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Esteri

Tra brogli denunciati e restrizioni al voto, i democratici preparano lo scudo legale contro le ingerenze di Trump

“Il SAVE Act è una nuova forma di Jim Crow”. Lo ha detto Chuck Schumer, senatore democratico di New York e leader della minoranza del suo partito alla Camera Alta. Schumer avrà anche esagerato, ma la nuova legge elettorale, fortemente voluta da Donald Trump, imporrebbe severi limiti al diritto di voto degli afro-americani, che durante le leggi di Jim Crow furono sottoposti a segregazione razziale fra il 1876 e gli inizi degli anni Sessanta.

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Donald Trump

Redazione-  “Il SAVE Act è una nuova forma di Jim Crow”. Lo ha detto Chuck Schumer, senatore democratico di New York e leader della minoranza del suo partito alla Camera Alta. Schumer avrà anche esagerato, ma la nuova legge elettorale, fortemente voluta da Donald Trump, imporrebbe severi limiti al diritto di voto degli afro-americani, che durante le leggi di Jim Crow furono sottoposti a segregazione razziale fra il 1876 e gli inizi degli anni Sessanta. La legge tanto voluta da Trump colpirebbe anche altri gruppi minoritari, le donne, gli studenti universitari e tutti quelli che hanno difficoltà a ottenere documenti, come il passaporto, necessari a dimostrare di avere il diritto al voto. Il SAVE Act (Safeguard American Voter Eligibility Act) è stato approvato alla Camera con un voto di 218-213, ma il Senato non ha preso in considerazione il disegno di legge. Il presidente del Senato, John Thune, repubblicano del Dakota del Sud, non lo ha portato al voto a causa del filibuster, ossia della soglia di 60 consensi necessari per procedere al voto, dato che i repubblicani hanno solo 53 seggi al Senato.

Trump non avrà dunque questa legge a suo favore, ma ciò non toglie l’insicurezza creata dalle sue frequenti asserzioni secondo cui le elezioni americane sarebbero piene di brogli e che lui accetterà gli esiti solo se saranno giusti e onesti. Sappiamo già che, quando i repubblicani perdono, Trump è solito gridare alla frode. Lo ha fatto in maniera pericolosa a conclusione delle elezioni presidenziali del 2020. Va ricordato che lo stesso giorno della certificazione della vittoria di Joe Biden, il 6 gennaio 2021, Trump tenne un comizio a Washington durante il quale incitò i suoi sostenitori a opporsi alla cerimonia di certificazione. Le immagini dei disordini e dell’assalto al Campidoglio sono ancora vive nella mente di tutti. Si teme dunque che, in caso di sconfitta alle elezioni di medio termine, Trump non esiterebbe a ripetere gli eventi del 6 gennaio 2021. I democratici, che vengono visti come probabili vincitori della maggioranza alla Camera e potenzialmente anche al Senato, si stanno dunque preparando ad affrontare simili episodi.

Si teme che Trump possa ripetere ripetere il tormentone della frode elettorale in distretti e Stati controllati dai democratici per inviare agenti dell’ICE o del Dipartimento di Giustizia a sequestrare schede elettorali. Questo tipo di azione è già avvenuto nel 2026, quando agenti dell’FBI sono stati inviati a un centro elettorale nello Stato della Georgia e hanno sequestrato le schede elettorali dell’elezione del 2020. Inoltre, c’è stato un caso simile, sempre nel corrente anno, in cui Chad Bianco, lo sceriffo della Contea di Riverside, nel sud della California, ha fatto sequestrare 650 mila schede elettorali sostenendo che vi fossero irregolarità. Si teme anche che Trump potrebbe inviare agenti dell’ICE nelle vicinanze dei seggi per condurre retate di migranti, intimidendo gli elettori, specialmente gli ispanici.

