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Lifestyle

Giallo Sgarbi, la figlia Evelina: “sarà un altro anno di durissime battaglie”

“Mio padre arrivato denutrito e catatonico al Gemelli in stato di grave intossicazione”

La figlia Evelina Sgarbi e’ sempre sul piede di guerra: “Cosa prevede il protocollo sanitario in caso di intossicazione grave?”

“Il Tribunale di Roma da’ i numeri e lede il nostro diritto togliendoci i 30 giorni di tempo per le controdeduzioni”

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Evelina e Vittorio Sgarbi

Redazione-  Evelina Sgarbi è impegnata nelle tappe della presentazione del suo libro “Nata Sgarbi”. Domani sarà a Caccuri in Calabria e il 13 agosto sara’ al centro congressi di Isola di Albarella,
ma, nonostante gli impegni, continua a seguire con energia e in prima persona la battaglia per arrivare alla verità su cosa sia davvero successo a suo padre Vittorio. Il giallo si infittisce ancora di più perché persiste una resistenza inspiegabile – o forse molto comprensibile ? – nel voler mettere a disposizione dei periti le cartelle cliniche; infatti i periti di parte che rappresentano Evelina e il fratello Carlo non le hanno ancora potute leggere. Quindi questo atteggiamento omertoso fa sì che i sospetti possano trasformarsi facilmente in una conferma: e’ evidente che la verità sia scritta là dentro e che ci sia qualcuno che ha un interesse specifico a che quelle cartelle non vengano mai fuori e che non siano mai lette.
Cosa vi si cela di così indicibile? Magari qualcuno e’ affetto da una paura ponderata. Come redazione del graffio.net ci piacerebbe sapere chi è che sta ostacolando l’emergere della verità. Alla favoletta della depressione grave non ci crede più nessuno. E’ evidente che e’ accaduto qualcosa di diverso e di molto grave (…).
L’altro fatto strano e’: un ospedale prestigioso e in vista come il Gemelli ha veramente applicato il Protocollo sanitario che si mette in atto in caso di intossicazione grave determinate da cosa: possibile tentativo di suicidio? Altro? Sono cioè partite le dovute segnalazioni agli organi di polizia?
O si e’ verificata – magari in buona fede – una sottovalutazione come nel caso di Pietracatella dove l’Ospedale Cardarelli di Campobasso non ha fatto segnalazione alcuna e ha prontamente rimandato a casa le due donne poi decedute per via della ricina, scambiando un avvelenamento per una gastroenterite?
Diciamo che gli interrogativi sono tanti e sono molto inquietanti. Nel frattempo e’ annunciata la presenza di Vittorio Sgarbi – scomparso da settimane dai media – ad Andora (Savona) il 10 agosto per l’inaugurazione del progetto che nacque a suo tempo da una idea dell’ex manager Sauro Moretti realizzata in collaborazione col sindaco della città. Ci si augura che Vittorio stia meglio. Le sue ultime uscite hanno suscitato molto sgomento fra coloro che lo stimano da anni.
Al Tribunale di Roma, complice la calma agostana, invece la matematica pare essersi trasformata in un’opinione visto il calendario creativo del Giudice Tutelare Paola Scorza.
“Mi sono resa conto sulla mia pelle di come le vicende legali possano riservare delle sorprese, ma ignoravo sinceramente che al Tribunale di Roma avessero deciso di riscrivere le basi dell’aritmetica elementare”. Esordisce così, con un sorriso amaro e un tono spiccatamente sarcastico, Evelina Sgarbi, commentando il totale caos scaturito dagli ultimi provvedimenti emessi nel procedimento per la nomina dell’amministratore di sostegno che la vede ricorrente.
Al centro della polemica c’è la gestione dei termini concessi dal Giudice Tutelare, un “valzer di date” che rischia di comprimere irragionevolmente il diritto di difesa e il principio del contraddittorio.
“Il nostro Consulente Tecnico d’Ufficio ha goduto di mesi di tempo e di svariate proroghe, l’ultima accordata a fine luglio, per depositare la sua bozza. Un tempo di riflessione che definirei biblico,” ironizza la Sgarbi. “Ma quando si tratta di noi parti in causa? Il tempo, improvvisamente, accelera e segue leggi della matematica del tutto inesplorate.”
Il riferimento è ai due provvedimenti emessi a distanza di poche ore lo scorso 2 agosto. Il Giudice, accortosi di un palese errore materiale nel primo decreto, è intervenuto con una rettifica che ha finito per creare una confusione ancora maggiore.
“Il giudice corregge l’errore e qual è il risultato? Una bella sforbiciata al nostro diritto di difesa. I 30 giorni originariamente previsti per le osservazioni dei nostri consulenti di parte si sono magicamente trasformati in 20. Ma il vero capolavoro, degno di un premio Nobel, è il calcolo effettivo: ci viene dato tempo dal 18 agosto al 2 settembre. Ora, io sono un’amante dell’arte e non una scienziata, ma sfido chiunque a contare 20 giorni in questo arco temporale. Sono 15 giorni scarsi! Nelle cancellerie si userà forse l’antico calendario marziano?”
La stoccata di Evelina Sgarbi prosegue in merito al termine concesso al CTU per la stesura della relazione definitiva. “Il decreto di rettifica parla ancora di un termine di ’20 giorni’, fissando però la scadenza al 12 settembre. Visto che noi depositiamo il 2 settembre, i giorni sono 10. Dieci giorni che improvvisamente ne valgono venti. È un’equazione affascinante che, però, calpesta i principi del giusto processo.” Come redazione del graffio.net ci domandiamo se in Italia e soprattutto a Roma, quando si tratta di nomi altisonanti, si passi dalla “giustizia ad orologeria” alla “giustizia a sentimento”, cioè influenzata dal livello sociale e dal peso del potente. La sensazione e’ che la figlia Evelina così diretta e genuina non stia nelle corde di quel Sistema.
“Ne stiano certi: non ho intenzione di assistere passivamente a questo spettacolo indecoroso, offensivo della mia intelligenza ma soprattutto del concetto di Giustizia,” conclude Evelina Sgarbi facendosi più seria. “Il mio avvocato, Lorenzo Iacobbi, si è già attivato con la massima tempestività depositando un’istanza urgente per porre fine a questo vero e proprio delirio e caos di date e termini. L’obiettivo non è dilatare i tempi di chiusura della causa, ma semplicemente chiedere al Giudice di ripristinare il corretto equilibrio e restituirci i 30 giorni effettivi che ci spettano per depositare osservazioni tecniche approfondite in una vicenda così delicata e dai molti aspetti ancora da chiarire .” “Ma soprattutto – e non smetterò mai di dirlo – che fine hanno fatto le cartelle cliniche ? Perché i consulenti non hanno ancora potuto leggerle? Potranno farlo in questi giorni? Chi ci garantisce che verranno consegnate e messe a loro disposizione?”. A questo punto mi viene anche un dubbio: “Ma e’ stato rispettato il protocollo che va seguito in caso di intossicazione grave ? Se non sbaglio scatta l’obbligo di comunicazione alle autorità competenti sia in caso di tentato suicidio sia in caso di reati di terzi.
Non è che qualcuno oggi sta cercando di insabbiare tutto per non fare emergere la verità e le
responsabilità di qualcun altro?.”. Una cosa e’ certa.
Il quotidiano online www.ilgraffio.netha sollevato per primo la vicenda Sgarbi. E andrà’ avanti fino in fondo, fino alla fine finché non emergerà la verità. Ci aspetta un anno di grandi rivelazioni .
Perché crede nella battaglia di Evelina Sgarbi per salvare suo padre. E perche’ il direttore di questa testata conosce personalmente da decenni Vittorio, e molti dei suoi amici, e sa di doverglielo. Come gratitudine per la stima
e l’affetto che negli anni Sgarbi le ha sempre dimostrato. Perché Sgarbiani si nasce. Ma Sgarbiani si deve rimanere anche senza Sgarbi.

