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Territorio

Ad Archi, tra storia dell’emigrazione, musica, tango e memoria di Anìbal Troilo

Il “Pichuco Festival”, svoltosi il 25 e 26 luglio nel magnifico borgo di Archi, in provincia di Chieti, ha confermato alla grande il successo della manifestazione alla sua seconda edizione. Organizzato dall’associazione Pichuco and Friends, il festival rende omaggio ad Anìbal Troilo, bandoneonista, compositore e direttore d’orchestra di tango argentino conosciuto e amato in tutto il mondo, nato e vissuto a Buenos Aires (1914-1975) e con radici abruzzesi. Nipote di Quirino e Concezia Troilo, emigrati da Archi in Argentina nel 1880, Anìbal Troilo chiamato Pichuco, ha segnato con il suo inseparabile bandoneon, strumento al quale ha dedicato tutta la sua vita, la storia musicale del tango. L’edizione 2026 del prestigioso evento, dedicato alla musica e al tema delle origini, ha visto la partecipazione straordinaria della coppia di maestri e ballerini Miguel Ángel Zotto e Daiana Guspero, tra i più autorevoli interpreti e divulgatori del tango a livello internazionale.

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Pichuco Festival

Pichuco Festival, 25 – 26 luglio 2026, nel cuore del borgo abruzzese un viaggio tra radici e cultura in Argentina

 

Redaione-  Il “Pichuco Festival”, svoltosi il 25 e 26 luglio nel magnifico borgo di Archi, in provincia di Chieti, ha confermato alla grande il successo della manifestazione alla sua seconda edizione. Organizzato dall’associazione Pichuco and Friends, il festival rende omaggio ad Anìbal Troilo, bandoneonista, compositore e direttore d’orchestra di tango argentino conosciuto e amato in tutto il mondo, nato e vissuto a Buenos Aires (1914-1975) e con radici abruzzesi. Nipote di Quirino e Concezia Troilo, emigrati da Archi in Argentina nel 1880, Anìbal Troilo chiamato Pichuco, ha segnato con il suo inseparabile bandoneon, strumento al quale ha dedicato tutta la sua vita, la storia musicale del tango. L’edizione 2026 del prestigioso evento, dedicato alla musica e al tema delle origini, ha visto la partecipazione straordinaria della coppia di maestri e ballerini Miguel Ángel Zotto e Daiana Guspero, tra i più autorevoli interpreti e divulgatori del tango a livello internazionale.

Zotto è considerato il massimo rappresentante del tango argentino nel mondo. Formatosi a Buenos Aires con i più grandi maestri della tradizione, è stato tra i protagonisti della diffusione del tango in Europa sin dagli anni ’90 del secolo scorso. Nella sua carriera ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali, ha fondato la Compagnia Tango x 2 e la Zotto Tango Academy di Milano. Al suo fianco danza Daiana Guspero, tra le più autorevoli interpreti del tango a livello mondiale. Insieme si esibiscono nei principali teatri e festival e sono stati ospiti di grandi eventi, quali il Festival di Sanremo, On Dance di Roberto Bolle e il Concerto di Natale in Vaticano.

In grande smalto l’inaugurazione del Festival, sabato 25 luglio, con l’incontro “Anibal Troilo Pichuco: tra tango, memoria ed emigrazione”, con l’Alto patrocinio della Regione Abruzzo. Tra gli ospiti dell’evento Francisco Torné, nipote di Anìbal Troilo e membro dell’Academia National del Tango, per il secondo anno presente ad Archi, paese delle sue radici, e Goffredo Palmerini, giornalista e scrittore, “. Aperto dai saluti del sindaco, Nicola De Laurentis, del presidente dell’associazione Pichuco and Friends, Leonardo Porreca, l’incontro, presentato e moderato dalla giornalista Barbara Del Fallo, ha preso il largo con gli interventi del direttore artistico del Festival, Simone Marini, musicista abruzzese, docente di bandoneon al Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara, il quale ha sottolineato i meriti straordinari di Troilo nella storia del tango e quale impareggiabile virtuoso del bandoneon, strumento che egli sapeva usare come Carlos Gardel usava la voce. Ha infine stupito il numeroso pubblico presente smontando il suo bandoneon, illustrando le parti costruttive dello strumento, cui l’Italia ha contribuito con la qualità della sua pregiata produzione durata fino al 1930. Molto interessante l’intervento di Miguel Angel Zotto che, richiamate le sue radici lucane, si è dichiarato onorato di essere ospite del festival, dedicato ad una personalità insigne nel mondo nella composizione e nell’interpretazione della musica da tango, qual è Anìbal Troilo. Gli interventi sono stati accompagnati dagli intermezzi musicali dell’orchestra “Lo Que vendrà” con il cantante Federico Pierro. Ha chiuso l’incontro Goffredo Palmerini, “tra le voci italiane più autorevoli in tema di emigrazione” come annota la comunicazione del Festival, con un intervento centrato sulla storia dell’emigrazione italiana, con un focus particolare sull’Argentina. Se può essere d’interesse, in calce a questa nota si riporta il testo del contributo svolto da Palmerini al Pichuco Festival.

