Linda Lercari, quando la scrittura diventa un viaggio nell’anima del Giappone
Ci sono libri che nascono da un’idea e altri che, invece, sembrano arrivare da lontano, quasi come se attendessero il momento giusto per essere raccontati. È il caso di «Kaijin – L’ombra di cenere», romanzo di Linda Lercari, che ha conquistato il primo posto su Amazon nella categoria dedicata alla storia giapponese.
Scrittrice e residente a Lucca dal 2020, Lercari ha trasformato una passione coltivata negli anni per la cultura nipponica in un’opera narrativa costruita attraverso ricerca, studio e immaginazione. Un percorso che affonda le proprie radici anche nella pratica del Kendo e negli insegnamenti del maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca.
La sua conoscenza del Giappone non nasce dunque soltanto dai libri, ma anche dall’esperienza, dall’ascolto e dalla volontà di comprendere una cultura lontana attraverso i suoi simboli, i suoi rituali e la sua filosofia.
«Kaijin» conquista Amazon e porta il lettore nel cuore del Giappone medievale
Redazione- Ci sono libri che nascono da un’idea e altri che, invece, sembrano arrivare da lontano, quasi come se attendessero il momento giusto per essere raccontati. È il caso di «Kaijin – L’ombra di cenere», romanzo di Linda Lercari, che ha conquistato il primo posto su Amazon nella categoria dedicata alla storia giapponese.
Scrittrice e residente a Lucca dal 2020, Lercari ha trasformato una passione coltivata negli anni per la cultura nipponica in un’opera narrativa costruita attraverso ricerca, studio e immaginazione. Un percorso che affonda le proprie radici anche nella pratica del Kendo e negli insegnamenti del maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca.
La sua conoscenza del Giappone non nasce dunque soltanto dai libri, ma anche dall’esperienza, dall’ascolto e dalla volontà di comprendere una cultura lontana attraverso i suoi simboli, i suoi rituali e la sua filosofia.
Abbiamo contattato telefonicamente Linda Lercari per parlare di «Kaijin», della scrittura, del Giappone e di quel sottile filo che unisce la ricerca storica alla dimensione più intima dell’essere umano.
Linda Lercari, la scrittura spesso nasce quando qualcosa dentro di noi chiede di essere ascoltato. Quando ha compreso che raccontare storie sarebbe diventato per Lei molto più di una semplice passione?
«Scrivo da quando avevo più o meno dieci, dodici anni. La scrittura è stata presente nella mia vita molto prima che diventasse una professione. Da bambina rappresentava uno spazio nel quale potevo osservare il mondo, immaginare situazioni, costruire personaggi e dare una forma a pensieri che magari non riuscivo ancora a esprimere diversamente. Nel 2016, poi, questa passione ha assunto una dimensione professionale, quando sono arrivati i primi contratti. Da quel momento ho iniziato a vivere la scrittura anche con una maggiore consapevolezza. Ho sempre letto molto e, attraverso la lettura, ho imparato che ogni storia può diventare una porta: a volte conduce verso un altro luogo, altre volte verso un’altra epoca, ma molto spesso conduce soprattutto dentro noi stessi».
Prima di incontrare il Giappone, c’è stato un Oriente che ha saputo parlare alla Sua sensibilità. Che cosa rappresenta per Lei questa parte del mondo?
«Il mio interesse per l’Oriente è nato più o meno durante gli anni delle scuole superiori, inizialmente attraverso la Cina. Successivamente, grazie a mio marito, ho iniziato ad avvicinarmi al Giappone. È stato lui a farmi conoscere il Kendo, una disciplina che praticava e pratica ancora oggi. Da quel momento è iniziato un percorso che non è stato soltanto culturale, ma anche umano. Il Giappone mi ha affascinata perché dietro ogni gesto, ogni tradizione e ogni disciplina sembra esserci una filosofia. È una cultura che invita a guardare oltre la superficie delle cose».
Quanto può insegnarci una disciplina come il Kendo sul significato della vita?
«Il Kendo mi ha dato moltissimo, anche dal punto di vista della scrittura. Attraverso il maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca, ho avuto modo di conoscere non soltanto una disciplina, ma un universo fatto di principi, rispetto, concentrazione e consapevolezza. Durante le lezioni ci raccontava massime e modi di dire giapponesi che andavano ben oltre la pratica della spada. Una volta parlò del suono prodotto dalla spada quando fende l’aria: quella riflessione mi colpì profondamente. Da quel momento ho iniziato a pensare alla spada non soltanto come a un’arma, ma come a uno strumento capace di rappresentare una scelta, una direzione, una ricerca interiore. Forse è proprio questo che mi ha spinto verso ‘Kaijin’».
È possibile che una storia inizi realmente quando un’immagine, una frase o un’emozione riescono a risvegliare qualcosa che avevamo dentro senza saperlo?