I democratici, ma anche i funzionari di tanti altri Stati, sono preoccupati per la retorica di Trump, che continua a sostenere che le elezioni americane non sono sicure perché voterebbero anche non cittadini. Ciò non è vero, anche se ci sono state delle sviste e pochissimi individui non aventi diritto al voto sono stati identificati. La realtà è che non esistono molti incentivi a votare illegalmente, anche perché si rischiano pene severe, tra cui anni di carcere e ingenti multe. La realtà è invece diversa, come ci conferma l’alto assenteismo al voto in America. Persino nelle elezioni presidenziali, l’affluenza al voto raramente raggiunge il 60 per cento (con il 62% raggiunto nel 2020 e percentuali comprese fra il 52 e il 58% in altre elezioni recenti).

Nonostante tutto, i timori di interventi pericolosi da parte di Trump hanno già spinto i democratici a programmare una strategia di difesa in caso di interferenza. È stata organizzata una fitta rete di avvocati pronti a presentare ricorsi di emergenza ai magistrati, anche se non tutti i piani sono completamente chiari. Ciò che però rimane chiaro è la possibilità di azioni fuori dalle righe da parte di Trump. Nel 2020 Trump non riuscì a far ribaltare l’esito elettorale per il fatto che il vicepresidente Mike Pence fece il suo dovere, così come fecero altri funzionari dei parlamenti statali a maggioranza repubblicana. Inoltre, i collaboratori di Trump nel suo primo mandato hanno dimostrato un minimo di professionalità. Nel suo secondo mandato, i suoi collaboratori sono stati selezionati seguendo il principio della pura fedeltà al presidente. Da ricordare semplicemente che il procuratore generale, recentemente confermato dal Senato, aveva lavorato come avvocato personale di Trump dal 2023 fino al 2025, quando entrò a fare parte del governo come vice procuratore generale.

Per adesso, però, Trump continua a tentare di limitare il voto degli americani. Il presidente ha ordinato al servizio postale di non distribuire schede elettorali a individui i cui nomi non appaiono in liste in possesso del governo federale. Queste liste sono in realtà in possesso delle autorità statali, che per Costituzione hanno il dovere di dirigere le elezioni, con un ruolo limitato del governo federale. Fino al momento, la Corte Suprema non si è pronunciata in maniera definitiva, ma si attende una decisione a breve. Comunque vada, il compito dei democratici non è solo quello di combattere per vincere le elezioni. Devono anche battersi per mantenere la democrazia che Trump vorrebbe secondo questa interpretazione limitare, seguendo la strada di regimi autoritari.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Dall’Hazarajat a Kabul: il Fronte della Repubblica dell’Afghanistan e l’espansione geografica della resistenza contro i talebani

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Bandiera Afghana

Le attività sul campo, le rivendicazioni in materia di diritti e le prospettive politiche del Fronte della Repubblica dell’Afghanistan

Afghanistan-  Alla vigilia del primo anniversario dell’annuncio della propria fondazione, il Fronte della Repubblica dell’Afghanistan (Afghanistan Republican Front, ARF) si è ritagliato uno spazio tra le forze di opposizione ai talebani attraverso le attività sul campo che dichiara di condurre all’interno del Paese, gli sforzi politici e diplomatici all’estero e l’insistenza sulla necessità di ripristinare un sistema repubblicano.

Presenza sul campo: dalle province ai grandi centri urbani

Il Fronte della Repubblica dell’Afghanistan ha annunciato la propria fondazione nel novembre 2025. Nelle sue dichiarazioni programmatiche, il movimento pone l’accento sul ritorno a un sistema repubblicano, sullo Stato di diritto, sullo svolgimento di elezioni, sulle libertà politiche e sui diritti dei cittadini.

Secondo i comunicati diffusi dal Fronte, il numero degli attacchi rivendicati contro posizioni e strutture riconducibili ai talebani ha raggiunto quota 41. Kabul, Bamiyan, Parwan, Sar-e Pol, Samangan, Takhar, Daykundi e Ghor figurano tra le province nelle quali sarebbero state segnalate attività del movimento.

Tra gli episodi più recenti, il Fronte della Repubblica ha rivendicato la responsabilità di due attacchi consecutivi nella zona di Siah-Dara, nel distretto di Yakawlang, e nel capoluogo della provincia di Bamiyan. Secondo le informazioni pubblicate dal movimento, gli attacchi avrebbero preso di mira convogli che trasportavano minerali e che sarebbero stati collegati ai talebani, provocando danni alla controparte.