 

L’incontro ha avuto, quale omaggio finale a sorpresa, un’esibizione di tango dei ballerini Miguel Angel Zotto e Daiana Guspero, ai quali il sindaco De Laurentis, dopo la loro splendida performance assai apprezzata dal numeroso pubblico presente, ha fatto loro omaggio di due targhe ricordo e, omaggiando anche Francisco Torné, gli ha comunicato che presto il Consiglio comunale di Archi delibererà sul conferimento della Cittadinanza onoraria. L’Orchestra Lo Que Vendrà, protagonista nella prima giornata del Festival, è una delle principali realtà italiane dedicate al tango argentino. Al Pichuco Festival 2026 si è esibita in sestetto, con Daniela Fidanza (pianoforte), Pasquale Lancuba e Fernando Mangifesta (bandoneon), Mario Pace e Angela Di Giuseppe (violini) e Claudio Mangialardi (contrabbasso). Con oltre 200 concerti in Italia e all’estero, l’orchestra ha collaborato con importanti artisti internazionali e realizzato produzioni dedicate alla musica e alla cultura del tango. Tra le collaborazioni più significative spicca quella con il maestro Miguel Ángel Zotto, consolidata negli anni in festival ed eventi di rilievo. Alle 22, sulla suggestiva balconata di Terrazza San Nicola, Milonga di gala, con musica dal vivo, con ronda dei maestri Monica Chiavarini e Gianluca Viola, Luisa Volpi e Andrea Fischetti, Fabian Brana e Daniela Scalabrini, Martina Cerasoli e Anistas Bullaci.

Nella seconda giornata, domenica 26 luglio, c’è stata la visita guidata al borgo (Archi è riconosciuto tra i Borghi autentici d’Italia) e l’esclusiva visita ai suoi palazzi storici, a seguire il pranzo “Abruzzo e Argentina: incontro di sapori”, quindi la presentazione del libro “I cinque angoli – Anibal Troilo, storie di tango” di Andreina Di Girolamo, autrice molisana la cui presenza sottolinea il legame di Anibal Troilo con il Molise. I nonni materni, infatti, emigrarono da Agnone verso l’Argentina.  “Tango, l’arte che ha conquistato il mondo” è stata una finestra di rara ed emozionante suggestione ad opera di Miguel Angel Zotto, poi la chiusura con la Milonga de despedida. Hanno corredato il programma delle due giornate del Festival, oltre ad esposizioni di arti figurative e alle preparazioni tipiche degli stand gastronomici, la mostra “Toda una vida. La musica, gli affetti e le passioni di Anìbal Troilo”, con materiale fotografico inedito che riproduce l’esposizione del Museo Casa Carlos Gardel a Buenos Aires.

Nato a Buenos Aires l’11 luglio 1914, Anìbal Troilo, con il suo bandoneon, ha scritto le musiche da tango più conosciute e apprezzate a livello internazionale, sulle cui note ancor oggi danzano i ballerini di tutto il mondo. “Pichuco” – così era chiamato affettuosamente dal padre – ha inciso 485 brani e ha collaborato con i più importanti musicisti e compositori di tango argentino, da Osvaldo Pugliese a Juan D’Arienzo, fino ad Astor Piazzolla. Troilo ha contribuito in modo determinante alla crescita del tango, riconosciuto peraltro dall’Unesco come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Tant’è che nel 2005 il Parlamento della Repubblica Argentina ha dichiarato l’11 luglio, giorno del compleanno di Troilo, “Giornata nazionale del bandoneon”, strumento al quale il musicista ha dedicato tutta la sua vita. L’eredità artistica lasciata da Troilo rappresenta una ricchezza inestimabile dal punto di vista musicale e culturale. Le sue melodie hanno segnato la storia del tango e continuano ad emozionare il mondo intero.

 

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L’emigrazione italiana tra storia e attualità

Un viaggio lungo un secolo, con lo sguardo rivolto all’Argentina

di Goffredo Palmerini

 

Ci sono fenomeni che non si possono comprendere solo con le cifre, le statistiche, i grafici. L’emigrazione italiana è uno di questi. Per afferrarne davvero il senso, occorre tornare indietro nel tempo, riattraversare le sue radici, ascoltare le voci che l’hanno abitata. È un viaggio che comincia tra il 1870 e l’inizio del Novecento, quando milioni di italiani – disorientati, spesso incompresi – lasciarono la loro terra senza che lo Stato sapesse ancora come proteggerli, accompagnarli, sostenerli. Le norme erano incerte, le tutele quasi inesistenti. E così, quell’esercito di braccia che partiva verso ogni continente si trovò a fronteggiare sospetti, pregiudizi, condizioni di lavoro durissime, sistemi sociali sconosciuti. La letteratura dell’emigrazione – memorie, diari, testimonianze – è forse la lente più luminosa per capire quel dolore: storie che hanno consegnato alla coscienza pubblica la verità di un fenomeno che oggi celebriamo per le sue conquiste, ma che nacque da sacrifici enormi.

