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Cultura

“Per te America”: il paesaggio onirico e surreale della poetessa Emi Krosi. Un viaggio tra disillusione e radici

Un viaggio surreale e onirico tra i grattacieli di New York e il dramma dell’emigrazione: scopri il bellissimo poema “Per te America” della poetessa albanese Emi Krosi! 🗽 📖 Una lettura che scuote l’anima. La nota traduttrice e critica Angela Kosta ci accompagna nell’analisi di un’opera straordinaria, un mosaico poetico che fonde la mitologia con le strade fredde di Manhattan, le “spie di Enver”, la solitudine dei fast food e la disillusione del “sogno americano”. Un testo che si ispira alla Beat Generation e che racconta il senso di smarrimento di chi, arrivato in una grande metropoli mondiale, si sente solo “un granello di riso”, in bilico tra due mondi e due lingue. Leggi l’analisi e il testo integrale della poesia nel nostro nuovo articolo dedicato alla Cultura! 👇 🖋️

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Emi Krosi

Redazione  – Esistono opere letterarie capaci di trascinare il lettore in un vortice di visioni, illusioni e crude realtà, scuotendo l’anima e costringendo a guardarsi dentro. È esattamente ciò che accade leggendo “Per te America”, il potente poema scritto dalla poetessa albanese Emi Krosi. Un testo complesso, disarticolato ma affascinante, che la critica e traduttrice Angela Kosta ha minuziosamente analizzato, svelandone i legami nascosti con la mitologia, la Beat Generation e la poesia modernista di T.S. Eliot.

L’analisi di Angela Kosta: un viaggio tra i grattacieli e l’anima

L’opera di Krosi si apre su un paesaggio surreale e onirico, dove l’orizzonte si fonde con metafore audaci: gli “albini della terra degli indiani rossi” e le “nuvole come cavalieri”. Angela Kosta sottolinea come l’autrice ci connetta immediatamente alla Terra Desolata di Eliot, accentuando un senso di decadenza cosmica. È l’America del disincanto, dove il “globo abortisce immigrati” e l’identità di chi arriva da lontano si smarrisce tra i freddi grattacieli e i crani vetrati di Manhattan.

Nel suo viaggio letterario, Krosi non risparmia critiche sociali feroci, tipiche della poetica di Allen Ginsberg. Il poema esplora la solitudine delle metropoli, l’alienazione nei vagoni del treno, la dura realtà di quartieri come Harlem (tra povertà e perdizione) e lo sfruttamento delle donne afroamericane. La Statua della Libertà stessa subisce una rilettura carnale e trasgressiva, simbolo ambiguo di un’era moderna piena di vizi.

Ma al centro di tutto resta il dramma del migrante. Krosi si sente “un granello di riso nella grande New York”. La barriera linguistica (incarnata dal cameriere messicano a cui non sa rispondere in inglese) e i ricordi dei traumi storici del suo Paese natio (le “spie di Enver”) la intrappolano in un limbo. Alla fine, il freddo insopportabile dell’inverno newyorkese non è solo climatico, ma emotivo. L’ultimo verso, “Addio, oppure Good Bye!”, rappresenta l’eterna esitazione di chi vive diviso tra due mondi, preferendo però, in cuor suo, il calore della propria terra d’origine.


PER TE AMERICA (di Emi Krosi)

(Con gratitudine per il Presidente Bill Clinton)
Recensione e traduzione a cura di Angela Kosta

1.
Oltre le coste dell’Atlantico,
l’orizzonte grigio si effonde
sulle natiche dei albini della terra dei indiani rossi,
le nuvole come cavalieri nelle isole dei celi corrono.
I antri dei pianeti,
con mani miopi le altalene del sole oscillano,
invece il tempo con le stampelle cammina,
sulla terra desolata di Eliot.
Gelida l’aria dove scheletri di stelle si nascondono,
e la luna con le zampe, fiorini di limoni germoglia
sulla riva con onde e schiuma,
poiché le attempate carezze degli ulivi
i pianeti con le unghie strappano.

2.
mi sveglio dall’ombra del cactus,
mentre i cigni impollinano l’acqua,
le impronte sono ombre, che, sugli asfalti brinati si sillabano in pace grigia.
Il globo abortisce dai pannolini inzuppati di pipì immigrati di ogni colore e razza:
europei, asiatici, africani, indiani, nei vergini margini, gli indiani rossi,
mentre i cavalli pezzati sellano come asceti taciturni,
le profezie leggono, sotto la cenere.
L’America degli indiani, con foreste soleggiate,
e cavalli stalloni, sulla fronde delle foglie, castani le pellicce degli alberi,
le aquile bianche, le ali stormiscono,
nelle mattinate con cascate di luci,
come muta, l’alfabeto sillabo per scrivere il destino del mondo,
nonché il destino della mia terra, perché no, pure il mio destino!

