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Lifestyle

Silvi Marina, sbarca l’Imperial Royal Circus: cento animali e show da record

L’Imperial Royal Circus sbarca a Silvi Marina dal 13 al 30 agosto: uno show da record con 100 animali, la Donna Laser e sconti online su Biglietto Prenotato. 🎪 🦒

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Silvi Marina – Nel dinamico e affascinante universo dello spettacolo dal vivo e delle grandi produzioni itineranti che caratterizzano la stagione estiva lungo il litorale adriatico, l’arte della pista circolare si conferma una leva strategica fondamentale per il turismo di prossimità e l’intrattenimento delle famiglie. La splendida cornice costiera abruzzese si appresta ad accogliere uno degli eventi più imponenti, celebrati e attesi dell’anno. Da giovedì 13 a domenica 30 agosto 2026, la città di Silvi Marina ospiterà le monumentali strutture dell’Imperial Royal Circus, reduce da un Summer Tour straordinario contrassegnato da sold-out da record. Considerato dalla critica internazionale tra i complessi circensi più grandi e importanti d’Europa, lo show allestirà la sua imponente tensostruttura lungo la Strada Statale 16 Adriatica, in un’area posizionata esattamente di fronte al punto vendita Lidl, offrendo ai residenti e ai numerosi villeggianti oltre due ore di pura meraviglia, adrenalina e divertimento pulito all’aria aperta.

La tradizione della famiglia Dell’Acqua e lo zoo viaggiante

L’architettura dello spettacolo poggia sulla solida e secolare tradizione della famiglia Dell’Acqua, una delle dinastie più illustri e autorevoli della saggistica e della storia circense italiana, capace di fondere il rigore delle vecchie discipline a una costante e trasparente ricerca di innovazione tecnologica. Il colosso itinerante porta con sé una monumentale carovana composta da oltre cento esemplari di animali provenienti da ogni angolo del pianeta, accuditi nel pieno rispetto e nell’amore quotidiano da addestratori professionisti. Durante l’intervallo dello show, i cittadini e le scolaresche avranno l’opportunità unica di visitare quello che è a tutti gli effetti il parco zoo viaggiante più grande d’Italia, deostruendo la distanza con la natura per ammirare da vicino la maestosa giraffa reale, il grande ippopotamo, bisonti americani, leoni, tigri reali e i magnifici cavalli dell’alta cavalleria araba.

Dalla donna laser di Las Vegas al Transformers Bumblebee

Sotto la direzione artistica di Rodolfo Dell’Acqua, il palinsesto dell’Imperial Royal Circus si sviluppa come un affresco corale in cui le esibizioni tradizionali dialogano con scenografie ed effetti di ultima generazione. In esclusiva assoluta per la platea italiana, la pista ospiterà attrazioni mai viste prima nella penisola: direttamente dagli Stati Uniti e da Las Vegas arriverà la spettacolare performance visiva della Donna Laser, accompagnata dalle evoluzioni estreme e mozzafiato degli acrobati alla Doppia Ruota della Morte del Team Tabares. Per la gioia dei bambini e dei minori, lo show riserverà la strabiliante apparizione del Transformer Bumblebee, un’autentica e gigantesca macchina robotica capace di trasformarsi dal vivo davanti agli occhi del pubblico, affiancata dalle spericolate incursioni dei motociclisti sudamericani nel Globo di Metallo.

I campioni di Monte Carlo e la comicità del Clown Ridolini

Il valore transnazionale della produzione, applaudita nel corso delle ultime stagioni da oltre due milioni di spettatori in diverse nazioni europee, è avallato da un parterre di artisti d’eccellenza, vincitori di dieci record mondiali e pluripremiati nei più prestigiosi festival del mondo, compreso il celebre Festival Internazionale del Circo di Monte Carlo. Sul proscenio si alterneranno i volteggi aerei alle cinghie e al trapezio di Liana ed Etel Biasini, i lanci dei giocolieri di Arnaldo Sibilla e i grandi felini guidati in pista dal domatore Carlos Gaona e da Denny Montico. Il ritmo della serata e la spensieratezza delle famiglie saranno invece garantiti dall’irresistibile carisma dello showman più amato della pista, il celebre Elder, noto al pubblico come il mitico Clown Ridolini, impeccabile nel regalare sorrisi e risate senza tempo.

