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Cultura

Linda Lercari, quando la scrittura diventa un viaggio nell’anima del Giappone

Ci sono libri che nascono da un’idea e altri che, invece, sembrano arrivare da lontano, quasi come se attendessero il momento giusto per essere raccontati. È il caso di «Kaijin – L’ombra di cenere», romanzo di Linda Lercari, che ha conquistato il primo posto su Amazon nella categoria dedicata alla storia giapponese.

Scrittrice e residente a Lucca dal 2020, Lercari ha trasformato una passione coltivata negli anni per la cultura nipponica in un’opera narrativa costruita attraverso ricerca, studio e immaginazione. Un percorso che affonda le proprie radici anche nella pratica del Kendo e negli insegnamenti del maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca.

La sua conoscenza del Giappone non nasce dunque soltanto dai libri, ma anche dall’esperienza, dall’ascolto e dalla volontà di comprendere una cultura lontana attraverso i suoi simboli, i suoi rituali e la sua filosofia.

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Linda Lercari

«Kaijin» conquista Amazon e porta il lettore nel cuore del Giappone medievale

Redazione-  Ci sono libri che nascono da un’idea e altri che, invece, sembrano arrivare da lontano, quasi come se attendessero il momento giusto per essere raccontati. È il caso di «Kaijin – L’ombra di cenere», romanzo di Linda Lercari, che ha conquistato il primo posto su Amazon nella categoria dedicata alla storia giapponese.

Scrittrice e residente a Lucca dal 2020, Lercari ha trasformato una passione coltivata negli anni per la cultura nipponica in un’opera narrativa costruita attraverso ricerca, studio e immaginazione. Un percorso che affonda le proprie radici anche nella pratica del Kendo e negli insegnamenti del maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca.

La sua conoscenza del Giappone non nasce dunque soltanto dai libri, ma anche dall’esperienza, dall’ascolto e dalla volontà di comprendere una cultura lontana attraverso i suoi simboli, i suoi rituali e la sua filosofia.

Abbiamo contattato telefonicamente Linda Lercari per parlare di «Kaijin», della scrittura, del Giappone e di quel sottile filo che unisce la ricerca storica alla dimensione più intima dell’essere umano.

Linda Lercari

Linda Lercari, la scrittura spesso nasce quando qualcosa dentro di noi chiede di essere ascoltato. Quando ha compreso che raccontare storie sarebbe diventato per Lei molto più di una semplice passione?

«Scrivo da quando avevo più o meno dieci, dodici anni. La scrittura è stata presente nella mia vita molto prima che diventasse una professione. Da bambina rappresentava uno spazio nel quale potevo osservare il mondo, immaginare situazioni, costruire personaggi e dare una forma a pensieri che magari non riuscivo ancora a esprimere diversamente. Nel 2016, poi, questa passione ha assunto una dimensione professionale, quando sono arrivati i primi contratti. Da quel momento ho iniziato a vivere la scrittura anche con una maggiore consapevolezza. Ho sempre letto molto e, attraverso la lettura, ho imparato che ogni storia può diventare una porta: a volte conduce verso un altro luogo, altre volte verso un’altra epoca, ma molto spesso conduce soprattutto dentro noi stessi».

 

Prima di incontrare il Giappone, c’è stato un Oriente che ha saputo parlare alla Sua sensibilità. Che cosa rappresenta per Lei questa parte del mondo?

«Il mio interesse per l’Oriente è nato più o meno durante gli anni delle scuole superiori, inizialmente attraverso la Cina. Successivamente, grazie a mio marito, ho iniziato ad avvicinarmi al Giappone. È stato lui a farmi conoscere il Kendo, una disciplina che praticava e pratica ancora oggi. Da quel momento è iniziato un percorso che non è stato soltanto culturale, ma anche umano. Il Giappone mi ha affascinata perché dietro ogni gesto, ogni tradizione e ogni disciplina sembra esserci una filosofia. È una cultura che invita a guardare oltre la superficie delle cose».

 

Quanto può insegnarci una disciplina come il Kendo sul significato della vita?

«Il Kendo mi ha dato moltissimo, anche dal punto di vista della scrittura. Attraverso il maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca, ho avuto modo di conoscere non soltanto una disciplina, ma un universo fatto di principi, rispetto, concentrazione e consapevolezza. Durante le lezioni ci raccontava massime e modi di dire giapponesi che andavano ben oltre la pratica della spada. Una volta parlò del suono prodotto dalla spada quando fende l’aria: quella riflessione mi colpì profondamente. Da quel momento ho iniziato a pensare alla spada non soltanto come a un’arma, ma come a uno strumento capace di rappresentare una scelta, una direzione, una ricerca interiore. Forse è proprio questo che mi ha spinto verso ‘Kaijin’».

