San Paulo, Minas Gerais), dove la possibilità di trovar lavoro nelle piantagioni di caffè, coltivare la terra disponibile e persino costruire una propria fazenda rappresentava un grande richiamo per braccianti e contadini. Ancor oggi le comunità più numerose di oriundi si trovano infatti a Buenos Aires, a Montevideo e soprattutto a San Paolo, dove quasi metà degli abitanti della grande metropoli del Brasile è d’origine italiana.

L’altra destinazione preferita furono gli Stati Uniti, dove lo sviluppo industriale richiedeva molta mano d’opera non specializzata nelle miniere, nell’edilizia, nelle costruzioni di stradali e ferroviarie. A partire dagli ultimi anni dell’Ottocento, e fino almeno alla Grande guerra quando il flusso s’interrompe poiché gli uomini sono richiamati al fronte, i migranti diretti verso mete extraeuropee cominciarono a partire prevalentemente dal Mezzogiorno. Provenivano dall’Abruzzo, dalla Campania, dalla Basilicata, ma soprattutto dalla Sicilia e dalla Calabria. L’emigrazione nel Nord America, moderno e industrializzato, trasforma i nostri contadini in operai nei grandi centri urbani della costa nord atlantica: New York, Boston, Pittsburgh, Philadelphia, in seguito Chicago, Detroit e Cleveland. È in questi anni che le statistiche registrano i numeri più elevati (il “picco” di partenze si ha nel 1913). Si tratta per lo più di uomini che ancora tendono, in gran parte, a compiere emigrazioni temporanee e ripetute. Le donne sono poche, ma non mancano, come non mancano le famiglie intere. Col tempo cresce il numero delle donne e dei bambini, che espatriano anche con richiami di ricongiunzione familiare, e crescono le stabilizzazioni nei Paesi d’emigrazione.

Negli anni recenti l’emigrazione soprattutto diretta in nord America, Europa e Australia, ha preso anche le vie dell’Est, particolarmente in Cina, Giappone e nei Paesi della penisola arabica (Emirati, Arabia Saudita, Kuwait, Barhein). Solo per dare un’idea, alcuni essenziali numeri sono importanti per capire l’emigrazione italiana nell’arco di circa 150 anni. Si tenga conto che l’emigrazione più consistente, in termini assoluti, è stata quella verso il Brasile, paese che ha il maggior numero di oriundi italiani, circa 25 milioni. L’altro Paese con una comunità italiana assai numerosa è l’Argentina. In termini percentuali l’Argentina è la nazione che ha la più alta percentuale di italiani, oltre metà degli abitanti, dunque quasi 22 milioni. Il terzo Paese per numero di oriundi sono gli Stati Uniti d’America, con circa 18 milioni di cittadini d’origine italiana.

Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2025, gli italiani iscritti all’AIRE – cioè coloro che hanno doppia cittadinanza, italiana e del Paese d’accoglienza – sono 6,4 milioni. Ma la cifra reale è molto più grande, perché resta una minoranza chi all’estero conserva o riacquista la cittadinanza italiana. Considerando le generazioni successive, gli oriundi italiani nel mondo sono circa 80 milioni. Un’altra Italia, più grande di quella dentro i confini. Argentina, Brasile e Stati Uniti, come detto, sono i Paesi con la maggiore presenza italiana. Una comunità che ama l’Italia, la chiama “Patria”, ne custodisce lingua, cultura, tradizioni. Mettere insieme queste due Italie – quella dentro e quella fuori – è una sfida culturale e politica che il Paese deve affrontare.

Gli italiani all’estero amano l’Italia più di noi che viviamo entro i confini. Ne offrono un’immagine seria, affidabile, creativa e laboriosa. Sono i nostri migliori ambasciatori. Hanno reso in ogni modo onore all’Italia in ogni angolo del mondo. Si sono conquistati il rispetto e la stima con il lavoro, l’ingegno, la creatività. Eppure in Italia persiste un’inadeguata conoscenza della nostra emigrazione, anche nelle classi dirigenti, che impedisce di valorizzare questa risorsa straordinaria. Le generazioni succedute alla prima emigrazione hanno raggiunto risultati eccellenti in ogni campo: economia, ricerca, cultura, università, politica. Hanno saputo affermarsi e aggiungere quel quid tutto italiano: la capacità di creare relazioni, di costruire legami, di portare creatività, stile e modo di vivere italiano dovunque.

