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Attualità

Scontri di Milano, il sondaggio di Alessandra Ghisleri a «Filorosso»: il 66% degli italiani invoca la linea dura sull’ordine pubblico, per il 48% è un mix di disagio e fallimento educativo

Scontri di piazza e violenza giovanile, il sondaggio di Alessandra Ghisleri a «Filorosso» su Rai 3: il 66% degli italiani chiede la linea dura sul governo. 👇

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Sondaggio

Roma – Il clima di crescente tensione sociale culminato nelle devastazioni urbane, nei saccheggi e nelle violenze di piazza registrate a Milano e in altri grandi centri della penisola provoca una reazione netta e inequivocabile nell’opinione pubblica italiana. I cittadini condannano senza mezzi termini le degenerazioni violente delle manifestazioni di piazza e chiedono a larghissima maggioranza interventi legislativi e operativi più incisivi a tutela dell’ordine pubblico e della legalità. È la fotografia plastica scattata dall’autorevole sondaggio realizzato dall’istituto demoscopico Only Numbers e illustrato in prima serata su Rai 3 dalla direttrice Alessandra Ghisleri nel corso della trasmissione di approfondimento politico Filorosso, condotta dal giornalista Antonino Monteleone.

I dati presentati in diretta televisiva restituiscono un quadro di profonda preoccupazione collettiva, ma rivelano al contempo una maturità analitica dell’elettorato che rifugge dalle semplificazioni ideologiche. Se da un lato emerge una richiesta perentoria di fermezza sanzionatoria contro chi distrugge vetrine e arredi urbani, dall’altro si fa strada la consapevolezza che la violenza giovanile non possa essere derubricata a una mera questione di ordine pubblico, affondando le proprie radici in una crisi educativa e relazionale senza precedenti.

Piazze violente: la condanna senza appello del 56% degli italiani

Il primo quesito posto dal sondaggio di Only Numbers ha sondato la reazione morale e politica dei cittadini di fronte ai cortei che degenerano in guerriglia urbana: le piazze violente devono essere ascoltate o condannate? La risposta è stata perentoria: il 55,8% del campione intervistato ha risposto senza esitazione che queste manifestazioni vanno “condannate senza se e senza ma”. Una maggioranza assoluta che traccia una linea invalicabile tra il diritto costituzionale al dissenso pacifico e la sopraffazione distruttiva.

Sul versante opposto, il 37,6% degli italiani ritiene che le istanze espresse dalle piazze debbano essere comunque ascoltate dalla politica, pur deplorando gli eccessi, mentre una quota marginale pari al 6,6% preferisce non esprimere un’opinione o si dichiara incerta. Il dato dimostra come la grande maggioranza dei cittadini consideri inaccettabile qualsiasi forma di giustificazionismo verso chi trasforma la protesta sociale in un alibi per compiere reati predatori contro commercianti, forze dell’ordine e beni comuni.

La netta riprovazione popolare conferma che la violenza di piazza non gode di alcuna simpatia di massa nel Paese: chi scende in strada con passamontagna e spranghe non viene percepito come un testimone del disagio, ma come un sabotatore della convivenza civile che danneggia in primo luogo chi manifesta pacificamente per i propri diritti.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
SOCIOLOGIA & POLITICA ITALIANA

La società signorile di massa – Luca Ricolfi

L’indagine lucida e implacabile sulle contraddizioni dell’Italia contemporanea: il declino educativo, l’illusione del benessere senza fatica e le nuove tensioni sociali che agitano le città.

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Le radici della violenza: per quasi un italiano su due è un mix di disagio ed educazione

Di straordinario interesse sociologico è la sezione dell’indagine demoscopica dedicata alle cause che spingono tanti giovanissimi a unirsi ai saccheggi. L’opinione pubblica dimostra di possedere uno sguardo estremamente maturo: per il 48,2% degli intervistati si tratta contemporaneamente di un problema educativo all’interno delle famiglie e di una grave condizione di disagio sociale ed economico nelle periferie metropolitane.