La reiterazione delle azioni rivendicate in diverse aree del Paese ha reso la presenza sul campo uno degli elementi centrali dell’attività del Fronte.

L’Hazarajat e la condizione degli hazara: dall’istruzione alla terra e alla proprietà

Bamiyan e altre aree dell’Hazarajat rappresentano importanti centri storici e sociali della popolazione hazara. La presenza e il ruolo degli hazara, tuttavia, non si limitano a questa regione: la comunità vive in tutto l’Afghanistan e le questioni relative ai suoi diritti, alla sicurezza, all’istruzione e alla partecipazione politica fanno parte della più ampia realtà nazionale.

Negli ultimi anni sono state espresse preoccupazioni per le restrizioni nell’accesso all’istruzione, la riduzione delle opportunità di partecipazione politica, le controversie fondiarie e immobiliari e gli sfollamenti forzati degli hazara in alcune zone. Tali questioni, soprattutto nelle aree in cui la comunità vanta una presenza storica e sociale, hanno inciso sulla sicurezza economica delle famiglie, sull’accesso alla giustizia e sulle loro prospettive future.

Nel settore dell’istruzione, oltre alle restrizioni imposte dai talebani allo studio delle ragazze, sono state sollevate preoccupazioni riguardo al trattamento riservato alle istituzioni formative e alle università associate alla comunità hazara. Secondo le informazioni fornite in merito a queste strutture, alcune università private legate agli hazara sarebbero state dichiarate dai talebani «dell’Emirato» o ricondotte alle strutture istituzionali del gruppo.

Anche nel settore immobiliare sono state pubblicate segnalazioni relative all’occupazione o all’espropriazione di terreni e insediamenti residenziali appartenenti agli hazara. Tra i casi menzionati figurano il complesso residenziale Omid-e Sabz, il complesso di Nawabad, nella provincia di Ghazni, e alcuni terreni e insediamenti abitativi nel capoluogo della provincia di Bamiyan.

Sono inoltre state diffuse segnalazioni riguardanti terreni nei distretti di Panjab e Waras, nella provincia di Bamiyan, che sarebbero stati assegnati, su ordine dei talebani, alle comunità nomadi kuchi (tradizionalmente legate alla pastorizia e alla vita nomade) e a gruppi tribali pashtun.

Qualora confermati da prove documentali, questi casi non potrebbero essere considerati semplici controversie immobiliari: riguarderebbero il diritto alla proprietà, la sicurezza abitativa, l’accesso paritario alla giustizia e la responsabilità delle autorità di governo nella tutela dei diritti dei cittadini. Un esame trasparente e conforme alla legge di tali vicende, insieme alla prevenzione di espropriazioni effettuate senza un procedimento equo, costituisce una delle questioni più rilevanti per il futuro dell’Afghanistan.

Nel loro insieme, queste preoccupazioni mostrano perché la questione hazara non possa essere analizzata esclusivamente in riferimento a una determinata regione o a una dimensione religiosa. Istruzione, proprietà, sicurezza e partecipazione politica sono aspetti interconnessi di una condizione le cui conseguenze vanno oltre l’Hazarajat e si intrecciano con il più ampio problema della giustizia e dei diritti di cittadinanza in tutto l’Afghanistan.

Le risorse naturali: una questione di interesse nazionale

Le risorse minerarie dell’Afghanistan costituiscono una parte della ricchezza nazionale del Paese. Tuttavia, le modalità di gestione e di estrazione di tali risorse sotto il governo dei talebani sono oggetto di gravi accuse relative alla mancanza di trasparenza, a irregolarità finanziarie e amministrative e all’assegnazione di contratti in condizioni poco trasparenti. Le contestazioni sollevate indicano inoltre possibili violazioni amministrative e finanziarie e danni considerevoli all’interesse pubblico.

Questi elementi pongono interrogativi importanti sulle modalità di gestione della ricchezza nazionale afghana e sulle responsabilità dei funzionari talebani nella sua amministrazione.