«Credo assolutamente di sì. Nel mio caso è accaduto proprio questo. Quell’immagine della spada che fende l’aria ha rappresentato una sorta di illuminazione. Non è stata semplicemente un’idea narrativa: è stato il momento in cui ho percepito che c’era una storia che doveva essere raccontata.
A volte la scrittura funziona così: non siamo noi a cercare una storia, ma è la storia a trovare noi. E quando questo accade, diventa difficile ignorarla».
«Kaijin» ci conduce nel Giappone del 1300. Quanto è difficile raccontare un’epoca lontana senza trasformarla in una semplice ricostruzione del passato?
«È stato un lavoro molto impegnativo. Ho impiegato quattro anni per scrivere questo libro, proprio perché desideravo ricostruire un mondo che fosse credibile e coerente. Ho cercato di approfondire gli usi e i costumi, la quotidianità, la cucina e naturalmente il pensiero dei protagonisti.
Ambientare una storia nel 1300 significa confrontarsi con una società molto diversa dalla nostra. Bisogna fare attenzione a non guardare quel mondo esclusivamente con gli occhi dell’uomo contemporaneo. Il vero lavoro consiste nel cercare di comprendere la mentalità delle persone di allora».
La storia può diventare una lente attraverso la quale comprendere meglio anche il presente?
«Sicuramente. Il passato cambia il nostro modo di osservare il presente. Quando incontriamo persone vissute secoli fa, apparentemente lontanissime da noi, ci accorgiamo che alcune domande sono invece universali: il bene e il male, la paura, il coraggio, la perdita, l’onore, l’amore, il desiderio di sopravvivere e quello di trovare un senso alla propria esistenza. Le epoche cambiano, ma l’essere umano conserva interrogativi profondi che attraversano il tempo».
Nel Suo romanzo ci sono due samurai del periodo Kamakura. Che cosa rappresenta, simbolicamente, il samurai nell’immaginario che ha costruito?
«Il samurai rappresenta una figura estremamente affascinante perché racchiude in sé forza e disciplina, ma anche fragilità e responsabilità. Dietro la figura del guerriero esiste un essere umano chiamato continuamente a confrontarsi con le proprie scelte. Ed è proprio questo che mi interessava raccontare: non soltanto ciò che accade fuori dai personaggi, ma soprattutto ciò che accade dentro di loro».
Lucca sembra avere avuto un ruolo importante nella nascita di «Kaijin». Quanto può influenzare un luogo la creatività di uno scrittore?
«Molto. Lucca possiede un sottotesto giapponese importante. Ci sono persone giapponesi che lavorano e vivono qui e che hanno portato il loro contributo. Inoltre, la presenza della Scuola Kendo e di altre arti marziali ha creato nel tempo un rapporto particolare con la cultura nipponica. Io stessa, dopo la laurea, ho scritto una tesi sull’influenza della cultura nipponica nell’opera di Giovanni Pascoli. Quindi il rapporto tra Lucca, la letteratura e il Giappone rappresenta per me qualcosa di molto significativo».
La letteratura nasce spesso dall’incontro tra luoghi apparentemente lontani. Lucca e il Giappone possono essersi incontrati proprio attraverso la Sua scrittura?
«Penso di sì. La scrittura ha la capacità straordinaria di mettere in comunicazione mondi che sembrano lontani. Un luogo può diventare una soglia verso un altro luogo. Lucca mi ha offerto un contesto concreto, fatto di incontri, persone, esperienze e conoscenze. Il Giappone mi ha offerto invece un patrimonio culturale e filosofico nel quale immergermi. ‘Kaijin’ nasce anche dall’incontro di queste due dimensioni».
Il successo su Amazon, con il primo posto nella categoria dedicata alla storia giapponese, che cosa ha rappresentato per Lei?
«È stata una sorpresa. Naturalmente ogni scrittore spera nel successo, ma nel mio caso non me lo aspettavo in modo particolare. Non essendo una persona molto conosciuta e non avendo un nome particolarmente altisonante, raggiungere questo risultato è stato qualcosa che mi ha davvero emozionata. Sono veramente entusiasta, soprattutto perché questo risultato arriva dopo quattro anni di lavoro. È una soddisfazione vedere che una storia nella quale hai investito tanto riesce a incontrare i lettori».
Quando un libro raggiunge il lettore, la storia smette di appartenere soltanto al suo autore. Che cosa spera che rimanga nell’animo di chi legge «Kaijin»?
«Mi piacerebbe che rimanesse soprattutto un’emozione. Vorrei che il lettore, una volta terminato il libro, portasse con sé qualcosa dei personaggi, delle atmosfere e del mondo che ho cercato di ricostruire. Un romanzo, secondo me, non deve necessariamente fornire risposte. Può anche lasciare domande. E talvolta sono proprio le domande che continuano a vivere dentro di noi dopo aver chiuso l’ultima pagina».