3.
… e i miei sogni, che come monaci con apocrifi si svegliano,
in posaceneri con mozziconi di sigarette, polverose le strade, con teschi sui marciapiedi,
tribolano i pioppi qualora indossai la pelle dell’immaginazione,
sul volo con il Boing, umidi le voragini degli oceani,
con pancia di lucciole, sulla piattaforma di J. F. Kennedy,
sulla soglia della tarda sera con la vecchia valigia, aspettando un taxi, verso Brooklyn NY.
Femminile la Statua della Libertà, come il diavolo al peccato mi invita,
mentre i glutei gelidi come iena le accarezzo, una piccola Saffo lesbica.
I grattacieli sulle coppe, le nuvole salate bevono, dai monsoni dell’Atlantico,
quando le dita delle foglie leccano nei tramonti umidi,
che come facchini stendono le colombe bianche,
in teschi di alberghi, motel e casinò, sui treni notturni per addormentarsi,
da un angolo all’altro di New York,
ubriachi, omosessuali, cinesi,
e gli occhi nell’oscurità spalanco, per abbozzare qualche somiglianza,
con la mia lontana patria povera, con capanne di plastica,
solo illusioni fumanti da Hollywood, come farfalle d’albori
che sui petali si immergono, nella platea di Madison Square Garden,
oltre i crani vetrati di Manhattan, il cadavere di me stessa cerco,
nelle folli disperse del ponte di Brooklyn, in mezzo a Wall Street!

4.
i semi dei cieli, negli becchi degli uccelli, sui pelli dei prati,
nude sono le fragranze del rigoglio mentre tra le cavità di Central Park si nascondono,
i cervi sulla neve, sui semafori che si masturbano, nelle lunghe attese,
asfalti inceneriti, numeri chilometrici, cartelli stradali,
numeri di autostrade, margini di confini, croci di cattedrali,
e io che vago… vago, sugli orizzonti carnosi d’America,
il mio orologio, con il fosforo invecchiato non scintilla sotto la scia fredda della pioggia,
il mio tempo grigio, sopra una ciliegia germoglia, come un frutto maturo.
Con i glutei in su una ragazza di colore, ricciuta, senza calzini color carne a gennaio,
le grosse cosce con cellulite, espone sull’enorme stazione, del “Grande Central Terminal”.

5.
si sono carbonizzate le sigarette, mentre nella mia vecchia posacenere di legno litigano,
il gatto le cosce nude mi solletica,
quando le notti si accorciano come tristi putane nelle mie anime,
mille amori sono deceduti, quando i rifiuti sbadigliano, quando le paci balbettano,
quando muoiono gli odi, dai fossili dei deserti,
là, una vecchia melodia, la luna mi prese, tramite i caffè ritardati,
i denti d’oro di fine giornata, nelle strade di Harlem,
sbronzi con schiume d’orgasmi scuri, e droga, e sesso,
e i bambini colmi di polvere con folli sorde, poiché il tanfo di whisky,
come vulcani in eruzione, dalle danzatrici di colore, così, rossicce fino all’alba.

6.
mi sono persa nei giardini di Babilonia… salgono le scale Divine, tra piumi avvolti,
i colossi giganti della pace,
(là sulle rocce di Mount Rushmore, in Black Hills, così illuminate,
le mani il tempo reggono, come una fiaccola),
come gabbiani d’acqua, fiori sbocciano le immensità,
mentre i precipizi dei miei sogni, pigmenti d’arcobaleni versano,
e come lupa ulula la libertà insanguinata,
poiché le piogge nelle notti ardenti si sminuiscono,
quando un gancio di luna la luce sui pozzi fa cadere,
quando i spettatori taciturni, oltre gli angoli delle prostitute,
incuranti l’estasi eiaculano, paradossalmente, ciecamente, sordamente,
quando le ragazze si stuprano, quando si uccidono i bambini, quando si rovinano le nazioni,
una ragazza… una ragazza albanese, sulle vie oniriche, le mani allunga
verso le stelle polverose, con colmi mantelli galattici sconosciuti
sotto un’enorme cielo americano pieno di caos,
dove le alture, l’ozono sotto il cielo deglutiscono!