Soltanto il 30,4% del campione individua la causa prevalente in una carenza educativa e nell’assenza di regole familiari, mentre il 17,7% attribuisce la colpa primaria all’esclusione sociale, alla mancanza di opportunità lavorative e al degrado dei quartieri ghetto. Appena il 3,7% non si pronuncia. Commentando questi dati a Filorosso, Alessandra Ghisleri ha evidenziato la portata della rilevazione: «Il dato che colpisce di più è proprio quello relativo alle cause del fenomeno. Quasi un italiano su due è convinto che alla base della devianza ci sia una miscela esplosiva tra disagio sociale e fallimento educativo. È una lettura molto più complessa e profonda rispetto alla consueta contrapposizione partitica, che dimostra come i cittadini avvertano l’urgenza di intervenire congiuntamente su entrambi i fronti».

La famiglia e la scuola vengono chiamate in causa non come bersagli polemici, ma come agenzie educative essenziali che necessitano di sostegno e autorevolezza per non abdicare al proprio compito fondamentale di trasmissione dei valori civici.

Ordine pubblico: il 66% chiede al Governo misure stringenti e regole severe

La voce più tonante del sondaggio di Only Numbers arriva però dal quesito sulla sicurezza urbana. Di fronte alla domanda sull’opportunità che il Governo adotti provvedimenti più rigorosi e severi per contrastare disordini e devastazioni, ben il 66% degli italiani si è schierato a favore di misure stringenti. Solo il 20,9% si è dichiarato contrario, mentre il 13,1% non ha preso posizione.

Due italiani su tre invocano dunque una presenza autorevole dello Stato e leggi capaci di garantire la certezza della pena. «Si tratta di un consenso straordinariamente ampio e trasversale – ha spiegato Alessandra Ghisleri negli studi di Rai 3 –. Anche all’interno di segmenti di elettorato tradizionalmente orientati a sinistra o più sensibili alle istanze libertarie e sociali, emerge una richiesta fortissima di regole più severe e di tutela del patrimonio pubblico e privato. Gli italiani ribadiscono un secco no alle violenze, continuando con equilibrio a distinguere tra chi manifesta democraticamente e chi usa la piazza come pretesto per lo scontro fisico».

La direttrice di Only Numbers ha infine concluso la sua analisi mettendo in guardia dalle scorciatoie puramente sanzionatorie: «La vera riflessione che attende la politica riguarda l’integrazione, i modelli comunitari e la formazione. Serve aiutare questi ragazzi a sentirsi parte integrante della società, a comprenderne doveri e diritti. Non è una questione di destra o sinistra, ma una sfida nazionale di responsabilità, inclusione e legalità». Una lezione di buonsenso che il Parlamento farebbe bene ad ascoltare.

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Attualità

Caso Scarpinato, Di Pietro a «Filorosso»: «Inopportuno che sieda in Antimafia, ma Tangentopoli è figlia di Mafiopoli». Scontro con Martelli

Bufera su Scarpinato e scontro totale a «Filorosso» (Rai 3) tra Antonio Di Pietro e Claudio Martelli: «È inopportuno che sieda ancora in Commissione Antimafia, ma la valenza penale è un’altra. E non guardiamo il dito: Tangentopoli è figlia di Mafiopoli, Falcone e Borsellino lo avevano capito prima di tutti». La dura replica dell’ex ministro della Giustizia e tutti i retroscena 👇

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Di Pietro

Le onde lunghe del 1992, le zone d’ombra mai del tutto rischiarate della stagione delle stragi e gli intrecci inconfessabili tra potere politico, grandi appalti e Cosa Nostra tornano a squarciare il dibattito pubblico italiano. A riaccendere la miccia di uno scontro istituzionale infuocato è stato Antonio Di Pietro, figura simbolo del pool di Mani Pulite ed ex ministro della Repubblica, intervenuto in prima serata su Rai 3 nel corso della trasmissione «Filorosso», il talk d’approfondimento condotto dal giornalista d’inchiesta Antonino Monteleone. Al centro del dibattito, il terremoto politico che ha travolto il senatore del Movimento 5 Stelle ed ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, finito nell’occhio del ciclone a seguito della clamorosa audizione tenuta a Palazzo San Macuto dal procuratore capo di Caltanissetta Salvatore De Luca.