Abbiamo quindi, noi italiani dentro i confini, il dovere morale di conoscere meglio e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Un rapporto nuovo e maturo tra le due Italie – dentro e fuori i confini – potrebbe generare opportunità straordinarie. Se l’Italia sapesse valorizzare gli 80 milioni di oriundi, potrebbe contare su una comunità di 140 milioni di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dall’identità. Sarebbe una forza culturale, economica e perfino politica di portata globale. Ancor più oggi che l’Italia vive un momento difficile, soprattutto per i giovani. La mancanza di riforme strutturali nell’economia e nell’organizzazione statuale, nell’innovazione industriale e nei servizi, sta generando da quasi 20 anni a questa parte una nuova emigrazione, fino a 150mila espatri l’anno. È un’emigrazione diversa da quella storica. È un’emigrazione di competenze, di intelligenze, di capitale umano qualificato. Molti giovani – pur diplomati, laureati e con alta formazione – non riescono a trovare in Italia un lavoro adeguato o retribuzioni dignitose. All’estero le opportunità sono migliori e più legate al merito. Servirebbero politiche strutturali dei nostri governi, non episodiche, per invertire una tendenza che nella ripresa dell’emigrazione impoverisce l’Italia delle sue migliori intelligenze.

L’Argentina è uno dei Paesi che più deve all’emigrazione italiana. Buenos Aires parla ancora il cocoliche e il lunfardo, lingue nate dalla fusione di dialetti italiani con lo spagnolo. Già tra il 1871 e il 1930 gli italiani rappresentavano il 43,6% della popolazione argentina. Oggi oltre metà della popolazione dell’Argentina è italiana d’origine. Le partenze verso l’Argentina e gli altri Paesi dell’America Latina avvenivano soprattutto dal porto di Genova, poi anche da quelli di Napoli e Palermo. Molti non arrivarono mai: naufragi come quelli della Ortiga (1880), del Sudamerica (1888) e del Principessa Mafalda (1927) sono ancora ricordati come tragedie nazionali. Gli italiani in Argentina contribuirono allo sviluppo agricolo, industriale, edilizio, alla costruzione di strade e ferrovie. Hanno, inoltre, fortemente contribuito alla crescita economica, sociale, politica e culturale di quel grande Paese, che del rilevante contributo reso dagli emigrati italiani porta impressa nel profondo la cifra italiana, nella sua cultura e persino nell’indole della sua gente. Si può tranquillamente affermare che l’Argentina è per davvero molto italiana.

Il tango: una storia anche italiana

Nella cultura musicale dell’Argentina il posto di maggior rilievo è occupato dal tango. Il tango non è soltanto una danza, è una geografia dell’anima. Nasce nei sobborghi di Buenos Aires come un soffio caldo che sale dalle strade sterrate, dai cortili dove gli emigrati italiani mescolavano nostalgia e speranza, dalle case di legno colorate di La Boca e Barracas, dove ogni sera la vita sembrava ricominciare da capo. È un “ballo di abbraccio”, sì, ma è anche un abbraccio di culture. Dentro il suo ritmo si ascolta l’Africa degli schiavi, la Spagna dei porti, l’America creola, e poi, come una vena segreta, l’Italia: i dialetti che diventano lunfardo, le melodie portate dai nostri emigranti, il bandoneon che vibra come una voce antica.

Tra il 1860 e il 1890, il tango cominciò a imporsi nei sobborghi del Rio de la Plata. Era una musica istintiva, nata nei cortili degli immigrati: italiani, spagnoli, tedeschi, russi. Una lingua comune che non aveva bisogno di parole. Il tango è figlio della malinconia dell’emigrante, è la voce dell’anima per la perdita, lo sradicamento, la nostalgia. È una musica fatta di alti e bassi, come il respiro di chi sa che non rivedrà presto la propria terra. Le sue parole sono cariche di sentimento, di disperazione, di amore trattenuto.