7.
oggi non c’è nemmeno foglia in Park Avenue,
(adesso ad aprile è caduta la neve, e una bionda a Manhattan,
senza calze di nylon, vestita leggera al freddo),
stava nutrendo il suo cane con pelle di porpora mentre scuoteva i fianchi,
tra migliaia persone che solamente corrono, invece io mastico una gomma.
Là, a Long Island, fiocchi di neve come uova di gallina,
brr-brr… che freddo, e le mani con il respiro scaldo,
perché il clima del mio paese mediterraneo,
(là, ha iniziato la spiaggia, arrossati dal sole come sandwich schiacciato),
sull’autostrada nell’America di Allen Ginsberg, cerco solo qualche centesimo,
in un negozio cinese, con oggetti economici, oppure un intero supermercato,
con cibo di alligatori, rettili,
“solo un’acqua, – per favore, – un’acqua aspra: “Made in USA”,
non credo a essere di qualche canale, poiché alcune alghe marce, sono bagnate,
così come questo mezzogiorno con telai di colori, con milioni di ombre che via vanno…
…via vanno, alcune correndo, alcune con i passi, con il metro, l’autobus,
invece, un vagabondo che i fianchi mi toccò, mentre mormorava: “love, love America…”
in mezzo ai taxi notturni scompare, per appuntamenti segreti tra amanti.

8.
non ho tempo a raccogliere papaveri, sui semafori con degli occhi gonfi,
quando leggo il Times o guardo i film di Steven Spielberg,
in mezzo alla pioggia invano cammino poiché un granello di riso sono, nel Grande New York,
Midtown, Bronx, Queens, Brooklyn e Manhattan,
(nel Bronx, pettegolezzi con alcuni albanesi, di questioni politiche, finché tra noi ci siamo azzuffati
poiché X e Y sono spie, si, si, spie di Enver, all’ONU oppure al Capitol Hill),
nelle raggianti dintorni della Casa Bianca, incontrerò oggi Trump?
Bush, o anche Clinton?!

9.
non voglio essere straniera, diamine, non ho più internet,
altrove in un angolo, un McDonald’s “to eat breakfast”, un hot-dog,
ma no, – sono a dieta, non lo voglio il colesterolo eccessivo,
hm… sono in ritardo, il mio biglietto, il numero del gate,
il numero del volo, il numero del barcode, ma non ho rete e non riesco a connettermi,
quando un cameriere messicano mi sorride:
– Come stai? – chiede, mentre come il diavolo mi affascina.
– Non parlo inglese, – gli rispondo nervosa, faccio finta di inserire il codice hi-fi,
ma lui, furtivamente, capisce il mio problema, il mio problema, dico,
il mio problema, il problema per un selfie su tik-tok, su instagram,
ma lui sta aspettando, per l’ordinazione, per il conto, per la mia partenza,
per l’ultima fermata, per l’orario del taxi (perché i taxi a New York, sono terribilmente lenti).
– Ancora non mi hai detto, di dov’è signora?
– Cosa… io signora? Vai a quel paese, – (gli rispondo in albanese).
Sì, sì, sono albanese e mediterranea, che fumo solo sigarette,
non faccio sesso orale, né fumo marijuana, solo caffè espresso, non un Long Black,
oltre una tabella ferroviaria, degli esseri spogliate nelle strade gelide
ghiaccio, ghiaccio, sotto l’ultima nevicata!

10.
nell’ultimo viaggio durante la notte, dove il midollo dell’aria è ammuffita,
le antenne degli insetti dormono, quando i satelliti sopra il fiume Hudson volano,
e il mio essere sprofondato nell’oscurità della velocità del treno,
dove la nullità diventa respiro, ronfi,
il ringhio di un cane o di un gatto, che le zampe glielo divora
il fruscio dei binari arrugginiti, con onde d’argento dall’oceano,
nel mio andare oltre gli abissi, oltre gli abissi di me stessa,
della paura, degli adii, degli abbracci, dei grattacieli, delle amebe polverose,
che impiumano le stagioni grigie, grigie, grigie di New York.
Addio, oppure Good Bye!