Incalzato sulla permanenza del magistrato eletto a Palazzo Madama tra i banchi della Commissione Parlamentare Antimafia, Di Pietro non ha usato giri di parole, tracciando però un solco netto e invalicabile tra la sfera dell’etica politica e il piano del diritto penale: «Ritengo che l’opportunità di Scarpinato sia ancora lì. È inopportuno che sieda ancora in Antimafia. Ma l’opportunità politica è una cosa, la valenza penale è un’altra». Una presa di posizione netta che ha immediatamente polarizzato il confronto in studio, arricchitosi della presenza dell’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, protagonista politico di primo piano di quella drammatica stagione repubblicana.

Il giudizio di Di Pietro su Scarpinato: la distinzione tra opportunità politica e reato penale

La bufera che ha investito Roberto Scarpinato trae origine dalle rivelazioni trasmesse alla Commissione Antimafia dalla Procura di Caltanissetta, titolare dei fascicoli sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il procuratore Salvatore De Luca ha contestato all’ex collega un presunto e articolato «inquinamento probatorio ad ampio raggio» sviluppatosi attorno alle vicende del controverso dossier «Mafia e Appalti», parlando di una strategia coordinata con l’ex magistrato Gioacchino Natoli. Accuse pesantissime, che Scarpinato ha respinto con sdegno definendole «gravemente false e prive di fondamento», denunciando quello che a suo avviso rappresenta un tentativo di delegittimazione politica e morale.

Pur registrando la gravità delle contestazioni nissene, Di Pietro ha voluto allargare l’orizzonte dell’analisi, mettendo in guardia contro il rischio di strumentalizzazioni parziali: «Non vorrei che si guardasse il dito e non la luna», ha ammonito l’ex pm milanese. L’opportunità politica imporrebbe un passo di lato temporaneo per preservare la serenità dei lavori dell’organismo parlamentare d’inchiesta, ma la sostanza storica e giudiziaria impone di non perdere di vista il nucleo pulsante di quella stagione: il legame strutturale e organico che legava la corruzione corruttiva del Nord alle dinamiche criminali della Cupola corleonese.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
STORIA & GIUSTIZIA ITALIANA

Cose di Cosa Nostra – Giovanni Falcone con Marcelle Padovani

Il testamento civile e l’indagine fondamentale di Giovanni Falcone sull’anatomia del potere mafioso, sulle connessioni con la finanza e sulla natura sistemica del crimine organizzato.

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«Tangentopoli è figlia di Mafiopoli»: la luna, il dito e le parole di Paolo Borsellino

A supporto della propria lettura storiografica, Antonio Di Pietro ha rievocato uno dei passaggi più densi e drammatici dell’eredità intellettuale di Paolo Borsellino: «Nel provvedimento del Gip di Caltanissetta c’è un fatto accertato e documentato. Lo disse Borsellino il 22 maggio 1992: in Sicilia il sistema corruttivo era strettamente intrecciato con l’organizzazione mafiosa. Sia Borsellino sia Giovanni Falcone seguivano passo passo ciò che stava accadendo a Milano». Parole pronunciate dal magistrato palermitano all’indomani dell’arresto di Mario Chiesa e all’alba dell’esplosione giudiziaria di Tangentopoli, il giorno prima che il tritolo di Capaci spezzasse per sempre la vita di Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti di scorta.

