Linda Lercari, quando la scrittura diventa un viaggio nell’anima del Giappone
Ci sono libri che nascono da un’idea e altri che, invece, sembrano arrivare da lontano, quasi come se attendessero il momento giusto per essere raccontati. È il caso di «Kaijin – L’ombra di cenere», romanzo di Linda Lercari, che ha conquistato il primo posto su Amazon nella categoria dedicata alla storia giapponese.
Scrittrice e residente a Lucca dal 2020, Lercari ha trasformato una passione coltivata negli anni per la cultura nipponica in un’opera narrativa costruita attraverso ricerca, studio e immaginazione. Un percorso che affonda le proprie radici anche nella pratica del Kendo e negli insegnamenti del maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca.
La sua conoscenza del Giappone non nasce dunque soltanto dai libri, ma anche dall’esperienza, dall’ascolto e dalla volontà di comprendere una cultura lontana attraverso i suoi simboli, i suoi rituali e la sua filosofia.
«Kaijin» conquista Amazon e porta il lettore nel cuore del Giappone medievale
Redazione- Ci sono libri che nascono da un’idea e altri che, invece, sembrano arrivare da lontano, quasi come se attendessero il momento giusto per essere raccontati. È il caso di «Kaijin – L’ombra di cenere», romanzo di Linda Lercari, che ha conquistato il primo posto su Amazon nella categoria dedicata alla storia giapponese.
Scrittrice e residente a Lucca dal 2020, Lercari ha trasformato una passione coltivata negli anni per la cultura nipponica in un’opera narrativa costruita attraverso ricerca, studio e immaginazione. Un percorso che affonda le proprie radici anche nella pratica del Kendo e negli insegnamenti del maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca.
La sua conoscenza del Giappone non nasce dunque soltanto dai libri, ma anche dall’esperienza, dall’ascolto e dalla volontà di comprendere una cultura lontana attraverso i suoi simboli, i suoi rituali e la sua filosofia.
Abbiamo contattato telefonicamente Linda Lercari per parlare di «Kaijin», della scrittura, del Giappone e di quel sottile filo che unisce la ricerca storica alla dimensione più intima dell’essere umano.
Linda Lercari, la scrittura spesso nasce quando qualcosa dentro di noi chiede di essere ascoltato. Quando ha compreso che raccontare storie sarebbe diventato per Lei molto più di una semplice passione?
«Scrivo da quando avevo più o meno dieci, dodici anni. La scrittura è stata presente nella mia vita molto prima che diventasse una professione. Da bambina rappresentava uno spazio nel quale potevo osservare il mondo, immaginare situazioni, costruire personaggi e dare una forma a pensieri che magari non riuscivo ancora a esprimere diversamente. Nel 2016, poi, questa passione ha assunto una dimensione professionale, quando sono arrivati i primi contratti. Da quel momento ho iniziato a vivere la scrittura anche con una maggiore consapevolezza. Ho sempre letto molto e, attraverso la lettura, ho imparato che ogni storia può diventare una porta: a volte conduce verso un altro luogo, altre volte verso un’altra epoca, ma molto spesso conduce soprattutto dentro noi stessi».
Prima di incontrare il Giappone, c’è stato un Oriente che ha saputo parlare alla Sua sensibilità. Che cosa rappresenta per Lei questa parte del mondo?
«Il mio interesse per l’Oriente è nato più o meno durante gli anni delle scuole superiori, inizialmente attraverso la Cina. Successivamente, grazie a mio marito, ho iniziato ad avvicinarmi al Giappone. È stato lui a farmi conoscere il Kendo, una disciplina che praticava e pratica ancora oggi. Da quel momento è iniziato un percorso che non è stato soltanto culturale, ma anche umano. Il Giappone mi ha affascinata perché dietro ogni gesto, ogni tradizione e ogni disciplina sembra esserci una filosofia. È una cultura che invita a guardare oltre la superficie delle cose».
Quanto può insegnarci una disciplina come il Kendo sul significato della vita?
«Il Kendo mi ha dato moltissimo, anche dal punto di vista della scrittura. Attraverso il maestro Maurizio Lipparelli, presso la Scuola Kendo Lucca, ho avuto modo di conoscere non soltanto una disciplina, ma un universo fatto di principi, rispetto, concentrazione e consapevolezza. Durante le lezioni ci raccontava massime e modi di dire giapponesi che andavano ben oltre la pratica della spada. Una volta parlò del suono prodotto dalla spada quando fende l’aria: quella riflessione mi colpì profondamente. Da quel momento ho iniziato a pensare alla spada non soltanto come a un’arma, ma come a uno strumento capace di rappresentare una scelta, una direzione, una ricerca interiore. Forse è proprio questo che mi ha spinto verso ‘Kaijin’».
