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Attualità

Il Mattutino di giovedì dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano: la nota stonata del pianoforte, il segreto dei gatti e le impronte dell’uomo nel segno di libertà, responsabilità e coraggio

Il Mattutino di giovedì 22 ottobre dal Castello Sforzini: la nota imperfetta del risveglio, il segreto dei gatti e le impronte dell’uomo. Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio 👇

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il mattutino del 22 ottobre 2026

Castellar Ponzano – Le prime luci di giovedì 22 ottobre 2026 rischiarano con un velo dorato i vigneti e i crinali morbidi delle colline tortonesi, mentre la quiete solenne del Castello Sforzini si schiude al nuovo giorno. Nel cuore di un autunno limpido e riflessivo, l’antico maniero rinnova la sua consuetudine più intima ed elevata: quella del Mattutino. Un appuntamento che non si limita a scandire il calendario, ma offre ai lettori una bussola etica ed estetica per orientarsi tra i rumori di fondo della modernità, riscoprendo il valore fondante della sosta, della poesia e del pensiero profondo.

Il risveglio è il momento in cui il mondo si ridesta prima che le convenzioni sociali e la frenesia del quotidiano ne soffochino la spontaneità. Dal silenzio delle mura secolari di Castellar Ponzano, la riflessione di questa mattina accende una luce intensa e inaspettata sulle piccole crepe dell’esistenza, sulla grazia dell’ironia e sulla sostanza autentica che definisce la nostra comune umanità.

La nota stonata delle 6.12 e la saggezza dell’accoglienza

L’incipit del Mattutino di questo giovedì si apre con un’immagine visiva e sonora di folgorante bellezza poetica:

«Alle 6.12 un pianoforte
in una casa lontana
ha sbagliato una nota.
La giornata ha deciso di tenerla.»

In queste quattro righe si condensa una delle lezioni filosofiche più rivoluzionarie del nostro tempo. Viviamo in una società ossessionata dalla prestazione, dalla levigatezza digitale e dall’illusione di una perfezione algoritmica priva di sbavature. Eppure, la vita autentica – quella che pulsa di sangue, respiro e sentimento – è fatta di inciampi, di esitazioni e di accordi imprevisti. Quel tasto premuto fuori tempo alle 6.12 del mattino non viene cancellato né censurato: la giornata sceglie di “tenerla”, incorporando quella deviazione come parte viva della propria melodia.

Viene alla mente la celebre massima del jazzista Miles Davis, il quale ricordava che non esistono note sbagliate in assoluto, poiché è la nota che suonerai subito dopo a decidere se quell’errore diverrà una stonatura o l’inizio di una nuova armonia. Accogliere la propria imperfezione, perdonarsi una fragilità e accettare che i nostri piani possano essere scompaginati da un dettaglio inatteso è il primo passo verso una matura serenità interiore. La giornata non rifiuta il pianista incerto: lo abbraccia e prosegue il suo corso.

L’arte della dissimulazione: la saggezza segreta del mondo felino

Lo sguardo del poeta si sposta poi su un dettaglio apparentemente quotidiano, trasformandolo in una satira raffinata sulla presunzione umana e sul senso della libertà:

«I gatti scelgono con grande cura
i luoghi nei quali fingere
di essere capitati per caso.»

C’è in questo aforisma tutta l’eleganza sorniona di chi sa muoversi nel mondo con sovrana indipendenza. Il gatto non cerca l’approvazione del pubblico, non si affanna per giustificare la propria presenza né elemosina conferme; pianifica con precisione millimetrica la propria postura e poi recita con sublime disinvoltura la parte dell’osservatore distaccato. È l’elogio di quella dignità silenziosa che rifiuta l’ostentazione: sapersi collocare nello spazio e nel tempo senza dover spiegare a nessuno il perché della propria traiettoria.