In poco più di un secolo, circa 29 milioni di italiani lasciarono l’Italia. Una delle più grandi diaspore della storia umana. Oggi ricordiamo soprattutto le loro affermazioni: imprenditori, professionisti, ricercatori, politici, artisti, figure che hanno contribuito allo sviluppo dei Paesi d’accoglienza con laboriosità, ingegno, creatività. Hanno guadagnato rispetto e stima, diventando i migliori ambasciatori dell’Italia nel mondo. Eppure, in Patria, persistono stereotipi e paternalismi verso i connazionali all’estero. Un deficit di conoscenza che limita la capacità di valorizzare questa immensa risorsa umana, professionale e culturale. Chi si avvicina davvero alle comunità italiane nel mondo scopre un patrimonio sorprendente: competenze, valori civili, storie di successo costruite spesso contro pregiudizi e difficoltà. Le generazioni successive alla prima emigrazione esprimono oggi personalità emergenti in ogni settore: economia, università, ricerca, politica, imprenditoria. Una “seconda Italia” che merita di essere conosciuta, apprezzata e riconosciuta.

Nel secondo dopoguerra l’Italia ripeté gli errori del secolo precedente: considerò l’emigrazione come una valvola contro la disoccupazione, senza affrontare le radici del problema. L’agricoltura restava poco remunerata, l’artigianato rischiava di disperdersi, la formazione professionale era insufficiente. La fuga riprese, silenziosa e ostinata. Le partenze erano spesso affidate a banditori improvvisati, come gli agenti delle compagnie di navigazione o gli emissari d’oltreoceano, che promettevano facili fortune. La realtà era ben diversa: miniere, lavori estrattivi, cantieri di costruzioni, lavori nelle fabbriche, condizioni durissime. La tragedia di Marcinelle (8 agosto 1956) rivelò al mondo il prezzo di quella speranza.

Ora ricordiamo brevemente e più in dettaglio le rotte migratorie seguite nella storia dell’emigrazione italiana. Nella prima emigrazione (1861-1940) e dal 1946 con la seconda emigrazione, si rileva che nel primo periodo del fenomeno migratorio chi espatriava si diresse negli Stati Uniti e verso i paesi del Sud America, anzitutto Brasile e Argentina, ma anche Uruguay, Paraguay e Cile. Poi, nel secondo dopoguerra, oltre alle citate destinazioni verso le Americhe, s’aggiunsero Venezuela, Canada, Australia ed altri Paesi. Inoltre verso l’Europa, prevalentemente in Svizzera, Francia, Belgio, Germania e Gran Bretagna. In numeri sensibilmente inferiori l’emigrazione italiana s’indirizzò anche nel continente africano, in Sud Africa, ma anche nei paesi del Maghreb che affacciano sul Mediterraneo.

Fu dopo il 1870 che montò l’onda migratoria, destinata a portare oltreoceano milioni di nostri connazionali. Un’onda così forte che alcuni storici giungono a definire la Grande Emigrazione italiana appunto come una vera e propria diaspora. I porti delle partenze oltreoceano furono dapprima quello di Genova e successivamente, con l’aumentare del numero di emigranti specie dal Meridione, quello di Napoli, e infine anche Palermo. In un primo arco di tempo, che va fino al 1914, le destinazioni preferite furono l’Argentina e la zona del Rio della Plata (Uruguay, Paraguay), la parte meridionale del Brasile (Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paraná, San Paulo, Minas Gerais), dove la possibilità di trovar lavoro nelle piantagioni di caffè, coltivare la terra disponibile e persino costruire una propria fazenda rappresentava un grande richiamo per braccianti e contadini. Ancor oggi le comunità più numerose di oriundi si trovano infatti a Buenos Aires, a Montevideo e soprattutto a San Paolo, dove quasi metà degli abitanti della grande metropoli del Brasile è d’origine italiana.

L’altra destinazione preferita furono gli Stati Uniti, dove lo sviluppo industriale richiedeva molta mano d’opera non specializzata nelle miniere, nell’edilizia, nelle costruzioni di stradali e ferroviarie. A partire dagli ultimi anni dell’Ottocento, e fino almeno alla Grande guerra quando il flusso s’interrompe poiché gli uomini sono richiamati al fronte, i migranti diretti verso mete extraeuropee cominciarono a partire prevalentemente dal Mezzogiorno. Provenivano dall’Abruzzo, dalla Campania, dalla Basilicata, ma soprattutto dalla Sicilia e dalla Calabria. L’emigrazione nel Nord America, moderno e industrializzato, trasforma i nostri contadini in operai nei grandi centri urbani della costa nord atlantica: New York, Boston, Pittsburgh, Philadelphia, in seguito Chicago, Detroit e Cleveland. È in questi anni che le statistiche registrano i numeri più elevati (il “picco” di partenze si ha nel 1913). Si tratta per lo più di uomini che ancora tendono, in gran parte, a compiere emigrazioni temporanee e ripetute. Le donne sono poche, ma non mancano, come non mancano le famiglie intere. Col tempo cresce il numero delle donne e dei bambini, che espatriano anche con richiami di ricongiunzione familiare, e crescono le stabilizzazioni nei Paesi d’emigrazione.