È possibile che una storia inizi realmente quando un’immagine, una frase o un’emozione riescono a risvegliare qualcosa che avevamo dentro senza saperlo?
«Credo assolutamente di sì. Nel mio caso è accaduto proprio questo. Quell’immagine della spada che fende l’aria ha rappresentato una sorta di illuminazione. Non è stata semplicemente un’idea narrativa: è stato il momento in cui ho percepito che c’era una storia che doveva essere raccontata.
A volte la scrittura funziona così: non siamo noi a cercare una storia, ma è la storia a trovare noi. E quando questo accade, diventa difficile ignorarla».
«Kaijin» ci conduce nel Giappone del 1300. Quanto è difficile raccontare un’epoca lontana senza trasformarla in una semplice ricostruzione del passato?
«È stato un lavoro molto impegnativo. Ho impiegato quattro anni per scrivere questo libro, proprio perché desideravo ricostruire un mondo che fosse credibile e coerente. Ho cercato di approfondire gli usi e i costumi, la quotidianità, la cucina e naturalmente il pensiero dei protagonisti.
Ambientare una storia nel 1300 significa confrontarsi con una società molto diversa dalla nostra. Bisogna fare attenzione a non guardare quel mondo esclusivamente con gli occhi dell’uomo contemporaneo. Il vero lavoro consiste nel cercare di comprendere la mentalità delle persone di allora».
La storia può diventare una lente attraverso la quale comprendere meglio anche il presente?
«Sicuramente. Il passato cambia il nostro modo di osservare il presente. Quando incontriamo persone vissute secoli fa, apparentemente lontanissime da noi, ci accorgiamo che alcune domande sono invece universali: il bene e il male, la paura, il coraggio, la perdita, l’onore, l’amore, il desiderio di sopravvivere e quello di trovare un senso alla propria esistenza. Le epoche cambiano, ma l’essere umano conserva interrogativi profondi che attraversano il tempo».
Nel Suo romanzo ci sono due samurai del periodo Kamakura. Che cosa rappresenta, simbolicamente, il samurai nell’immaginario che ha costruito?
«Il samurai rappresenta una figura estremamente affascinante perché racchiude in sé forza e disciplina, ma anche fragilità e responsabilità. Dietro la figura del guerriero esiste un essere umano chiamato continuamente a confrontarsi con le proprie scelte. Ed è proprio questo che mi interessava raccontare: non soltanto ciò che accade fuori dai personaggi, ma soprattutto ciò che accade dentro di loro».
Lucca sembra avere avuto un ruolo importante nella nascita di «Kaijin». Quanto può influenzare un luogo la creatività di uno scrittore?
«Molto. Lucca possiede un sottotesto giapponese importante. Ci sono persone giapponesi che lavorano e vivono qui e che hanno portato il loro contributo. Inoltre, la presenza della Scuola Kendo e di altre arti marziali ha creato nel tempo un rapporto particolare con la cultura nipponica. Io stessa, dopo la laurea, ho scritto una tesi sull’influenza della cultura nipponica nell’opera di Giovanni Pascoli. Quindi il rapporto tra Lucca, la letteratura e il Giappone rappresenta per me qualcosa di molto significativo».
La letteratura nasce spesso dall’incontro tra luoghi apparentemente lontani. Lucca e il Giappone possono essersi incontrati proprio attraverso la Sua scrittura?
«Penso di sì. La scrittura ha la capacità straordinaria di mettere in comunicazione mondi che sembrano lontani. Un luogo può diventare una soglia verso un altro luogo. Lucca mi ha offerto un contesto concreto, fatto di incontri, persone, esperienze e conoscenze. Il Giappone mi ha offerto invece un patrimonio culturale e filosofico nel quale immergermi. ‘Kaijin’ nasce anche dall’incontro di queste due dimensioni».
Il successo su Amazon, con il primo posto nella categoria dedicata alla storia giapponese, che cosa ha rappresentato per Lei?
«È stata una sorpresa. Naturalmente ogni scrittore spera nel successo, ma nel mio caso non me lo aspettavo in modo particolare. Non essendo una persona molto conosciuta e non avendo un nome particolarmente altisonante, raggiungere questo risultato è stato qualcosa che mi ha davvero emozionata. Sono veramente entusiasta, soprattutto perché questo risultato arriva dopo quattro anni di lavoro. È una soddisfazione vedere che una storia nella quale hai investito tanto riesce a incontrare i lettori».