In un’epoca in cui ogni gesto sembra dover essere urlato sui social network e sottoposto al giudizio della folla, la grazia felina evocata da Castellar Ponzano ci rammenta il fascino del riserbo, dell’ironia intelligente e della capacità di abitare il mondo con leggerezza calcolata, senza farsi imprigionare dalle aspettative altrui.

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Le vere impronte dell’uomo: orgoglio, pianto e rinuncia

La terza riflessione scende nelle profondità più vertiginose dell’animo umano, dove cadono tutte le maschere del prestigio esteriore:

«Ognuno riconosce i suoi:
l’orgoglio, il pianto, la rinuncia
sono le impronte dell’uomo.»

Che cosa lascia davvero il nostro passaggio sulla terra? Non sono i monumenti d’argilla, i titoli effimeri o le ricchezze accumulate. I veri solchi, le impronte indelebili attraverso cui riconosciamo i nostri simili e comprendiamo noi stessi, appartengono alla sfera morale ed emotiva. L’orgoglio, inteso non come vanagloria ma come rispetto inflessibile della propria rettitudine; il pianto, che lava lo sguardo e testimonia la nostra capacità di provare compassione e dolore; e infine la rinuncia, forse il vertice più alto e aristocratico della libertà interiore.

Saper rinunciare a un vantaggio meschino, a una vittoria facile a danno d’altri, o a un compromesso che offenderebbe la nostra coscienza, è ciò che nobilita l’essere umano. Chi ha conosciuto il peso di queste tre esperienze riconosce all’istante i suoi simili nello sguardo degli altri, condividendo una fratellanza silenziosa che non necessita di dichiarazioni altisonanti.

Libertà, responsabilità e coraggio per illuminare il cammino

Il messaggio mattutino si sigilla con la consueta, solenne formula di congedo che racchiude l’etica del maniero:

«Questo era il Mattutino dal Castello Sforzini di Castellar Ponzano.
“Che sia una giornata di libertà, responsabilità e coraggio.”»

In queste tre parole – libertà, responsabilità, coraggio – si salda l’intera impalcatura del vivere civile e spirituale. La libertà senza responsabilità degenera nel caos e nell’arbitrio; la responsabilità senza coraggio si spegne nel conformismo e nella rassegnazione; il coraggio, infine, è la virtù che rende possibili tutte le altre, dandoci la forza di tenere quella nota imperfetta e farne il principio di una nuova melodia per l’intera giornata.

A cura della Redazione Cultura e Società di Cavaliere News

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Attualità

Allarme sicurezza al Nordest, le imprese spendono ma la paura cresce: furti, baby gang e gli errori del «fai-da-te» nell’indagine Confcommercio e Mac System

Sicurezza al Nordest, 88% di imprese investe ma il 30% si sente a rischio: Confcommercio e Mac System svelano i 7 errori che rendono inutili gli allarmi aziendali 👇

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Videosorveglianza

Verona – Le imprese del Nordest investono in sistemi di protezione e allarme più di qualunque altra area del Paese, eppure la percezione di vulnerabilità continua inesorabilmente a salire. È il paradosso inquietante certificato dall’ultima indagine congiunta di Confcommercio sui fenomeni illegali: se da un lato ben l’88,4% delle aziende del terziario tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige ha installato telecamere di videosorveglianza e impianti antintrusione, dall’altro quasi un imprenditore su tre (il 30%) denuncia un netto peggioramento delle condizioni di sicurezza quotidiana.

La minaccia dei furti con scasso rimane l’incubo principale per il 37,3% degli imprenditori triveneti, un dato significativamente superiore rispetto alla media nazionale ferma al 32%. A rendere incandescente il clima commerciale concorrono le aggressioni dirette (in ascesa per il 29,7% degli intervistati), gli atti vandalici legati alla cosiddetta mala movida (temuti dal 37,8% per i danni a vetrine e arredi esterni), gli episodi di violenza giovanile riconducibili alle baby gang (27,2%) e una piaga del taccheggio che flagella ormai il 60,7% dei negozi di vicinato.