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Cultura

Il cinema internazionale incorona L’Aquila Capitale della Cultura: al festival CiAq trionfano la Romania e il documentario abruzzese sui rifugi del Gran Sasso

La prima spettacolare edizione del Premio Cinematografico dell’Aquila si chiude con un trionfo internazionale e un commovente omaggio alle montagne abruzzesi! Ieri sera, presso lo storico Teatro San Filippo, la giuria presieduta da Mariangela Sansone ha consegnato i premi ufficiali del “CiAq 2026”, la rassegna diffusa della Capitale della Cultura che ha proposto 79 opere da 9 nazioni del mondo. Il lungometraggio rumeno “On Our Own” vince come miglior film, mentre il documentario aquilano “Vita in quota” di Claudio Sponta e Andrea Maria Falzone conquista il Premio del Pubblico, portando sul grande schermo la fatica e i fragili equilibri dei rifugi del Gran Sasso contro il riscaldamento globale e l’overtourism. Il senatore Guido Liris e il vicesindaco Raffaele Daniele blindano il successo in asse con la neonata Abruzzo Film Commission per creare nuovi posti di lavoro. Tutti i dettagli e l’elenco completo dei vincitori nel nostro articolo! 👇

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PREMIAZIONE CIAQ 1

L’Aquila – Ci sono città che portano addosso i segni monumentali e dolorosi della storia patria, ma che proprio attraverso la forza dirompente dei linguaggi contemporanei dell’audiovisivo, dell’onestà intellettuale e della memoria collettiva sanno risorgere, trasformando le proprie piazze restaurate in autentiche officine di pensiero, presìdi di resistenza civile e risorsa terapeutica contro il torpore del nostro tempo. Il cinema, quando si spoglia delle asettiche logiche commerciali di plastica, si riscopre l’unico vero specchio trasparente capace di radiografare le grandi contraddizioni della società, offrendo alle famiglie e alle nuove generazioni un’oasi di spensieratezza colta e pura emozione dal vivo, lontana dall’asfissia dei dispositivi digitali individuali. Ieri sera, domenica 20 settembre 2026, la splendida e fiera cornice del Teatro San Filippo ha ospitato il solenne e straordinario fischio d’inizio dei verdetti per il gran finale della prima edizione di CiAq – Premio Cinematografico L’Aquila, il festival diffuso che ha letteralmente conquistato il capoluogo abruzzese nel suo anno più splendente come Capitale Italiana della Cultura.

La monumentale kermesse, svoltasi con fiera determinazione da giovedì 17 a ieri, ha proposto al pubblico un cartellone d’eccellenza di ben 79 opere in concorso, ripartite tra 12 lungometraggi, 24 documentari e 43 cortometraggi provenienti da 9 Paesi del mondo, tra cui Stati Uniti, Francia, Croazia, Argentina, Regno Unito, Albania e Svizzera. La macchina logistica del festival è stata interamente promossa e programmata dall’Associazione Culturale Innovahub con il sostegno del Gruppo Abivet Soc. Benefit e dei laboratori stanziali dello Spazio Indipendenza a Palazzo Ciccozzi. La direzione artistica e organizzativa, affidata al binomio familiare composto dal regista Maurizio Albano e da Francesco Albano (fondatori della casa di produzione SimonFilm), ha blindato un’alleanza di scopo transnazionale in totale trasparenza, nata per valorizzare il merito dei giovani autori ed evitare il doloroso esodo all’estero delle nostre migliori intelligenze creative, taccuino alla mano e passioni calde.

Dalla Romania alle scuole di Ravenna: i tre premi ufficiali delle giurie d’élite

Il ruolino di marcia delle premiazioni al Teatro San Filippo, condotto alla presenza solenne del senatore Guido Liris e del vicesindaco dell’Aquila Raffaele Daniele, ha visto sfilare i diamanti della cinematografia indipendente mondiale. Il premio come Miglior Lungometraggio è stato assegnato alla pellicola rumena “On Our Own”, diretta dal regista Tudor Cristian Jurgiu. L’opera, valutata dalla giuria presieduta dalla saggista e critica cinematografica Mariangela Sansone (affiancata da Anna Collabolletta, Stefano D’Amadio e Gianlorenzo Franzì), è stata lodata per lo stile disadorno, mai asettico e privo di filtri protettivi con cui fotografa la dolorosa e intima storia dei suoi giovani protagonisti, raccontando il farsi e il disfarsi del nucleo familiare inteso come perimetro di sentimenti o come luogo della loro drammatica assenza.

Il titolo di Miglior Documentario, esaminato dal giurato Riccardo Barbieri, è andato all’iper-emotivo e sognante “La vita segreta dei giocattoli”, firmato dalle registe Sara Zavarise e Alexandra D’Onofrio. Il film segue il viaggio pedagogico rionale e i laboratori dell’artigiano-poeta ravennate Roberto Papetti, impegnato a costruire balocchi a partire da materiali di riciclo per diffondere un manifesto di rispetto biologico dell’ambiente tra i bambini di tutta la penisola. Per la sezione Cortometraggi, la commissione formata da Francesca Laurenzi, Nicola Luigi Conti e Irina Tarvida ha incoronato l’onestà espressiva di “Il mio amico Karl” di Nikola Brunelli, un’opera ritmica che mette in scena le idee ribelli e rivoluzionarie della piccola Lucia, capace di scuotere il torpore e le ipocrisie del sistema scolastico ordinario.