I biglietti su Biglietto Prenotato ed il calendario dei riposi h24

Sotto il profilo strettamente logistico e operativo, l’ufficio tecnico ha predisposto un calendario di spettacoli flessibile per andare incontro alle esigenze del pubblico balneare. Nelle giornate di giovedì e venerdì, e nei turni feriali intermedi, l’appuntamento unico è fissato per le ore 21:15, mentre il sabato, la domenica e i giorni festivi è previsto il doppio spettacolo alle ore 18:00 e alle 21:15, ricordando che mercoledì 19 e mercoledì 26 agosto la pista osserverà un turno di riposo per consentire la manutenzione h24 delle strutture. Per azzerare i labirinti delle code alle casse, la direzione ha attivato una collaborazione con il portale digitale www.bigliettoprenotato.it, dove i clienti possono bloccare online il coupon a tariffe agevolate — con ticket speciali da 7 euro per la prima del 13 agosto e da 9 euro per i giorni di Ferragosto —, saldando poi comodamente la quota restante direttamente ai botteghini.

Il circo come welfare culturale contro l’isolamento dei monitor

In ultima analisi, il trionfo stanziale dell’Imperial Royal Circus a Silvi Marina rappresenta una risorsa strategica per il turismo d’esperienza e genera ricadute felici sull’indotto del commercio di vicinato, dei ristoranti e delle attività della somministrazione della provincia teramana. Sradicare i giovani, i minori e le famiglie dall’isolamento  indotto dall’abuso degli schermi digitali e delle reti virtuali, per ricondurli nella ritualità dell’incontro sotto la tenda a condividere la magia delle passioni reali, costituisce il pilastro più alto del moderno welfare culturale. L’impegno sociale della scuderia Dell’Acqua si concretizza inoltre attraverso il progetto di solidarietà “Un Sorriso per Tutti”, che porta spettacoli gratuiti e clown nei reparti pediatrici degli ospedali, dimostrando che il domani della nostra terra dipende dalla capacità di unire il merito del talento alla trasparenza della solidarietà umana.

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Lifestyle

L’epica quotidiana nell’arte di Mario Vespasiani: a Grottammare il mito classico torna per curare le ferite dell’uomo moderno

Il mito classico non è morto, vive e respira dentro le battaglie della nostra quotidianità! A Grottammare la mostra “Cantami o Musa” dell’artista Mario Vespasiani ci ricorda che ognuno di noi nasconde una dimensione epica. Un viaggio meraviglioso tra pittura, amore, femminilità sacra e ricerca della verità. 🎨 ✨ 🏺

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Opera di Mario Vespasiami

Grottammare  – Viviamo, nostro malgrado, in un’epoca frettolosa, distratta, ferocemente schiacciata dalla tirannia dell’immediatezza. Un tempo in cui la produzione bulimica e superficiale di immagini usa e getta sembra aver definitivamente relegato il mito, l’epica e il senso del sacro negli scaffali più polverosi delle biblioteche, come se fossero reperti di un passato prestigioso ma irrimediabilmente distante dalla nostra caotica quotidianità. Eppure, proprio da questa apparente lontananza siderale, si leva oggi una voce potente, antica e al tempo stesso modernissima. È la voce silenziosa ma dirompente del progetto artistico “Cantami o Musa”, che il visionario artista Mario Vespasiani ha magistralmente sviluppato in ben tre sedi museali a Grottammare, nelle Marche. Non stiamo parlando di una semplice e canonica mostra d’arte figurativa da sfogliare con gli occhi, ma di una vera e propria epifania visiva. Un percorso dell’anima che ci dimostra con prepotenza come gli archetipi immortali della cultura classica non siano affatto morti, ma offrano ancora oggi le uniche, preziose chiavi di lettura in grado di decifrare il dolore, l’amore e l’insondabile mistero del nostro turbolento presente.

“Cantami o Musa”: quando gli eroi dell’epica quotidiana siamo noi

L’incipit omerico, preso orgogliosamente in prestito dal celebre canto dell’Iliade, non viene affatto usato da Vespasiani come una sterile citazione erudita o come un nostalgico e passivo richiamo all’antichità per pochi addetti ai lavori. Al contrario, diventa uno specchio ustionante in cui costringerci a rifletterci. Nel linguaggio corrente siamo stati tristemente abituati a pensare che l’epica appartenga solo agli eroi con la spada, ai semidei del passato remoto. Vespasiani compie qui un miracolo puramente concettuale: recupera il significato originario dell’epica e lo spalma con dolcezza sulla pelle stanca dell’uomo contemporaneo. Attraverso la forza simbolica, vibrante e magnetica della sua pittura, ogni singolo volto ritratto sembra custodire una vicenda che supera l’identità individuale per abbracciare l’universo. Nei lineamenti tracciati, nei solchi della pelle, negli sguardi profondi e nella magistrale costruzione della luce riaffiorano i grandi, immensi temi che accompagnano il respiro dell’uomo da millenni: il viaggio faticoso, la prova da superare, la fedeltà incrollabile a un ideale, il desiderio bruciante di conoscenza, il lutto insopportabile della perdita, la vertigine dell’amore e la luce salvifica della rinascita. Vespasiani ci urla silenziosamente che la Musa continua a parlare a ciascuno di noi, suggerendoci che la vita di ogni singola persona normale nasconde una dimensione eroica, profonda e del tutto inaspettata. L’antico e il contemporaneo smettono così, finalmente, di farsi la guerra e ritrovano una continuità culturale commovente.