Lei ha definito particolarmente importante la componente cinematografica del romanzo. Da dove nasce questa scelta?
«Credo che derivi dal mio modo di immaginare le scene. Mentre scrivo, visualizzo molto ciò che accade. Vedo i luoghi, i movimenti, le atmosfere. Questo mi permette di costruire una narrazione nella quale il lettore possa quasi avere la sensazione di trovarsi davanti alle immagini. È una caratteristica che alcuni lettori hanno apprezzato e che probabilmente contribuisce a rendere la storia più immediata».
Il finale, a quanto pare, ha sorpreso molti lettori. Quanto è importante, per uno scrittore, avere il coraggio di non concedere al pubblico ciò che si aspetta?
«È molto importante. Se il lettore riesce a prevedere tutto ciò che accadrà, forse viene meno una parte della magia della narrazione. Io volevo accompagnarlo lungo una strada che sembrasse riconoscibile e poi portarlo altrove. Il fatto di essere riuscita a sorprendere i lettori mi fa particolarmente piacere, perché significa che la storia ha conservato una propria autonomia e non si è lasciata condizionare dalle aspettative».
La scrittura può essere anche una forma di disciplina, proprio come il Kendo?
«Sì, assolutamente. Anche la scrittura richiede costanza, pazienza e allenamento. Non basta avere un’idea: bisogna lavorarci, correggere, studiare, ricominciare. In questo senso vedo una forte affinità con il Kendo. Ci sono gesti che devono essere ripetuti molte volte prima di diventare naturali. Nella scrittura accade qualcosa di simile: ogni pagina, ogni frase e ogni revisione contribuiscono alla costruzione dell’opera».
Dopo quattro anni di lavoro, che cosa ha imparato Linda Lercari da «Kaijin»?
«Ho imparato che le storie hanno bisogno di tempo. Viviamo in una società nella quale tutto deve essere veloce, mentre un romanzo storico richiede l’opposto: lentezza, studio, ricerca e attenzione. Ho imparato anche che una passione può diventare una strada. Il Kendo, una città come Lucca, la cultura giapponese e la mia esperienza di scrittrice si sono incontrati quasi naturalmente. E da quell’incontro è nato questo libro».
Se dovesse racchiudere «Kaijin» in una sola parola, quale sceglierebbe?
«Direi “viaggio”. Perché è un viaggio nel Giappone del 1300, ma anche un viaggio dentro i protagonisti e, in qualche modo, dentro noi stessi. Ogni lettore può percorrerlo in maniera diversa».
E quale messaggio vorrebbe affidare ai lettori che stanno per aprire per la prima volta le pagine di «Kaijin»?
«Di lasciarsi guidare dalla storia senza cercare immediatamente di capire dove li porterà. Di entrare nel mondo dei personaggi con curiosità e senza pregiudizi. Perché credo che leggere significhi anche questo: concedersi il tempo di abitare per qualche ora una vita diversa dalla propria e, magari, tornare alla propria con uno sguardo nuovo».
La storia di Linda Lercari e di «Kaijin – L’ombra di cenere» dimostra come la letteratura possa nascere dall’incontro tra passione, studio, esperienza e territorio. Quello che inizialmente poteva sembrare soltanto un interesse per una cultura lontana è diventato, attraverso il Kendo, la ricerca storica e il legame con Lucca, materia narrativa.
Il successo raggiunto su Amazon rappresenta dunque non soltanto un riconoscimento commerciale, ma anche la risposta di un pubblico che ha scelto di entrare in un universo distante nel tempo e nello spazio.
E forse è proprio questa la forza più autentica della letteratura: permetterci di attraversare secoli e confini senza muoverci dal luogo in cui siamo, facendoci scoprire che, dietro culture, epoche e tradizioni differenti, continuano a vivere le medesime domande che da sempre accompagnano l’essere umano.
In fondo, come una spada che attraversa l’aria lasciando dietro di sé un suono, anche una storia può attraversare il tempo e lasciare una traccia. «Kaijin» nasce da quella traccia e oggi, attraverso i suoi lettori, continua il proprio viaggio.
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Oltre il silenzio, dentro l’anima: Paola Sanna presenta «Prima che sia tardi»
Prima che sia tardi: Paola Sanna affida alla poesia il racconto della vita, tra amore, dolore e speranza
Un viaggio intimo tra ricordi, affetti, fragilità e rinascita. Nel volume curato da Costanza Bondi, la parola poetica diventa uno strumento per custodire ciò che davvero conta e non rimandare mai un gesto d’amore.Tutti i dettagli qui sotto 👇
Prima che sia tardi: Paola Sanna affida alla poesia il racconto della vita, tra amore, dolore e speranza
Un viaggio intimo tra ricordi, affetti, fragilità e rinascita. Nel volume curato da Costanza Bondi, la parola poetica diventa uno strumento per custodire ciò che davvero conta e non rimandare mai un gesto d’amore.