L’attività politica e diplomatica fuori dall’Afghanistan

Accanto alle attività che dichiara di svolgere all’interno del Paese, il Fronte della Repubblica opera in un contesto nel quale le forze di opposizione ai talebani cercano di portare all’attenzione internazionale la situazione afghana attraverso contatti con i media, le organizzazioni per i diritti umani, i parlamenti e gli ambienti politici internazionali.

Queste iniziative possono mirare a denunciare le restrizioni politiche e sociali, a difendere i diritti dei cittadini e a richiamare l’attenzione sulla necessità di costruire un sistema politico inclusivo e responsabile.

L’importanza di questo ambito risiede nel suo legame con gli sviluppi interni al Paese. L’attività politica e diplomatica può produrre effetti concreti quando è accompagnata da documentazione attendibile, da un impegno costante nel perseguimento delle rivendicazioni e da un progetto chiaro per il futuro dell’Afghanistan.

Anche per valutare l’efficacia del Fronte della Repubblica è quindi necessario distinguere tra le posizioni e gli incontri annunciati dal movimento e i risultati concreti, verificabili e documentabili che esso è effettivamente riuscito a conseguire.

Il manifesto del Fronte: repubblica, Stato di diritto ed elezioni

Le posizioni pubbliche finora espresse dal Fronte della Repubblica indicano che il suo discorso politico si fonda su alcuni principi centrali:

* il ripristino di un sistema democratico e rappresentativo;
* il rispetto dello Stato di diritto;
* la difesa dei diritti e delle libertà dei cittadini;
* lo svolgimento di elezioni;
* la partecipazione politica delle diverse etnie e dei differenti gruppi sociali;
* la salvaguardia dell’unità nazionale;
* l’opposizione al monopolio del potere.

Questi principi delineano l’immagine che il Fronte intende presentare di sé: quella di un movimento i cui obiettivi politici vanno oltre le sole attività armate e che cerca di affrontare la questione del futuro dell’Afghanistan attraverso il sistema istituzionale, i diritti dei cittadini e le modalità di distribuzione del potere.

In questa prospettiva, la repubblica non si identifica semplicemente con il ritorno alla struttura politica del passato. Assumono un’importanza altrettanto rilevante le modalità di svolgimento delle elezioni, l’indipendenza delle istituzioni previste dall’ordinamento, la garanzia delle libertà politiche, la partecipazione paritaria dei cittadini e la prevenzione di un’eccessiva concentrazione del potere.

La realizzazione di questi obiettivi richiede, tuttavia, programmi chiari riguardo alla struttura dello Stato, ai meccanismi di attuazione delle politiche, alla responsabilità delle istituzioni e alle garanzie dei diritti di tutti i cittadini.

Un manifesto politico supera quindi il livello delle dichiarazioni di principio soltanto quando i valori proclamati vengono tradotti in politiche concrete, impegni espliciti e programmi suscettibili di valutazione.

Per quanto riguarda il Fronte della Repubblica, anche il livello del sostegno sociale e la sua effettiva collocazione all’interno della società afghana restano questioni che richiedono un esame fondato su prove indipendenti.

Il primo anno di attività del Fronte della Repubblica: tra rivendicazioni e verifica indipendente

Nel corso del primo anno dall’avvio delle attività dichiarate, il Fronte della Repubblica dell’Afghanistan ha acquisito visibilità nell’ambito dell’opposizione ai talebani attraverso la pubblicazione di comunicati relativi ad attacchi in diverse province e l’esposizione delle proprie posizioni politiche sul futuro del Paese.

Restano tuttavia limitate le informazioni indipendenti sul numero dei suoi combattenti, sulla struttura organizzativa, sulle risorse finanziarie, sul livello di sostegno sociale e sull’effettiva estensione delle sue attività.

Il futuro ruolo del movimento dipenderà dalla continuità delle sue iniziative, dalla capacità di ampliare i propri legami politici e sociali, dai risultati ottenuti sul piano diplomatico e dalla coerenza tra i principi dichiarati e le azioni concrete.