Mara, immensamente più di una musa: il grembo universale dell’ispirazione

In questo vertiginoso viaggio nei meandri del cuore umano, una figura attraversa la mostra ergendosi a baricentro emotivo assoluto dell’opera: Mara. Tuttavia, sarebbe gravemente ingiusto e intellettualmente riduttivo relegarla al banale ruolo di semplice “musa” iconografica. Nelle mani e nell’anima dell’artista, Mara si trasforma nel principio ispiratore per eccellenza, nella rappresentazione fisica ed emotiva di un’energia generatrice assoluta e pura. È la capacità, tutta umana e dolcissima, di far nascere la bellezza assoluta attraverso la relazione sincera, l’ascolto intimo e l’amore incondizionato. Ci troviamo di fronte a un’immagine della femminilità potentissima, distante anni luce sia dagli stereotipi vuoti e degradanti della società dell’immagine, sia dalle sterili e rumorose contrapposizioni ideologiche moderne. La donna assume qui il ruolo ancestrale di origine sacra della creazione, una gravità spirituale che orienta il pensiero e restituisce significato all’atto artistico stesso. In questo altissimo senso, Mara smette di essere soltanto una donna in carne ed ossa per assurgere a simbolo universale: l’ispirazione intesa come fondamento stesso della nostra cultura.

Oltre i confini della tela: la ribellione silenziosa di un artista poliedrico

Il grande insegnamento di Mario Vespasiani passa inevitabilmente anche attraverso il suo modo personalissimo di intendere il mestiere (o meglio, la vocazione spirituale) dell’artista. Negli anni, il suo inconfondibile linguaggio visivo ha continuato a evolvere su vari e complessi livelli. La sua celebre “luce” è stata capace di modificare costantemente il rapporto con il colore, rivelando un processo di sperimentazione permanente che rifugge dalla noia e dalla ripetitività. Ma la sua vera ribellione intellettuale sta nel dimostrarci che l’innovazione tecnica non interrompe quasi mai la tradizione: al contrario, la vivifica e le dona nuovo respiro. Pittura, letteratura e musica, per Vespasiani, non costituiscono gelidi compartimenti stagni da esplorare separatamente in modo settoriale, ma aspetti fortemente complementari di una medesima, estenuante ricerca della verità. I libri dialogano apertamente con le immagini dipinte, la profonda riflessione teorica alimenta le setole del pennello, la struttura musicale detta il ritmo invisibile all’opera pittorica. È una splendida figura di artista rinascimentale prestata al Terzo Millennio, capace di unire organicamente molteplici linguaggi in una visione rigorosamente e ostinatamente coerente.

Le grandi domande ineludibili dell’anima: a cosa serve davvero la bellezza oggi?

Quando le luci calde delle sale museali di Grottammare si spegneranno, l’eco di “Cantami o Musa” lascerà nel cuore di chi l’ha vissuta una testimonianza pesantissima, che supera di gran lunga la consueta portata di una normale esposizione temporanea. Il progetto di Vespasiani non ci chiede passivamente di ammirare la sua perizia tecnica sulle tele, ma ci prende per il bavero e ci costringe a fare i conti con alcune domande fondamentali e ineludibili per la nostra esistenza: quale posto occupa ancora il mito nella formazione delle nostre coscienze di individui moderni? Quale tremenda e meravigliosa responsabilità etica e morale possiede oggi chi si definisce artista? Quale ruolo salvifico può ancora svolgere la bellezza pura nella costruzione di una società collettiva migliore e più giusta? Sono interrogativi vertiginosi che, purtroppo, raramente trovano asilo nel dibattito artistico contemporaneo, ormai tragicamente e unicamente concentrato sulle ciniche dinamiche del mercato, sulle aste milionarie, sull’ossessione per le tecnologie digitali o sull’effimero sensazionalismo delle mode espositive passeggere.