È possibile che una storia inizi realmente quando un’immagine, una frase o un’emozione riescono a risvegliare qualcosa che avevamo dentro senza saperlo?

«Credo assolutamente di sì. Nel mio caso è accaduto proprio questo. Quell’immagine della spada che fende l’aria ha rappresentato una sorta di illuminazione. Non è stata semplicemente un’idea narrativa: è stato il momento in cui ho percepito che c’era una storia che doveva essere raccontata.

A volte la scrittura funziona così: non siamo noi a cercare una storia, ma è la storia a trovare noi. E quando questo accade, diventa difficile ignorarla».

«Kaijin» ci conduce nel Giappone del 1300. Quanto è difficile raccontare un’epoca lontana senza trasformarla in una semplice ricostruzione del passato?

 

«È stato un lavoro molto impegnativo. Ho impiegato quattro anni per scrivere questo libro, proprio perché desideravo ricostruire un mondo che fosse credibile e coerente. Ho cercato di approfondire gli usi e i costumi, la quotidianità, la cucina e naturalmente il pensiero dei protagonisti.

Ambientare una storia nel 1300 significa confrontarsi con una società molto diversa dalla nostra. Bisogna fare attenzione a non guardare quel mondo esclusivamente con gli occhi dell’uomo contemporaneo. Il vero lavoro consiste nel cercare di comprendere la mentalità delle persone di allora».

 

 

La storia può diventare una lente attraverso la quale comprendere meglio anche il presente?

«Sicuramente. Il passato cambia il nostro modo di osservare il presente. Quando incontriamo persone vissute secoli fa, apparentemente lontanissime da noi, ci accorgiamo che alcune domande sono invece universali: il bene e il male, la paura, il coraggio, la perdita, l’onore, l’amore, il desiderio di sopravvivere e quello di trovare un senso alla propria esistenza. Le epoche cambiano, ma l’essere umano conserva interrogativi profondi che attraversano il tempo».

Nel Suo romanzo ci sono due samurai del periodo Kamakura. Che cosa rappresenta, simbolicamente, il samurai nell’immaginario che ha costruito?

«Il samurai rappresenta una figura estremamente affascinante perché racchiude in sé forza e disciplina, ma anche fragilità e responsabilità. Dietro la figura del guerriero esiste un essere umano chiamato continuamente a confrontarsi con le proprie scelte. Ed è proprio questo che mi interessava raccontare: non soltanto ciò che accade fuori dai personaggi, ma soprattutto ciò che accade dentro di loro».

Lucca sembra avere avuto un ruolo importante nella nascita di «Kaijin». Quanto può influenzare un luogo la creatività di uno scrittore?

 

«Molto. Lucca possiede un sottotesto giapponese importante. Ci sono persone giapponesi che lavorano e vivono qui e che hanno portato il loro contributo. Inoltre, la presenza della Scuola Kendo e di altre arti marziali ha creato nel tempo un rapporto particolare con la cultura nipponica. Io stessa, dopo la laurea, ho scritto una tesi sull’influenza della cultura nipponica nell’opera di Giovanni Pascoli. Quindi il rapporto tra Lucca, la letteratura e il Giappone rappresenta per me qualcosa di molto significativo».

La letteratura nasce spesso dall’incontro tra luoghi apparentemente lontani. Lucca e il Giappone possono essersi incontrati proprio attraverso la Sua scrittura?

«Penso di sì. La scrittura ha la capacità straordinaria di mettere in comunicazione mondi che sembrano lontani. Un luogo può diventare una soglia verso un altro luogo. Lucca mi ha offerto un contesto concreto, fatto di incontri, persone, esperienze e conoscenze. Il Giappone mi ha offerto invece un patrimonio culturale e filosofico nel quale immergermi. ‘Kaijin’ nasce anche dall’incontro di queste due dimensioni».

Linda Lercari

 

 

Il successo su Amazon, con il primo posto nella categoria dedicata alla storia giapponese, che cosa ha rappresentato per Lei?

«È stata una sorpresa. Naturalmente ogni scrittore spera nel successo, ma nel mio caso non me lo aspettavo in modo particolare. Non essendo una persona molto conosciuta e non avendo un nome particolarmente altisonante, raggiungere questo risultato è stato qualcosa che mi ha davvero emozionata. Sono veramente entusiasta, soprattutto perché questo risultato arriva dopo quattro anni di lavoro. È una soddisfazione vedere che una storia nella quale hai investito tanto riesce a incontrare i lettori».