Spendere non basta se si compra male: l’analisi di Federico Zorzetto (Mac System)

Perché a fronte di investimenti economici imponenti le aziende continuano a subire colpi e intrusioni? La risposta risiede nella qualità tecnologica degli apparati e nell’incompetenza di chi li installa. A spiegare il fenomeno è Federico Zorzetto, amministratore delegato di Mac System, storico distributore di tecnologie di sicurezza che da oltre 35 anni affianca i professionisti del settore in tutto il Triveneto:

«Gli imprenditori hanno compreso l’urgenza di proteggere i propri beni, e questo è un segnale positivo», osserva Zorzetto. «L’errore fatale è che molti considerano la sicurezza alla stregua di un comune elettrodomestico: guardano solo il prezzo da volantino, scelgono il kit in offerta e si affidano al primo montatore improvvisato. Ma un impianto di sicurezza non è una stampante; è un ecosistema salvavita che deve funzionare in modo infallibile proprio nel momento più critico: nel cuore della notte, al buio e con il titolare a chilometri di distanza».

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I 7 errori capitali: dal fai-da-te alle password di fabbrica

Dall’esperienza diretta accumulata sul campo dai tecnici specializzati emergono i sette errori più frequenti che vanificano le spese sostenute dalle aziende:

1. L’illusione del fai-da-te: apparecchiature economiche acquistate sul web e installate dal manutentore generico che cedono al primo vero tentativo di effrazione.
2. La trappola del massimo ribasso: sensori scadenti che generano continui falsi allarmi, spingendo il titolare a spegnere l’impianto per disperazione.
3. Proteggere solo l’interno: attivare i rilevatori quando i malviventi sono già penetrati nel magazzino è tardivo; la barriera deve scattare sul perimetro esterno.
4. Ottiche scadenti e buio: telecamere con filmati sgranati o abbagliati che registrano il furto senza permettere l’identificazione dei colpevoli.
5. Password di fabbrica violate: dispositivi connessi a Internet senza cambio delle credenziali native, autentico invito a nozze per hacker e ladri informatici.
6. Totale assenza di manutenzione: batterie tampone esauste e lenti sporche che trasformano l’allarme in un simulacro inerte.
7. Gestione anarchica delle chiavi fisiche: mazzi duplicati a fornitori e dipendenti senza tracciabilità, risolvibile con moderni lettori di badge programmabili.

«La falsa sicurezza costa più di quella vera»: il valore della certificazione

Per blindare stabilimenti e punti vendita la scelta decisiva ricade sulla qualifica del professionista. Un installatore affidabile esegue sempre un sopralluogo preventivo, certifica la filiera di ogni singolo componente, protegge l’impianto dai cyber-attacchi e garantisce assistenza e ricambi nel tempo.

«Un sistema progettato male infonde una falsa sensazione di sicurezza che induce ad abbassare la guardia», conclude l’amministratore di Mac System (www.macsystem.it). «Un impianto di qualità certificata è invece un asset patrimoniale che dura anni, salvaguardando il valore delle merci, l’incolumità dei lavoratori e la serenità mentale dell’imprenditore».

A cura della Redazione Economia e Sicurezza di Cavaliere News

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Politica

Caso Ziello, bufera politica a destra: «Evocato il colpo di stato contro Mattarella, Vannacci lo sconfessi subito». L’affondo durissimo di Sforzini (Rinascimento Nazionale)

Scontro durissimo a destra, bufera su Edoardo Ziello: «Ha definito Mattarella un pastore e teorizzato lo scontro con il Quirinale, è allusione al golpe». L’ultimatum perentorio di Luca Sforzini a Roberto Vannacci. Tutti i retroscena nel nuovo articolo di Cavaliere News! 👇