Un balsamo prezioso per la coscienza civile: l’insegnamento immortale dell’arte

In un panorama dominato dal vuoto autoreferenziale, Vespasiani ha scelto con orgoglio la strada più impervia e coraggiosa: riaffermare con forza la funzione educativa, pedagogica e curativa dell’arte, senza mai per questo rinunciare alla complessità della ricerca formale. Non ha la folle ambizione di proporci a tutti i costi nuove mitologie, ma ha la rara maestria di dimostrarci che i grandi archetipi classici continuano a vivere e sanguinare nelle nostre strade, che la tecnica pittorica è ancora il più potente strumento di conoscenza dell’anima umana, e che le arti, quando sanno dialogare amorevolmente tra loro, ci restituiscono il senso più alto dell’essere civiltà. L’opera di Mario Vespasiani si distingue nel mondo per la volontà ferrea di tenere insieme, in una magnifica sintesi, la ricerca formale, la memoria classica intoccabile, l’innovazione e una spiccata responsabilità civile. Un capolavoro intellettuale che ci ricorda, a voce bassa, una verità assoluta: per quanto la vita di tutti i giorni ci sembri cinica, stancante o ordinaria, è proprio attraverso gli occhi dell’arte che riusciamo, ancora oggi, a riconoscere il carattere straordinario, eroico ed epico della nostra esperienza umana.

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Giallo Sgarbi, la figlia Evelina: “sarà un altro anno di durissime battaglie”

“Mio padre arrivato denutrito e catatonico al Gemelli in stato di grave intossicazione”

La figlia Evelina Sgarbi e’ sempre sul piede di guerra: “Cosa prevede il protocollo sanitario in caso di intossicazione grave?”

“Il Tribunale di Roma da’ i numeri e lede il nostro diritto togliendoci i 30 giorni di tempo per le controdeduzioni”