Il trionfo aquilano di “Vita in quota”: lo scudo del Gran Sasso contro il turismo di massa

Il momento di più travolgente e commosso interesse comunitario si è consumato quando i presentatori hanno svelato il verdetto del Premio del Pubblico, assegnato tramite il voto trasparente degli spettatori. A trionfare con spavaldo orgoglio è stato il documentario “Vita in quota”, diretto a quattro mani dai registi aquilani Claudio Sponta e Andrea Maria Falzone. Sponta, venticinquenne di immenso merito e fresco di diploma presso i laboratori stanziali del Centro Sperimentale di Cinematografia dell’Aquila, ha ritirato la targa tra gli applausi scroscianti della platea. La pellicola si configura come uno scavo antropologico spaventoso che radiografa una stagione vissuta all’interno dei storici rifugi Franchetti, Duca degli Abruzzi e Garibaldi sul Gran Sasso d’Italia, mettendo a nudo la fatica quotidiana, i soft skill dell’accoglienza ad alta quota e le risposte flessibili dei gestori di fronte all’imprevedibilità della montagna.

Il testo visivo di Sponta e Falzone non si limita alla contemplazione del paesaggio abruzzese, ma si erge come un severo manifesto civile e un promemoria etico contro i pericoli macroeconomici della contemporaneità. L’opera denuncia senza maschere gli effetti devastanti del cambiamento climatico globale, che prosciuga drammaticamente le risorse d’acqua delle vette, e l’asfissia causata dall’overtourism, una minaccia concreta per i fragili equilibri della smart land appenninica. «Siamo riusciti a trasmettere l’amore viscerale per le nostre montagne», ha spiegato con calore Claudio Sponta sul podio del San Filippo, ricordando l’onestà delle idee che ha guidato le riprese cinematografiche tra le rocce del massiccio d’Abruzzo.

L’Abruzzo Film Commission motore dello sviluppo: il bilancio dei fondatori Albano

Il successo di questa prima edizione del CiAq blinda il valore di una programmazione strategica e pluriennale volta a trasformare il territorio in un polo attrattivo per le grandi produzioni internazionali dello Stato. «Il buon cinema è un ingrediente fondamentale per la qualità della vita all’interno del processo di ricostruzione post-sismica», ha sottolineato con fermezza il senatore Guido Liris, capogruppo in commissione Bilancio, evidenziando come l’evento sia originale e coraggioso. Una tesi sposta con assoluto ottimismo dal vicesindaco Raffaele Daniele, che ha celebrato il ritorno del cinema in piazza come rito collettivo in controtendenza rispetto all’isolamento delle piattaforme domestiche individuali, esaltando il ruolo logistico della neonata Abruzzo Film Commission, un’alleanza istituzionale capace di creare posti di lavoro stabili e risposte flessibili per le maestranze locali della filmografia Rai.

Il solenne commiato della rassegna si è consumato a tarda notte nel salotto accogliente di Piazza del Teatro. Sotto le stelle del centro storico aquilano oramai ricostruito, lo schermo gigante ha ospitato le proiezioni speciali fuori concorso dei film “Piccola storia di un muro” e “Anatomia di un grande sogno”, entrambi firmati dal regista Federico Braconi e prodotti dalla SimonFilm della famiglia Albano. «Raccogliamo e proiettiamo al futuro una prestigiosa eredità», ha concluso visibilmente emozionato il direttore artistico Maurizio Albano, affiancato dal direttore organizzativo Francesco Albano, ringraziando i partner storici L’Aquila Young, il Gold Partner LGF Srl e il media partner Abruzzo Web. I proiettori del CiAq si spengono e i verbali delle giurie vengono sigillati, ma a L’Aquila le luci della cultura restano accese: spegnete gli smartphone e andate in piazza, perché il domani della grande bellezza ha appena battuto il suo primo, indimenticabile ciak.