Negli anni recenti l’emigrazione soprattutto diretta in nord America, Europa e Australia, ha preso anche le vie dell’Est, particolarmente in Cina, Giappone e nei Paesi della penisola arabica (Emirati, Arabia Saudita, Kuwait, Barhein). Solo per dare un’idea, alcuni essenziali numeri sono importanti per capire l’emigrazione italiana nell’arco di circa 150 anni. Si tenga conto che l’emigrazione più consistente, in termini assoluti, è stata quella verso il Brasile, paese che ha il maggior numero di oriundi italiani, circa 25 milioni. L’altro Paese con una comunità italiana assai numerosa è l’Argentina. In termini percentuali l’Argentina è la nazione che ha la più alta percentuale di italiani, oltre metà degli abitanti, dunque quasi 22 milioni. Il terzo Paese per numero di oriundi sono gli Stati Uniti d’America, con circa 18 milioni di cittadini d’origine italiana.

Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2025, gli italiani iscritti all’AIRE – cioè coloro che hanno doppia cittadinanza, italiana e del Paese d’accoglienza – sono 6,4 milioni. Ma la cifra reale è molto più grande, perché resta una minoranza chi all’estero conserva o riacquista la cittadinanza italiana. Considerando le generazioni successive, gli oriundi italiani nel mondo sono circa 80 milioni. Un’altra Italia, più grande di quella dentro i confini. Argentina, Brasile e Stati Uniti, come detto, sono i Paesi con la maggiore presenza italiana. Una comunità che ama l’Italia, la chiama “Patria”, ne custodisce lingua, cultura, tradizioni. Mettere insieme queste due Italie – quella dentro e quella fuori – è una sfida culturale e politica che il Paese deve affrontare.

Gli italiani all’estero amano l’Italia più di noi che viviamo entro i confini. Ne offrono un’immagine seria, affidabile, creativa e laboriosa. Sono i nostri migliori ambasciatori. Hanno reso in ogni modo onore all’Italia in ogni angolo del mondo. Si sono conquistati il rispetto e la stima con il lavoro, l’ingegno, la creatività. Eppure in Italia persiste un’inadeguata conoscenza della nostra emigrazione, anche nelle classi dirigenti, che impedisce di valorizzare questa risorsa straordinaria. Le generazioni succedute alla prima emigrazione hanno raggiunto risultati eccellenti in ogni campo: economia, ricerca, cultura, università, politica. Hanno saputo affermarsi e aggiungere quel quid tutto italiano: la capacità di creare relazioni, di costruire legami, di portare creatività, stile e modo di vivere italiano dovunque.

Abbiamo quindi, noi italiani dentro i confini, il dovere morale di conoscere meglio e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Un rapporto nuovo e maturo tra le due Italie – dentro e fuori i confini – potrebbe generare opportunità straordinarie. Se l’Italia sapesse valorizzare gli 80 milioni di oriundi, potrebbe contare su una comunità di 140 milioni di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dall’identità. Sarebbe una forza culturale, economica e perfino politica di portata globale. Ancor più oggi che l’Italia vive un momento difficile, soprattutto per i giovani. La mancanza di riforme strutturali nell’economia e nell’organizzazione statuale, nell’innovazione industriale e nei servizi, sta generando da quasi 20 anni a questa parte una nuova emigrazione, fino a 150mila espatri l’anno. È un’emigrazione diversa da quella storica. È un’emigrazione di competenze, di intelligenze, di capitale umano qualificato. Molti giovani – pur diplomati, laureati e con alta formazione – non riescono a trovare in Italia un lavoro adeguato o retribuzioni dignitose. All’estero le opportunità sono migliori e più legate al merito. Servirebbero politiche strutturali dei nostri governi, non episodiche, per invertire una tendenza che nella ripresa dell’emigrazione impoverisce l’Italia delle sue migliori intelligenze.

L’Argentina è uno dei Paesi che più deve all’emigrazione italiana. Buenos Aires parla ancora il cocoliche e il lunfardo, lingue nate dalla fusione di dialetti italiani con lo spagnolo. Già tra il 1871 e il 1930 gli italiani rappresentavano il 43,6% della popolazione argentina. Oggi oltre metà della popolazione dell’Argentina è italiana d’origine. Le partenze verso l’Argentina e gli altri Paesi dell’America Latina avvenivano soprattutto dal porto di Genova, poi anche da quelli di Napoli e Palermo. Molti non arrivarono mai: naufragi come quelli della Ortiga (1880), del Sudamerica (1888) e del Principessa Mafalda (1927) sono ancora ricordati come tragedie nazionali. Gli italiani in Argentina contribuirono allo sviluppo agricolo, industriale, edilizio, alla costruzione di strade e ferrovie. Hanno, inoltre, fortemente contribuito alla crescita economica, sociale, politica e culturale di quel grande Paese, che del rilevante contributo reso dagli emigrati italiani porta impressa nel profondo la cifra italiana, nella sua cultura e persino nell’indole della sua gente. Si può tranquillamente affermare che l’Argentina è per davvero molto italiana.