Pubblicato

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Sforzini

Roma – Una tempesta politica di inusitata violenza verbale e istituzionale scuote i palazzi della politica romana e accende uno scontro fratricida all’interno dell’area della destra italiana. A far deflagrare una polemica destinata a lasciare strascichi profondi sono state le dichiarazioni al vetriolo rilasciate dal deputato Edoardo Ziello, esponente di spicco e capogruppo della cosiddetta “sporca dozzina” parlamentare legata al movimento Futuro Nazionale e al generale Roberto Vannacci. Parole pronunciate direttamente dai corridoi di Montecitorio e affidate a un video diffuso sui canali social, nelle quali il parlamentare ha attaccato a testa bassa sia il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, scatenando la reazione sdegnata del Centro Studi Rinascimento Nazionale guidato da Luca Sforzini.

Nel mirino dell’intervento di Ziello è finita la recente interlocuzione istituzionale tra Palazzo Chigi e il Colle in merito ad alcuni delicati provvedimenti legislativi riguardanti il comparto militare e la sicurezza dello Stato. Il parlamentare ha usato espressioni di inaudita durezza, sostenendo che Giorgia Meloni, davanti ai rilievi del Capo dello Stato, «al fischio del pastore si è calata le braghe», e rivendicando con enfasi che Roberto Vannacci, qualora si fosse trovato alla guida dell’esecutivo, non avrebbe esitato ad andare «allo scontro frontale con il Quirinale». Una sortita che ha immediatamente oltrepassato il perimetro della fisiologica dialettica politica per trasformarsi in un vero e proprio caso istituzionale.

«Il limite della decenza democratica e del rispetto repubblicano è stato ampiamente superato», ha dichiarato senza mezzi termini Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale. «Un deputato della Repubblica che parla dall’interno della Camera non può permettersi di definire il Capo dello Stato un “pastore” e di accusare la Presidente del Consiglio di sottomissione solo perché rispetta le regole fondamentali del nostro ordinamento. Non siamo più di fronte a folklore o a provocazioni da campagna elettorale: questa è una perversa teorizzazione dello scontro tra i massimi organi dello Stato, una narrazione che sfiora pericolosamente l’evocazione di un colpo di stato».

L’attacco alla grammatica costituzionale e la caccia ai consensi sui social

Nel suo durissimo atto d’accusa, Sforzini ha analizzato la gravità politica dell’accaduto, sottolineando come le parole di Ziello rappresentino un tentativo calcolato di logorare dall’interno l’architettura repubblicana. «Qui non stiamo discutendo della legittima critica su una singola norma legislativa», ha incalzato il leader di Rinascimento Nazionale. «Il fatto politico è infinitamente più allarmante: si indica pubblicamente come prova di virilità e di forza politica lo scontro armato tra il Governo e il Presidente della Repubblica. Si descrive il Capo dello Stato come un ostacolo da travolgere quando non si piega alla volontà del capo carismatico di turno. Questo atteggiamento non ha nulla a che vedere con la politica: è eversione pura della grammatica costituzionale».

Particolarmente severa è stata la censura nei confronti dell’utilizzo spregiudicato delle piattaforme digitali per veicolare messaggi destabilizzanti. Sforzini ha puntato il dito contro la tentazione di trasformare le aule parlamentari in un set per raccogliere consensi facili a colpi di visualizzazioni e pollici all’insù: «La gravità si moltiplica esponenzialmente quando questo veleno viene impacchettato ad arte per i social media, alla ricerca del like isterico e dell’applauso scomposto della folla. Aizzare la rabbia dei cittadini contro le istituzioni di garanzia significa minare giorno dopo giorno la coesione democratica del Paese. Chi si comporta in questo modo dimostra di non avere alcun senso dello Stato».

Il comunicato di Rinascimento Nazionale richiama con forza i principi inderogabili della Carta fondamentale del 1948, ricordando che l’ordinamento italiano si fonda sul principio della separazione dei poteri, sui contrappesi e sulla leale collaborazione istituzionale.