Anche la presentazione di un progetto chiaro per l’amministrazione del Paese, la risoluzione delle controversie, l’organizzazione delle elezioni e la tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini potrà assumere un’importanza decisiva nella valutazione del suo peso politico.

In definitiva, la questione afghana non può essere ridotta al confronto tra un singolo movimento politico o militare e i talebani. Il futuro del Paese dipenderà dalla capacità di superare il monopolio del potere, costruire istituzioni responsabili, garantire i diritti dei cittadini e creare le condizioni per una partecipazione paritaria di tutte le comunità etniche e dei diversi gruppi sociali.

Dall’Hazarajat a Kabul e alle altre regioni dell’Afghanistan, le rivendicazioni relative all’istruzione, alla proprietà, alla sicurezza e alla partecipazione politica costituiscono una parte integrante del più ampio dibattito sulla giustizia e sul futuro dell’ordinamento politico del Paese.

La difesa dell’interesse nazionale, la gestione trasparente e responsabile delle risorse naturali e la garanzia dei diritti di tutti i cittadini, senza discriminazioni etniche, religiose o linguistiche, dovrebbero rappresentare i criteri fondamentali con cui valutare qualsiasi progetto politico per il futuro dell’Afghanistan.

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Bill Clinton cita il Corano: «I musulmani non devono essere discriminati a causa della loro fede»

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Bill Clinton

Florida, Stati Uniti — L’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton ha condannato gli atteggiamenti discriminatori nei confronti dei musulmani, sottolineando che nessuno dovrebbe essere insultato o disprezzato a causa della propria religione.

Clinton ha pronunciato queste parole il 20 ottobre 2026, durante un incontro interreligioso presso il Koinonia Worship Center, in Florida, nel corso di un evento intitolato “Multiple Faiths, One Florida”.

Nel suo intervento, l’ex presidente ha raccontato che sua figlia Chelsea aveva letto il Corano integralmente all’età di 15 anni e successivamente lo aveva incoraggiato a leggere un passaggio del testo sacro islamico.

Clinton ha richiamato il messaggio della sura Al-Hujurat, versetto 13, secondo cui Dio ha creato gli esseri umani in popoli e tribù affinché possano conoscersi reciprocamente. Nel suo racconto, ha evidenziato che le differenze tra le persone non dovrebbero essere motivo di disprezzo, ma un’occasione per comprendersi e imparare gli uni dagli altri.

L’ex presidente ha inoltre affermato di essere stanco degli atteggiamenti che denigrano i musulmani semplicemente per il fatto di essere musulmani. Ha ricordato che comportamenti negativi possono verificarsi in ogni comunità religiosa, poiché nessun essere umano è perfetto.

Le sue dichiarazioni riportano al centro del dibattito pubblico il tema della libertà religiosa e della convivenza pacifica tra persone di culture e fedi diverse. Il rispetto reciproco, il dialogo interreligioso e il rifiuto dei pregiudizi rappresentano elementi fondamentali per contrastare le divisioni e promuovere una società più inclusiva.

Il messaggio centrale del suo intervento è che la diversità religiosa e culturale non dovrebbe diventare una fonte di ostilità, ma un’opportunità per favorire la conoscenza reciproca, la comprensione e la pace.

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Il ‘tradimento’ di Zelensky e le ombre dell’Iran: il calcolo politico di Trump tra elezioni e grandi potenze

“Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

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Zelensky

Redazione-  “Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

Graham deve molto a Trump perché l’endorsement del presidente alle primarie le ha spianato la strada verso la candidatura del Partito Repubblicano. Allo stesso tempo, riconosce che l’inquilino della Casa Bianca ha fatto una scelta impopolare, poiché una netta maggioranza degli americani approva il sostegno all’Ucraina. Anche il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas e grande sostenitore del presidente Usa, ha giudicato l’azione di Trump “uno sbaglio”. Molto più duri i democratici. Il senatore Richard Blumenthal del Connecticut ha dichiarato che Trump ha tradito Volodymyr Zelensky e si è schierato con Putin, “un teppista sanguinario”, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale.