Il tango: una storia anche italiana

Nella cultura musicale dell’Argentina il posto di maggior rilievo è occupato dal tango. Il tango non è soltanto una danza, è una geografia dell’anima. Nasce nei sobborghi di Buenos Aires come un soffio caldo che sale dalle strade sterrate, dai cortili dove gli emigrati italiani mescolavano nostalgia e speranza, dalle case di legno colorate di La Boca e Barracas, dove ogni sera la vita sembrava ricominciare da capo. È un “ballo di abbraccio”, sì, ma è anche un abbraccio di culture. Dentro il suo ritmo si ascolta l’Africa degli schiavi, la Spagna dei porti, l’America creola, e poi, come una vena segreta, l’Italia: i dialetti che diventano lunfardo, le melodie portate dai nostri emigranti, il bandoneon che vibra come una voce antica.

Tra il 1860 e il 1890, il tango cominciò a imporsi nei sobborghi del Rio de la Plata. Era una musica istintiva, nata nei cortili degli immigrati: italiani, spagnoli, tedeschi, russi. Una lingua comune che non aveva bisogno di parole. Il tango è figlio della malinconia dell’emigrante, è la voce dell’anima per la perdita, lo sradicamento, la nostalgia. È una musica fatta di alti e bassi, come il respiro di chi sa che non rivedrà presto la propria terra. Le sue parole sono cariche di sentimento, di disperazione, di amore trattenuto.

Gli italiani non hanno solo ballato il tango, lo hanno plasmato. Lo hanno portato fuori dai bassifondi, lo hanno introdotto nei salotti della classe media, lo hanno trasformato in un simbolo nazionale. Molti dei suoi compositori erano d’origine italiana, come il leggendario Anìbal Carmelo Troilo, detto “Pichuco”. Nato e vissuto a Buenos Aires (1914-1975), Troilo è considerato uno dei più grandi bandoneonisti, compositori e direttori d’orchestra della storia del tango argentino. I nonni paterni del musicista, Quirino e Concezia Troilo, partirono alla fine dell’Ottocento da Archi, magnifico borgo in provincia di Chieti, per cercare fortuna in Argentina.

Il legame profondo ed autentico con Archi è oggi alla base del Pichuco Festival, evento culturale alla sua seconda edizione dove il grande artista Anìbal Troilo viene celebrato, ma è anche occasione per fare memoria dell’emigrazione italiana, con un programma che intreccia musica, letteratura, danza e tradizioni popolari. Del Festival sono davvero ammirato e mi congratulo con Luciana Cieri, dalle cui ricerche e dall’idea primigenia tutto è partito, insieme alla Municipalità di Archi e agli organizzatori che ne hanno saputo fare un evento dell’intera comunità, e anche oltre.

Il più grande e celebre tra i compositori argentini, Astor Piazzolla – figlio di un emigrato pugliese e amico di Troilo, che vedeva come suo maestro – ha poi rivoluzionato il tango fondendolo con jazz e musica classica contemporanea, facendo arrivare in ogni angolo del mondo la bellezza di questa musica e la suggestione della danza che la interpreta nel suo sentimento più profondo. Il tango fu a lungo considerato una danza indecente, marginale, respinta dall’alta società. Ma quando conquistò Parigi, New York e l’Europa, tornò in Argentina come un trionfo: “pulito”, stilizzato, ma ormai inarrestabile. Il ritmo del tango è andaluso e africano, ma la sua melodia è profondamente italiana nei testi, nelle musiche, nella gestualità, nel dramma, nell’anima che soffre. Il tango è la voce dell’emigrante che non dimentica. È la solitudine che diventa arte. È la nostalgia che si fa bellezza. È l’Italia che continua a vivere nel cuore dell’Argentina.

Oggi celebriamo la parte luminosa dell’emigrazione italiana: il talento, la creatività, l’ingegno, la capacità di costruire buone relazioni umane e comunità. Non dobbiamo però dimenticare la parte dolorosa dell’emigrazione, i pregiudizi sofferti, le discriminazioni, gli enormi sacrifici affrontati. Ribadisco, concludendo, che l’Italia ha un impegno da assolvere, un dovere morale verso l’altra Italia: conoscere e far conoscere la storia della nostra emigrazione. Portarla nelle scuole, nelle università, nella cultura pubblica. Solo così le due Italie – quella dentro e quella fuori – potranno riconoscersi come un unico grande Paese in cammino.