Redazione- Ci sono libri che si leggono e libri che, pagina dopo pagina, sembrano parlare direttamente al cuore. “Prima che sia tardi”, opera di Paola Sanna, a cura di Costanza Bondi, è una raccolta che si inserisce in quella dimensione letteraria in cui la scrittura diventa testimonianza personale, occasione di riflessione e, soprattutto, condivisione di emozioni universali.
Pubblicato da Bertoni Editore, con data di uscita prevista per il 6 novembre 2026, il volume raccoglie poesie e frammenti di memoria attraverso i quali l’autrice ripercorre il proprio vissuto, intrecciando esperienze personali, legami familiari, amore, sofferenza e speranza. Un percorso narrativo ed emotivo che non cerca di nascondere le fragilità, ma sceglie di attraversarle, riconoscendo nella parola una possibilità di comprensione e rinascita.
Il titolo, “Prima che sia tardi”, racchiude già il senso profondo dell’opera. È un invito a non lasciare in sospeso ciò che merita di essere detto, a non rimandare un abbraccio, una carezza, una telefonata o una dichiarazione d’affetto. È un richiamo alla consapevolezza del tempo, alla necessità di vivere pienamente i rapporti umani e di riconoscere il valore delle persone che accompagnano il nostro cammino.
Nelle pagine della raccolta emergono le ferite dell’anima, la paura della perdita e il coraggio necessario per affrontare le prove che la vita inevitabilmente presenta. I ricordi familiari assumono un ruolo centrale, così come il legame con i figli e con le persone più care, presenze che diventano punti di riferimento nei momenti di maggiore vulnerabilità.
Paola Sanna costruisce un itinerario fatto di sentimenti autentici, nel quale la sofferenza non rappresenta necessariamente un punto di arrivo, ma può trasformarsi in una nuova consapevolezza. La fede, la gratitudine e la speranza accompagnano questo cammino, restituendo alla poesia una funzione che va oltre la dimensione estetica: quella di dare voce a ciò che spesso rimane nascosto dentro di noi.
La scrittura si fa così spazio di resistenza emotiva. Ogni verso diventa un modo per trattenere un ricordo, dare un nome a una mancanza, riconoscere la bellezza degli affetti e trovare, anche nelle giornate più difficili, una ragione per ricominciare.
Un ruolo significativo è affidato alla cura di Costanza Bondi, che accompagna il progetto editoriale, contribuendo a portare al lettore una testimonianza poetica incentrata sulla dimensione più autentica dell’esperienza umana.
“Prima che sia tardi” non è soltanto una raccolta di poesie e memorie: è un invito a fermarsi, ad ascoltare e a guardare con maggiore attenzione ciò che ci circonda. Perché, nella frenesia quotidiana, si rischia spesso di considerare scontate proprio quelle presenze che rappresentano la parte più preziosa della nostra esistenza.
In un tempo in cui tutto sembra correre velocemente, Paola Sanna sceglie di restituire valore alla lentezza del ricordo, alla profondità dei sentimenti e alla forza delle parole. La poesia diventa una casa nella quale ritrovare emozioni, affrontare assenze e riconoscere la bellezza di ciò che è stato.
Il messaggio che attraversa l’intera opera è semplice quanto universale: non aspettare che sia troppo tardi per dire ciò che si prova. Non rimandare l’amore, non dare per scontata la presenza di chi ci vuole bene, non lasciare che il silenzio prenda il posto delle parole necessarie.
Perché, in fondo, la vita è fatta di istanti che non ritornano, di persone che lasciano impronte indelebili e di sentimenti che meritano di essere espressi mentre siamo ancora in tempo.
E forse è proprio questa la più grande lezione che la poesia di Paola Sanna consegna ai suoi lettori: non è mai superfluo amare, ringraziare e ricordare. L’importante è farlo prima che sia tardi.
Il volume, in lingua italiana, si compone di 102 pagine ed è pubblicato da Bertoni Editore. L’ISBN è 979-1257701086 e il codice ASIN è B0HN36VF8B. La pubblicazione è prevista per il 6 novembre 2026.
Paola Sanna: «Prima che sia tardi, impariamo a dire ciò che il cuore non può più trattenere».
Un dialogo tra poesia, memoria e vita. In occasione dell’uscita della raccolta “Prima che sia tardi”, curata da Costanza Bondi e pubblicata da Bertoni Editore, abbiamo incontrato l’autrice Paola Sanna per esplorare il significato più profondo delle parole, degli affetti e del tempo che ci è concesso.