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“Voci Ribelli”: l’urlo silenzioso dei danneggiati da vaccino nel libro inchiesta di Chiara Talin. “Ascoltare questo dolore è un dovere umano”

Il dolore di chi è stato abbandonato dallo Stato dopo il vaccino. Chiara Talin raccoglie 44 testimonianze drammatiche nel libro inchiesta “Voci Ribelli”. Un viaggio di 700 pagine nel dolore che non fa notizia, per risvegliare le coscienze. 📖 💉 ⚖️

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Chiara Talin

Redazione-  – Esiste un confine molto sottile tra l’informazione di massa e il silenzio assordante dell’indifferenza. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico sulla pandemia e sulla massiccia campagna vaccinale ha spaccato profondamente l’opinione pubblica, polarizzando le piazze e lasciando colpevolmente indietro chi, da quell’esperienza, ne è uscito con la vita stravolta per sempre. Parliamo di persone comuni che si sono fidate ciecamente delle istituzioni e della scienza e che oggi, paradossalmente, si ritrovano a fare i conti con gravissimi problemi di salute cronici, uniti alla profonda e inaccettabile amarezza di sentirsi invisibili, non creduti o, peggio ancora, abbandonati da quello stesso Stato che aveva chiesto loro un atto di responsabilità.

A raccogliere questo drammatico grido di dolore ci ha pensato Chiara Talin, autrice del libro inchiesta “Voci Ribelli – Quando il danno non fa notizia”. Un’opera monumentale e coraggiosa di oltre settecento pagine che racchiude 44 testimonianze dirette di vite spezzate, corredate da referti medici e cartelle cliniche. Il libro non vuole porsi come un manifesto ideologico, ma come un potentissimo megafono umano per chi chiede semplicemente di essere ascoltato con empatia e curato con dignità. In questa lunga e toccante intervista, Chiara Talin ci racconta il dietro le quinte di un progetto editoriale nato per scuotere le coscienze intorpidite, lanciando un appello accorato che punta ad arrivare dritto sulla scrivania del Presidente della Repubblica.

L’intervista esclusiva a Chiara Talin

1) Chi è Chiara Talin e perché ha sentito il bisogno di dedicare oltre 6 mesi della sua vita a raccogliere queste testimonianze?