Gli italiani non hanno solo ballato il tango, lo hanno plasmato. Lo hanno portato fuori dai bassifondi, lo hanno introdotto nei salotti della classe media, lo hanno trasformato in un simbolo nazionale. Molti dei suoi compositori erano d’origine italiana, come il leggendario Anìbal Carmelo Troilo, detto “Pichuco”. Nato e vissuto a Buenos Aires (1914-1975), Troilo è considerato uno dei più grandi bandoneonisti, compositori e direttori d’orchestra della storia del tango argentino. I nonni paterni del musicista, Quirino e Concezia Troilo, partirono alla fine dell’Ottocento da Archi, magnifico borgo in provincia di Chieti, per cercare fortuna in Argentina.

Il legame profondo ed autentico con Archi è oggi alla base del Pichuco Festival, evento culturale alla sua seconda edizione dove il grande artista Anìbal Troilo viene celebrato, ma è anche occasione per fare memoria dell’emigrazione italiana, con un programma che intreccia musica, letteratura, danza e tradizioni popolari. Del Festival sono davvero ammirato e mi congratulo con Luciana Cieri, dalle cui ricerche e dall’idea primigenia tutto è partito, insieme alla Municipalità di Archi e agli organizzatori che ne hanno saputo fare un evento dell’intera comunità, e anche oltre.

Il più grande e celebre tra i compositori argentini, Astor Piazzolla – figlio di un emigrato pugliese e amico di Troilo, che vedeva come suo maestro – ha poi rivoluzionato il tango fondendolo con jazz e musica classica contemporanea, facendo arrivare in ogni angolo del mondo la bellezza di questa musica e la suggestione della danza che la interpreta nel suo sentimento più profondo. Il tango fu a lungo considerato una danza indecente, marginale, respinta dall’alta società. Ma quando conquistò Parigi, New York e l’Europa, tornò in Argentina come un trionfo: “pulito”, stilizzato, ma ormai inarrestabile. Il ritmo del tango è andaluso e africano, ma la sua melodia è profondamente italiana nei testi, nelle musiche, nella gestualità, nel dramma, nell’anima che soffre. Il tango è la voce dell’emigrante che non dimentica. È la solitudine che diventa arte. È la nostalgia che si fa bellezza. È l’Italia che continua a vivere nel cuore dell’Argentina.

Oggi celebriamo la parte luminosa dell’emigrazione italiana: il talento, la creatività, l’ingegno, la capacità di costruire buone relazioni umane e comunità. Non dobbiamo però dimenticare la parte dolorosa dell’emigrazione, i pregiudizi sofferti, le discriminazioni, gli enormi sacrifici affrontati. Ribadisco, concludendo, che l’Italia ha un impegno da assolvere, un dovere morale verso l’altra Italia: conoscere e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Portarla nelle scuole, nelle università, nella cultura pubblica. Solo così le due Italie – quella dentro e quella fuori – potranno riconoscersi come un unico grande Paese in cammino.

 

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Piana del Cavaliere

Carsoli, caso impianto di trattamento rifiuti: l’Amministrazione comunale replica alla minoranza, «Nessuna discarica né inceneritore, competenza alla Regione con VIA e PAUR»

L’Amministrazione comunale di Carsoli interviene duramente per fare chiarezza sulla richiesta presentata da una società privata per un impianto di stoccaggio e trattamento di rifiuti non pericolosi. Nella nota ufficiale la maggioranza smentisce le voci di una discarica o di un inceneritore, spiega che la competenza autorizzativa spetta alla Regione tramite le rigorose procedure VIA e PAUR e rivendica le 30 discariche abusive già bonificate, le fototrappole e i lavori sul fiume Turano e sulla fognatura di via Mameli. Voi cosa ne pensate di questa vicenda e del futuro ambientale del nostro territorio? Scrivete la vostra opinione nei commenti e leggete il comunicato integrale qui sotto 👇