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Evelina e Vittorio Sgarbi

Redazione-  Evelina Sgarbi è impegnata nelle tappe della presentazione del suo libro “Nata Sgarbi”. Domani sarà a Caccuri in Calabria e il 13 agosto sara’ al centro congressi di Isola di Albarella,
ma, nonostante gli impegni, continua a seguire con energia e in prima persona la battaglia per arrivare alla verità su cosa sia davvero successo a suo padre Vittorio. Il giallo si infittisce ancora di più perché persiste una resistenza inspiegabile – o forse molto comprensibile ? – nel voler mettere a disposizione dei periti le cartelle cliniche; infatti i periti di parte che rappresentano Evelina e il fratello Carlo non le hanno ancora potute leggere. Quindi questo atteggiamento omertoso fa sì che i sospetti possano trasformarsi facilmente in una conferma: e’ evidente che la verità sia scritta là dentro e che ci sia qualcuno che ha un interesse specifico a che quelle cartelle non vengano mai fuori e che non siano mai lette.
Cosa vi si cela di così indicibile? Magari qualcuno e’ affetto da una paura ponderata. Come redazione del graffio.net ci piacerebbe sapere chi è che sta ostacolando l’emergere della verità. Alla favoletta della depressione grave non ci crede più nessuno. E’ evidente che e’ accaduto qualcosa di diverso e di molto grave (…).
L’altro fatto strano e’: un ospedale prestigioso e in vista come il Gemelli ha veramente applicato il Protocollo sanitario che si mette in atto in caso di intossicazione grave determinate da cosa: possibile tentativo di suicidio? Altro? Sono cioè partite le dovute segnalazioni agli organi di polizia?
O si e’ verificata – magari in buona fede – una sottovalutazione come nel caso di Pietracatella dove l’Ospedale Cardarelli di Campobasso non ha fatto segnalazione alcuna e ha prontamente rimandato a casa le due donne poi decedute per via della ricina, scambiando un avvelenamento per una gastroenterite?
Diciamo che gli interrogativi sono tanti e sono molto inquietanti. Nel frattempo e’ annunciata la presenza di Vittorio Sgarbi – scomparso da settimane dai media – ad Andora (Savona) il 10 agosto per l’inaugurazione del progetto che nacque a suo tempo da una idea dell’ex manager Sauro Moretti realizzata in collaborazione col sindaco della città. Ci si augura che Vittorio stia meglio. Le sue ultime uscite hanno suscitato molto sgomento fra coloro che lo stimano da anni.
Al Tribunale di Roma, complice la calma agostana, invece la matematica pare essersi trasformata in un’opinione visto il calendario creativo del Giudice Tutelare Paola Scorza.
“Mi sono resa conto sulla mia pelle di come le vicende legali possano riservare delle sorprese, ma ignoravo sinceramente che al Tribunale di Roma avessero deciso di riscrivere le basi dell’aritmetica elementare”. Esordisce così, con un sorriso amaro e un tono spiccatamente sarcastico, Evelina Sgarbi, commentando il totale caos scaturito dagli ultimi provvedimenti emessi nel procedimento per la nomina dell’amministratore di sostegno che la vede ricorrente.
Al centro della polemica c’è la gestione dei termini concessi dal Giudice Tutelare, un “valzer di date” che rischia di comprimere irragionevolmente il diritto di difesa e il principio del contraddittorio.
“Il nostro Consulente Tecnico d’Ufficio ha goduto di mesi di tempo e di svariate proroghe, l’ultima accordata a fine luglio, per depositare la sua bozza. Un tempo di riflessione che definirei biblico,” ironizza la Sgarbi. “Ma quando si tratta di noi parti in causa? Il tempo, improvvisamente, accelera e segue leggi della matematica del tutto inesplorate.”
Il riferimento è ai due provvedimenti emessi a distanza di poche ore lo scorso 2 agosto. Il Giudice, accortosi di un palese errore materiale nel primo decreto, è intervenuto con una rettifica che ha finito per creare una confusione ancora maggiore.
“Il giudice corregge l’errore e qual è il risultato? Una bella sforbiciata al nostro diritto di difesa. I 30 giorni originariamente previsti per le osservazioni dei nostri consulenti di parte si sono magicamente trasformati in 20. Ma il vero capolavoro, degno di un premio Nobel, è il calcolo effettivo: ci viene dato tempo dal 18 agosto al 2 settembre. Ora, io sono un’amante dell’arte e non una scienziata, ma sfido chiunque a contare 20 giorni in questo arco temporale. Sono 15 giorni scarsi! Nelle cancellerie si userà forse l’antico calendario marziano?”
La stoccata di Evelina Sgarbi prosegue in merito al termine concesso al CTU per la stesura della relazione definitiva. “Il decreto di rettifica parla ancora di un termine di ’20 giorni’, fissando però la scadenza al 12 settembre. Visto che noi depositiamo il 2 settembre, i giorni sono 10. Dieci giorni che improvvisamente ne valgono venti. È un’equazione affascinante che, però, calpesta i principi del giusto processo.” Come redazione del graffio.net ci domandiamo se in Italia e soprattutto a Roma, quando si tratta di nomi altisonanti, si passi dalla “giustizia ad orologeria” alla “giustizia a sentimento”, cioè influenzata dal livello sociale e dal peso del potente. La sensazione e’ che la figlia Evelina così diretta e genuina non stia nelle corde di quel Sistema.
“Ne stiano certi: non ho intenzione di assistere passivamente a questo spettacolo indecoroso, offensivo della mia intelligenza ma soprattutto del concetto di Giustizia,” conclude Evelina Sgarbi facendosi più seria. “Il mio avvocato, Lorenzo Iacobbi, si è già attivato con la massima tempestività depositando un’istanza urgente per porre fine a questo vero e proprio delirio e caos di date e termini. L’obiettivo non è dilatare i tempi di chiusura della causa, ma semplicemente chiedere al Giudice di ripristinare il corretto equilibrio e restituirci i 30 giorni effettivi che ci spettano per depositare osservazioni tecniche approfondite in una vicenda così delicata e dai molti aspetti ancora da chiarire .” “Ma soprattutto – e non smetterò mai di dirlo – che fine hanno fatto le cartelle cliniche ? Perché i consulenti non hanno ancora potuto leggerle? Potranno farlo in questi giorni? Chi ci garantisce che verranno consegnate e messe a loro disposizione?”. A questo punto mi viene anche un dubbio: “Ma e’ stato rispettato il protocollo che va seguito in caso di intossicazione grave ? Se non sbaglio scatta l’obbligo di comunicazione alle autorità competenti sia in caso di tentato suicidio sia in caso di reati di terzi.
Non è che qualcuno oggi sta cercando di insabbiare tutto per non fare emergere la verità e le
responsabilità di qualcun altro?.”. Una cosa e’ certa.
Il quotidiano online www.ilgraffio.netha sollevato per primo la vicenda Sgarbi. E andrà’ avanti fino in fondo, fino alla fine finché non emergerà la verità. Ci aspetta un anno di grandi rivelazioni .
Perché crede nella battaglia di Evelina Sgarbi per salvare suo padre. E perche’ il direttore di questa testata conosce personalmente da decenni Vittorio, e molti dei suoi amici, e sa di doverglielo. Come gratitudine per la stima
e l’affetto che negli anni Sgarbi le ha sempre dimostrato. Perché Sgarbiani si nasce. Ma Sgarbiani si deve rimanere anche senza Sgarbi.