Il titolo della Sua raccolta, “Prima che sia tardi”, sembra quasi un sussurro rivolto alla coscienza di ciascuno di noi. Se dovesse tradurre queste parole in un messaggio destinato al lettore, quale sarebbe?
Credo che nella vita ci siano parole che non dovrebbero conoscere il ritardo. Spesso pensiamo di avere sempre un domani per chiedere scusa, per dichiarare un amore, per stringere una persona a noi o semplicemente per dire «Le voglio bene». Ma il tempo non ci garantisce appuntamenti infiniti. Vorrei che questo libro fosse un invito a vivere con maggiore consapevolezza, senza lasciare che l’orgoglio, la paura o l’abitudine ci impediscano di manifestare i nostri sentimenti. Prima che sia tardi significa, soprattutto, prima che il silenzio diventi definitivo.
Nelle Sue poesie si incontrano amore, dolore, paura della perdita e speranza. È possibile che proprio le ferite più profonde diventino le custodi delle nostre emozioni più autentiche?
Sì, perché alcune ferite ci insegnano a guardare oltre la superficie delle cose. Il dolore non è qualcosa che scegliamo, ma può diventare un luogo di consapevolezza. Ci costringe a fermarci, a interrogarci e a riconoscere ciò che conta davvero. Non credo che la sofferenza renda automaticamente migliori, ma credo che possiamo scegliere cosa farne. Possiamo lasciarci indurire oppure trasformarla in sensibilità, comprensione e amore. La speranza, per me, nasce proprio da questa possibilità.
La memoria familiare e il legame con i figli occupano uno spazio importante nel Suo universo poetico. Quanto della nostra identità appartiene alle persone che abbiamo amato e quanto, invece, rimane soltanto nostro?
Penso che nessuno di noi sia una storia completamente individuale. Siamo anche le persone che ci hanno tenuto per mano, gli abbracci ricevuti, le voci che continuano ad accompagnarci anche quando non possiamo più ascoltarle. I figli, gli affetti familiari e le persone care rappresentano una parte profondissima della nostra identità. Eppure esiste anche uno spazio interiore che appartiene soltanto a noi, dove custodiamo pensieri, paure e sogni. La poesia riesce a mettere in comunicazione questi due mondi: quello che condividiamo e quello che non riusciamo sempre a raccontare.
La paura della perdita è una delle grandi fragilità dell’essere umano. Secondo Lei amiamo davvero qualcuno soltanto quando comprendiamo che potremmo perderlo?
Forse la possibilità della perdita ci rende più consapevoli del valore della presenza. Ma non dovremmo aspettare un’assenza per riconoscere l’importanza di qualcuno. L’amore autentico dovrebbe essere un esercizio quotidiano di attenzione, rispetto e gratitudine. Dovremmo imparare a guardare le persone che abbiamo accanto come qualcosa di prezioso, non come presenze scontate. Perché l’amore non si misura soltanto nella grandezza delle promesse, ma nella delicatezza dei piccoli gesti.
Nella Sua opera emergono anche la fede e la gratitudine. In un mondo spesso attraversato da inquietudini, delusioni e solitudini, la fede può rappresentare un’ancora oppure è qualcosa di più profondo?
Per me la fede è una luce interiore, una possibilità di trovare un significato anche quando non riusciamo a comprendere tutto ciò che accade. Non significa non avere paura o non soffrire. Significa, piuttosto, non permettere al dolore di spegnere completamente la fiducia nella vita. La gratitudine, invece, è un modo per riconoscere il bene anche quando non tutto è perfetto. A volte basta un ricordo, una presenza, un gesto ricevuto per comprendere quanto siamo stati fortunati.
Lei ha scelto la poesia come strumento per raccontarsi. Ma scrivere significa necessariamente liberarsi oppure, qualche volta, significa anche riaprire porte che sarebbe più facile lasciare chiuse?
Scrivere è entrambe le cose. Ci sono parole che liberano e altre che ci riportano esattamente nel luogo emotivo dal quale vorremmo allontanarci. La scrittura non cancella il passato, ma permette di osservarlo con occhi diversi. Mettere un’emozione sulla carta significa darle uno spazio, riconoscerla e, in qualche modo, smettere di combattere contro di essa. La poesia non sempre guarisce, ma spesso ci aiuta a respirare meglio dentro le nostre stesse fragilità.
Vorrei porLe una domanda forse scomoda: siamo davvero capaci di vivere il presente oppure trascorriamo gran parte della nostra esistenza aspettando qualcosa, rimpiangendo ciò che è stato o temendo ciò che potrebbe accadere?
Credo che questa sia una delle contraddizioni più grandi dell’essere umano. Siamo fisicamente nel presente, ma spesso emotivamente altrove. Ci manca il passato, ci preoccupa il futuro e rischiamo di non accorgerci della bellezza che ci passa accanto. Imparare a vivere il presente è forse una delle conquiste più difficili. Non significa dimenticare ciò che siamo stati o smettere di sognare, ma comprendere che l’unico tempo nel quale possiamo davvero amare, scegliere e agire è quello che stiamo vivendo.