Quando un libro raggiunge il lettore, la storia smette di appartenere soltanto al suo autore. Che cosa spera che rimanga nell’animo di chi legge «Kaijin»?

 

«Mi piacerebbe che rimanesse soprattutto un’emozione. Vorrei che il lettore, una volta terminato il libro, portasse con sé qualcosa dei personaggi, delle atmosfere e del mondo che ho cercato di ricostruire. Un romanzo, secondo me, non deve necessariamente fornire risposte. Può anche lasciare domande. E talvolta sono proprio le domande che continuano a vivere dentro di noi dopo aver chiuso l’ultima pagina».

Lei ha definito particolarmente importante la componente cinematografica del romanzo. Da dove nasce questa scelta?

«Credo che derivi dal mio modo di immaginare le scene. Mentre scrivo, visualizzo molto ciò che accade. Vedo i luoghi, i movimenti, le atmosfere. Questo mi permette di costruire una narrazione nella quale il lettore possa quasi avere la sensazione di trovarsi davanti alle immagini. È una caratteristica che alcuni lettori hanno apprezzato e che probabilmente contribuisce a rendere la storia più immediata».

 

 

Il finale, a quanto pare, ha sorpreso molti lettori. Quanto è importante, per uno scrittore, avere il coraggio di non concedere al pubblico ciò che si aspetta?

«È molto importante. Se il lettore riesce a prevedere tutto ciò che accadrà, forse viene meno una parte della magia della narrazione. Io volevo accompagnarlo lungo una strada che sembrasse riconoscibile e poi portarlo altrove. Il fatto di essere riuscita a sorprendere i lettori mi fa particolarmente piacere, perché significa che la storia ha conservato una propria autonomia e non si è lasciata condizionare dalle aspettative».

La scrittura può essere anche una forma di disciplina, proprio come il Kendo?

«Sì, assolutamente. Anche la scrittura richiede costanza, pazienza e allenamento. Non basta avere un’idea: bisogna lavorarci, correggere, studiare, ricominciare. In questo senso vedo una forte affinità con il Kendo. Ci sono gesti che devono essere ripetuti molte volte prima di diventare naturali. Nella scrittura accade qualcosa di simile: ogni pagina, ogni frase e ogni revisione contribuiscono alla costruzione dell’opera».

Dopo quattro anni di lavoro, che cosa ha imparato Linda Lercari da «Kaijin»?

«Ho imparato che le storie hanno bisogno di tempo. Viviamo in una società nella quale tutto deve essere veloce, mentre un romanzo storico richiede l’opposto: lentezza, studio, ricerca e attenzione. Ho imparato anche che una passione può diventare una strada. Il Kendo, una città come Lucca, la cultura giapponese e la mia esperienza di scrittrice si sono incontrati quasi naturalmente. E da quell’incontro è nato questo libro».

 

 

Se dovesse racchiudere «Kaijin» in una sola parola, quale sceglierebbe?

 

«Direi “viaggio”. Perché è un viaggio nel Giappone del 1300, ma anche un viaggio dentro i protagonisti e, in qualche modo, dentro noi stessi. Ogni lettore può percorrerlo in maniera diversa».

 

E quale messaggio vorrebbe affidare ai lettori che stanno per aprire per la prima volta le pagine di «Kaijin»?

«Di lasciarsi guidare dalla storia senza cercare immediatamente di capire dove li porterà. Di entrare nel mondo dei personaggi con curiosità e senza pregiudizi. Perché credo che leggere significhi anche questo: concedersi il tempo di abitare per qualche ora una vita diversa dalla propria e, magari, tornare alla propria con uno sguardo nuovo».

 

Linda Lercari

La storia di Linda Lercari e di «Kaijin – L’ombra di cenere» dimostra come la letteratura possa nascere dall’incontro tra passione, studio, esperienza e territorio. Quello che inizialmente poteva sembrare soltanto un interesse per una cultura lontana è diventato, attraverso il Kendo, la ricerca storica e il legame con Lucca, materia narrativa.

Il successo raggiunto su Amazon rappresenta dunque non soltanto un riconoscimento commerciale, ma anche la risposta di un pubblico che ha scelto di entrare in un universo distante nel tempo e nello spazio.

E forse è proprio questa la forza più autentica della letteratura: permetterci di attraversare secoli e confini senza muoverci dal luogo in cui siamo, facendoci scoprire che, dietro culture, epoche e tradizioni differenti, continuano a vivere le medesime domande che da sempre accompagnano l’essere umano.