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Impianto trattamento rifiuti

Carsoli – Scende in campo con una presa di posizione ferma e dettagliata l’Amministrazione comunale di Carsoli per fare piena chiarezza sul caso relativo alla richiesta, avanzata da una società privata, per la realizzazione sul territorio di un impianto di stoccaggio e trattamento di rifiuti non pericolosi. L’esecutivo cittadino ha deciso di intervenire ufficialmente in risposta a quella che definisce una fuorviante e strumentale nota di contestazione e diffida diffusa da una parte della minoranza consiliare. Al centro della replica vi è anzitutto la natura stessa dei materiali oggetto dell’istanza progettuale: l’Amministrazione precisa infatti che il progetto riguarda esclusivamente rifiuti classificati come non pericolosi, tra i quali rientrano residui vegetali e legnosi, scarti derivanti dalla manutenzione del verde e dalle lavorazioni del legno, carta e cartone, plastica, vetro, materiali tessili e pneumatici fuori uso. Si tratta, sottolinea la nota municipale, in larga parte degli stessi materiali domestici che vengono già conferiti quotidianamente nel Centro di Raccolta Comunale, struttura che la precedente amministrazione aveva collocato alle porte del paese proprio a fianco del cimitero e della storica chiesa di Santa Maria in Cellis, in un territorio dove la riqualificazione urbana e il decoro del capoluogo e delle frazioni come Poggio Cinolfo rappresentano oggi una priorità amministrativa centrale.

Nessuna discarica né inceneritore: cosa prevede davvero l’iter regionale VIA e PAUR

Smentendo categoricamente le ricostruzioni circolate sui social network che hanno parlato impropriamente di una nuova discarica, l’Amministrazione comunale di Carsoli chiarisce che le attività ipotizzate nel progetto riguardano unicamente operazioni di selezione, cernita, separazione delle frazioni merceologiche, triturazione e riduzione volumetrica, finalizzate al recupero e alla successiva valorizzazione dei materiali in altri siti. Non è dunque prevista alcuna discarica né tantomeno un impianto di incenerimento, poiché il piano esclude qualsiasi operazione di smaltimento definitivo tramite interramento o trattamento mediante combustione. Sul piano strettamente giuridico, Palazzo di Città ricorda inoltre che nell’ordinamento italiano nessuna legge vieta a un privato cittadino o a una società di depositare una legittima istanza presso la pubblica amministrazione, dando così avvio a un iter burocratico lungo, rigoroso e complesso la cui competenza principale fa capo alla Regione Abruzzo.

Il percorso autorizzativo prevede infatti l’attivazione della Verifica di Assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), attraverso cui l’apposito Comitato regionale dispone l’assoggettamento alla procedura ordinaria di VIA, seguita dall’istanza per il rilascio del Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR) ai sensi dell’articolo 27-bis del Decreto Legislativo 152/2006. Si tratta di una delle procedure di controllo ambientale più approfondite previste dalla normativa nazionale: lo Studio di Impatto Ambientale esamina senza alcuna deroga gli effetti su qualità dell’aria, emissioni atmosferiche, acque superficiali e sotterranee, suolo, biodiversità, paesaggio, clima acustico, traffico indotto e salute umana, oltre alle interferenze con le aree naturali tutelate e i vincoli paesaggistici, in linea con l’attenzione crescente verso la tutela dell’ecosistema e della sicurezza ambientale nei comuni dell’Appennino.

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«Falso dire che il Comune ha autorizzato»: l’affondo politico contro le strumentalizzazioni

Nel documento diffuso ai cittadini, l’Amministrazione comunale di Carsoli bolla come totalmente falsa e fuorviante l’affermazione secondo cui il Comune avrebbe già autorizzato l’opera. I vertici municipali esprimono stupore per il fatto che simili dichiarazioni provengano da chi, avendo già amministrato l’ente locale in passato, dovrebbe conoscere bene i meccanismi normativi, ricordando peraltro come proprio durante la precedente gestione amministrativa fossero state avviate attività caratterizzate da un elevato impatto ambientale. Secondo la maggioranza, ci si trova di fronte a una strumentalizzazione politica evidente da parte della minoranza e a insinuazioni social dettate dalla ricerca di consenso che portano a clamorose inversioni di rotta.