Mi chiamo Chiara Talin e vivo a Malta da nove anni. Prima di trasferirmi, ho vissuto tra il Varesotto e l’hinterland milanese. Durante gli anni delle scuole superiori ho studiato serigrafia, una professione che mi ha insegnato precisione e attenzione ai dettagli. Per diversi anni ho lavorato in questo settore, occupandomi della stampa su numerosi materiali. Successivamente ho svolto anche altri lavori come operaia. A un certo punto della mia vita, però, ho sentito il bisogno di cambiare strada. Dopo aver conosciuto mio marito Marco, ho iniziato un importante percorso di crescita personale e professionale avvicinandomi al mondo del copywriting. Ho seguito numerosi corsi, tra cui quello di Public Speaking di Max Formisano. Avevo il terrore di parlare in pubblico e davanti a una telecamera. Se oggi sono riuscita ad aprire il canale YouTube “MaltaForever”, a realizzare centinaia di video e a intervistare personaggi conosciuti, lo devo anche a quel percorso. Mi ha insegnato che i limiti più grandi spesso esistono soltanto nella nostra mente.

Per quanto riguarda questo libro, la sua nascita parte da un progetto precedente. Avevo pubblicato un altro libro nel quale avevo raccolto trenta interviste tratte dal mio canale YouTube. Molti di quei video venivano rimossi dalla piattaforma perché affrontavano temi controversi legati alla pandemia. Dentro di me è rimasta una domanda: che cosa è accaduto alle persone che raccontano di aver avuto conseguenze dopo la vaccinazione? Chi sta ascoltando la loro voce? Attraverso il mio lavoro ho iniziato a conoscere persone che raccontavano esperienze molto difficili. Ho parlato con uomini, donne e famiglie che mi hanno aperto le porte della loro vita. A quel punto ho sentito che non potevo voltarmi dall’altra parte. È nato così questo libro. Io non sono un medico né uno scienziato; sono una persona che sente il dovere umano di tendere una mano per dare loro uno spazio in cui raccontarsi, affinché il lettore possa leggere le loro esperienze direttamente dalla loro voce.

2) “Voci Ribelli – Quando il danno non fa notizia” non è un titolo che passa inosservato. Perché ha scelto proprio questo titolo e quale messaggio vuole trasmettere?

Il titolo completo racchiude un significato preciso. “Voci Ribelli” rappresenta tutte quelle persone che hanno deciso di non rimanere più in silenzio, esponendosi con il proprio volto affinché la loro esperienza non venga dimenticata. “Quando il danno non fa notizia” nasce da una riflessione: perché tante persone che raccontano conseguenze gravi affermano di non trovare spazio nel dibattito pubblico? È il sentimento di sentirsi invisibili. “Dalla fiducia alla rabbia” descrive il percorso umano emerso da moltissime testimonianze: prima la piena fiducia nelle istituzioni per proteggere i fragili, poi la delusione e la rabbia per non essere presi sul serio dopo l’insorgenza dei problemi. Infine, “Vite cambiate” riassume il contenuto del libro, confermato dalle 44 persone intervistate e dalla documentazione clinica che hanno condiviso. Il messaggio che desidero trasmettere non è chiedere di accettare automaticamente una conclusione, ma invitare ad ascoltare queste storie senza pregiudizi.

3) Lei ha raccolto ben 44 testimonianze. Dopo aver ascoltato tutte queste persone, qual è stata la domanda che si è fatta più spesso?

Ascoltando e leggendo, molte volte mi sono commossa fino alle lacrime. Mi sono chiesta come sia possibile che tante persone debbano affrontare una sofferenza così grande, cercando risposte e cure che spesso riescono solo ad attenuare il dolore di conseguenze che potrebbero accompagnarle a vita. Un’altra domanda ha riguardato me stessa: mi sono detta spesso “per fortuna che vivo a Malta e che ho scelto di non vaccinarmi”, chiedendomi cosa sarebbe successo se avessi fatto una scelta diversa. E poi ho provato frustrazione per non avere grandi possibilità economiche per aiutarle concretamente, visto che molte affrontano spese mediche e legali enormi facendo fatica ad arrivare a fine mese. La domanda che mi è rimasta dentro è: come possiamo non ascoltare il dolore di queste persone?

4) Tra tutte le storie raccolte, ce n’è una che ancora oggi continua a emozionarla ogni volta che ne parla?

Sarebbe impossibile sceglierne una sola. Mi ha colpita la storia di Marco Florio, che racconta di soffrire di disturbi gravissimi come fotofobia, giramenti di testa e che successivamente ha avuto anche un ictus, cambiando profondamente la sua vita. Oppure la testimonianza di Ingrid Busonera, che riporta ischemie cerebrali, fibromialgia, miopericardite e neuropatie. Ma le storie più strazianti sono quelle dei genitori che hanno perso un figlio. Penso alla mamma di Sofia Costantino, una ragazza sportiva deceduta (secondo quanto riportato dalla famiglia) pochi giorni dopo la terza dose. Leggere il racconto del ritrovamento della figlia senza vita è stato devastante. Penso anche a Stefano, finito su una sedia a rotelle perdendo lavoro e autonomia, e a Roberta Storti, ex istruttrice di spinning oggi limitata da dolori continui e problemi neurologici. Queste storie mi hanno insegnato che dietro ogni cartella clinica c’è un essere umano che merita rispetto.