 

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Territorio

Il ritorno a casa dell’arte dopo sessant’anni: Orvinio riabbraccia il teatro con un’esilarante versione musicale di Romeo e Giulietta

Una notte magica dove la storia incontra il sorriso! 🎭✨ Il sindaco Roberta De Sanctis annuncia un appuntamento straordinario a Orvinio: la compagnia Sartoria Caronte porta in scena l’irresistibile parodia musicale di Romeo e Giulietta! 🌹🎶 Un legame storico nato nel 1963 che torna a far battere il cuore del borgo nella suggestiva cornice del Conventino. Ingresso libero per ridere e sognare tutti insieme! ❤️ Leggi qui per scoprire i dettagli e la storia segreta di questo evento imperdibile! 👇

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Romeo e Giulietta - Compagnia teatrale Sartoria Caronte

Orvinio – Ci sono fili invisibili che il tempo non può spezzare, legami storici e sentimentali che restano sopiti sotto le ceneri degli anni per poi riaccendersi all’improvviso, con la stessa forza e la stessa purezza di un tempo. Il meraviglioso borgo di Orvinio si prepara a vivere una notte di pura magia, in cui la memoria del passato si fonde con la freschezza del presente. In occasione della presenza sul territorio della celebre compagnia teatrale Sartoria Caronte, attualmente impegnata con diversi spettacoli nella zona, l’amministrazione comunale ha voluto regalare alla propria comunità un appuntamento straordinario e dal profondo valore umano. Una serata pensata per riscoprire la bellezza dello stare insieme, per ridere, sognare e sentirsi parte di un’unica grande famiglia.

A dare l’annuncio ufficiale, con parole cariche di emozione e orgoglio identitario, è il sindaco di Orvinio, Roberta De Sanctis. La nota del primo cittadino non è un semplice invito istituzionale, ma un caloroso benvenuto che tocca le corde del cuore di tutta la cittadinanza. La compagnia Sartoria Caronte porterà infatti in scena una travolgente e divertentissima parodia musicale di Romeo e Giulietta. Si tratta di un vero e proprio dono d’arte e di spensieratezza, nato dal desiderio spontaneo di incontrarsi e condividere momenti di autentica convivialità in una serata estiva che promette di restare scolpita nei ricordi del paese.

Le radici di un amore antico nato nell’ormai lontano 1963

Per comprendere appieno il significato profondo di questo evento, bisogna fare un passo indietro nel tempo e riaprire le pagine di una storia bellissima. Orvinio, infatti, non è un luogo qualunque per il mondo del teatro. Già nell’ormai lontano 1963, alcuni dei pionieri e dei protagonisti storici di questa avventura artistica vissero in questo borgo per quasi un anno intero. Non furono mesi di semplice passaggio, ma un’esperienza rivoluzionaria che stravolse positivamente la vita quotidiana del paese e dei centri limitrofi, coinvolgendo attivamente gli abitanti in laboratori di recitazione, spettacoli di piazza ed esperienze uniche di partecipazione collettiva.

Oggi, a distanza di oltre sessant’anni da quella straordinaria stagione culturale, quel legame antico e profondo torna finalmente a prendere vita tra i vicoli del borgo. Vedere i registi e gli attori calcare nuovamente questo suolo è come assistere a un ritorno a casa, a una promessa mantenuta verso una comunità che ha saputo custodire nel cuore il seme dell’arte. La parodia musicale di Romeo e Giulietta diventa così il pretesto perfetto per celebrare questo anniversario invisibile, trasformando il dramma shakespeariano in un inno alla gioia, alla risata terapeutica e alla fratellanza tra artisti e cittadini.

Il Conventino si fa palcoscenico sotto il cielo di Orvinio

Anche la scelta del luogo in cui andrà in scena lo spettacolo possiede una forza evocativa straordinaria. L’appuntamento è fissato per le ore 21:30 all’interno della suggestiva Chiesa di Santa Maria dei Raccomandati, storicamente conosciuta e amata da tutti come il “Conventino”. Le antiche mura sacre, che da secoli vegliano sulla vita e sulle preghiere della comunità di Orvinio, apriranno le loro porte per farsi cassa di risonanza di melodie, battute e scrosci di applausi. Sarà un contrasto magnifico tra la solennità della pietra antica e l’energia dirompente del teatro musicale moderno.

L’invito del sindaco Roberta De Sanctis è aperto a tutti: residenti, turisti, giovani e anziani, uniti dal desiderio di vivere una notte diversa, lontana dai consueti schemi della quotidianità. In un’epoca che viaggia troppo spesso sui binari della fretta e dell’isolamento digitale, eventi come questo ci ricordano l’importanza fondamentale del teatro come presidio sociale e umano. Preparatevi a prendere posto tra i banchi del Conventino per assistere a un miracolo che si ripete: quello di un borgo che si fa teatro e di una comunità che si stringe in un grande, lunghissimo abbraccio collettivo sotto il segno della bellezza.

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Piana del Cavaliere

Carsoli si prepara a una notte di puro delirio musicale: in Piazza della Libertà arriva la super star Ludovica Pagani e un DJ set tutto al femminile!