Secondo Di Pietro, ridurre l’inchiesta Mani Pulite a un mero scandalo milanese di mazzette tra partiti e costruttori locali significa compiere un errore di miopia storica imperdonabile: «È quello che denuncio da anni. Se ci si ferma al dito, si perde il punto centrale della vicenda: Tangentopoli è figlia di Mafiopoli». La tesi sostenuta con vigore dall’ex magistrato è che Falcone avesse compreso prima di tutti come il cosiddetto «tavolino» degli appalti pubblici nazionali vedesse i colossi industriali del Nord scendere a patti diretti con i vertici mafiosi di Cosa Nostra attraverso la mediazione di faccendieri, ministri e mediatori insospettabili.

Lo scontro in studio con Claudio Martelli: «Perché nessun mafioso dentro Mani Pulite?»

Il momento di maggiore tensione dialettica all’interno dello studio di «Filorosso» si è consumato nel serrato botta e risposta tra Di Pietro e Claudio Martelli. L’ex Guardasigilli, interlocutore istituzionale privilegiato di Falcone durante la stesura dei decreti antimafia e del regime del 41-bis, ha contestato la ricostruzione di Di Pietro inchiodandolo a un interrogativo investigativo diretto e spiazzante: «Se c’era questa presenza mafiosa nella vicenda che tu hai indagato, quella che poi è stata definita Mani Pulite, come mai non c’è stato un solo mafioso coinvolto direttamente nella tua indagine?». Un quesito che riassume le perplessità storiche di chi ravvisa una cesura operativa mai colmata tra le Procure di Milano e di Palermo.

Di Pietro ha replicato con fermezza, rivendicando la correttezza procedurale e la rigida ripartizione delle competenze territoriali tra gli uffici giudiziari: «Noi a Milano abbiamo scavato fin dove la competenza territoriale ce lo consentiva. Ma proprio da alcuni interrogatori condotti nell’autunno del 1992 emersero elementi chiarissimi di connessione con gli appalti siciliani. Quei verbali furono immediatamente secretati e trasmessi a Palermo nel novembre 1992. Quando poi arrivò Gian Carlo Caselli alla guida della Procura palermitana, cambiò il clima istituzionale e vennero sviluppate numerose inchieste che portarono alla sbarra decine di mafiosi e colletti bianchi». Da qui la ferma ribaditura del concetto: «Tangentopoli e Mafiopoli erano due facce della stessa medaglia».

I misteri irrisolti del 1992: dal dossier Mafia e Appalti al futuro dell’Antimafia

Il duello televisivo a «Filorosso» dimostra come a distanza di oltre trentaquattro anni la stagione delle bombe del 1992 continui a rappresentare una ferita aperta nella coscienza della Repubblica. Il dossier «Mafia e Appalti», originariamente redatto dai Carabinieri del ROS guidati da Mario Mori e Giuseppe De Donno, continua a trovarsi al centro di letture contrastanti: da una parte chi vi individua il vero movente acceleratore delle stragi di Capaci e via D’Amelio, dall’altra chi vi ha scorto tentativi di depistaggio e inquinamento istruttorio.

Mentre a Palazzo San Macuto le forze di maggioranza rinnovano il pressing per le dimissioni di Roberto Scarpinato dalla Commissione Antimafia e le opposizioni denunciano un attacco politico per riscrivere la storia delle sentenze passate in giudicato, le riflessioni di Di Pietro e Martelli offrono una lezione preziosa. La ricerca della verità sui massacri del 1992 non può ridursi a un campo di battaglia tra fazioni parlamentari: esige il coraggio civile di scandagliare fino in fondo gli accordi inconfessabili tra mafia economica, corruzione partitica e poteri deviati dello Stato, senza sconti e senza censure retroattive.