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“Voci Ribelli”: l’urlo silenzioso dei danneggiati da vaccino nel libro inchiesta di Chiara Talin. “Ascoltare questo dolore è un dovere umano”

Il dolore di chi è stato abbandonato dallo Stato dopo il vaccino. Chiara Talin raccoglie 44 testimonianze drammatiche nel libro inchiesta “Voci Ribelli”. Un viaggio di 700 pagine nel dolore che non fa notizia, per risvegliare le coscienze. 📖 💉 ⚖️

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Chiara Talin

Redazione-  – Esiste un confine molto sottile tra l’informazione di massa e il silenzio assordante dell’indifferenza. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico sulla pandemia e sulla massiccia campagna vaccinale ha spaccato profondamente l’opinione pubblica, polarizzando le piazze e lasciando colpevolmente indietro chi, da quell’esperienza, ne è uscito con la vita stravolta per sempre. Parliamo di persone comuni che si sono fidate ciecamente delle istituzioni e della scienza e che oggi, paradossalmente, si ritrovano a fare i conti con gravissimi problemi di salute cronici, uniti alla profonda e inaccettabile amarezza di sentirsi invisibili, non creduti o, peggio ancora, abbandonati da quello stesso Stato che aveva chiesto loro un atto di responsabilità.

A raccogliere questo drammatico grido di dolore ci ha pensato Chiara Talin, autrice del libro inchiesta “Voci Ribelli – Quando il danno non fa notizia”. Un’opera monumentale e coraggiosa di oltre settecento pagine che racchiude 44 testimonianze dirette di vite spezzate, corredate da referti medici e cartelle cliniche. Il libro non vuole porsi come un manifesto ideologico, ma come un potentissimo megafono umano per chi chiede semplicemente di essere ascoltato con empatia e curato con dignità. In questa lunga e toccante intervista, Chiara Talin ci racconta il dietro le quinte di un progetto editoriale nato per scuotere le coscienze intorpidite, lanciando un appello accorato che punta ad arrivare dritto sulla scrivania del Presidente della Repubblica.

L’intervista esclusiva a Chiara Talin

1) Chi è Chiara Talin e perché ha sentito il bisogno di dedicare oltre 6 mesi della sua vita a raccogliere queste testimonianze?

Mi chiamo Chiara Talin e vivo a Malta da nove anni. Prima di trasferirmi, ho vissuto tra il Varesotto e l’hinterland milanese. Durante gli anni delle scuole superiori ho studiato serigrafia, una professione che mi ha insegnato precisione e attenzione ai dettagli. Per diversi anni ho lavorato in questo settore, occupandomi della stampa su numerosi materiali. Successivamente ho svolto anche altri lavori come operaia. A un certo punto della mia vita, però, ho sentito il bisogno di cambiare strada. Dopo aver conosciuto mio marito Marco, ho iniziato un importante percorso di crescita personale e professionale avvicinandomi al mondo del copywriting. Ho seguito numerosi corsi, tra cui quello di Public Speaking di Max Formisano. Avevo il terrore di parlare in pubblico e davanti a una telecamera. Se oggi sono riuscita ad aprire il canale YouTube “MaltaForever”, a realizzare centinaia di video e a intervistare personaggi conosciuti, lo devo anche a quel percorso. Mi ha insegnato che i limiti più grandi spesso esistono soltanto nella nostra mente.

Per quanto riguarda questo libro, la sua nascita parte da un progetto precedente. Avevo pubblicato un altro libro nel quale avevo raccolto trenta interviste tratte dal mio canale YouTube. Molti di quei video venivano rimossi dalla piattaforma perché affrontavano temi controversi legati alla pandemia. Dentro di me è rimasta una domanda: che cosa è accaduto alle persone che raccontano di aver avuto conseguenze dopo la vaccinazione? Chi sta ascoltando la loro voce? Attraverso il mio lavoro ho iniziato a conoscere persone che raccontavano esperienze molto difficili. Ho parlato con uomini, donne e famiglie che mi hanno aperto le porte della loro vita. A quel punto ho sentito che non potevo voltarmi dall’altra parte. È nato così questo libro. Io non sono un medico né uno scienziato; sono una persona che sente il dovere umano di tendere una mano per dare loro uno spazio in cui raccontarsi, affinché il lettore possa leggere le loro esperienze direttamente dalla loro voce.