5) Cosa accomuna tutte le persone che hanno deciso di raccontare la loro esperienza nel suo libro?

Un profondo senso di delusione, sofferenza e abbandono. Molti sentono di aver perso la fiducia nelle istituzioni e nel sistema sanitario. Convivono con una grande rabbia per non essere stati presi sul serio. E poi emerge con forza la solitudine: il dolore di non sentirsi creduti nemmeno da familiari e amici di vecchia data, che di fronte al loro cambiamento fisico fanno fatica a comprendere. Molti si chiedono come sia possibile che chi ti conosce da una vita scelga di voltarsi dall’altra parte. Ciò che chiedono è attenzione, rispetto e la possibilità di raccontare il proprio vissuto senza sentirsi giudicati.

6) Durante la stesura del libro ci sarà stato un momento in cui si è fermata e ha pensato: “Questa storia deve assolutamente essere conosciuta”. È successo?

Certamente sì. Ho pensato spesso che avrebbero dovuto trovare spazio sui giornali e nei programmi televisivi, perché non parliamo di statistiche ma di vite reali stravolte. Un tema fondamentale come quello della salute dovrebbe garantire un confronto aperto, e invece c’è stato a lungo un pensiero dominante. Negli ultimi mesi ho notato un cambiamento: testate importanti (“La Verità”, “Il Sole 24 Ore”, “Il Tempo”, “AdnKronos” e altri) hanno iniziato a parlare degli effetti avversi, ma dovrebbero farlo tutti i giornali, nessuno escluso. I grandi canali televisivi restano difficili da penetrare, ma non bisogna mai perdere la speranza. Sto cercando di far arrivare il libro a giornalisti e professionisti dell’informazione affinché queste storie trovino il momento giusto per essere ascoltate.

7) Che cosa ha spinto queste persone ad affidare la propria storia a lei, una persona che non conoscevano?

Il desiderio di essere finalmente ascoltati senza essere giudicati. Avevano bisogno di uno spazio sicuro in cui poter esprimere le emozioni e il dolore che vivono quotidianamente. Per molti è stato un percorso liberatorio e un sostegno emotivo, perché dopo tanto tempo hanno potuto mettere in parole ciò che avevano dentro. Mi hanno donato la loro fiducia e io l’ho accolta con estremo rispetto. La cosa che mi ha colpito di più è stata vedere la loro felicità nel sapere che la loro esperienza non sarebbe morta nel silenzio, sentendosi finalmente “visti”.

8) Vivendo a Malta da anni, ha notato differenze nella gestione della pandemia rispetto all’Italia?

Assolutamente. In Italia c’è stato un clima di forte paura, amplificato da un bombardamento mediatico costante. Anche a Malta ci sono state chiusure e un crollo totale e tristissimo del turismo, ma non c’è stato un lockdown totale come in Italia: era possibile uscire e muoversi. Ho vissuto momenti di tensione legati all’uso ossessivo della mascherina (una volta sono stata aggredita verbalmente e colpita con una borsa su un autobus per averla abbassata sotto il naso per respirare), ma la differenza più importante è stata l’assenza dell’obbligo vaccinale per la vita quotidiana e il lavoro. C’erano regole severe (quarantene salatissime a proprie spese in hotel per i turisti positivi), ma la pressione sociale e lavorativa mi è sembrata meno asfissiante rispetto al clima italiano.

9) Se questo libro arrivasse sulla scrivania di un giornalista, di un medico o di un politico, cosa spererebbe che facessero?

Spererei che lo leggessero con apertura e umanità, senza fermarsi ai numeri, ma conoscendo le persone. Vorrei che prendessero queste testimonianze come punto di partenza per incontrare i danneggiati e comprendere la realtà dei fatti. Se fosse un giornalista, vorrei che ci facesse un’inchiesta. Se fosse un politico, il mio sogno sarebbe un confronto pubblico e trasparente per affrontare le responsabilità. Sarei felice se il libro servisse a risvegliare dal torpore chi ancora oggi crede ciecamente che non esistano effetti avversi.

10) Molti potrebbero chiedersi: “Perché leggere oltre settecento pagine su un tema così delicato?”. Cosa risponderebbe?

Risponderei che non è semplicemente un libro, ma un viaggio in vite reali. Dietro ogni persona c’è un percorso che non poteva essere liquidato in poche righe. Abbiamo un disperato bisogno di imparare ad ascoltare. Il libro richiede tempo, ma certe storie meritano proprio questo: tempo e rispetto. Inoltre, l’opera è arricchita da relazioni importanti di esperti come il Criminologo Forense Umberto Mendola, Bianca Laura Granato, il Dott. Mauro Mantovani, il Dott. Sergio Brancatello e perizie legali.

11) Dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro, qual è la domanda che spera rimanga nella mente del lettore?