A cura della Redazione Politica e Giustizia di Cavaliere News

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Politica

Mattarella, intelligenza artificiale e monopoli tech: la replica di Luca Sforzini (Rinascimento Nazionale): «I giganti si battono creando concorrenti, non burocrati»

Intelligenza artificiale e monopolio tech: Luca Sforzini (Rinascimento Nazionale) risponde al monito di Mattarella su Einaudi: «I giganti si battono creando concorrenti, non burocrati». 👇

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Sergio Mattarella

Castellar Ponzano – Il discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in merito alle sfide epocali sollevate dall’intelligenza artificiale, dallo sviluppo delle costellazioni satellitari e dal rischio di oligopoli tecnologici globali continua ad alimentare un dibattito fecondo e di altissimo profilo nel panorama politico ed economico nazionale. Il richiamo del Capo dello Stato alla lezione liberale di Luigi Einaudi – secondo cui i monopoli rappresentano il nemico giurato del mercato, del merito e della libertà democratica – ha acceso i riflettori sulla necessità di garantire sovranità e trasparenza nell’era degli algoritmi. Tuttavia, sulle modalità con cui l’Occidente e l’Italia debbano affrontare i colossi dell’high-tech si apre un confronto serrato sulle ricette da adottare.

A intervenire con una riflessione organica e perentoria dalle sale del Castello Sforzini di Castellar Ponzano è Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale. Nel suo intervento, Sforzini condivide l’allarme istituzionale sui pericoli delle concentrazioni di potere tecnologico, ma capovolge l’impostazione dirigista: per sconfiggere i monopoli non serve erigere gabbie normative soffocanti, bensì liberare l’iniziativa privata, attrarre capitali globali e favorire la nascita di nuovi campioni industriali italiani ed europei attraverso una radicale opera di sburocratizzazione.

Il paradosso europeo: scrivere regole mentre il mondo costruisce il futuro

«Il dibattito sull’intelligenza artificiale e sulle tecnologie satellitari sollevato dal Presidente Mattarella tocca il cuore stesso del nostro avvenire civile ed economico – esordisce Luca Sforzini –. Il richiamo al pensiero di Luigi Einaudi è prezioso e fondamentale: i monopoli sono da sempre i peggiori nemici del libero mercato, della concorrenza leale e della libertà individuale. Ma proprio per questo motivo, la risposta delle democrazie occidentali non può consistere nell’aggiungere burocrazia alla burocrazia. I monopoli non si combattono moltiplicando i regolatori o istituendo comitati di vigilanza privi di visione industriale: si combattono sul campo, creando concorrenti forti, capaci di innovare e di competere ad armi pari».

Il presidente di Rinascimento Nazionale punta il dito contro quello che definisce il vizio d’origine delle istituzioni comunitarie: l’illusione regolatoria. «L’Europa ha commesso per troppi anni l’errore madornale di pretendere di scrivere le regole del futuro mentre gli Stati Uniti e l’Asia il futuro lo stavano concretamente costruendo nei laboratori e nelle aziende. Abbiamo partorito norme ipertrofiche come l’AI Act prima ancora di avere sul nostro continente colossi industriali capaci di sviluppare modelli linguistici proprietari. Il risultato è stato quello di appesantire le nostre start-up di vincoli di conformità mentre i leader d’oltreoceano hanno continuato a galoppare indisturbati».

Secondo Sforzini, la vera sovranità tecnologica è incompatibile con il protezionismo o con l’ostilità ideologica verso l’innovazione: non significa punire chi è arrivato per primo, ma creare le condizioni fiscali, giuridiche ed energetiche affinché anche in Italia e in Europa possano fiorire talenti e investimenti di pari grandezza.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
ECONOMIA & PENSIERO LIBERALE

Le prediche inutili – Luigi Einaudi

La bibbia del liberalismo economico italiano: le magistrali riflessioni del Presidente economista contro le degenerazioni burocratiche, a difesa della libertà di mercato e della concorrenza.