In fondo, come una spada che attraversa l’aria lasciando dietro di sé un suono, anche una storia può attraversare il tempo e lasciare una traccia. «Kaijin» nasce da quella traccia e oggi, attraverso i suoi lettori, continua il proprio viaggio.

 

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Cultura

Il diluvio dell’arte travolge la Biblioteca Vaticana, la svolta epocale di don Giacomo Cardinali: con “AQVA” l’antico sposa JR, Bill Moran e lo chef Pierangelini

La Biblioteca Apostolica Vaticana si rivoluziona e apre le porte all’arte contemporanea internazionale! 🏛️🌊✨ Dal 25 settembre prende il via “AQVA”, la straordinaria mostra inaugurale del ciclo quinquennale “Catastrofe e Meraviglia” curato da don Giacomo Cardinali. Un evento immersivo pazzesco reso possibile da Fondazione Roma e Intesa Sanpaolo, che vede la facciata del ‘500 coperta da un’onda monumentale dell’artista JR, i pesci tipografici di Bill Moran e i racconti gastronomici dello chef Fulvio Pierangelini dedicati ai 470 anni del trattato di Salviani. Un viaggio unico tra manoscritti papali rari e tecniche di restauro per riflettere sulla crisi climatica. Scoprite tutti i dettagli del programma nel nostro articolo! 👇❤️📖

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Catastrofe e Meraviglia_Aqvatilivm animalivm historiae di Ippolito Salviani_ph.Olivia Rainaldi_AQVA

Città del Vaticano – Ci sono luoghi sacri dove il silenzio dei secoli e la maestosità della memoria collettiva non si limitano a custodire la storia dell’umanità, ma si trasformano in giganteschi laboratori di pensiero capaci di far collidere il patrimonio antico con i linguaggi dirompenti della contemporaneità. La Biblioteca Apostolica Vaticana, da sempre scrigno universale di legalità, filologia e sapere teologico aperto agli studiosi di tutto il pianeta, si appresta a inaugurare una rivoluzione culturale ed espositiva senza precedenti. Da venerdì 25 settembre 2026 fino al 14 maggio 2027, le storiche sale papali ospiteranno AQVA, il primo e attesissimo capitolo di “Catastrofe e Meraviglia”, un monumentale ciclo espositivo quinquennale concepito per esplorare come gli elementi naturali fungano da specchio trasparente per le paure, i dubbi e le speranze del nostro tempo.

Il progetto, curato con rigore scientifico da don Giacomo Cardinali, Simona De Crescenzo, Francesca Giannetto e Delio Proverbio, è realizzato grazie a una prestigiosa collaborazione istituzionale con la Fondazione Roma e con il fiero supporto di Intesa Sanpaolo. L’orizzonte della rassegna è strutturato come un cammino transnazionale e interdisciplinare attraverso le minacce che da sempre insidiano la carta e la memoria libraria — dall’acqua al fuoco, dalla luce agli insetti fino all’impatto distruttivo dell’uomo — invitando il pubblico a superare il torpore dell’ansia climatica per riscoprire nuove possibilità di rinascita e futuro. Un’opera di squadra eccezionale che mette a confronto la fragilità dei supporti fisici con l’immensità del pensiero creativo, offrendo una risorsa terapeutica di altissimo spessore etico.

L’onda monumentale di JR sulla facciata del ‘500 e i LetterFish di Bill Moran

Il percorso espositivo si preannuncia come un’esperienza immersiva e totalizzante di forte urto emotivo. L’apertura del cammino è affidata all’installazione monumentale Diluvium firmata dal celebre artista francese JR, che ricoprirà l’intera facciata cinquecentesca della Biblioteca con un’onda visiva di sconvolgente impatto, metafora della vulnerabilità del sapere di fronte alle forze della natura. «C’è qualcosa di quasi mistico nei libri», confessa JR, svelando i retroscena delle sue installazioni Diluvium e Undae allestite a ridosso dei corridoi del Papa. «Questi oggetti fragili racchiudono i pensieri del mondo, trasportano voci e conoscenze attraverso i secoli. La carta non oppone resistenza agli elementi: portando un’onda nella Biblioteca Vaticana mettiamo a confronto questo paradosso. Che cosa può sopravvivere e cosa scegliamo di preservare?».