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Cultura

“La lezione della vita”: la potentissima poesia di Um Chang-Sup sulla lotta per l’esistenza

Ogni mattina, in Africa, come sorge il sole, non importa che tu sia leone o gazzella: l’importante è che cominci a correre! Il celebre proverbio africano sulla spietata lotta per la sopravvivenza nel Serengeti si trasforma in un’opera letteraria di rara potenza. La firma è quella del professor Um Chang-Sup, pluripremiato e illustre poeta della Corea del Sud, che ci regala una lirica indimenticabile intitolata “La lezione della vita” (tradotta magistralmente da Angela Kosta). I suoi versi, profondi e motivazionali, ci ricordano che il mondo moderno non è diverso dalla savana: a prescindere dal nostro ruolo nella società o dai venti contrari che ci ostacolano, il peso e il destino della vita ci impongono di non fermare mai il nostro passo. Leggi la poesia integrale e l’analisi dei versi nel nostro articolo 👇

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Um Chang-Sup

Roma – Il panorama letterario internazionale ci regala spesso incontri inaspettati tra culture apparentemente lontanissime, dimostrandoci ancora una volta come i grandi temi dell’esistenza umana siano assolutamente universali e slegati da qualsiasi confine geografico. È il caso della splendida lirica “La lezione della vita”, un’opera vibrante e carica di energia primordiale firmata dal celebre poeta e luminare sudcoreano, il professor Um Chang-Sup (nella sapiente e fedele traduzione italiana curata da Angela Kosta).
Prima di addentrarci nell’analisi della sua potentissima metafora naturale, è doveroso tracciare il profilo di questo gigante della cultura asiatica. Nato a Gangneung, nella provincia di Gangwon (Corea del Sud), Um Chang-Sup ha esordito giovanissimo nel mondo letterario nel 1965. La sua è un’intera esistenza votata allo studio e alla diffusione della parola scritta: laureatosi presso l’Università Sungkyunkwan con un dottorato in Letteratura, ha ricoperto il prestigioso incarico di professore, Preside e Rettore facente funzione presso la Kwandong University (di cui oggi è Professore Emerito). Ex Presidente della Società Coreana di Poesia e del PEN International coreano, la sua penna è riuscita nell’ardua impresa di trasformare un celebre e crudo proverbio africano in un sublime manifesto esistenziale. Vi invitiamo a leggere con attenzione i suoi versi:

All’alba, nelle pianure del Serengeti africano,
una gazzella di Thomson
apre gli occhi dal sonno.

Sentendo che verrà divorata
se non riuscirà a correre più veloce del leone,
d’istinto si lancia in avanti,
tagliando al contrario il vento.

Nella luce azzurra dell’alba,
il re degli animali
si risveglia nella solitudine selvaggia.

Sapendo che morirà di fame
se non riuscirà a superare la gazzella,
il leone, con tutte le sue forze,
risveglia il proprio istinto feroce
e, nelle pianure illuminate dal sole,
si lancia all’inseguimento della preda.

Anche tu, che tu sia gazzella o leone,
nel luogo in cui la vita ti ha posto,
prima che appaia il sole del mattino,
devi consacrarti a un unico obiettivo
e correre con tutte le tue forze.

Anche di fronte al vento contrario
più impetuoso,
devi continuare ad avanzare
senza interrompere il passo.

Questo è il peso della vita
e il destino che essa porta con sé.

Il leone e la gazzella: la cruda metafora dell’esistenza selvaggia

L’immaginario evocato dalla prima parte della poesia ci trasporta istantaneamente e violentemente nelle sconfinate e spietate savane del Serengeti africano, nel preciso istante in cui la luce azzurra dell’alba squarcia le tenebre. In questo ecosistema primordiale, la natura si manifesta nella sua forma più brutale ed essenziale, spogliata di ogni sovrastruttura morale o pietismo umano.
La gazzella di Thomson, simbolo universale di fragilità, eleganza e vulnerabilità assoluta, si risveglia con un’unica, raggelante consapevolezza impressa nel proprio DNA: se non correrà più veloce del suo predatore, la sua esistenza terminerà in quel preciso giorno. Parallelamente, il leone, il temuto re degli animali, si desta nella sua “solitudine selvaggia” portando sulle possenti spalle un fardello emotivo e fisico altrettanto gravoso. La sua supremazia nella catena alimentare non gli garantisce affatto la sopravvivenza gratuita: se non sarà in grado di superare in velocità la sua agile preda, il suo ineluttabile destino sarà quello di morire lentamente e dolorosamente di inedia. Entrambi gli animali, pur occupando posizioni diametralmente opposte nello spietato scacchiere della natura, sono uniti a doppio filo dalla stessa, identica condanna biologica: l’obbligo assoluto di muoversi per non soccombere.