2) “Voci Ribelli – Quando il danno non fa notizia” non è un titolo che passa inosservato. Perché ha scelto proprio questo titolo e quale messaggio vuole trasmettere?

Il titolo completo racchiude un significato preciso. “Voci Ribelli” rappresenta tutte quelle persone che hanno deciso di non rimanere più in silenzio, esponendosi con il proprio volto affinché la loro esperienza non venga dimenticata. “Quando il danno non fa notizia” nasce da una riflessione: perché tante persone che raccontano conseguenze gravi affermano di non trovare spazio nel dibattito pubblico? È il sentimento di sentirsi invisibili. “Dalla fiducia alla rabbia” descrive il percorso umano emerso da moltissime testimonianze: prima la piena fiducia nelle istituzioni per proteggere i fragili, poi la delusione e la rabbia per non essere presi sul serio dopo l’insorgenza dei problemi. Infine, “Vite cambiate” riassume il contenuto del libro, confermato dalle 44 persone intervistate e dalla documentazione clinica che hanno condiviso. Il messaggio che desidero trasmettere non è chiedere di accettare automaticamente una conclusione, ma invitare ad ascoltare queste storie senza pregiudizi.

3) Lei ha raccolto ben 44 testimonianze. Dopo aver ascoltato tutte queste persone, qual è stata la domanda che si è fatta più spesso?

Ascoltando e leggendo, molte volte mi sono commossa fino alle lacrime. Mi sono chiesta come sia possibile che tante persone debbano affrontare una sofferenza così grande, cercando risposte e cure che spesso riescono solo ad attenuare il dolore di conseguenze che potrebbero accompagnarle a vita. Un’altra domanda ha riguardato me stessa: mi sono detta spesso “per fortuna che vivo a Malta e che ho scelto di non vaccinarmi”, chiedendomi cosa sarebbe successo se avessi fatto una scelta diversa. E poi ho provato frustrazione per non avere grandi possibilità economiche per aiutarle concretamente, visto che molte affrontano spese mediche e legali enormi facendo fatica ad arrivare a fine mese. La domanda che mi è rimasta dentro è: come possiamo non ascoltare il dolore di queste persone?

4) Tra tutte le storie raccolte, ce n’è una che ancora oggi continua a emozionarla ogni volta che ne parla?

Sarebbe impossibile sceglierne una sola. Mi ha colpita la storia di Marco Florio, che racconta di soffrire di disturbi gravissimi come fotofobia, giramenti di testa e che successivamente ha avuto anche un ictus, cambiando profondamente la sua vita. Oppure la testimonianza di Ingrid Busonera, che riporta ischemie cerebrali, fibromialgia, miopericardite e neuropatie. Ma le storie più strazianti sono quelle dei genitori che hanno perso un figlio. Penso alla mamma di Sofia Costantino, una ragazza sportiva deceduta (secondo quanto riportato dalla famiglia) pochi giorni dopo la terza dose. Leggere il racconto del ritrovamento della figlia senza vita è stato devastante. Penso anche a Stefano, finito su una sedia a rotelle perdendo lavoro e autonomia, e a Roberta Storti, ex istruttrice di spinning oggi limitata da dolori continui e problemi neurologici. Queste storie mi hanno insegnato che dietro ogni cartella clinica c’è un essere umano che merita rispetto.

5) Cosa accomuna tutte le persone che hanno deciso di raccontare la loro esperienza nel suo libro?

Un profondo senso di delusione, sofferenza e abbandono. Molti sentono di aver perso la fiducia nelle istituzioni e nel sistema sanitario. Convivono con una grande rabbia per non essere stati presi sul serio. E poi emerge con forza la solitudine: il dolore di non sentirsi creduti nemmeno da familiari e amici di vecchia data, che di fronte al loro cambiamento fisico fanno fatica a comprendere. Molti si chiedono come sia possibile che chi ti conosce da una vita scelga di voltarsi dall’altra parte. Ciò che chiedono è attenzione, rispetto e la possibilità di raccontare il proprio vissuto senza sentirsi giudicati.

6) Durante la stesura del libro ci sarà stato un momento in cui si è fermata e ha pensato: “Questa storia deve assolutamente essere conosciuta”. È successo?