Accanto alle provocazioni visive di JR, l’EP della mostra si arricchisce delle creazioni d’avanguardia del maestro tipografo americano Bill Moran. Attraverso i suoi acclamati LetterFish, Moran trasforma i caratteri mobili in legno d’epoca e le attrezzature tradizionali della sua famiglia in un linguaggio visivo tridimensionale, dando vita a bizzarre e affascinanti creature marine composte interamente da lettere, numeri e segni paragrafematici. Un ponte perfetto che unisce la rigidità dei caratteri da stampa alla fluidità dell’elemento acquatico, celebrando il merito e l’onestà del gesto artigianale in un mercato dominato dall’asfissia degli schermi digitali e degli algoritmi artificiali.

I 470 anni del trattato di Salviani: lo chef Fulvio Pierangelini sale in cattedra

Il cuore scientifico e il fulcro simbolico dell’intero itinerario risiede nell’esposizione di un capolavoro assoluto dell’editoria rinascimentale romana: l’Aquatilium animalium historia del medico Ippolito Salviani, finito di stampare a Roma nel 1557 proprio per iniziativa e a spese della stessa Biblioteca Vaticana. «La mostra AQVA è anche l’occasione per celebrare i 470 anni dalla pubblicazione di questo bellissimo trattato sui pesci», spiega con orgoglio e spavaldo ottimismo don Giacomo Cardinali, Vice Prefetto e Commissario delle Attività Espositive della Vaticana, evidenziando il dovere di affrontare le paure con l’ingegno. «Ci siamo affidati a tre creativi dall’intuito straordinario, scoprendo orizzonti inattesi proprio in ciò che abitualmente ci atterrisce».

A dialogare con il trattato di Salviani e con i tesori del De re coquinaria di Apicio e i diari di viaggio di Giovanni Battista Ramusio sarà il genio culinario di Fulvio Pierangelini. Lo chef d’élite esplorerà il legame ancestrale tra l’acqua, la cucina e la memoria dei territori attraverso una serie di racconti gastronomici e ricette inedite, condite con un filo di sofisticata ironia e rispetto sacrale per la materia prima. Il percorso espositivo si chiuderà nella suggestiva Sala Barberini, trasformata in un tempio di contemplazione, e all’interno delle stanze del Laboratorio di Restauro della Biblioteca, dove l’acqua svelerà l’ultimo tassello della sua duplice natura: causa di degrado ma anche strumento clinico fondamentale per lavare, rigenerare e salvare i manoscritti. La mostra sarà visitabile il venerdì e il sabato secondo uno specifico calendario: spegnete gli smartphone e preparate il taccuino, la Santa Sede vi aspetta a braccia aperte per ricordarvi che la meraviglia nasce sempre nel cuore della catastrofe.

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Cultura

“Dalle tempeste sorge la Luce”: la Poesia come salvezza nel meraviglioso e struggente canto di rinascita dell’autrice Drita Haxhillari

“QUANDO PIANGEVO DISPERATA SENZA PIÙ FORZE, LA POESIA MI HA RIDATO IL RESPIRO E SALVATO LA VITA!”. La meravigliosa e struggente confessione dell’autrice Drita Haxhillari ci insegna come Sopravvivere ai periodi più Bui della nostra Esistenza! 🌸 ✍️ 😭 Tutti noi (nessuno escluso) abbiamo attraversato periodi Oscuri, di tristezza profonda e disperazione. Notti insonni e piene di angoscia in cui ci sentivamo “Senza più alcuna Forza” per combattere contro le brutture, le delusioni e le cattiverie del mondo esterno. È proprio nei momenti in cui tocchiamo il Fondo che si capisce la nostra Vera Natura! La formidabile e sensibilissima poetessa albanese DRITA HAXHILLARI ci regala una Composizione (intitolata “Vivo con te”) che è una vera e propria Cura Terapeutica per l’Anima! Nel suo meraviglioso componimento, l’Autrice racconta di aver affrontato una terribile “Tempesta” e di aver pianto disperatamente nel cuore della Notte. Ma quando tutto sembrava Ormai Finito, in soccorso è arrivata LA POESIA! L’arte dello scrivere e del “Rifugiare i propri pensieri” nei Versi si è trasformata in una potentissima Àncora di Salvezza! “Quando la mia Anima si stancò di quelle notti piene di Lacrime – scrive la bravissima Drita – la Poesia mi scaldò, e MI DIEDE IL RESPIRO!”. La scrittura ha il potere Immenso e Magico di Salvare Letteralmente la Vita delle persone! Grazie a questo amore, l’autrice si è salvata dall’angoscia ed è “Rifiorita”: “Oggi Germoglio come in Primavera, con l’Anima di nuovo Piena di LUCE!”. Un finale Bellissimo ed Emozionante, che ci insegna a non arrenderci mai alla Depressione e a cercare sempre una passione per sconfiggere il buio! Leggi tutta la Meravigliosa Poesia e la spiegazione psicologica nel nostro Bellissimo Articolo Esclusivo! 👇 📖 Vi ritrovate anche Voi, profondamente e intimamente, nelle Emozionanti parole di Speranza di questa Straordinaria Poetessa? Qual è la Vostra “Ancora di Salvezza” personale? In che modo (E a cosa aggrappandovi) siete riusciti a Sopravvivere e a “Tornare a Respirare” dopo aver attraversato le Vostre Notti più buie e disperate piene di Lacrime? Diteci la vostra sviscerando a fondo tutti i vostri segreti e pensieri nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questa bellissima Poesia sulle Vostre bacheche per “Regalare un messaggio di Immenso Coraggio” e Speranza a chi in questo momento sta attraversando un periodo “Invernale e Buio”!