Correre controvento: l’istinto di conservazione che supera la stanchezza

Il passaggio più toccante della descrizione naturalistica è l’immagine della gazzella che si lancia istintivamente in avanti “tagliando al contrario il vento”. Questa singola riga poetica racchiude in sé l’essenza stessa della resilienza. Il vento contrario rappresenta tutte quelle forze invisibili e contrarie (le avversità climatiche, la stanchezza muscolare, la pendenza del terreno) che tentano disperatamente di frenare il nostro slancio vitale.
Eppure, guidato unicamente da un indomabile istinto di conservazione che travalica la razionalità, l’animale non si arrende alla forza degli elementi. Si lancia a capofitto nella folle corsa per la vita, sfruttando ogni singola goccia di energia a propria disposizione, ignorando il bruciore nei polmoni e il dolore alle zampe. È una celebrazione meravigliosa del potenziale inespresso che si nasconde in ogni essere vivente, un serbatoio segreto di forza che si attiva esclusivamente quando ci troviamo sull’orlo del baratro.

La corsa umana: un monito universale per non arrendersi mai

L’ultima strofa della poesia rappresenta il potente slittamento semantico dal mondo animale a quello prettamente umano. Il professor Um Chang-Sup si rivolge direttamente e imperativamente al lettore, abbattendo la quarta parete: “Anche tu, che tu sia gazzella o leone, nel luogo in cui la vita ti ha posto […] devi consacrarti a un unico obiettivo e correre con tutte le tue forze”.
L’autore coreano ci ricorda che la società moderna, nonostante il suo livello di civilizzazione tecnologica e i suoi innumerevoli comfort materiali, non è poi così diversa dalla spietata savana africana. Che noi siamo i “predatori” in cerca di successo, carriera e affermazione (i leoni), o che siamo i “più deboli” costretti a fuggire dalle difficoltà economiche e dalle pressioni sociali (le gazzelle), la regola aurea dell’universo non cambia minimamente. Ogni singola mattina, prima ancora che sorga il sole, dobbiamo avere la lucidità mentale di fissare il nostro obiettivo e la determinazione feroce per inseguirlo, anche di fronte all’ostacolo più insormontabile. Non è un invito all’ansia o alla sopraffazione agonistica, ma l’accettazione fiera e coraggiosa di quello che il poeta definisce magistralmente “il peso della vita e il destino che essa porta con sé”. Fermarsi significa morire dentro; avanzare, anche se sanguinanti e stanchi, è l’unico modo per onorare il miracolo dell’esistenza terrena.

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Cultura

“Ciò che ci rende umani”: la potentissima poesia di Menda Vreto sull’amore e la dignità

Siamo ancora capaci di amare l’imperfezione in un mondo che ci vuole tutti perfetti, cinici e vincenti? In un’epoca dominata dai pregiudizi facili e dalla freddezza dei social, la meravigliosa e potentissima poesia “Ciò che ci rende umani” di Menda Vreto ci restituisce una bussola emotiva indispensabile. L’autrice ci ricorda che il vero amore inizia solo quando abbiamo il coraggio di rinunciare al nostro ego e di smettere di giudicare gli altri, e che nessuna esistenza (per quanto fragile o imperfetta) può mai essere ridotta a un semplice numero o a uno scarto della società. Ma il monito più grande riguarda la nostra eredità futura: quando non ci saremo più, verremo giudicati solo per aver aumentato la dignità del mondo o la sua crudele indifferenza. Leggi l’analisi profonda di questi splendidi versi nel nostro articolo 👇

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Amore e Dignità

Roma – In un mondo contemporaneo sempre più veloce, cinico e inaridito, ossessionato dalla necessità compulsiva di catalogare, etichettare e giudicare costantemente il prossimo attraverso le lenti deformanti dei social network o dei pregiudizi sociali, la voce limpida e profonda della poesia torna prepotentemente a ricordarci il nostro ruolo nell’universo. I magnifici e toccanti versi di Menda Vreto, racchiusi nella splendida opera intitolata emblematicamente “Ciò che ci rende umani”, rappresentano un vero e proprio manifesto etico e spirituale, una bussola emotiva indispensabile per ritrovare l’orientamento in un mare di cinismo. Prima di addentrarci nell’analisi di questo capolavoro, vi invitiamo a immergervi direttamente nella lettura integrale dei suoi potentissimi versi:

L’amore comincia
dove il giudizio abdica
e l’altro cessa di essere categoria,
funzione, appartenenza.

È il riconoscimento radicale
di una dignità che precede
ogni merito, ogni colpa, ogni nome.

Amare l’umanità
non significa assolverla:
significa sostenerne la complessità
senza ridurla a ciò che comprendiamo.

Accogliere l’imperfezione
senza trasformarla in condanna.
Difendere la fragilità
senza convertirla in debolezza.

Forse l’etica dell’amore
risiede in questa rinuncia:
non possedere,
non correggere,
non selezionare ciò che merita cura.