Certamente sì. Ho pensato spesso che avrebbero dovuto trovare spazio sui giornali e nei programmi televisivi, perché non parliamo di statistiche ma di vite reali stravolte. Un tema fondamentale come quello della salute dovrebbe garantire un confronto aperto, e invece c’è stato a lungo un pensiero dominante. Negli ultimi mesi ho notato un cambiamento: testate importanti (“La Verità”, “Il Sole 24 Ore”, “Il Tempo”, “AdnKronos” e altri) hanno iniziato a parlare degli effetti avversi, ma dovrebbero farlo tutti i giornali, nessuno escluso. I grandi canali televisivi restano difficili da penetrare, ma non bisogna mai perdere la speranza. Sto cercando di far arrivare il libro a giornalisti e professionisti dell’informazione affinché queste storie trovino il momento giusto per essere ascoltate.

7) Che cosa ha spinto queste persone ad affidare la propria storia a lei, una persona che non conoscevano?

Il desiderio di essere finalmente ascoltati senza essere giudicati. Avevano bisogno di uno spazio sicuro in cui poter esprimere le emozioni e il dolore che vivono quotidianamente. Per molti è stato un percorso liberatorio e un sostegno emotivo, perché dopo tanto tempo hanno potuto mettere in parole ciò che avevano dentro. Mi hanno donato la loro fiducia e io l’ho accolta con estremo rispetto. La cosa che mi ha colpito di più è stata vedere la loro felicità nel sapere che la loro esperienza non sarebbe morta nel silenzio, sentendosi finalmente “visti”.

8) Vivendo a Malta da anni, ha notato differenze nella gestione della pandemia rispetto all’Italia?

Assolutamente. In Italia c’è stato un clima di forte paura, amplificato da un bombardamento mediatico costante. Anche a Malta ci sono state chiusure e un crollo totale e tristissimo del turismo, ma non c’è stato un lockdown totale come in Italia: era possibile uscire e muoversi. Ho vissuto momenti di tensione legati all’uso ossessivo della mascherina (una volta sono stata aggredita verbalmente e colpita con una borsa su un autobus per averla abbassata sotto il naso per respirare), ma la differenza più importante è stata l’assenza dell’obbligo vaccinale per la vita quotidiana e il lavoro. C’erano regole severe (quarantene salatissime a proprie spese in hotel per i turisti positivi), ma la pressione sociale e lavorativa mi è sembrata meno asfissiante rispetto al clima italiano.

9) Se questo libro arrivasse sulla scrivania di un giornalista, di un medico o di un politico, cosa spererebbe che facessero?

Spererei che lo leggessero con apertura e umanità, senza fermarsi ai numeri, ma conoscendo le persone. Vorrei che prendessero queste testimonianze come punto di partenza per incontrare i danneggiati e comprendere la realtà dei fatti. Se fosse un giornalista, vorrei che ci facesse un’inchiesta. Se fosse un politico, il mio sogno sarebbe un confronto pubblico e trasparente per affrontare le responsabilità. Sarei felice se il libro servisse a risvegliare dal torpore chi ancora oggi crede ciecamente che non esistano effetti avversi.

10) Molti potrebbero chiedersi: “Perché leggere oltre settecento pagine su un tema così delicato?”. Cosa risponderebbe?

Risponderei che non è semplicemente un libro, ma un viaggio in vite reali. Dietro ogni persona c’è un percorso che non poteva essere liquidato in poche righe. Abbiamo un disperato bisogno di imparare ad ascoltare. Il libro richiede tempo, ma certe storie meritano proprio questo: tempo e rispetto. Inoltre, l’opera è arricchita da relazioni importanti di esperti come il Criminologo Forense Umberto Mendola, Bianca Laura Granato, il Dott. Mauro Mantovani, il Dott. Sergio Brancatello e perizie legali.

11) Dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro, qual è la domanda che spera rimanga nella mente del lettore?

Soprattutto per il lettore scettico, spero rimanga questa domanda: “Ho davvero conosciuto tutta la verità? Ho avuto la possibilità di ascoltare tutte le voci prima di farmi un’opinione?”. Il mio desiderio è risvegliare lo spirito critico, una dote ormai rarissima. Vorrei che le persone smettessero di fermarsi alla prima versione dei fatti propinata dai media e iniziassero a porsi dei dubbi costruttivi.

12) Se potesse mettere il libro nelle mani di una sola persona, chi sceglierebbe?

Sceglierei il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Incarna le istituzioni del nostro Paese. Mi piacerebbe che lo leggesse senza pregiudizi. Il mio desiderio più grande sarebbe vedere lo Stato riconoscere finalmente il dolore di queste persone, affrontare apertamente le domande che emergono e promuovere un dibattito trasparente. Quando è in gioco la salute e la fiducia dei cittadini, ascoltare ogni voce è un dovere istituzionale ineludibile.

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