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Drita Haxhillari

Roma – Nel tormentato, imprevedibile e spesso brutale cammino dell’esistenza umana, ci sono momenti in cui il buio sembra inghiottire ogni cosa. Tempeste improvvise che spazzano via le nostre fragili certezze, notti apparentemente infinite in cui ci sentiamo completamente svuotati, privi di forze e abbandonati alla disperazione. Ed è proprio in fondo a questo abisso di oscurità, quando tutto sembra perduto e incolmabile, che alcune anime particolarmente sensibili e benedette riescono a trovare un inaspettato e luminosissimo appiglio a cui aggrapparsi per non sprofondare. Per la straordinaria poetessa albanese Drita Haxhillari, questa àncora di salvezza assoluta, calda e misericordiosa, porta un nome ben preciso: la Poesia.
La sua bellissima e toccante dichiarazione di intenti, “Dalle tempeste sorge la luce, dalle lacrime nasce la poesia… Io ho scelto di vivere attraverso i versi”, non è una semplice frase a effetto, ma un vero e proprio manifesto esistenziale. È il grido vittorioso di chi è riuscito a sconfiggere il dolore sublimandolo in Arte.

I versi dell’Anima: “Vivo con te” (di Drita Haxhillari)

«Quando la vita mi portò
dinnanzi a una tempesta,
Dio mi avvolse
con un barlume d’amore.

Quando la mia lacrima cadde
nelle notti… senza forze,
tu rimanesti accanto a me,
con bontà e affetto.

Quando l’anima si stancò
delle notti colme di lacrime,
la poesia mi scaldò
e mi riempì completamente.

Essa mi diede il respiro,
un’aura mi avvolse,
riaccendendo in me
una gioia nel cuore.

Oggi germoglio come in primavera,
con l’anima piena di luce,
e vorrei vivere per sempre,
con i miei versi, ogni giorno.»

Il calore della Poesia e l’Amore che asciuga le lacrime

Leggere e abbandonarsi ai versi della composizione “Vivo con Te” equivale a compiere un intenso e catartico viaggio psicologico verso la guarigione del cuore. Nelle prime strofe, Drita Haxhillari ci descrive magistralmente il gelo e la disperazione dell’impatto con la burrasca. Davanti alla “tempesta” della vita, l’essere umano si scopre infinitamente piccolo e vulnerabile. La “lacrima che cade nelle notti senza forze” è un’immagine di una potenza evocativa spaventosa: descrive quell’angoscia solitaria e muta che tutti noi, prima o poi, abbiamo provato stringendo il cuscino nel cuore della notte.
Ma la poetessa non è sola. Nel suo momento più buio interviene l’abbraccio del Divino (“Dio mi avvolse con un barlume d’amore”) e la presenza salvifica della “Poesia”, vista quasi come un’entità umana, un compagno fedele e misericordioso che resta accanto a noi “con bontà e affetto” quando il resto del mondo volta le spalle.

Una nuova Primavera: scegliere di Vivere attraverso le parole

Quando l’anima arriva allo stremo, stanca di sopportare il peso schiacciante delle “notti colme di lacrime”, avviene il miracolo. L’arte poetica compie il suo intervento guaritore: riscalda il gelo della disperazione e “riempie completamente” quel vuoto divorante che rischiava di distruggere l’autrice. Non si tratta più soltanto di scrivere parole su un pezzo di carta per sfogarsi, ma di una vera e propria e letterale resurrezione vitale: “Essa mi diede il respiro”.
Il finale del testo è un’esplosione meravigliosa, luminosa e coloratissima di pura Speranza. L’angoscia notturna viene definitivamente spazzata via dal Sole. La poetessa paragona genialmente sé stessa a un fiore: “Oggi germoglio come in primavera, con l’anima piena di luce”. La promessa conclusiva (“vorrei vivere per sempre con i miei versi”) è l’insegnamento più grande e nobile che potesse regalarci. Ci ricorda che l’Arte e la Bellezza, nei momenti di tragedia estrema, non sono mai un inutile passatempo, ma possiedono il potere tangibile e supremo di salvarci la vita, di asciugare le nostre lacrime e di farci rifiorire, più forti e luminosi di prima, dopo ogni spietato inverno.