Riconoscere.

Perché ogni esistenza
contiene una parte irriducibile
che nessuno ha il diritto di degradare
a mezzo, a cifra, a scarto.

E quando tutto ciò che siamo
avrà perduto consistenza
nel tempo che ci sopravvive,
resterà soltanto la conseguenza
del nostro passaggio:

se abbiamo aumentato
la dignità del mondo
o la sua indifferenza.

Sostenere la complessità umana: il coraggio di accogliere l’imperfezione

Il viaggio introspettivo proposto dalla poesia si addentra coraggiosamente nei territori più impervi e difficili dell’animo umano, sfidando apertamente la cultura imperante della perfezione a tutti i costi. Menda Vreto ci ricorda con straordinaria delicatezza che amare l’umanità non significa affatto assolverla da ogni sua colpa, ma significa compiere il titanico sforzo emotivo di sostenerne la spaventosa e meravigliosa complessità, senza cedere mai alla tentazione di ridurla banalmente a ciò che riusciamo a comprendere e catalogare.
Questa riflessione scardina dalle fondamenta la nostra confortevole e radicata abitudine di relazionarci esclusivamente con ciò che ci somiglia o con ciò che riusciamo a spiegare razionalmente. Il vero miracolo relazionale avviene solo quando troviamo la forza interiore e inestimabile di accogliere l’imperfezione altrui senza trasformarla immediatamente in una crudele condanna sociale, e quando riusciamo a difendere la fragilità del prossimo senza convertirla in una sterile debolezza. In una società iper-competitiva che brutalmente scarta, emargina e isola chi non riesce a tenere il passo, queste parole suonano come una potentissima carezza per l’anima di tutti gli invisibili, di tutti gli ultimi e di tutti gli sconfitti della vita.

L’etica rivoluzionaria dell’amore: riconoscere senza voler possedere

Il vertice filosofico, etico e spirituale dell’intera e vibrante composizione si raggiunge quando l’autrice definisce chirurgicamente la vera e pura natura dell’amore altruistico: l’etica dell’amore risiede esclusivamente in una drastica e dolorosa rinuncia al nostro ego. Non possedere, non correggere, non arrogarsi il diritto divino di selezionare e scegliere con cura a tavolino chi merita le nostre attenzioni. Il segreto è tutto racchiuso in un unico e luminosissimo verbo: riconoscere.
In queste poche, essenziali e chirurgiche parole è racchiusa la più grande e difficile delle lezioni esistenziali. Rinunciare alla folle e umana presunzione di voler “salvare” o “modificare” l’altro a nostra immagine e somiglianza è l’atto di suprema e incondizionata forma di rispetto che possiamo donare a un nostro simile. Perché, come ricorda lucidamente e drammaticamente la poetessa, ogni singola e miracolosa esistenza contiene al suo interno una parte assolutamente irriducibile, un nucleo sacro che nessuno ha il diritto morale di degradare a un semplice mezzo per i propri fini, a una gelida cifra burocratica o, peggio ancora, a uno scarto. Un monito attualissimo e spaventoso contro le moderne tecnocrazie e le fredde logiche di mercato contemporanee.

L’eredità del nostro passaggio: dignità o spietata indifferenza

La chiusura della poesia di Menda Vreto assume infine i contorni solenni, definitivi e malinconici di un testamento universale. Lo sguardo dell’autrice si allarga a dismisura e vertiginosamente, superando la caducità dell’esistenza presente per abbracciare l’inevitabile scorrere del tempo cosmico. Arriverà inesorabilmente un giorno in cui tutto ciò che siamo, le nostre paure, i nostri corpi e le nostre speranze, avrà perduto del tutto la propria consistenza nel tempo che ci sopravvive.
Quando i nostri nomi, le nostre ansie quotidiane, i nostri effimeri successi e i nostri fallimenti materiali saranno stati inesorabilmente cancellati dalla polvere dei secoli, il bilancio finale della nostra intera esistenza terrena non si misurerà affatto sul denaro accumulato, sui titoli accademici conquistati o sui falsi plausi ricevuti in vita. Tutto si ridurrà a una singola, spietata e meravigliosa alternativa morale, un bivio assoluto e ineludibile posto brutalmente di fronte alla nostra coscienza: la storia giudicherà unicamente se, durante il nostro breve passaggio su questo pianeta, abbiamo contribuito attivamente ad aumentare la dignità del mondo, oppure se abbiamo soltanto ingrossato le fila della sua spietata indifferenza. Scegliamo, ogni giorno, la dignità.

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