Soprattutto per il lettore scettico, spero rimanga questa domanda: “Ho davvero conosciuto tutta la verità? Ho avuto la possibilità di ascoltare tutte le voci prima di farmi un’opinione?”. Il mio desiderio è risvegliare lo spirito critico, una dote ormai rarissima. Vorrei che le persone smettessero di fermarsi alla prima versione dei fatti propinata dai media e iniziassero a porsi dei dubbi costruttivi.

12) Se potesse mettere il libro nelle mani di una sola persona, chi sceglierebbe?

Sceglierei il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Incarna le istituzioni del nostro Paese. Mi piacerebbe che lo leggesse senza pregiudizi. Il mio desiderio più grande sarebbe vedere lo Stato riconoscere finalmente il dolore di queste persone, affrontare apertamente le domande che emergono e promuovere un dibattito trasparente. Quando è in gioco la salute e la fiducia dei cittadini, ascoltare ogni voce è un dovere istituzionale ineludibile.

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“Discaricart” – La ricerca di Maria Cappellini, fra mito e denuncia della crisi del senso

Il riscatto decorativo e la riflessione, in particolare dal corso del Novecento a tutt’oggi, nell’epoca delle megalopoli, hanno segnato con intensità, inquietandoli, i percorsi dell’arte, della teoria dell’arte e dell’estetica, posto nuovi interrogativi, cercato altrettante risposte.

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MARIA CAPPELLINI_Nellonda lunga del polimero, 2016, tecnica assemblaggio di polistirolo, plexiglass, frammenti di ferro e marmo, dimensioni48x46x7

Redazione-  Il riscatto decorativo e la riflessione, in particolare dal corso del Novecento a tutt’oggi, nell’epoca delle megalopoli, hanno segnato con intensità, inquietandoli, i percorsi dell’arte, della teoria dell’arte e dell’estetica, posto nuovi interrogativi, cercato altrettante risposte.

Dal lontano concetto di bellezza razionale, che è stato di Van de Velde[1] si è approdati a formulare l’idea dell’ornamento di massa, aprendo a un itinerario decisivo per i rapporti dell’arte con la manipolazione dell’oggetto e l’ornamento cercato, e quel che più conta, al porsi stesso dell’arte nella società di massa.

Più di recente, nel mutamento dei concetti di “essenza” e di “bello”, è anche con l’arte del riciclo nelle sue manifestazioni più alte che si arriva a recuperare paradossalmente alcuni tratti come l’unicità, l’originalità, l’autenticità consumati dalla società e dalla cultura occidentali nel loro lavoro di riproducibilità dell’opera d’arte, dettando le specifiche determinazioni quali si configura oggi nell’epoca della megalopoli.

Si prova dunque ad analizzare le ragioni teoriche e critiche dello sfaldarsi del sistema dell’arte della modernità, della sua corrosione e collasso, e a comprendere la storia dell’arte, la teoria e la pratica critica, nonché la stessa forma di museo, che hanno saputo rimodellare il profilo, i contorni e i nessi dei loro saperi, dal momento che il post-moderno ha segnato – indicando il suo compimento – una frattura e una discontinuità con il moderno e con l’umano e nessun stile unitario.

Non per questo si può declinare di nuovo la fine dell’arte, anche se forgiata dalla spazzatura!

L’arte è oggi nella sua vitalità modello di decostruzione e costruzione di altri linguaggi, dall’antropologia del cyberspazio dell’architettura[2] dei musei di terza generazione, o della stessa critica scesa dal trono dell’alta teoria, per essere sommo momento di analisi di compiti, in un rimescolamento di funzioni e di ruoli degli addetti ai lavori (mercanti, collezionisti, curatori).

Proiettato su questo scenario il sistema dell’arte intende porre l’accento sull’erosione delle metropoli e sulle megalopoli, spazi deterritorializzati, disomogenei e selvaggi della post-modernità, in cui l’artista si trova a praticare una sorta di nomadismo interiore, nella ricerca continua di un senso da vivere e comunicare.

Studiosi come Jameson[3], nel distinguere il post-moderno come stile, dalla post-modernità come periodo storico, ha precisato che “globalizzazione” e “post-modernità” sono due appellativi diversi per descrivere lo stesso fenomeno storico e lo stesso fenomeno economico, evidenziando che “uno sottolinea la sua espansione economica, l’approssimarsi a un mercato mondiale definitivo; l’altro mette a fuoco le strutture e le forme culturali nelle quali è giunta ad esprimersi questa mutazione, prodotta dalla terza fase del capitalismo”.

Se Jameson legando post-modernità e globalizzazione conferma il ruolo strategico della megalopoli, delle sue contraddizioni e delle sue possibilità, è Bauman a ribadire i concetti di “tempo puntinizzato”, dove si pensa solo al presente, perché il futuro non esiste, o tutt’al più può essere pensato come un presente che sta arrivando, e a definire la mercificazione di ogni cosa, persino dei sentimenti e di noi stessi. Ma è soprattutto la sua analisi sociopolitica a sostenere che le megalopoli sono “discariche” prodotte dalla modernità che ha vinto imponendo il suo modello di  “libero scambio, libera economia, libero consumo” e generato una popolazione di “underclass” (fuori luogo, esclusi, incapaci).