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Dati, spazio ed energia: le alleanze con gli Stati Uniti e la vera concorrenza

Nell’analisi di Rinascimento Nazionale, le nuove frontiere dell’emancipazione umana e della prosperità geopolitica si condensano in una cinquina inscindibile: intelligenza artificiale, spazio, sovranità dei dati, capacità di calcolo ed energia abbondante. Settori ad altissima intensità di capitale in cui la frammentazione nazionale è sinonimo di irrilevanza.

«Sovranità tecnologica non significa erigere barriere anacronistiche o adottare un approccio punitivo verso i campioni dell’innovazione privata – prosegue Sforzini –. Significa, al contrario, stringere alleanze tecnologiche e geopolitiche strategiche e indissolubili con gli Stati Uniti, attrarre i leader globali del settore a insediarsi sul nostro territorio e creare le condizioni affinché i nostri ricercatori e imprenditori non debbano fuggire all’estero per trovare venture capital. La vera concorrenza democratica non consiste nell’usare le forbici dello Stato per rendere piccoli i grandi, ma nel costruire un ecosistema in cui i piccoli abbiano finalmente la possibilità reale di diventare grandi».

La dimensione atlantica dello sviluppo tecnologico rappresenta per l’Italia una garanzia democratica contro le mire delle autocrazie orientali, che utilizzano il controllo dei dati e l’infrastruttura digitale come armi di sorveglianza di massa e sottomissione politica.

L’Italia grande hub occidentale: deregulation intelligente e sburocratizzazione

La proposta programmatica che Luca Sforzini lancia al governo italiano è ambiziosa e di ampio respiro: candidare la penisola a diventare il principale hub mediterraneo e occidentale dell’IA, della robotica avanzata, dell’aerospazio e dei grandi data center. Un traguardo che richiede una rivoluzione copernicana nelle politiche pubbliche.

«Per attrarre l’industria del futuro servono quattro condizioni imprescindibili: energia abbondante, sicura e a costi competitivi, una fiscalità di assoluto favore per chi reinveste gli utili in ricerca e sviluppo, una deregulation intelligente nei settori emergenti e una sburocratizzazione radicale che elimini i tempi morti delle autorizzazioni amministrative». È la visione di uno Stato che abbandona le velleità dirigiste per concentrarsi sul proprio nucleo essenziale.

«Lo Stato deve imparare a fare meno cose, ma a farle con assoluta efficienza – conclude il presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale –: garantire l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale, assicurare la certezza del diritto e l’imparzialità della giustizia, tutelare la concorrenza contro i cartelli e realizzare infrastrutture strategiche all’avanguardia. Tutto il resto deve essere lasciato alla creatività, all’intelligenza, alla libertà d’impresa e alla nobilità del rischio privato. Sostenere chi innova e chi rischia significa, in ultima analisi, difendere la libertà stessa dell’essere umano».

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Politica

Scontri e baby gang, la ricetta di Sforzini (Rinascimento Nazionale): «Bene Forza Italia, ma alla fermezza della pena affianchiamo il Diritto alla Comunità»

Scontri di piazza e violenza giovanile, la proposta di Luca Sforzini (Rinascimento Nazionale): «Bene Forza Italia, ma alla fermezza della pena affianchiamo il Diritto alla Comunità». 👇

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Scontri e baby gang, la ricetta di Sforzini (Rinascimento Nazionale): «Bene Forza Italia, ma alla fermezza della pena affianchiamo il Diritto alla Comunità»

Milano – Gli echi degli scontri di piazza, delle vetrine infrante e delle devastazioni urbane che negli ultimi giorni hanno ferito il tessuto civile delle principali metropoli italiane riaprono con drammatica urgenza il dibattito sulla sicurezza, sull’ordine pubblico e sulla gestione della violenza giovanile. Scene di guerriglia che hanno visto protagonisti gruppi organizzati composti in larga misura da minorenni, capaci di muoversi con metodica spregiudicatezza dietro il paravento della protesta ideologica per compiere atti di puro vandalismo predatorio. Di fronte all’emergenza, il panorama politico nazionale è chiamato a formulare risposte che vadano ben oltre la consueta indignazione di facciata, interrogandosi sulla tenuta del nostro patto sociale e sull’efficacia reale degli strumenti normativi a presidio della legalità.