Consigliato dalla Redazione
Diritto e Istituzioni

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Il testo fondamentale del patto repubblicano, arricchito da saggi introduttivi e commenti articolo per articolo sui principi cardine della democrazia italiana, il ruolo di garanzia del Quirinale e i delicati equilibri di potere tra Governo e Parlamento.

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La difesa di Mattarella e Meloni: «La vera destra non delegittima lo Stato»

«La nostra Costituzione non prevede pastori, greggi né generali salvifici calati dall’alto», prosegue la nota diffusa da Rinascimento Nazionale. «L’architettura dello Stato prevede organi costituzionali precisi, attribuzioni chiare, pesi e contrappesi inderogabili. L’articolo 87 stabilisce che il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale; il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Pretendere di sostituire questo equilibrio con la logica dello scontro frontale e della sopraffazione muscolare significa porsi scientemente al di fuori della legge repubblicana, flirtando con istanze golpiste che l’Italia ha storicamente ripudiato».

Sforzini rivendica con forza la propria appartenenza ideale all’area conservatrice, tracciando una linea di demarcazione invalicabile tra chi intende governare la Nazione e chi invece persegue una deriva sovversiva: «Noi difendiamo Sergio Mattarella con convinzione assoluta; difendiamo Giorgia Meloni nell’esercizio rigoroso e faticoso delle sue responsabilità di governo; difendiamo la sacralità del Parlamento e la dignità delle istituzioni. E lo facciamo da uomini di destra, fieri della nostra identità. Perché una destra matura, europea e di governo non dileggia il Quirinale, non insulta le istituzioni e non teorizza l’anarchia muscolare. Chi lo fa dimostra solo debolezza e infantilismo politico».

Il duello all’interno della coalizione e dell’area identitaria apre scenari inediti, costringendo i vertici politici a prendere una posizione netta di fronte all’opinione pubblica.

L’ultimatum a Roberto Vannacci: chiarimento immediato o rottura definitiva

La conclusione della presa di posizione di Luca Sforzini chiama direttamente in causa l’europarlamentare ed ex generale Roberto Vannacci, leader indiscusso del movimento Futuro Nazionale a cui fa riferimento il gruppo parlamentare di Ziello. «Ora la palla passa a Vannacci, che ha l’obbligo morale e politico di chiarire immediatamente la propria posizione davanti agli italiani», conclude la nota del Centro Studi.

«Ziello ha affermato che Vannacci, al governo, sceglierebbe lo scontro frontale con il Quirinale. È davvero questa la linea politica di Futuro Nazionale? È questa la visione istituzionale che si intende proporre agli elettori? Perché non stiamo più discutendo dell’ennesimo saggio controcorrente o di una frase a effetto pronunciata in televisione: qui è in gioco la tenuta democratica della Repubblica. Il confine politico ed etico è tracciato una volta per tutte: da una parte c’è la destra repubblicana, seria, costituzionale e impegnata a guidare il Paese; dall’altra c’è chi teorizza il conflitto istituzionale, strizza l’occhio all’eversione ed evoca il golpe per raccogliere qualche consenso sui social. Ci aspettiamo una smentita immediata e perentoria, senza ambiguità di sorta».

Le prossime ore saranno decisive per comprendere se dal quartier generale di Vannacci giungerà una presa di distanza ufficiale dalle parole di Ziello o se, al contrario, lo scontro all’interno della destra italiana sia destinato a trasformarsi in una rottura insanabile dagli esiti imprevedibili.