Quando un libro raggiunge il lettore, la storia smette di appartenere soltanto al suo autore. Che cosa spera che rimanga nell’animo di chi legge «Kaijin»?
«Mi piacerebbe che rimanesse soprattutto un’emozione. Vorrei che il lettore, una volta terminato il libro, portasse con sé qualcosa dei personaggi, delle atmosfere e del mondo che ho cercato di ricostruire. Un romanzo, secondo me, non deve necessariamente fornire risposte. Può anche lasciare domande. E talvolta sono proprio le domande che continuano a vivere dentro di noi dopo aver chiuso l’ultima pagina».
Lei ha definito particolarmente importante la componente cinematografica del romanzo. Da dove nasce questa scelta?
«Credo che derivi dal mio modo di immaginare le scene. Mentre scrivo, visualizzo molto ciò che accade. Vedo i luoghi, i movimenti, le atmosfere. Questo mi permette di costruire una narrazione nella quale il lettore possa quasi avere la sensazione di trovarsi davanti alle immagini. È una caratteristica che alcuni lettori hanno apprezzato e che probabilmente contribuisce a rendere la storia più immediata».
Il finale, a quanto pare, ha sorpreso molti lettori. Quanto è importante, per uno scrittore, avere il coraggio di non concedere al pubblico ciò che si aspetta?
«È molto importante. Se il lettore riesce a prevedere tutto ciò che accadrà, forse viene meno una parte della magia della narrazione. Io volevo accompagnarlo lungo una strada che sembrasse riconoscibile e poi portarlo altrove. Il fatto di essere riuscita a sorprendere i lettori mi fa particolarmente piacere, perché significa che la storia ha conservato una propria autonomia e non si è lasciata condizionare dalle aspettative».
La scrittura può essere anche una forma di disciplina, proprio come il Kendo?
«Sì, assolutamente. Anche la scrittura richiede costanza, pazienza e allenamento. Non basta avere un’idea: bisogna lavorarci, correggere, studiare, ricominciare. In questo senso vedo una forte affinità con il Kendo. Ci sono gesti che devono essere ripetuti molte volte prima di diventare naturali. Nella scrittura accade qualcosa di simile: ogni pagina, ogni frase e ogni revisione contribuiscono alla costruzione dell’opera».
Dopo quattro anni di lavoro, che cosa ha imparato Linda Lercari da «Kaijin»?
«Ho imparato che le storie hanno bisogno di tempo. Viviamo in una società nella quale tutto deve essere veloce, mentre un romanzo storico richiede l’opposto: lentezza, studio, ricerca e attenzione. Ho imparato anche che una passione può diventare una strada. Il Kendo, una città come Lucca, la cultura giapponese e la mia esperienza di scrittrice si sono incontrati quasi naturalmente. E da quell’incontro è nato questo libro».
Se dovesse racchiudere «Kaijin» in una sola parola, quale sceglierebbe?
«Direi “viaggio”. Perché è un viaggio nel Giappone del 1300, ma anche un viaggio dentro i protagonisti e, in qualche modo, dentro noi stessi. Ogni lettore può percorrerlo in maniera diversa».
E quale messaggio vorrebbe affidare ai lettori che stanno per aprire per la prima volta le pagine di «Kaijin»?
«Di lasciarsi guidare dalla storia senza cercare immediatamente di capire dove li porterà. Di entrare nel mondo dei personaggi con curiosità e senza pregiudizi. Perché credo che leggere significhi anche questo: concedersi il tempo di abitare per qualche ora una vita diversa dalla propria e, magari, tornare alla propria con uno sguardo nuovo».
La storia di Linda Lercari e di «Kaijin – L’ombra di cenere» dimostra come la letteratura possa nascere dall’incontro tra passione, studio, esperienza e territorio. Quello che inizialmente poteva sembrare soltanto un interesse per una cultura lontana è diventato, attraverso il Kendo, la ricerca storica e il legame con Lucca, materia narrativa.
Il successo raggiunto su Amazon rappresenta dunque non soltanto un riconoscimento commerciale, ma anche la risposta di un pubblico che ha scelto di entrare in un universo distante nel tempo e nello spazio.
E forse è proprio questa la forza più autentica della letteratura: permetterci di attraversare secoli e confini senza muoverci dal luogo in cui siamo, facendoci scoprire che, dietro culture, epoche e tradizioni differenti, continuano a vivere le medesime domande che da sempre accompagnano l’essere umano.
In fondo, come una spada che attraversa l’aria lasciando dietro di sé un suono, anche una storia può attraversare il tempo e lasciare una traccia. «Kaijin» nasce da quella traccia e oggi, attraverso i suoi lettori, continua il proprio viaggio.