In questo scenario interviene con determinazione Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, commentando con parole di netto apprezzamento le recenti iniziative legislative e le prese di posizione avanzate dai vertici di Forza Italia. «Bene Matteo Perego di Cremnago e Forza Italia: chi devasta e saccheggia deve sapere che le proprie azioni hanno conseguenze immediate e ineludibili – esordisce Sforzini –. Il principio cardine di ogni convivenza civile è elementare: chi rompe paga, chi saccheggia restituisce ciò che ha sottratto alla collettività. È questa la cultura della responsabilità che deve appartenere a un centrodestra di governo degno di questo nome».

Portare a zero l’età della responsabilità: oltre l’alibi anagrafico

L’analisi del presidente di Rinascimento Nazionale entra nel vivo del dibattito parlamentare, affrontando senza ipocrisie il nodo cruciale dell’età evolutiva e della tutela penale: «Essere minorenni non può e non deve più significare essere irresponsabili di fronte alla legge e ai cittadini onesti – sottolinea con forza Sforzini –. La proposta avanzata dall’onorevole Marta Fascina interviene giustamente sulla soglia dell’imputabilità, mentre il sottosegretario Matteo Perego di Cremnago ha opportunamente richiamato la responsabilità educativa e civile delle famiglie. Noi del Centro Studi proponiamo di completare e perfezionare questa impostazione: non dobbiamo limitarci ad abbassare tout court l’età della pena detentiva, ma dobbiamo avere il coraggio di portare a zero l’età della responsabilità, naturalmente graduando le conseguenze secondo l’età e nelle forme già previste dall’ordinamento».

Secondo la visione di Rinascimento Nazionale, l’impunità di fatto garantita a chi non ha ancora compiuto quattordici anni si è trasformata negli anni in un perverso incentivo alla delinquenza minorile, spesso sfruttata cinicamente dalla criminalità organizzata o dalle gang di strada per compiere reati gravi senza subire alcuna sanzione. Stabilire che ogni atto illecito comporti una presa in carico immediata, con percorsi di riparazione del danno, lavori socialmente utili e coinvolgimento economico dei genitori, rappresenta l’unico argine credibile contro la deriva della violenza precoce.

Non si tratta di una cieca inclinazione punitiva, bensì dell’affermazione pedagogica del principio di causa ed effetto: un giovane che cresce nella convinzione che ogni sua trasgressione rimarrà priva di conseguenze è destinato a diventare un adulto incapace di rispettare i patti della convivenza democratica. La fermezza repressiva, tuttavia, costituisce soltanto un pilastro dell’azione statale. Un autentico movimento politico a vocazione maggioritaria deve possedere la lungimiranza di affrontare le cause strutturali del disagio, evitando di ridurre la questione giovanile a una mera problematica di polizia e tribunali.

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SOCIOLOGIA & POLITICA

L’ospite inquietante: Il nichilismo e i giovani – Umberto Galimberti

L’indagine fondamentale sul vuoto esistenziale delle nuove generazioni, la crisi dei legami sociali e la necessità urgente di ricostruire comunità, valori e responsabilità educative.

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Il Diritto alla Comunità: la proposta per rigenerare i territori

«Un centrodestra capace di governare il Paese – ammonisce Luca Sforzini – deve saper fare anche l’altra metà del lavoro, quella più nobile e complessa della ricostruzione sociale. Non possiamo limitarci a presidiare le piazze quando esplode la rabbia; dobbiamo intervenire a monte, offrendo ai nostri ragazzi un’alternativa solida alla solitudine e alla marginalità». Da questa premessa scaturisce la proposta programmatica di Rinascimento Nazionale: l’istituzione formale di un vero e proprio “Diritto alla Comunità”.