Siete pronti a far tremare Piazza della Libertà? 🪩 🔥 Sabato 22 agosto, a Carsoli (AQ), va in scena l’evento musicale più esplosivo dell’estate! Dalle ore 22:00 la piazza si trasformerà in una discoteca a cielo aperto con una super ospite d’eccezione: la bellissima e talentuosa dj e influencer LUDOVICA PAGANI! 😍 Ad alzare i decibel ci penseranno anche il travolgente Alex Di Felice e lo spettacolare “Format Show” tutto al femminile con le 3 Girls DJ: Lady Blu, René e Susan J. Partnership ufficiale targata Radio Bruno. Non prendete impegni, vietato mancare! Leggete tutti i dettagli della serata nel nostro articolo e… taggate nei commenti l’amico o l’amica che dovrete assolutamente trascinare in pista con voi! 👇 💃🕺

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Ludovica Pagani a Carsoli

Carsoli  – L’estate abruzzese si avvia verso la sua fase conclusiva, ma se pensate che la voglia di fare festa e di ballare sotto le stelle si stia esaurendo, vi sbagliate di grosso. Il cuore pulsante della Marsica si sta infatti preparando ad ospitare quello che si preannuncia come l’evento musicale più esplosivo e atteso di tutta la stagione. Sabato 22 agosto 2026, a partire dalle ore 22:00, la centralissima Piazza della Libertà a Carsoli si trasformerà in una vera e propria discoteca a cielo aperto. Un appuntamento imperdibile per chiunque abbia voglia di scatenarsi, cantare e vivere un’emozione collettiva indimenticabile, cullati dalla magia dell’estate e travolti dai ritmi della grande musica dance ed elettronica.

Ludovica Pagani infiamma la console: da star dei social a regina della notte

Il nome che campeggia a caratteri cubitali sulle locandine dell’evento e che sta già facendo impazzire i tantissimi fan sui social network è di quelli che non passano inosservati. La super ospite della serata sarà infatti la splendida Ludovica Pagani. Influencer da milioni di follower, modella, volto noto dello sport in tv e ormai affermata e richiestissima DJ a livello nazionale, la Pagani porterà a Carsoli tutto il suo carisma, la sua bellezza e, soprattutto, la sua inesauribile carica di energia. Dietro la console, Ludovica ha dimostrato di sapere esattamente come far saltare il pubblico, mixando le hit del momento con un piglio grintoso che l’ha consacrata come una delle regine indiscusse delle notti italiane. La sua presenza in Piazza della Libertà è un vero e proprio regalo per la comunità locale e promette di richiamare giovani (e non solo) da tutta la provincia e dalle regioni limitrofe.

Il “Format Show” tutto al femminile e i ritmi travolgenti di Alex Di Felice

Ma la serata di Carsoli non si reggerà soltanto sulle spalle della super ospite. L’organizzazione (firmata da colossi dell’intrattenimento come Virgo Music Mgmt e Ferrini Spettacoli) ha infatti confezionato una scaletta artistica di primissimo livello, pensata per tenere altissima l’adrenalina dal primo all’ultimo minuto. A scaldare i motori e a dettare il ritmo ci penserà il talento indiscusso di Alex Di Felice, garanzia assoluta quando si tratta di far vibrare le piazze con selezioni musicali ricercate e mai banali.

Subito dopo, il palcoscenico si tingerà di rosa per un’esibizione che si preannuncia spettacolare. Spazio infatti al travolgente “Format Show” animato da un esplosivo trio di 3 Girls DJ: Lady Blu, René e Susan J. Tre artiste formidabili che, unendo le loro diverse sensibilità musicali e la loro magnetica presenza scenica, daranno vita a una performance corale da togliere il fiato, dimostrando ancora una volta (se mai ce ne fosse bisogno) che il mondo del djing è ormai dominato dal talento e dalla grinta femminile.

Info utili per non perdersi la notte magica di Carsoli

Insomma, gli ingredienti per una serata memorabile ci sono letteralmente tutti. L’appuntamento, lo ricordiamo, è per sabato 22 agosto alle ore 22:00 in Piazza della Libertà a Carsoli. Un evento di grandissimo richiamo che vanta anche la prestigiosa partnership ufficiale di Radio Bruno, pronta a supportare e diffondere le vibrazioni positive di questa notte di mezza estate. Non prendete impegni, indossate le scarpe più comode che avete e preparatevi a saltare: Carsoli è pronta a scatenarsi, e voi?

Lady Blue, Renè e Susan Dj a Carsoli

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Colleminuccio, grande partecipazione alla Festa di San Lorenzo: riaperta la chiesa dopo i lavori

Si è conclusa con una grande partecipazione di pubblico la Festa Patronale di San Lorenzo Martire a Colleminuccio, frazione di Teramo, che lunedì 10 agosto ha vissuto una giornata intensa nel segno della fede, della tradizione, della cultura e della convivialità.

Il momento centrale delle celebrazioni è stato la solenne riapertura della Chiesa di San Lorenzo Martire, restituita ai fedeli e all’intera comunità dopo l’importante intervento di miglioramento sismico, approvato dalla Conferenza Permanente del Commissario Straordinario Sisma 2016 Guido Castelli.

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Chiesa di San Lorenzo, Colleminuccio

Colleminuccio-  Si è conclusa con una grande partecipazione di pubblico la Festa Patronale di San Lorenzo Martire a Colleminuccio, frazione di Teramo, che lunedì 10 agosto ha vissuto una giornata intensa nel segno della fede, della tradizione, della cultura e della convivialità.

Il momento centrale delle celebrazioni è stato la solenne riapertura della Chiesa di San Lorenzo Martire, restituita ai fedeli e all’intera comunità dopo l’importante intervento di miglioramento sismico, approvato dalla Conferenza Permanente del Commissario Straordinario Sisma 2016 Guido Castelli.