Trump, però, ha addossato la colpa della guerra a Zelensky, asserendo che avrebbe dovuto accettare un accordo. Senza l’assistenza Usa e quella europea, i russi sarebbero già in controllo dell’intera Ucraina. Trump ha inoltre dichiarato che l’America ha fatto moltissimo per gli ucraini e non ha ricevuto nulla in cambio. In una delle sue dichiarazioni più recenti, Trump ha persino attribuito la durata della guerra a un generale russo, che avrebbe dovuto conquistare Kiev in un batter d’occhio. Trump, a differenza degli alleati europei, non riconosce che l’Ucraina è stata aggredita e che l’aggressore è proprio Putin. Nel mondo di Trump, i forti hanno il potere di fare quello che vogliono e i deboli devono solamente accettarne le conseguenze.

L’eliminazione delle sanzioni e le vendite di gasolio russo non avranno grandi effetti positivi per i consumatori americani, che già attribuiscono gli aumenti dei prezzi alla guerra in Iran. In effetti, l’azione di Trump serve a distogliere l’attenzione dal problema che contribuisce in misura significativa al caro vita, un fattore che influenzerà le elezioni di midterm. Trump, però, è molto abile a spostare l’attenzione mediatica e, infatti, proprio in questi giorni si parla poco dell’Iran. Gli Usa e Israele avrebbero in programma altri attacchi all’Iran, ma le elezioni alle porte in entrambi i Paesi hanno frenato queste azioni militari, nonostante le incursioni degli Houthi, specialmente in Arabia Saudita. Il Dipartimento di Stato americano ha infatti ordinato ad alcuni diplomatici e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita a causa degli attacchi quasi giornalieri contro aeroporti e pozzi di petrolio.

Gli americani, però, sembrano aver già maturato un’opinione, come confermano gli ultimissimi sondaggi: l’inquilino della Casa Bianca è impopolare e molti elettori associano i costi del caro vita e dei carburanti alla guerra in Iran. Ecco perché i candidati repubblicani fanno quasi di tutto per cercare di non identificarsi con il presidente, mentre i candidati democratici ne approfittano per richiamare l’attenzione degli elettori sulle sue responsabilità.

L’abbraccio di Trump a Putin e il “tradimento” di Zelensky non dovrebbero sorprendere. La politica del presidente Usa è spesso basata sui rapporti personali, che talvolta si intrecciano con i suoi affari. Sul piano personale, c’è da ricordare che Zelensky è stato al centro della vicenda che portò al primo impeachment di Trump. Nel 2019, durante il suo primo mandato, Trump promise in una telefonata al neoeletto presidente Zelensky di consegnargli le armi che gli erano state promesse. Trump chiese però a Zelensky un “favore”: iniziare un’indagine su potenziali legami con la corruzione di Joe Biden, il suo eventuale avversario nelle elezioni del 2020. Trump voleva creare un polverone sul candidato democratico, collegandolo al presunto tentativo di bloccare un’inchiesta in Ucraina per proteggere il figlio Hunter, che aveva legami con l’azienda Burisma. Una volta venuta alla luce la telefonata, il Congresso iniziò le indagini che condussero all’impeachment nel 2019, seguito nel 2020 dall’assoluzione di Trump al Senato.

Trump non dimentica, ma l’abbandono di Zelensky è dovuto anche alla sua visione politica, secondo cui i “piccoli” si devono piegare ai “forti”. I forti sono, per Trump, la Russia e la Cina. Putin avrebbe quindi già proposto un vertice tra i tre Paesi per discutere di relazioni internazionali, compresa la questione dell’Ucraina, senza la partecipazione di Zelensky. Un incontro fra questi tre “big” sarebbe una vittoria per Putin, anche perché la Russia verrebbe trattata come una potenza di pari livello rispetto a Stati Uniti e Cina. Il netto cambio di posizione di Trump nei confronti di Zelensky rappresenta un’ulteriore conferma dei dubbi sull’affidabilità americana agli occhi degli alleati tradizionali, costretti a prendere altre misure per la propria sicurezza.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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