Si tratta di una dote educativa ed economica, destinata in via prioritaria ai ragazzi appartenenti ai nuclei familiari più fragili dal punto di vista reddituale. Una risorsa vincolata ed esclusiva, spendibile unicamente in attività sportive, percorsi associativi, iniziative culturali, volontariato, oratori e laboratori formativi. L’obiettivo è strappare i giovani dall’isolamento delle periferie e dalle trappole dell’alienazione digitale, reinserendoli in contesti comunitari sani, capaci di trasmettere il senso delle regole, il rispetto reciproco e la bellezza dello sforzo condiviso.

Accanto alla dote individuale, Sforzini lancia una proposta pragmatica sulle infrastrutture pubbliche esistenti: «Dobbiamo aprire nel pomeriggio e la sera le scuole, le palestre scolastiche, le biblioteche e gli spazi pubblici che i contribuenti italiani hanno già pagato con le proprie tasse. È inaccettabile che enormi patrimoni immobiliari restino sbarrati per metà giornata mentre i nostri adolescenti vagano senza meta nei centri commerciali o nelle stazioni ferroviarie in balia della noia e delle cattive compagnie». Un modello di scuola aperta e di presidio territoriale permanente, capace di trasformarsi nel cuore pulsante dei quartieri più complessi e disagiati.

Il ruolo dei corpi intermedi – dalle parrocchie alle società sportive dilettantistiche, dai gruppi scout alle associazioni di volontariato – torna così al centro dell’agenda politica. Senza spazi fisici di aggregazione positiva, il vuoto lasciato dallo Stato e dalle famiglie viene inesorabilmente colmato dalla strada e dalla subcultura delle gang, dove la prevaricazione e il vandalismo diventano gli unici strumenti di affermazione identitaria.

Dalle chat virtuali alla vita reale: la sfida antropologica

La riflessione del presidente di Rinascimento Nazionale tocca infine le radici psicologiche e relazionali della crisi contemporanea, fotografando con crudo realismo la solitudine dei quindicenni di oggi: «Se per un adolescente è infinitamente più facile entrare in una chat o in un canale social anonimo piuttosto che entrare in una comunità viva fatta di persone in carne e ossa, nessun codice penale al mondo potrà mai bastare ad arginare il declino». La sostituzione dei legami reali con le dinamiche tossiche della rete ha polverizzato i corpi intermedi, lasciando i ragazzi privi di maestri, di riferimenti affettivi e di codici comportamentali condivisi.

Nelle chat e nei canali clandestini della rete si diffondono modelli nichilisti, dove la violenza gratuita viene esibita come trofeo e monetizzata attraverso visualizzazioni e like. Spezzare questo circolo vizioso richiede una presenza viva dello Stato sul territorio, capace di offrire un’alternativa affascinante ed esigente alla vacuità degli schermi digitali.

«Questa è la vera risposta di un centrodestra di governo – conclude Luca Sforzini –: costruire uno Stato forte e autorevole nel garantire la sicurezza, la legalità e l’ordine pubblico, affiancato da una società libera e vitale, capace di creare appartenenza e coesione. Chi sbaglia deve restituire il maltolto e pagare il prezzo delle proprie colpe; chi governa ha il sacro dovere di ricostruire le opportunità per tutti».

Il messaggio di Rinascimento Nazionale si candida così a diventare un punto di riferimento programmatico per il dibattito politico dei prossimi mesi. Unire il rigore sanzionatorio alla capacità di ricucire il tessuto sociale rappresenta l’unica strada percorribile per restituire sicurezza duratura ai cittadini e un orizzonte di dignitosa speranza alle nuove generazioni italiane.

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