Per acquistare il libro di Linda Lercari cliccate qui
✨ Rimani sempre aggiornato! ✨
Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.
Quelle amicizie che non hanno bisogno di una stretta di mano: la riflessione intima di Menda Vreto sui legami nati sui social e la forza di una parola gentile
Le amicizie nate sui social possono essere vere anche senza essersi mai incontrati?
La profonda riflessione di Menda Vreto sui legami digitali che scaldano il cuore: persone che entrano nelle nostre vite senza aver mai varcato la porta di casa, il mistero di chi scompare nel silenzio e il valore immenso di una parola gentile.
Vi è mai capitato di trovare un amico vero o un grande conforto dietro lo schermo di un telefono? Voi cosa ne pensate? Tutti i dettagli qui sotto 👇
Roma – Nell’era iperconnessa del terzo millennio, dove le distanze geografiche si annullano nello spazio di un tocco sullo schermo, la natura stessa dei sentimenti e dei rapporti umani sta conoscendo una metamorfosi silenziosa ma profonda, al centro dell’attenzione della nostra rubrica dedicata alla psicologia delle relazioni contemporanee. La scrittrice e saggista Menda Vreto firma una toccante e lucidissima meditazione sul valore inaspettato delle conoscenze nate sui social network: legami immateriali, privi del contatto fisico, eppure capaci di depositare semi di autentica vicinanza emotiva nel tessuto delle nostre giornate.
C’è una domanda che sorge spontanea quando ci si sofferma a osservare la quotidianità digitale: quante persone entrano nelle nostre vite senza aver mai varcato la soglia di casa nostra? Non sappiamo quasi nulla della loro esistenza reale, se non una fotografia spesso sfocata, qualche pensiero affidato a un post, il garbo o l’ironia con cui rispondono a un commento. Eppure, giorno dopo giorno, impariamo a riconoscerle, a cercarne la presenza, a registrare con affetto una battuta scherzosa e a percepire con una punta di apprensione quando, all’improvviso, il loro nome non compare più tra le notifiche della nostra comunità culturale e sociale.
Oltre lo schermo dello smartphone: quando le persone entrano nella nostra vita senza bussare
È una forma di conoscenza del tutto particolare che soltanto pochi decenni fa sarebbe apparsa inconcepibile. Capita di incontrare anime affini con cui discutere di tutto: attualità, libri, ricordi personali, piccoli o grandi affanni quotidiani. C’è chi ha la risposta pronta e chi preferisce riflettere in silenzio; chi cerca il confronto leale e chi si ferisce per una virgola mal posta, perché scrivere non è come parlare guardandosi negli occhi. Manca il calore di uno sguardo, manca l’intonazione rassicurante della voce, manca quella possibilità istantanea di chiarire un malinteso con un sorriso complice.
Eppure, come evidenzia con rara sensibilità Menda Vreto, non tutto si esaurisce nella superficie effimera di un mi piace o di una sterile polemica da tastiera. La vera sostanza di questi legami emerge quando qualcuno, colpito da una frase più malinconica del solito, decide di inviare un messaggio privato inaspettato. Non per chiedere favori o curiosare nella vita altrui, ma semplicemente per domandare: «Come stai?». Gesti apparentemente normali, ma che proprio nella loro discreta gratuità assumono un valore inestimabile, collegandosi al tema della sensibilità umana già esplorato nel Mattutino del Castello Sforzini sul valore del tempo e la verità delle relazioni umane.
Non sempre nella vita materiale abbiamo la fortuna di avere accanto qualcuno con cui confidarci senza filtri. Ci sono pensieri intimi che custodiamo gelosamente, delusioni lavorative, fatiche familiari che preferiamo tacere a chi ci sta vicino per non appesantirlo. E può accadere che una conversazione nata per puro caso con un estraneo sul web diventi una medicina per l’anima, proprio perché proviene da una persona che non conosce tutto il nostro passato e non ha pregiudizi sul nostro presente, arricchendo il patrimonio morale del nostro territorio interiore e relazionale.
★★★★★ (4.9 su 5 • Il caffè preferito dagli italiani per i momenti di riflessione e pausa)
Regalati una pausa speciale durante la giornata con il gusto pieno, corposo ed equilibrato di Caffè Borbone Miscela Blu: la maxi scorta da 100 capsule è oggi in super sconto con spedizione rapida a casa tua.
Il valore del silenzio e la fragilità dei legami: quando una voce scompare dal web
Accanto alla bellezza degli incontri virtuali, Menda Vreto richiama a un sano principio di realtà e prudenza. Non ogni contatto virtuale può dirsi vera amicizia e non ogni parola gentile nasconde intenzioni pure; custodire i propri confini emotivi resta una regola di saggezza fondamentale. Ma sarebbe un torto imperdonabile liquidare queste relazioni come finzioni prive di senso solo perché nate attraverso uno schermo retroilluminato.