La cerimonia ha avuto inizio poco prima delle ore 17 con la benedizione e l’apertura del portone da parte di S.E. Mons. Lorenzo Leuzzi, Vescovo della Diocesi di Teramo-Atri, alla presenza delle autorità civili e religiose. È seguita la Santa Messa, presieduta da Mons. Leuzzi con don Emilio Bettini, segretario particolare del Vescovo, concelebrata dal parroco don Carlo Farinelli e da don Giorgio Dragoni, con l’assistenza del diacono Giovanni Fedele e l’animazione del coro diretto dal maestro Paolo Speca.

La riapertura della chiesa ha rappresentato molto più della conclusione di un intervento edilizio: per Colleminuccio significa riappropriarsi di un luogo profondamente legato alla propria storia, alla propria fede e ai ricordi di intere generazioni.

Per questo motivo, la locale Pro Loco ringrazia pubblicamente: in particolare S.E. Mons. Lorenzo Leuzzi, per essersi adoperato con attenzione e sensibilità affinché fosse possibile portare avanti il percorso che ha consentito di realizzare i lavori di miglioramento sismico e restituire la chiesa alla comunità; il Commissario Straordinario Sisma 2016 Guido Castelli, per l’attenzione riservata al territorio e per il fondamentale ruolo svolto nell’ambito dell’iter che ha consentito di approvare l’intervento di miglioramento sismico e rendere possibile la restituzione della chiesa ai fedeli; l’Impresa edile dei fratelli Salvi, che ha eseguito i lavori con professionalità, competenza e attenzione, contribuendo concretamente alla restituzione di questo importante luogo di culto ai fedeli e dando nuova vita a un edificio che rappresenta un patrimonio prezioso per Colleminuccio.

Grande partecipazione anche alla tradizionale Solenne Processione in onore di San Lorenzo Martire, che ha attraversato le vie del borgo accompagnando il santo patrono tra la sua gente, in un momento di intensa devozione e di forte senso di appartenenza e condivisione.

Alle ore 20 la festa è proseguita con La Danza del Laccio d’Amore, presentata dal Gruppo Folkloristico Penna Sant’Andrea, seguita dal momento culturale dedicato alla storia del paese, durante il quale Francesco Di Giuliantonio ha raccontato vicende, personaggi e memorie di Colleminuccio.

Nel corso della serata è stato inoltre formalizzato un significativo gemellaggio tra la Pro Loco Città di Alba Adriatica, presieduta da Renato Pantoli, e la Pro Loco Colleminuccio. Un momento molto importante, che rafforza i rapporti di amicizia, collaborazione e condivisione tra le due realtà associative e apre la strada a nuove occasioni di confronto e di crescita comune. Il presidente Renato Pantoli ha consegnato al presidente della Pro Loco Colleminuccio, Osvaldo Di Teodoro, una targa recante la seguente dedica: Alla Pro Loco di Colleminuccio, con stima, amicizia e i migliori auguri di buon lavoro. La nostra associazione e la nostra esperienza saranno sempre a vostra disposizione per costruire e crescere insieme.

La musica de I fratelli Scacchia e di Vittorio “Il Fenomeno” ha accompagnato la serata, conclusa con i tradizionali fuochi d’artificio della Ditta Di Marco Giuseppe.

La manifestazione è stata presentata dalla giornalista Dorotea Mazzetta, che ha saputo condurre la serata con professionalità, eleganza e grande capacità di coinvolgimento.

Gli stand enogastronomici hanno inoltre proposto specialità del territorio e prodotti della tradizione locale.

La riuscita della Festa Patronale è stata resa possibile dall’impegno della Pro Loco Colleminuccio, con il patrocinio del Comune di Teramo e della Provincia di Teramo e il contributo della Camera di Commercio del Gran Sasso d’Italia, della Fondazione Tercas e del Consorzio BIM Teramo, oltre al prezioso sostegno degli sponsor e di tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione della manifestazione. Pertanto, un ringraziamento viene rivolto dalla Pro Loco anche a tutti coloro che hanno sostenuto la realizzazione dell’iniziativa, agli sponsor, agli enti e alle realtà che, con il loro contributo e la loro disponibilità, hanno reso possibile lo svolgimento della festa e contribuito al successo dell’intera giornata.

Numerose le autorità presenti a Colleminuccio, a testimonianza dell’attenzione riservata al territorio e alla comunità locale: il sindaco di Teramo Gianguido D’Alberto; i consiglieri regionali Marilena Rossi, delegata del Governatore della Regione Abruzzo Marco Marsilio, Paolo Gatti e Dino Pepe; gli assessori comunali Marco Di Marcantonio e Domenico Sbraccia; i consiglieri comunali Emiliano Carginari, Maria Cristina Marroni e Pasquale Tiberii; il presidente della Provincia di Teramo Camillo D’Angelo.

La Festa di San Lorenzo 2026 si è così conclusa nel segno della fede, della memoria, della cultura e della tradizione, con la consapevolezza di aver vissuto una giornata speciale e destinata a rimanere nella memoria di Colleminuccio.

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