Viene quindi ribadito con forza il perimetro istituzionale delle competenze: il Comune di Carsoli è parte integrante del procedimento amministrativo e ha il potere-dovere di proporre osservazioni tecniche e formulare pareri nell’interesse della collettività, ma la titolarità dell’eventuale autorizzazione finale spetta esclusivamente alla Regione Abruzzo all’interno di una procedura pubblica e trasparente per legge, in un quadro di cooperazione istituzionale che richiama il ruolo strategico degli enti locali nella pianificazione e difesa delle aree interne abruzzesi.

Dalle 30 discariche bonificate al fiume Turano: il bilancio delle opere ambientali a Carsoli

A testimonianza del proprio impegno concreto sul fronte ecologico, l’esecutivo comunale ha voluto elencare i numerosi interventi di risanamento ambientale già portati a termine o attualmente in cantiere sul territorio di Carsoli. Tra i risultati rivendicati figurano le circa 30 discariche abusive bonificate in sinergia con la ditta Morgante, l’intensificazione dei controlli sul conferimento errato dei rifiuti con l’ausilio di fototrappole e verifiche porta a porta che hanno portato a numerose sanzioni, nonché le ripetute operazioni di pulizia delle sponde fluviali e l’intervento in corso nel primo tratto del fiume Turano. A questo si aggiunge la storica riparazione della fognatura di via Mameli, che da oltre vent’anni sversava liquami nel corso d’acqua in pieno centro abitato e che verrà presto completata con un nuovo tronco fognario.

Il piano di riqualificazione del territorio comprende inoltre la bonifica della pineta al centro del paese — restituita ai giovani dopo anni di incuria, rovi e alberi pericolanti — la piantumazione di nuove essenze arboree, il recupero dell’area dell’ex mattatoio, l’imminente pulizia e messa a norma dell’invaso rimasto finora saturato dalla vegetazione e privo di collaudo, fino alla sostituzione delle fosse Imhoff nella frazione di Poggio Cinolfo, altra opera attesa dai residenti da oltre due decenni. L’Amministrazione conclude assicurando che continuerà a vigilare con la massima determinazione sulla salvaguardia ambientale e sullo sviluppo sano del territorio di Carsoli, nel pieno rispetto delle procedure di legge e della salute pubblica, con lo stesso rigore civico che ispira i progetti dedicati al benessere e alla qualità della vita delle comunità locali.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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A L’Aquila il Forum Leader 2026: i GAL chiedono più peso sui fondi UE, Imprudente porta le istanze al tavolo nazionale dell’Agricoltura

A L’Aquila si apre il Forum Leader 2026: oltre 80 Gruppi di Azione Locale da tutta Italia riuniti a Palazzo Spaventa per chiedere un ruolo centrale nella futura programmazione dei fondi europei per l’agricoltura 2028-2034. Il presidente del Gal Gran Sasso Velino Paolo Federico lancia l’appello per il rilancio delle aree interne, raccolto dal vicepresidente della Regione Emanuele Imprudente e dal presidente Uncem Marco Bussone. I laboratori tematici, gli interventi istituzionali e le proposte nell’approfondimento di Cavaliere News:👇

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forum leader laquila gal

L’Aquila – Il riscatto, la tenuta demografica e il futuro produttivo delle terre alte e dei borghi rurali italiani passano attraverso una governance partecipata capace di unire istituzioni locali, aziende agricole e forze vive del territorio. Si è aperta ufficialmente a L’Aquila, nella prestigiosa cornice di Palazzo Spaventa, la prima giornata del «Forum Leader 2026», il grande summit nazionale che riunisce fino a venerdì 30 ottobre i massimi vertici e i tecnici di oltre 80 dei 200 Gruppi di Azione Locale (GAL) attivi nella penisola. L’evento, promosso e organizzato dal GAL Gran Sasso Velino nel contesto delle celebrazioni per L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, si impone come un crocevia strategico per definire la rotta dello sviluppo rurale e rivendicare un ruolo da protagonisti nella futura ripartizione dei fondi comunitari.