C’è poi una dimensione struggente che appartiene unicamente al mondo del web: il mistero del silenzio improvviso. A volte una persona con cui si scambiavano riflessioni quasi quotidiane smette di pubblicare. All’inizio si pensa a un impegno passeggero, poi i giorni diventano settimane. Avrà disattivato il profilo? Sarà stanca dei social o starà affrontando una malattia o un dolore indicibile? Spesso non lo sapremo mai. È la metafora perfetta della vita: incrociamo cammini, condividiamo un frammento di viaggio e poi le strade si dividono, senza addii formali né spiegazioni.
Questa consapevolezza rende ancora più sacra la responsabilità nell’uso del linguaggio quotidiano. Ogni volta che affidiamo un testo a una bacheca virtuale, compiamo un gesto che va oltre la nostra volontà contingente. In mezzo a migliaia di sguardi distratti, quel messaggio potrebbe raggiungere proprio l’individuo che sta vivendo un momento di solitudine, offrendogli un appiglio di speranza inatteso.
Il peso delle parole gentili: dall’altra parte del monitor c’è sempre un cuore che ascolta
Ecco perché la proposta di Menda Vreto risuona come un autentico manifesto etico per la Rete: abbandonare la ricerca compulsiva del consenso o l’esibizione di una saggezza costruita a tavolino, preferendo la verità delle esperienze vissute, il ricordo di un gesto generoso, una storia di umana solidarietà. Non sapremo mai quante ferite invisibili possano essere lenite da una frase sincera, ma il bene più autentico non ha bisogno di essere misurato in visualizzazioni o commenti pubblici.
La vita di ogni giorno ci mette già duramente alla prova nelle relazioni tangibili; cadere nell’equivoco dell’astio virtuale è un lusso che la nostra umanità non può permettersi. Possiamo scegliere di non attaccare chi la pensa diversamente, di non ridicolizzare le debolezze altrui, di non trasformare ogni divergenza in una trincea. Non è necessario diventare amici intimi di tutti, ma possiamo incontrarci nel rispetto reciproco, scambiarci qualcosa di buono e proseguire il nostro cammino con gratitudine.
Prima di digitare una frase o commentare un post, dovremmo sempre rammentare a noi stessi che dall’altra parte dello schermo non c’è una folla anonima o un bersaglio astratto: ci sono persone in carne e ossa, custodi di fardelli, speranze e battaglie silenziose che forse non racconteranno mai. Ricordarlo è il primo dovere della nostra coscienza.
Articolo a cura di Menda Vreto per la Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata
✨ Rimani sempre aggiornato! ✨
Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.
Dall’Azerbaigian la poesia potente di Bahtiyar Hidayet nella traduzione di Angela Kosta: l’amara parabola de “L’ultima fermata della vita”
Dall’Azerbaigian la poesia potente e dissacrante di Bahtiyar Hidayet nella traduzione di Angela Kosta.
Tra lo sfruttamento del lavoro, l’orologio sul cassonetto e il cane randagio, l’amara parabola de “L’ultima fermata della vita” denuncia il cinismo di una società indifferente.
Baku – I grandi ponti del dialogo culturale intercontinentale continuano ad arricchire le pagine della nostra testata grazie all’incessante attività di ricerca, critica e mediazione linguistica svolta dalla poetessa, saggista e traduttrice Angela Kosta. Questa settimana la rubrica internazionale di poesia spalanca le proprie finestre sul Caucaso e sul Mar Caspio per accogliere la voce ruvida, dissacrante e profondamente autentica di Bahtiyar Hidayet, uno dei massimi esponenti della letteratura contemporanea dell’Azerbaigian, un autore capace di scuotere le coscienze attraverso versi taglienti e privi di orpelli retorici, confermando l’impegno costante promosso dalla nostra redazione per la grande cultura e poesia d’autore.
L’opera presentata in anteprima per i lettori italiani si intitola L’ultima fermata della vita (nella versione internazionale The Last Stop of Life) e costituisce un’amara e lucida allegoria della condizione del lavoratore moderno. Attraverso una scrittura scarna e implacabile, Hidayet trasforma un banale tragitto su un mezzo pubblico serale nella traiettoria tragica dell’esistenza umana, dove ogni stazione del percorso simboleggia un’istituzione sociale o burocratica che consuma le energie dell’individuo, offrendo un’occasione di confronto civile vicina alle istanze di solidarietà promosse nel nostro territorio e nella società civile.