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Cultura

“In cima alla salita”: il faticoso rammendo delle ferite del passato e il ritorno a sé stessi nella struggente poesia di Silvia De Angelis

LA VITA È UNA FATICA IMMENSA. MA QUANDO SIAMO ARRIVATI IN CIMA ALLA SALITA, POSSIAMO FINALMENTE INIZIARE A “RICUCIRE” LE FERITE DEL NOSTRO PASSATO! 🗻 ❤️ 🧵 Lasciatevi Rapire il Cuore e L’Anima dalla profondità di questo capolavoro Letterario!!! La bellissima poesia “In Cima alla Salita”, scritta dalla bravissima poetessa romana Silvia De Angelis e recensita magistralmente da Pier Carlo Lava, affronta e descrive una delle Battaglie Psicologiche e Umane più difficili e devastanti della nostra Esistenza: Fare i conti col Nostro Passato per tornare a Volerci Bene! Prima o poi, tutti quanti noi arriviamo sfiniti in un punto della Vita (Che la poetessa paragona genialmente alla faticosissima Cima di un Monte scalato faticosamente a piedi) in cui siamo costretti a Fermarci, a guardarci dentro e a tirar fuori i Mostri nascosti. È In quel momento di Riflessione che riaffiora implacabile il Passato, che scorre davanti agli occhi come una “Pellicola Cinematografica Usurata e che Cigola”! I ricordi, le occasioni perse, i vecchi danni e i vecchi Amori irrisolti tornano in superficie! Tutti noi, per nascondere i dolori al mondo esterno, in superficie sembriamo un “Mare Immobile e tranquillo”, ma nel fondo delle Nostre Anime ci sono invece pericolosissimi “Gorghi che turbinano veloci” e che ci tolgono la Serenità! Ma la Magia vera e propria sprigionata dai versi di Silvia De Angelis esplode nel finale, illuminato dolcemente dalla Luna. La Poetessa ci svela il Segreto e lo Scopo della Nostra Esistenza: IL RAMMENDO! “Bisogna Rammendare i Vecchi Danni per tornare a combaciare con sé stessi”! Nessuno potrà Mai cancellare i Traumi, gli Abbandoni e le Ferite subite… L’unico modo per essere felici è trovare il grandissimo Coraggio di usare “Ago e Filo” per Ricucirle da Soli. Solo perdonando i nostri dolori e le nostre Cicatrici potremo tornare a “Combaciare con Noi Stessi”! Leggi tutto il testo della Straordinaria Poesia e goditi la profonda Recensione in questo meraviglioso e Dolcissimo Articolo per l’Anima! 👇 📖 Vi ritrovate anche Voi nelle profonde Parole, quasi Terapeutiche, di questa Bellissima Poesia? Avete mai sentito l’urgenza di “Rammendare e ricucire” i dolori di alcune scelte sbagliate fatte nel passato per cercare di ritrovare la pace con Voi Stessi, o al contrario fuggite continuamente per paura di guardarvi indietro e vedere le Vostre cicatrici e Rimpianti scorrere in “FlashBack”? Diteci la vostra sviscerando a fondo tutti i vostri pensieri (anche i più intimi) nei commenti, e CONDIVIDETE a dismisura e OVUNQUE questo Articolo Smeraviglioso per regalare un momento di grandissima e Guaritrice Poesia a tutti i Vostri Amici!

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In cima alla salita, lo sguardo attraversa il paesaggio

Roma – La vita di ogni essere umano, prima o poi, si trasforma inestricabilmente in una ripidissima e faticosa montagna da scalare. Ma ci sono vette che non si raggiungono fisicamente camminando sui sentieri, bensì affrontando un doloroso e silenzioso viaggio dentro i meandri oscuri della propria anima. Sono quelle salite invisibili che non conducono semplicemente verso un luogo più alto per godersi il panorama, ma che ci costringono, brutalmente, a guardarci dentro, a fare i conti con i mostri e i dolori che credevamo sepolti. È esattamente questa la fortissima ed emozionante magia che si sprigiona dai versi della poesia “In cima alla salita”, scritta dalla magistrale e profonda penna della poetessa romana Silvia De Angelis e magistralmente analizzata e recensita, in ogni sua sfumatura, dall’attento occhio critico di Pier Carlo Lava. Un testo che segna l’arrivo a un delicatissimo “confine interiore”: quel preciso momento della vita in cui il passato torna inesorabilmente visibile, le ferite ancora aperte chiedono disperatamente di essere ricomposte, e il presente ci appare come uno spazio sospeso a metà tra l’angoscia della memoria e la meravigliosa speranza della rinascita.