Oggi le città del mondo sono delle immense discariche, perché (per dirla con Fanon) “ai dannati della terra” si aggiungono anche i rifiuti dei consumi di massa. Le discariche, tuttavia, oltre a luoghi di battaglia sono anche potenziali laboratori di idee e di esperienze, e tutto ciò che di obsoleto e abbandonato ci circonda è un dono prezioso che ci viene restituito dal mare, dalla terra, o resta davvero un grande, inarrestabile rigurgito.

La forma d’intreccio della postmodernità con la globalizzazione, letto nelle diverse prospettive di Jameson e Bauman (ma anche di Derrida) impone una domanda sul possibile destino dell’arte e del sistema dell’arte. Se è necessario distinguere la postmodernità (o globalizzazione) dal postmoderno come stile, forse è altrettanto necessario costruire uno stile postmoderno, una molteplicità di livelli fuori dal campo di uno stratificato sistema dell’arte irriducibile a uno stile unitario e unico, per dar voce ad artisti come Maria Capellini, condannati diversamente a  popolare l’underclass, e congedare la riflessione di pensanti che in tempi diversi e nella logica progressiva della modernità hanno tracciato una linea continua scandita dalla sequenza luttuosa avanguardia-postmoderno-morte dell’arte (Trimarco).

Le opere di Maria Capellini si collocano ben più al di là di un semplice ed occasionale assemblaggio di oggetti: non sono semplici tracce lasciate dal mare delle Cinque Terre sulla sabbia o sulle rocce, o lamiere corrose e derelitte, spogliate di ogni funzione originaria.

Diventa quasi d’obbligo ri-citare il primo artefatto artistico della “Ruota di bicicletta” di Duchamp, gli ornamenti stampigliati sui collages di Picasso, o la magia degli oggetti senza senso traslati dalla produzione del mercato dai surrealisti, per trovare il loro punto d’origine e al tempo stesso il suo superamento. Un modo per comunicare la possibile nuova vita di un materiale rivisitato in senso artistico, animato dell’amore, della memoria, del potere visionario e poetico del mondo interiore dell’artista (La ruggine del cercare, Nell’onda lunga del polimero).

A specchio dei conflitti e dei quesiti lancinanti posti dalla modernità, l’incontro fortuito del “discaricart” con oggetti incompossibili colti in nuove posture o assemblamenti pensati naturali, rinviano allo sguardo che interroga un disordine sistematicamente organizzato, il cui risultato trova validità in qualcosa di non scontato a priori, ma singolarmente cercato entro un contesto consapevolmente problematico: anche in una tematica, come il meraviglioso, ispirato alla diversa natura demiurgica di un oggetto riciclato, scelta come proprio campo di ricerca in qualsiasi materia in cui sia stato selezionato il campo del proprio rapporto con il mondo (cfr: A ruota libera, Capovolta all’indietro).

Nelle sculture e nelle tavole di Maria Capellini c’è molto di più e di profondo. Accanto alla narrazione affidata al simbolismo dei “cicli” vige il principio della dualità che si alterna sistematicamente e si compensa, alla perenne ricerca di oggetti compossibili che non trasmuta mai in stasi, ma è energia e slancio verso il conseguimento di nuovi equilibri. A stagliarsi sono i due elementi, il maschile e il femminile, il sole e la luna, quest’ultima presente spesso nella sua fase nascente (cfr: Buongiorno Luna, buonanotte Sole). E compaiono le costellazioni e le stagioni e i mesi: aprile, mese magico del Toro, Orione, che apre verso la Porta del cielo, o Spicca e il ciclo della fertilità. Ma anche stelle splendenti come Sirio o il Carro dell’Orsa Minore e la Stella Polare, guida di naviganti, di infelici o di innocenti: finestra aperta sulla tematica sociale delle grandi immigrazioni, affidata al valore simbolico di uno sguardo sperduto e lontano (Forse un posto ci sarà), di una valigia, unico elemento certo di un viaggio verso l’ignoto (Partire), o a una “Sirena del Mediterraneo”, che con un colpo di coda spinge fuori dalle onde un bambino da salvare.

Su tutto sembra dominare Cassiopea, incarnazione della dea dell’effimero.

Questo e tant’altro sullo sfondo di carte nautiche e dilatazioni incise o dipinte a mano.

Al di là del singolo racconto, nel connubio perfetto tra pensiero e intuizione squisitamente femminile, domina il principio di rinascita del seme-oggetto custodito nel ventre della terra, diversamente restituito dal mare, o incastonato nel profondo del cielo. Vive cioè nel mito greco, talora di Dioniso, più sovente in quello della Grande Madre, testimonianza della fecondità e massima divinità, in grado di generare la vita da se stessa (Sizigia).

Nelle sue composizioni Maria Capellini rivisita il mito della Dea Madre, cui è associato il ciclo lunare, e per analogia i cicli rigenerativi delle fasi lunari, per i quali la morte è momento necessario alla rinascita della vita.

Un oggetto sepolto e ripescato tra le onde o le sabbie è un essere messo nel ventre della Grande Madre, dalla quale un giorno è destinato a rinascere, come avviene per il ciclo vegetale. Così nel ciclo del cielo ripropone la venerazione della dea nella sua forma trinitaria di fanciulla, di donna gravida e di anziana, tre figure femminili destinate a identificarsi con le tre fasi lunari mensili, prima e autentica trinità nella storia religiosa dell’uomo, perché l’unica che riunisce in una sola persona divina tre diverse manifestazioni divine: la femmina impubere (Luna crescente), la femmina fertile (Luna piena), la femmina infeconda (Luna calante).