«I GAL vogliono e devono contare di più: rappresentano un modello snello, trasparente ed efficace che parte dal basso e che dimostra nei fatti di funzionare», ha esordito con determinazione Paolo Federico, presidente del GAL Gran Sasso Velino e sindaco di Navelli. Il messaggio lanciato dal capoluogo abruzzese punta dritto alla tutela dell’iniziativa comunitaria Leader nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC), per scongiurare che i tagli e le rimodulazioni dei fondi penalizzino le aree interne, unendo la voce delle montagne a una visione di crescita che richiama analoghe sfide di valorizzazione del territorio come quelle affrontate per le comunità e l’identità civica dei borghi a Carsoli.

L’impegno di Emanuele Imprudente e la svolta della programmazione europea 2028-2034

La richiesta avanzata dai partenariati territoriali ha trovato un’immediata sponda istituzionale nelle parole del vicepresidente della Regione Abruzzo con delega all’Agricoltura, Emanuele Imprudente: «I GAL sono diventati il vero motore propulsore delle aree interne e dovranno necessariamente avere voce in capitolo in vista della prossima programmazione europea 2028-2034. Sono pronto a portare ufficialmente le loro istanze e le loro proposte all’interno della Commissione Politica Agricola Nazionale, per garantire che le peculiarità dei nostri territori siano salvaguardate a Roma e a Bruxelles».

Imprudente ha inoltre tracciato il quadro delle complesse sfide future legate all’architettura finanziaria dell’Unione Europea: «Ci attende una trasformazione profonda: la programmazione comunitaria post-2027 vedrà modifiche radicali nei criteri di allocazione delle risorse, si discute apertamente di fondo unico e della revisione dei pilastri storici della PAC. Per non subire decisioni calate dall’alto, dobbiamo farci trovare uniti, pronti e con progetti solidi capaci di dare risposte tangibili alle piccole imprese agroalimentari, agli artigiani e ai sindaci delle comunità montane», istanze che riflettono l’esigenza di una nuova cultura delle competenze e della concertazione economica simile a quella promossa con la costituzione dell’ente bilaterale EBSI per l’innovazione.

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La voce dell’UNCEM con Marco Bussone e il ruolo strategico degli enti locali

Al centro della sessione plenaria è risuonato l’intervento di Marco Bussone, presidente nazionale dell’UNCEM (Unione Nazionale dei Comuni, delle Comunità e degli Enti Montani): «La scommessa di saldare le energie pubbliche e private in un grande disegno europeo è la vera sfida del presente. I Comuni montani devono cooperare strettamente con le imprese e le associazioni datoriali per attirare investimenti, potenziare i servizi essenziali e combattere lo spopolamento. I GAL hanno svolto un lavoro straordinario in questa direzione, ma è indispensabile sostenere e rafforzare la struttura amministrativa dei piccoli enti locali, che spesso soffrono di una preoccupante carenza di organico».

Sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso il vicesindaco dell’Aquila, Raffaele Daniele, evidenziando come «le aree interne rappresentino il baluardo identitario dell’Italia. Le crescenti difficoltà di vivibilità nelle grandi metropoli possono e devono trasformarsi in un’opportunità di ripopolamento per i nostri centri storici e per le frazioni montane, a patto di garantire infrastrutture moderne e connettività». A portare la testimonianza della Provincia dell’Aquila e di ANCI Abruzzo è stato il vicepresidente provinciale Antonio Di Bartolomeo, sindaco di San Demetrio ne’ Vestini, che ha rimarcato la necessità per i territori interni di fare squadra e superare ogni campanilismo, un senso di comunità che anima storicamente i borghi dell’Abruzzo come testimoniato dall’impegno solidale per l’accoglienza dei minori a Rapino.