Il Suo libro si intitola “Prima che sia tardi”, ma vorrei ribaltare la prospettiva: secondo Lei esiste un momento in cui è davvero troppo tardi per ricominciare?
Finché dentro di noi rimane la possibilità di sentire, comprendere e desiderare qualcosa di diverso, credo che esista sempre uno spazio per ricominciare. Naturalmente non tutto può essere recuperato e non tutte le persone possono tornare nella nostra vita. Ma possiamo sempre scegliere di non rimanere prigionieri di ciò che abbiamo perduto. Ricominciare non significa necessariamente ritrovare ciò che avevamo, ma imparare a camminare con una nuova consapevolezza.
La raccolta è curata da Costanza Bondi. Quanto è importante, per un’autrice, incontrare qualcuno capace di accompagnare il proprio mondo interiore e contribuire a portarlo verso i lettori?
È importante poter condividere il proprio progetto con una persona che sappia comprenderne il valore umano ed emotivo. Un libro nasce da un’esperienza personale, ma nel momento in cui viene pubblicato smette di appartenere soltanto a chi lo ha scritto. Diventa un incontro, una possibilità di dialogo con persone che magari hanno vissuto emozioni simili. La sensibilità di chi accompagna un’opera in questo percorso può contribuire a valorizzarne il significato.
Se potesse lasciare una sola frase a chi terminerà l’ultima pagina di “Prima che sia tardi”, quale vorrebbe che rimanesse impressa nella sua memoria?
Vorrei che il lettore chiudesse il libro e sentisse il desiderio di compiere un gesto d’amore. Vorrei che pensasse a qualcuno, prendesse il telefono, scrivesse un messaggio, cercasse un abbraccio. Non occorrono sempre grandi discorsi per cambiare il significato di una giornata. A volte una parola pronunciata al momento giusto può diventare un ricordo che accompagnerà qualcuno per tutta la vita.
Un’ultima domanda, Paola. Se la vita fosse una poesia ancora incompiuta, quale verso non vorrebbe mai dimenticare di scrivere?
Scriverei un verso sulla gratitudine. Perché, nonostante le difficoltà, le delusioni e le assenze, la vita continua a offrirci occasioni per amare. Vorrei ricordare che siamo fatti di incontri, di emozioni e di momenti che non possiamo trattenere, ma che possiamo custodire. E soprattutto vorrei non dimenticare mai che il bene va espresso, non soltanto provato.
Ci sono interviste che raccolgono risposte e altre che, attraverso le parole, aprono finestre sull’animo umano. Il dialogo con Paola Sanna restituisce il ritratto di una scrittura che sceglie la vulnerabilità come linguaggio e la memoria come luogo di incontro. “Prima che sia tardi”, curato da Costanza Bondi e pubblicato da Bertoni Editore, si presenta come un invito a riscoprire il valore degli affetti, della fede, della riconoscenza e della presenza.
Perché forse il vero lusso della vita non consiste nell’avere più tempo, ma nel saper dare valore a quello che abbiamo. E se c’è una lezione che queste pagine desiderano consegnare al lettore, è che alcune parole non dovrebbero aspettare un’occasione speciale per essere pronunciate.
L’amore non dovrebbe mai arrivare in ritardo.
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In libreria Rosso a Colori di Ilaria Terribile: la favola illustrata per bambini sul potere dell’amore e delle emozioni
Esce l’11 novembre per 78EDIZIONI “Rosso a Colori”, il nuovo libro illustrato per bambini dell’autrice e disegnatrice Ilaria Terribile: un viaggio incantato nel mondo di Sky con la regina Glory alla scoperta dell’amore, delle sfumature del cuore e della bellezza della fantasia. Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇
Chieti – La forza pedagogica del racconto per l’infanzia, la bellezza vibrante dell’illustrazione d’autore e la scoperta delle emozioni primarie tornano a incantare grandi e piccoli lettori. Dopo lo straordinario successo editoriale riscosso con il suo primo volume intitolato Nero a Colori, l’autrice e illustratrice Ilaria Terribile torna sugli scaffali con un atteso e poetico seguito: Rosso a Colori, edito dalla casa editrice 78EDIZIONI e disponibile in tutte le librerie fisiche e negli store digitali a partire da mercoledì 11 novembre 2026. Per approfondire il panorama delle pubblicazioni educative e degli appuntamenti letterari del nostro territorio, vi invitiamo a consultare la nostra sezione dedicata al Territorio.