Nel panorama letterario di Baku e dell’Asia centrale, la figura di Bahtiyar Hidayet si distingue per un realismo crudo che non concede sconti alla disillusione. L’autore rifiuta le lusinghe del lirismo consolatorio per farsi testimone delle ferite e dell’alienazione di chi vive del proprio sudore, affrontando temi scomodi come la mercificazione del lavoro, la solitudine metropolitana e il cinismo imperante nella società post-sovietica, collegandosi alla sensibilità narrativa emersa nei recenti appuntamenti teatrali dedicati ai classici di Dostoevskij nel nostro servizio sullo spettacolo contemporaneo e ricerca d’autore.
Il saggio critico e la resa metrica curati da Angela Kosta permettono di cogliere appieno la carica eversiva del testo, restituendo al pubblico italiano la musicalità secca e lapidaria dell’originale azero, dove ogni singola parola pesa come una sentenza inappellabile contro l’indifferenza del mondo contemporaneo e la perdita di umanità, arricchendo il dibattito artistico seguito nella sezione cultura e rassegne internazionali.
La poetica di Bahtiyar Hidayet tra realismo disincantato e denuncia della solitudine umana
L’itinerario descritto dal poeta si snoda attraverso la stanchezza fisica e psicologica di un uomo semplice che, di ritorno da una sfibrante giornata di fatiche manuali, si risveglia a ogni scossone dell’autobus. Il viaggio diventa una metafora geometrica e spietata delle tappe obbligate dell’uomo comune: l’ospedale di maternità che accoglie la nascita inconsapevole, la scuola dell’indottrinamento e della disciplina, il commissariato militare della coscrizione forzata e il degradante mercato degli schiavi in cui si svende la propria forza lavoro per un tozzo di pane.
Il tragitto prosegue toccando l’ufficio dello stato civile per il matrimonio burocratico, il mercato alimentare, la stazione di polizia e l’aula del tribunale, fino a lambire la stazione ferroviaria dove ogni sogno di fuga è destinato a naufragare. La vera rivelazione, il culmine drammatico del componimento, coincide con il raggiungimento del capolinea: un umile cassonetto dei rifiuti urbani, approdo terminale riservato a chi ha speso l’intera esistenza per ingranaggi sociali che finiscono per espellerlo senza alcuna pietà.
È in questo scenario desolante che si consuma l’epifania sarcastica del protagonista: ai piedi del cassonetto giace un vecchio orologio da parete inservibile, simbolicamente rigettato persino dalla spazzatura, sul quale un cane randagio solleva la zampa per urinare. Un gesto canino e istintivo che assume il sapore beffardo di un tributo naturale al tempo trascorso, vissuto dall’operaio sfinito quasi come un balsamo sulle proprie mani piagate.
★★★★★ (4.9 su 5 • Il caffè più venduto e scelto su Amazon Italia)
Il vero espresso napoletano cremoso, corposo e dal profumo inebriante: la confezione convenienza perfetta per accompagnare le tue letture d’autore e i momenti di riflessione.
Il testo della poesia L’ultima fermata della vita: la traduzione italiana a cura di Angela Kosta
Di seguito proponiamo ai nostri lettori il testo integrale del capolavoro poetico di Bahtiyar Hidayet, presentato nella suggestiva traduzione italiana curata da Angela Kosta con il testo a fronte in lingua inglese:
L’ULTIMA FERMATA DELLA VITA (Traduzione italiana di Angela Kosta)
«Il pover’uomo, di ritorno dal duro lavoro, si svegliava a ogni singola fermata.
… Prima, accanto alla clinica della maternità,
poi, accanto alla Scuola Numero N, poi, accanto al Commissariato Militare,
poi, accanto al Mercato degli Schiavi,
più tardi, accanto all’Ufficio dello Stato Civile,
poi, accanto al mercato, accanto alla stazione di polizia,
e più tardi, accanto al tribunale.
Superando anche la stazione ferroviaria, raggiunse infine l’ultima fermata — Accanto al cassonetto della spazzatura.
La cosa terrificante era questa:
all’ultima fermata, il pover’uomo comprese una tragica verità.
Un vecchio orologio da parete,
che non aveva trovato posto nemmeno dentro il cassonetto, veniva urinato da un cane randagio
che sollevava la zampa, quasi a voler dare al tempo ciò che gli spettava di diritto.
Fu come se un balsamo lenitivo
fosse stato applicato sulle ferite aperte delle mani del pover’uomo.
Perché in questo paese, non c’era anima viva
che avrebbe persino urinato sopra un dito ferito».