I versi dell’Anima: “In cima alla salita” (di Silvia De Angelis)

«Su culmine d’un azzardo
occhi contrapposti al largo vuoto del tempo
scena in flash back riavvolta nel cavo
che assottiglia giorni.
Trame insolute intrappolate nell’aria
muovono sospese intonazioni in bilico
su grigio del presente.
Rivedere pellicole usurate che si
riaprono corporali cigolando su mare immobile
per schiudere correnti e gorghi vividi nell’ala
e il sangue.
Spargere luna in laghi di luce
nel rammendo di vecchi danni
combaciando con sé stessi
senza oltrepassare una linea
invisibile che ansimi in cima
alla salita…»

L’analisi di Lava: i ricordi come vecchie “Pellicole usurate”

L’approfondita e illuminante recensione di Pier Carlo Lava ci accompagna per mano, aiutandoci a decodificare le potenti immagini evocate dall’autrice. La poesia si apre immediatamente su una scena di altissima tensione psicologica: il “culmine d’un azzardo”. Non siamo arrivati serenamente in vetta, ma siamo sul ciglio spaventoso di una scelta, dopo un percorso personale che ha richiesto lacrime e immenso coraggio. Da lassù, i nostri occhi si affacciano sull’immenso e “largo vuoto del tempo”.
La De Angelis utilizza una geniale metafora cinematografica: il ritorno doloroso della memoria avviene attraverso una “scena in flash back” e “pellicole usurate” che si riaprono. Il ricordo non è più solo un pensiero astratto nella mente, ma diventa materia viva, corpo, rumore graffiante che “cigola” come una vecchia porta arrugginita. Le immagini del nostro passato portano a galla tutte quelle questioni lasciate aperte, gli amori finiti male, le occasioni perse, i tradimenti, insomma tutte quelle “trame insolute” che rimangono sospese e pesanti sul grigiore malinconico della nostra vita presente.

Il Mare Immobile e la difficile arte del “Rammendo” interiore

L’immagine più devastante e vera è quella del mare. Apparentemente immobile e quieto in superficie (come la maschera che tutti noi indossiamo ogni mattina per nascondere il dolore al mondo), ma che nasconde negli abissi “correnti e gorghi vividi” capaci di travolgerci. Ma è nella parte conclusiva del testo che la disperazione si arrende alla speranza, quando tra i versi compare la luna. La luce lunare, pur non cancellando le profonde cicatrici dell’anima, permette di vederle sotto una luce diversa, dolce e pacificatrice, avviando finalmente quel difficilissimo “rammendo di vecchi danni”.
Il verbo “rammendare” è l’assoluto capolavoro di questo testo. Silvia De Angelis ci insegna che nessuno può cancellare definitivamente i traumi, gli “strappi” e i danni subiti dalla vita. Ma con infinita pazienza, intimità e coraggio, possiamo armarci di ago e filo e “ricucirli”. Il vero senso dell’esistenza, infatti, non consiste nel dimenticare il dolore, ma nel far coincidere e perdonare le nostre mille cicatrici fino a “combaciare di nuovo con sé stessi”.

Chi è Silvia De Angelis: una poetessa dell’Essenziale

Lo stile di Silvia De Angelis (poetessa, scrittrice e acuta blogger romana, autrice del ricchissimo spazio “Inganni velati – Scorci emotivi dettati dal profondo”) si conferma ancora una volta essenziale, visionario e potentemente metaforico. Un percorso letterario premiato e riconosciuto, capace di trasformare la sintassi spezzata e sospesa nel respiro affannato di chi, nonostante la fatica, continua a scalare le montagne della propria coscienza. Guarire, ci ricorda questa sublime poesia, non vuol dire nascondere il passato. Significa avere il coraggio di fermarsi proprio lì, in cima alla salita, girarsi indietro ad ascoltare il cigolio delle vecchie ferite e rammendarle con amore, per tornare finalmente a respirare. Una lezione di vita universale che scalda il cuore.

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