In questa nuova e luminosa avventura, ambientata nel magico e suggestivo mondo di Sky — un universo fantastico in cui ogni singola sfumatura cromatica dà corpo e voce a uno stato d’animo umano —, la coraggiosa regina Glory si lascia guidare dal misterioso compagno di viaggio Red in un percorso interamente tinto di rosso. Attraversando territori fiabeschi dai nomi evocativi come Cherry, Ruby e Scarlet, tra soffici nuvole di zucchero filato e sentieri dell’abbraccio, la protagonista imparerà a riconoscere la tonalità più potente di tutte: quella che accende il battito del cuore e rivela la meraviglia dell’amore.
Il magico regno di Sky: Ilaria Terribile esplora l’universo delle emozioni con la regina Glory
Tra le invenzioni narrative più riuscite dell’opera spicca l’approdo nel regno fantastico di Cherry, un microcosmo ribaltato a testa in giù dove gli abitanti hanno disimparato l’uso delle parole convenzionali per rispondersi unicamente attraverso i baci. Una metafora candida e immediata che restituisce tutta la spontaneità dell’universo infantile, dove l’affetto non ha bisogno di sovrastrutture razionali ma si esprime con la forza travolgente del contatto e del sorriso. Poco fa vi abbiamo raccontato anche dell’incontro letterario al FLA di Pescara con Claudia Conte sulla voce dei giovani e il disagio emotivo.
Come ha spiegato con trasporto la stessa Ilaria Terribile nel descrivere la genesi del volume, il ritorno dei personaggi di Rain e Glory affonda le proprie radici in un legame intimo e autobiografico: due amici per la pelle che condividono paure nascoste, sogni indicibili e desideri di felicità comuni a tutti noi. La narrazione diventa così uno specchio limpido attraverso cui i bambini imparano a dare un nome alle proprie tempeste interiori senza vergogna. Tutte le novità del settore editoriale per ragazzi sono consultabili nella nostra rubrica Cultura.
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La metamorfosi della maternità e la dedica speciale alla piccola Giulia
Un capitolo a parte merita la genesi personale dell’opera, indissolubilmente legata all’esperienza della maternità vissuta dall’autrice: diventare madre segna una profonda trasformazione emotiva, una metamorfosi che arricchisce la personalità senza cancellare le incertezze del passato. Ilaria Terribile rivela infatti che il personaggio della regina Glory rappresenta la personificazione diretta dei sentimenti donati dalla nascita di sua figlia Giulia, alla quale il volume è affettuosamente dedicato.
Arricchito da tavole illustrate a colori realizzate a mano con uno stile fresco, armonioso e dinamico, Rosso a Colori si configura come un vero e proprio inno alla tenerezza e alla capacità di meravigliarsi. L’invito che apre le pagine del libro suona come una dolce promessa educativa rivolta a genitori e figli: «Adesso ti racconto l’amore. Chiudi gli occhi e immagina!». Ulteriori percorsi di crescita e consigli educativi per la famiglia sono raccolti nella rubrica Lifestyle.
Dagli studi a Foggia e Chieti ai laboratori sull’ADHD: il percorso creativo di Ilaria Terribile
Il profilo artistico di Ilaria Terribile è frutto di un solido percorso di studi grafici: diplomata all’Istituto d’Arte di Foggia, si è successivamente perfezionata nell’animazione 2D presso la prestigiosa Scuola Internazionale di Comics di Chieti. Questa duplice formazione le ha permesso di sviluppare una sintesi visiva immediata, capace di coniugare il rigore del disegno professionale alla libertà creativa dell’animazione cinematografica.
Nel corso del 2026 l’illustratrice ha messo il proprio talento al servizio di importanti progetti di sensibilizzazione sociale, illustrando i due saggi educativi MetaforicaMENTE ADHD e Coltivare insieme la mente ADHD dedicati all’inclusione dei minori con disturbi dell’attenzione e iperattività. Accanto alla produzione editoriale con 78EDIZIONI, Ilaria cura costantemente laboratori didattici di lettura animata in scuole e librerie, confermandosi come un’apprezzata protagonista della promozione culturale tra Abruzzo e Puglia.
Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata
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Assia Penta, intervista alla scrittrice: “si è donne anche senza essere madri, superiamo il giudizio sociale sulla maternità”
Intervista alla scrittrice Assia Penta: dalla moda al successo dei suoi libri, una riflessione profonda sul diritto di essere donne senza l’obbligo sociale della maternità, superando il giudizio e le pressioni esterne per affermare l’autenticità e la libertà di ogni persona. Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇
Roma – C’è una domanda insidiosa che ancora oggi molte donne si sentono rivolgere nella quotidianità, talvolta con superficiale curiosità, altre volte con una velata punta di giudizio morale: «Ma perché non hai figli?». Come se la maternità costituisse una tappa biologicamente obbligatoria, un passaggio inderogabile senza il quale l’identità femminile rimarrebbe incompiuta o manchevole. Eppure, essere donna non significa affatto coincidere esclusivamente con l’essere madre. Per comprendere l’evoluzione dei modelli sociali e delle relazioni affettive contemporanee, vi invitiamo a leggere la nostra sezione dedicata al Territorio.