I laboratori tematici su attrattività, turismo sostenibile e nuove generazioni

La tre giorni aquilana si articola attraverso sessioni operative e tavoli tecnici di alto profilo scientifico. Tra i momenti più partecipati della mattinata figurano i tre laboratori tematici: il primo, incentrato sulle «Strategie e politiche per la montagna nel panorama europeo», ha visto i contributi di Franco Salvatori (presidente emerito Società Geografica Italiana), Rino Talucci (GAL Abruzzo Italico-Alto Sangro) e Raffaella Di Napoli (Rete PAC 2). Il secondo panel, dedicato alle «Condizioni di attrattività della montagna», ha visto gli interventi di Simone Bozzato (Università Tor Vergata), Gianluca Macchi (GAL Valtellina), Lorenzo Berardinetti (presidente regionale UNCEM e sindaco di Sante Marie), Rosaria Olevano (Slow Food Castanicoltori) e Susanna Gardiol (GAL Escartons e Valli Valdesi).

Particolarmente vivace anche il dibattito sul «Turismo rurale: risorsa o illusione?», coordinato da Pierluigi Magistri (Associazione Geografi Italiani), Antonio Nicoletti (responsabile nazionale aree protette di Legambiente) e Carlo Ricci (GAL Majella Verde e Costa dei Trabocchi). I lavori della sessione pomeridiana registrano inoltre la partecipazione del Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Agricoltura, Luigi D’Eramo, e del Capo Dipartimento Masaf Giuseppe Blasi, a valle di una proficua giornata preliminare di capacity building che ha visto circa 30 giovani ricercatori universitari confrontarsi sul campo con i direttori dei GAL, a testimonianza di una rinnovata vitalità scientifica e sociale che unisce la formazione giovanile e l’inclusione territoriale, valore centrale celebrato anche nelle iniziative associative e sportive del CSI dell’Aquila.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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Piana del Cavaliere

Carsoli riorganizza la toponomastica a Poggio Cinolfo: nasce Largo Santa Fortunia nel cuore del borgo e torna Largo delle Scuole

Riorganizzazione toponomastica a Poggio Cinolfo: la Giunta comunale di Carsoli approva la proposta della Pro Loco Aginulfo presieduta da Domenico De Santis. Nasce Largo Santa Fortunia nel cuore del borgo antico, tra Via Zambeccari e Via degli Scaloni a pochi passi dalle spoglie custodite nella Chiesa di Santa Maria Assunta, mentre l’area delle ex scuole torna alla denominazione storica di Largo delle Scuole. L’iter burocratico con Prefettura dell’Aquila e Soprintendenza in vista dell’inaugurazione per le Feste Patronali di maggio 2027. Tutti i dettagli su Cavaliere News:👇

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Poggio Cinolfo

Carsoli – La memoria storica, l’identità devozionale e il legame profondo con le radici comunitarie si fondono nel nuovo assetto urbano della frazione di Poggio Cinolfo. La Giunta comunale di Carsoli ha ufficialmente approvato un’importante delibera per la riorganizzazione toponomastica del paese, accogliendo con favore la circostanziata proposta avanzata dalla Pro Loco AGINULFO APS. Il provvedimento ridefinisce gli spazi pubblici del borgo, disponendo la nuova intitolazione dello slargo compreso tra Via Zambeccari e Via degli Scaloni alla Santa Patrona del paese, Santa Fortunia, e sancendo al contempo il ripristino della denominazione storica di «Largo delle Scuole» per l’area di Via Aginulfo che attualmente ne portava il nome.

L’iniziativa prende le mosse da una formale istanza presentata lo scorso 24 luglio 2026 dal legale rappresentante dell’associazione Pro Loco, Domenico De Santis, a seguito di un’apposita risoluzione adottata all’unanimità dal Consiglio Direttivo del sodalizio civico. L’obiettivo primario era rimediare a una collocazione toponomastica considerata marginale rispetto al centro vitale della comunità, ricollocando la memoria della Protettrice in un luogo di maggiore respiro storico e prossimità spirituale, una cura per l’identità locale che si affianca alle grandi iniziative di coesione sociale e partecipazione promosse nella provincia aquilana come il corso per operatori sportivi nella disabilità promosso dal CSI dell’Aquila.