Tutta l’opera di Maria Capellini guarda al culto primitivo della Grande Madre; la donna, immagine vivente della Dea, simile alla Luna, cresceva e decresceva, dall’adolescenza alla senilità, senza risoluzione di continuità e la sua perpetuità non era in discussione, perché la fanciulla-luna-crescente diveniva madre-luna-piena, e infine vecchia-luna-calante, per sparire dal cielo per qualche giorno e ritornare sotto forma di nuova fanciulla.

Proiettato nella rivisitazione del mito, l’oggetto-seme della terra non è più un rigurgito. Il valore demiurgico, il simbolismo di cui è caricato vivono grazie alla grande capacità d’astrazione e di comunicazione legate ad una manualità artigianale di alto spessore artistico.

Nel fare come processo dell’arte (da “Art” che nell’accezione più comune significa “arto – mano”), artista è colei (o colui) che lavora con le mani. Il senso cercato si cala nel fare come processo che non può prescindere dalla ragione o da un pensiero riflesso.

Maria Capellini non solo racconta, sa soprattutto dotare di senso una materia apparentemente esanime, e denunciare con voce stentorea i soprusi e gli obbrobri di una visione metafisica corrente, momento esemplare dell’oggettivazione artistica della crisi del senso, che è in realtà dissolvimento del senso e area di conflitti tra diversi orizzonti di senso (come nella denuncia di Dis-equilibrio).

All’”essenzialismo” o “discaricart”, movimento del quale ha palesemente dichiarato la sua appartenenza, l’artista ha saputo dare molto di più di un piacevole assemblaggio di piccole cose rigettate e inutili. E non si è nemmeno smarrita nella meravigliosa isola di Lipsi, dove la mente si perde nella fascinosa e rapinosa avventura di effimere emozioni. Il mondo sommerso e onirico dal quale sa alfine attingere per dar vita alle sue creature rivela la sua capacità di rifugiarsi in un gioco di solitudine e di confronto costante con se stessa, nella ripetitività quasi ossessiva, ma mai monotona che manda i segnali di un inconscio nascosto e rivelato ogni volta come la prima volta (cfr: Ordine crescente, Tursiops).

La luce di sogni surreali emerge a rappresentare una nuova realtà. La discarica, come recita il suo manifesto, “insegna a non dimenticare le piccole cose che ieri abbiamo amato e oggi abbiamo perduto o rigettato”, perché nell’osservazione e nella ricerca di un microcosmo materico il cercatore si ritrova e riscopre una realtà che lo conduce a frequentare quella parte di sé che soltanto ieri sonnecchiava dimenticata.

Non è semplice incasellare il lavoro di Maria tra i tanti artisti dell’arte ecosostenibile; non c’è in esso alcunché di scontato, né di occasionale. E non è neppure un semplice ossimoro, anche se animato da momenti onirici e contemporanee grida di denuncia; è piuttosto l’esito di una lettura socio-esistenziale che rende feconda l’unità di mondi apparentemente incompossibili e sa proporre una nuova iconografia dov’è il ruolo nel quale la materia è trasformata ad assumere una valenza di riscatto su quanto appare inerte.

[1] Per Henry van de Velde l’aspetto esteriore di un manufatto deve derivare in modo diretto dal suo utilizzo e dalla sua natura intrinseca. La decorazione non è un elemento aggiunto, ma deve integrarsi in modo organico nella struttura dell’oggetto. Con il passaggio alla produzione moderna, la bellezza si fonda sulla geometria, sulla linea pura e sulla sincerità del materiale.

[2] Il cyberspazio dell’architettura è il campo che studia come gli spazi virtuali, le reti digitali e i metaversi ridefiniscono il progetto dello spazio. L’architetto non crea solo edifici fisici, ma organizza anche ambienti digitali tridimensionali e interazioni sociali online. Principalmente cadono i limiti della prospettiva euclidea e della materia pesante. Le città diventano reti di comunione culturale e intellettuale prima che vicinanza fisica. Il progettista esperto di spazio organizza la comunicazione visiva e i percorsi di navigazione online.

[3] Per Fredric Jameson il postmoderno non è un semplice stile artistico, ma la logica culturale del tardo capitalismo. È il modo in cui l’economia e la società globale si riflettono nell’arte, nella moda e nel pensiero. Lo stile postmoderno nasce quando il mercato domina ogni cosa.