THE LAST STOP OF LIFE (Original English Version)
«The poor man, returning from hard work,
Would wake up at every stop.
… First, beside the maternity hospital,
Then, beside School No. N,
Then, beside the Military Commissariat,
Then, beside the Slave Market,
Later,
Beside the Civil Registry Office,
Then, beside the market, beside the police station,
And later, beside the courthouse.
Passing by the railway station, too,
He reached the final stop— Beside the trash bin.
The horrifying thing was this:
At the final stop, the poor man understood a truth.
An old wall clock,
Which had no place even in the trash bin,
Was being urinated on by a stray dog
Lifting its leg,
As if giving time its due.
It was as though ointment
Had been applied to the wounds
On the poor man’s hands.
For in this country,
There was no one
Who would even piss on an injured finger».
Il significato filosofico del tempo e delle ferite: la voce dell’Azerbaigian nella letteratura europea
La chiusa della poesia rappresenta un vero e proprio pugno nello stomaco per la coscienza del lettore. Riprendendo un’antica espressione popolare contadina, Bahtiyar Hidayet denuncia l’estrema aridità morale di una comunità che ha smarrito ogni traccia di pietà: l’indifferenza generale è talmente spietata che nessuno sprecherebbe neppure il gesto più vile o insignificante per alleviare il dolore altrui.
La figura del cane randagio che urina sull’orologio assume così una paradossale dignità cosmica: l’animale compie un atto di giustizia poetica e biologica contro la tirannia del tempo, quel tempo scandito dai padroni e dalla burocrazia statale che ha consumato le carni del lavoratore senza riconoscergli alcun valore umano. La dissacrazione del quadrante diventa il balsamo atteso, la sola rivalsa possibile contro un ordine sociale ingiusto.
Con questo contributo d’eccezione, Angela Kosta arricchisce la cultura italiana di una voce caucasica di prima grandezza, ricordando come la poesia autentica non debba mai accarezzare il potere o cullare le illusioni, ma avere il coraggio di affondare le mani nella polvere per denunciare le ferite invisibili degli ultimi della terra.
Articolo, saggio critico e traduzione a cura di Angela Kosta per la Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata
✨ Rimani sempre aggiornato! ✨
Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.
I volti del Fayum all’Ara Pacis di Roma: la grande mostra che unisce Egitto e Roma con oltre 110 capolavori antichi
I volti del Fayum arrivano all’Ara Pacis di Roma: dal 5 novembre al 2 maggio la grande mostra con oltre 110 capolavori tra Egitto e Roma.
Cinquanta tavole dipinte escono per la prima volta dall’Egitto, affiancate da tesori del Louvre e del Getty Museum, per mostrare gli sguardi immortali dell’antichità.
Roma – Una delle pagine più affascinanti, misteriose ed emozionanti della storia dell’arte antica sbarca nella Capitale con un evento espositivo di risonanza planetaria. Dal 5 novembre 2026 al 2 maggio 2027, le sale del prestigioso Museo dell’Ara Pacis ospiteranno la grande rassegna archeologica Egitto e Roma. I volti del Fayum, curata dagli illustri studiosi Claudio Parisi Presicce e Laura Petacco. Un percorso monumentale che raccoglie oltre centodieci opere straordinarie tra tavolette lignee dipinte, maschere dorate, sudari funebri in lino, calchi e oreficerie, confermando la centralità del cartellone dedicato ai grandi eventi culturali a Roma.
I celeberrimi ritratti del Fayum costituiscono una testimonianza visiva pressoché unica al mondo: si tratta di finissime tavole di legno dello spessore di pochi millimetri, realizzate a tempera o con la raffinata tecnica dell’encausto a cera calda, adagiate sul volto del defunto tra le bende della mummia per preservarne l’identità nell’aldilà. Opere delicatissime e gelosamente custodite nei musei internazionali, che raramente concedono prestiti, rendendo questo appuntamento un’opportunità irripetibile per il nostro territorio capitolino, in linea con l’offerta di alto profilo già documentata nel nostro recente articolo sul teatro contemporaneo a Torino.
Promossa da Roma Capitale con la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotta da MondoMostre con Zètema, la mostra celebra il punto d’incontro tra la millenaria spiritualità egizia e il realismo fisiognomico romano. Come ha sottolineato l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio, l’arrivo di cinquanta ritratti che lasciano l’Egitto per la prima volta nella storia consacra l’Ara Pacis come polo museale di vertice per la valorizzazione della nostra cultura classica e archeologica.