Il legame con la Chiesa di Santa Maria Assunta e le spoglie giunte nel 1808

La motivazione cardine alla base del cambio di intitolazione affonda le proprie radici nella plurisecolare devozione dei fedeli di Poggio Cinolfo. Lo slargo individuato tra Via Zambeccari e Via degli Scaloni sorge infatti nel cuore più suggestivo e antico del centro storico, in diretta corrispondenza prospettica con la Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta. È proprio all’interno del sacro tempio che sono custodite, venerate e custodite con fervore le sacre spoglie di Santa Fortunia Martire, giunte trionfalmente a Poggio Cinolfo l’8 maggio 1808 tra il tripudio dell’intera popolazione.

La denominazione attualmente in vigore risaliva a una deliberazione municipale datata 22 dicembre 2006, la quale aveva attribuito il nome della Patrona al piazzale situato nelle immediate adiacenze del complesso delle ex scuole elementari. Se da un lato quel provvedimento intendeva tributare un doveroso omaggio alla Santa, dall’altro aveva allontanato la toponomastica sacra dal perimetro ecclesiale, cancellando al contempo un riferimento caro alla memoria scolastica di generazioni di residenti, confermando come la tutela delle radici culturali rappresenti un valore imprescindibile per la comunità locale, al pari dell’impegno civile evidenziato nei borghi d’Abruzzo come per l’accoglienza dei bambini ucraini a Rapino.

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L’iter burocratico: i pareri della Prefettura dell’Aquila e della Soprintendenza

L’approvazione dell’atto di indirizzo da parte dell’esecutivo carsolano avvia ora l’iter autorizzativo prescritto dalla severa normativa in materia di toponomastica stradale. L’esecutività delle variazioni deliberate è infatti subordinata al rilascio dei nulla osta da parte delle autorità governative e di tutela del patrimonio storico. In particolare, l’assegnazione del nuovo toponimo di «Largo Santa Fortunia» all’area tra Via Zambeccari e Via degli Scaloni richiede il formale assenso del Prefetto dell’Aquila, organo competente alla verifica della regolarità delle intitolazioni pubbliche.

Parallelamente, la revoca e il contestuale ripristino dell’antico toponimo «Largo delle Scuole» per il piazzale di Via Aginulfo necessita della specifica autorizzazione del Ministero della Cultura per il tramite della competente Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, trattandosi della rettifica di una denominazione storica ultradecennale. Un percorso procedurale rigoroso che riflette il rispetto delle regole istituzionali, elemento indispensabile per la salvaguardia della memoria civile del territorio, concetto di legalità e rigore istituzionale più volte ribadito anche nel dibattito pubblico sui valori costituzionali e la memoria istituzionale analizzati da Luca Sforzini.

Obiettivo maggio 2027: l’inaugurazione solenne per le Feste Patronali

La volontà espressa dall’Amministrazione comunale guidata dal sindaco di Carsoli è quella di completare tutti i passaggi istruttori nei tempi tecnici necessari, così da coordinare l’opera di riqualificazione visiva e l’apposizione delle nuove targhe toponomastiche con le ricorrenze più care alla collettività. Il traguardo fissato è la programmazione della solenne cerimonia di inaugurazione ufficiale del rinnovato Largo Santa Fortunia in occasione delle Feste Patronali della seconda domenica di maggio 2027, momento in cui l’intero borgo si raccoglie tradizionalmente attorno alla propria Santa Protettrice.

Con questa operazione, Carsoli e Poggio Cinolfo dimostrano come la cura del territorio passi anche attraverso l’armonizzazione della toponomastica, capace di restituire coerenza geografica alla devozione religiosa e di preservare al tempo stesso i toponimi laici e civici legati alla storia dell’istruzione pubblica locale, valorizzando un patrimonio di appartenenza che si specchia nei talenti e nell’orgoglio dell’Abruzzo intero, virtù raccontate anche nella storia d’eccellenza scientifica del professore Marco Di Antonio tornato da Londra a Teramo.

Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata

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