Esistono donne che scelgono consapevolmente di non avere figli, altre che avrebbero desiderato averne ma che, per complesse circostanze della vita, problemi fisici o percorsi imprevisti, non hanno potuto realizzare questo sogno. Storie profondamente eterogenee, accomunate dal medesimo diritto inalienabile all’autodeterminazione: quello di non doversi giustificare di fronte al tribunale delle aspettative altrui. È da questa riflessione etica che prende le mosse il nostro incontro con Assia Penta, autrice che ha fatto dell’introspezione psicologica e della libertà di essere autenticamente sé stessi il fulcro della propria produzione letteraria.
Dalla moda alla scrittura: il percorso di Assia Penta tra fragilità e accettazione di sé
Dopo aver maturato una significativa esperienza nel mondo della moda, Assia Penta ha individuato nella scrittura narrativa uno spazio privilegiato di rinascita e testimonianza civile. Nei suoi fortunati romanzi e saggi narrativi ha esplorato senza filtri l’accettazione del corpo, le ferite emotive, la violenza psicologica invisibile e la fatica di ricominciare. Titoli come Una curvy in una jungla, Tre donne, Attimi di follia, Voci e ferite della violenza invisibile, Cuori LGBT+ e Amarsi dopo il caos compongono un mosaico letterario che mette al centro la persona. Poco fa vi abbiamo riferito anche dell’incontro al FLA di Pescara con Claudia Conte sulla voce dei giovani e il disagio emotivo.
Oggi il dibattito si concentra sul tema cruciale della maternità intesa come scelta libera e mai come dovere imposto dalla tradizione. Una donna, sottolinea l’autrice, non deve essere valutata in base al fatto di aver dato o meno alla luce dei figli, bensì per la ricchezza del proprio mondo interiore, per le sue passioni, i suoi traguardi intellettuali e il rispetto con cui abita il presente. Tutte le ultime interviste e le novità editoriali sono disponibili nella nostra rubrica Cultura.
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L’intervista ad Assia Penta: oltre gli stereotipi culturali e il peso delle aspettative esterne
Assia, perché ancora oggi si tende a identificare la femminilità con la maternità? «Credo sia il retaggio di un modello culturale che per secoli ha circoscritto la donna alla sola funzione riproduttiva. Sebbene la società sia cambiata, questo schema mentale continua a condizionare gli sguardi. La maternità è un’esperienza straordinaria per chi la desidera, ma non può trasformarsi nell’unico metro di giudizio: una donna è completa a prescindere dalla presenza di figli».
C’è differenza tra chi sceglie di non procreare e chi non ha potuto farlo? «Certamente, sono cammini interiori diversi e non vanno confusi. C’è chi compie una scelta lucida di vita e chi si scontra con dolori fisici o lutti intimi. Il tratto comune, però, è che nessuna persona dovrebbe sentirsi in colpa o costretta a giustificare il proprio vissuto davanti a frasi feroci come “te ne pentirai” o “cambierai idea”, parole che spesso riaprono ferite mai rimarginate».
Spesso alla donna si chiede di essere perfetta in tutto: carriera, bellezza, famiglia. Non è una gabbia? «Assolutamente sì. C’è un carico mentale insostenibile: bisogna essere realizzate ma non troppo ambiziose, indipendenti ma sempre accoglienti. Questa ricerca di perfezione rischia di soffocare la vera libertà, che consiste nel poter essere sé stesse senza doversi uniformare a un copione già scritto». Ulteriori riflessioni sull’equilibrio emotivo sono consultabili nella nostra rubrica Psicologia delle Relazioni.
Il messaggio agli uomini e l’invito al coraggio: essere donna è un’identità e non un ruolo
Questa battaglia culturale riguarda solo le donne o deve coinvolgere anche gli uomini? «Riguarda tutti. Anche gli uomini devono imparare a superare questo automatismo patriarcale, riconoscendo che la pienezza di una compagna o di una collega non si esaurisce nell’avere un passeggino. Dobbiamo educare a una civiltà del rispetto in cui nessuno venga etichettato o sminuito per le proprie scelte personali».
Quale messaggio vorresti consegnare a chi si sente giudicata perché non ha figli? «Di non permettere a nessuno di stabilire il proprio valore. Non bisogna chiedere scusa né dare spiegazioni. La vita di ogni donna ha un significato immenso per l’amore che semina, per i progetti che costruisce e per la bellezza che porta nel mondo. Essere donna non è un traguardo legato alla maternità: è una libertà, un’identità e un diritto che appartiene a ciascuna di noi». Altri articoli su costume e stili di vita sono disponibili nell’area Lifestyle.
Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata
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