Poche altre civiltà hanno saputo tramandarci sguardi così intrisi di vita reale: gli occhi spalancati sull’eternità, il taglio accurato della barba, le acconciature imperiali e i preziosi orecchini indossati quotidianamente permettono al visitatore di stabilire un contatto intimo con donne e uomini vissuti due millenni fa. Quell’incredibile stagione artistica, fiorita tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo all’indomani della conquista augustea, riflette una società cosmopolita e aperta alle contaminazioni, tema caro alla ricerca dell’intero mondo dello spettacolo e dell’arte.
La straordinaria esposizione al Museo dell’Ara Pacis: 50 ritratti escono dall’Egitto per la prima volta
Il valore scientifico dell’esposizione risiede nella generosità di accordi internazionali senza precedenti. Per la prima volta le autorità del Museo Egizio del Cairo hanno concesso il prestito della quasi totalità delle proprie tavolette, affiancate dal celebre Tondo dei Due Fratelli, uno dei vertici assoluti della pittura antica restaurato magistralmente da esperti italiani. A questo nucleo si sommano ben ventitré capolavori provenienti direttamente dalle prestigiose collezioni del Museo del Louvre di Parigi, inclusi rarissimi sudari istoriati scoperti nella necropoli di Antinoe.
Tra i pezzi di spicco figurano inoltre la raffinata Isidora del Getty Museum di Los Angeles, la cui perfezione esecutiva ha portato gli storici dell’arte a coniare la definizione di Maestro di Isidora, e la celebre tavoletta di Eirene conservata a Stoccarda. A coronamento di questo straordinario mosaico iconografico, la mostra svela in anteprima assoluta un ritratto giovanile appena riemerso dagli scavi della missione dell’Università del Salento, documentando la vitalità inesauribile della ricerca archeologica italiana.
SCELTI PER VOI • VIAGGI, MOSTRE & TECNOLOGIA
INIU Power Bank 10000mAh Mini 22.5W Ricarica Rapida USB-C Ultra Compatto
★★★★★ (4.9 su 5 • Il caricatore portatile tascabile più venduto in assoluto)
Indispensabile per le tue giornate tra musei, mostre d’arte e viaggi a Roma: compatto, potente, carica smartphone e fotocamere fino al 60% in soli 30 minuti con display LED.
Le cinque sezioni della mostra: dal Tondo dei Due Fratelli ai rari sudari dipinti del Louvre
L’allestimento dell’Ara Pacis si sviluppa attraverso cinque sezioni tematiche pensate per contestualizzare ogni singola opera nel proprio tessuto sociale d’origine. Si parte con i calchi sepolcrali della tomba dei Valerii sotto San Pietro, testimonianza diretta del passaggio dall’impronta in cera del defunto al busto marmoreo, fino al commovente sarcofago della piccola Giupra, mummia proveniente dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze, che restituisce la toccante fragilità infantile all’interno del rito funebre egizio.
La terza sezione celebra la galleria dei volti, mettendo a confronto le tavole del Fayum con i busti marmorei dei Musei Capitolini. Spiccano le storie di Demos e della sua bambina, sepolte insieme, e del fiero soldato appartenente alla collezione dell’Eton College. Accanto ai ritratti, i visitatori possono ammirare splendidi gioielli aurei rinvenuti a Pompei ed Ercolano, identici a quelli minuziosamente dipinti dagli artisti sulle sagome dei defunti, confermando l’incredibile fedeltà della pittura di età imperiale.
Tecniche pittoriche, encausto e gioielli: lo sguardo immortale degli antichi tra fede e memoria
La quarta e la quinta sala conducono il pubblico nel cuore della bottega artigiana, svelando i segreti dell’encausto, in cui i pigmenti minerali venivano sciolti nella cera d’api riscaldata per conferire profondità e trasparenza all’incarnato. Vengono analizzati i diversi tipi di legno adoperati, come il sicomoro e il cedro, sagomati per essere inseriti tra le bende di lino senza spezzarsi, evidenziando una maestria tecnica che anticipa di secoli le conquiste della pittura rinascimentale.
La mostra si conclude con i grandi sudari di epoca tardo-imperiale, quando il ritratto naturalistico inizia a cedere il passo a forme più stilizzate e spirituali. L’omaggio ai volti del Fayum a Roma rappresenta un tributo all’immortalità del ricordo: quegli sguardi dipinti continuano a interrogarci a duemila anni di distanza, dimostrando che l’arte è il ponte più potente per sconfiggere il tempo e tramandare l’identità dell’essere umano.
Articolo a cura della Redazione di Cavaliere News – Riproduzione riservata
✨ Rimani sempre aggiornato! ✨
Aggiungi Cavalierenews alle tue fonti preferite per non perderti le nostre notizie su Google.