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“La Corte dei Miracoli”: i versi di Francesco Marcì che salvano l’anima

Dal dolore al trionfo della parola: la toccante poesia di Francesco Marcì conquista il Salone di Torino con una lezione di pura resilienza. 📖✨

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Copertina_La Corte dei Miracoli

Siracusa – Ci sono abissi dell’esistenza umana che la maggior parte delle persone preferisce non guardare, girando la testa dall’altra parte per paura o per semplice indifferenza. Sono i luoghi del dolore mentale, dell’isolamento sociale, delle notti passate a contare le crepe del soffitto o a camminare lungo i vicoli freddi delle nostre città. Ma è proprio da queste crepe, dove la sofferenza si fa più acuta e straziante, che a volte nasce una luce di sbalorditiva bellezza, capace di trasformare il fango in oro e il tormento in arte pura. Questo è il miracolo laico racchiuso tra le pagine de “La Corte dei Miracoli”, l’opera toccante e profonda data alle stampe da Francesco Marcì. Non siamo di fronte a un poeta nel senso convenzionale o accademico del termine, ma a un vero e proprio “pensatore” dell’anima. Un uomo sensibile che ha scelto di osservare il mondo dai margini della società, trasformando l’esperienza devastante del dolore personale in una ricerca spirituale costante e incrollabile.

La raccolta, pubblicata con coraggio nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” e disponibile anche in formato e-book per raggiungere un pubblico più ampio, rappresenta un vero e proprio sasso nello stagno del panorama culturale contemporaneo. L’opera ha saputo conquistare una vetrina di assoluto rilievo nazionale, venendo esposta con successo al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, all’interno degli spazi espositivi di Aletti Editore. Attraverso una narrazione in versi che intreccia con sapienza misticismo, richiami alla natura e una spietata introspezione, il libro conduce il lettore in un viaggio emotivo senza sconti. Si passa dai freddi vicoli vissuti dai clochard, dove la solitudine gela le ossa, fino alle finestre illuminate delle case calde, che diventano la metafora potente e malinconica di un isolamento forzato e di un nostalgico, umanissimo desiderio di appartenenza a una comunità che troppo spesso esclude chi fa più fatica.

Il peso del dolore e la forza salvifica della parola scritta

Per comprendere l’assoluta autenticità di questi testi, bisogna scavare nella biografia stessa dell’autore siracusano, un percorso segnato fin dalla primissima giovinezza da complesse e dolorose asperità personali e familiari. Francesco Marcì ha dovuto interrompere presto gli studi superiori per fare i conti con i mostri della mente: a soli diciotto anni affronta il dramma del suo primo ricovero in ambito psichiatrico, dando inizio a un lungo calvario attraverso gli anni, segnato da periodi di forte sregolatezza e smarrimento. Molti avrebbero ceduto, molti si sarebbero arresi al silenzio. Nonostante le difficoltà estreme e la perdita dolorosa della quasi totalità della sua produzione letteraria giovanile, la scrittura ha rappresentato per lui l’unica ancora di salvataggio, un punto fermo e irrinunciabile fin dall’età di quattordici anni.

Oggi, ricoverato volontariamente presso una struttura psichiatrica, Marcì continua a dedicarsi al pensiero e alla parola come strumenti privilegiati di espressione e riscatto sociale. I suoi componimenti diventano così i tasselli di un mosaico esistenziale che oscilla costantemente tra la caduta e la risalita, tra la debolezza della carne e il coraggio dello spirito, con una sezione di straordinaria dolcezza dedicata alla figura della donna. Come scrive magistralmente nella Prefazione il maestro Giuseppe Aletti, noto poeta, editore e formatore: “È una raccolta che nasce da una esperienza di vita diretta, i testi hanno l’aria di appunti incendiati: brevi, a volte essenziali, a volte più narrativi, ma sempre guidati da un’urgenza che porta in dono l’autenticità. La poesia accolta in queste pagine ci dice che qualcosa è accaduto”. Ed è proprio questo senso di urgenza che cattura il lettore, trascinandolo dentro una realtà che non ammette finzioni.

Un manifesto di silenziosa resilienza contro ogni pregiudizio

Al centro dell’opera si consuma la lotta quotidiana e universale tra l’ombra del disagio e la speranza della guarigione, celebrando, nel finale, il potere terapeutico, curativo e salvifico della parola scritta. La delicatezza straordinaria dello stile di Marcì risiede proprio nella sua capacità unica di incontrare la fragilità umana senza mai emettere un giudizio, trasformando anche il vissuto più complesso e oscuro in pura tensione verso la conoscenza e l’empatia. Gli esperti di scienze umane e i tecnici della riabilitazione psicologica sottolineano spesso quanto l’arte sia fondamentale nei percorsi di recupero, ma i versi di questo autore superano la semplice valenza terapeutica: sono letteratura viva, che merita di essere letta e compresa per il suo valore intrinseco.

Le famiglie che vivono da vicino il dramma della malattia mentale dei propri cari troveranno in queste pagine un motivo di conforto e di profonda riflessione. Francesco Marcì, con la sua straordinaria e silenziosa resilienza, dimostra al mondo che le mura di una struttura di cura non possono imprigionare la libertà del pensiero né spegnere il talento. Il suo viaggio intimo attraverso le fragilità dell’anima continua a tracciare una strada di luce, ricordandoci che dentro ogni imbrunire si nasconde la promessa di un’alba nuova. La Corte dei Miracoli diventa così il luogo dell’anima in cui tutti gli esclusi, i dimenticati e i sofferenti ritrovano la propria dignità regale, uniti dalla forza immortale della poesia che cura le ferite della vita.

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