A cura della Redazione Politica di Cavaliere News

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Attualità

Caso Scarpinato, Di Pietro a «Filorosso»: «Inopportuno che sieda in Antimafia, ma Tangentopoli è figlia di Mafiopoli». Scontro con Martelli

Bufera su Scarpinato e scontro totale a «Filorosso» (Rai 3) tra Antonio Di Pietro e Claudio Martelli: «È inopportuno che sieda ancora in Commissione Antimafia, ma la valenza penale è un’altra. E non guardiamo il dito: Tangentopoli è figlia di Mafiopoli, Falcone e Borsellino lo avevano capito prima di tutti». La dura replica dell’ex ministro della Giustizia e tutti i retroscena 👇

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Di Pietro

Le onde lunghe del 1992, le zone d’ombra mai del tutto rischiarate della stagione delle stragi e gli intrecci inconfessabili tra potere politico, grandi appalti e Cosa Nostra tornano a squarciare il dibattito pubblico italiano. A riaccendere la miccia di uno scontro istituzionale infuocato è stato Antonio Di Pietro, figura simbolo del pool di Mani Pulite ed ex ministro della Repubblica, intervenuto in prima serata su Rai 3 nel corso della trasmissione «Filorosso», il talk d’approfondimento condotto dal giornalista d’inchiesta Antonino Monteleone. Al centro del dibattito, il terremoto politico che ha travolto il senatore del Movimento 5 Stelle ed ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, finito nell’occhio del ciclone a seguito della clamorosa audizione tenuta a Palazzo San Macuto dal procuratore capo di Caltanissetta Salvatore De Luca.

Incalzato sulla permanenza del magistrato eletto a Palazzo Madama tra i banchi della Commissione Parlamentare Antimafia, Di Pietro non ha usato giri di parole, tracciando però un solco netto e invalicabile tra la sfera dell’etica politica e il piano del diritto penale: «Ritengo che l’opportunità di Scarpinato sia ancora lì. È inopportuno che sieda ancora in Antimafia. Ma l’opportunità politica è una cosa, la valenza penale è un’altra». Una presa di posizione netta che ha immediatamente polarizzato il confronto in studio, arricchitosi della presenza dell’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, protagonista politico di primo piano di quella drammatica stagione repubblicana.

Il giudizio di Di Pietro su Scarpinato: la distinzione tra opportunità politica e reato penale

La bufera che ha investito Roberto Scarpinato trae origine dalle rivelazioni trasmesse alla Commissione Antimafia dalla Procura di Caltanissetta, titolare dei fascicoli sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il procuratore Salvatore De Luca ha contestato all’ex collega un presunto e articolato «inquinamento probatorio ad ampio raggio» sviluppatosi attorno alle vicende del controverso dossier «Mafia e Appalti», parlando di una strategia coordinata con l’ex magistrato Gioacchino Natoli. Accuse pesantissime, che Scarpinato ha respinto con sdegno definendole «gravemente false e prive di fondamento», denunciando quello che a suo avviso rappresenta un tentativo di delegittimazione politica e morale.

Pur registrando la gravità delle contestazioni nissene, Di Pietro ha voluto allargare l’orizzonte dell’analisi, mettendo in guardia contro il rischio di strumentalizzazioni parziali: «Non vorrei che si guardasse il dito e non la luna», ha ammonito l’ex pm milanese. L’opportunità politica imporrebbe un passo di lato temporaneo per preservare la serenità dei lavori dell’organismo parlamentare d’inchiesta, ma la sostanza storica e giudiziaria impone di non perdere di vista il nucleo pulsante di quella stagione: il legame strutturale e organico che legava la corruzione corruttiva del Nord alle dinamiche criminali della Cupola corleonese.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
STORIA & GIUSTIZIA ITALIANA

Cose di Cosa Nostra – Giovanni Falcone con Marcelle Padovani

Il testamento civile e l’indagine fondamentale di Giovanni Falcone sull’anatomia del potere mafioso, sulle connessioni con la finanza e sulla natura sistemica del crimine organizzato.

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«Tangentopoli è figlia di Mafiopoli»: la luna, il dito e le parole di Paolo Borsellino

A supporto della propria lettura storiografica, Antonio Di Pietro ha rievocato uno dei passaggi più densi e drammatici dell’eredità intellettuale di Paolo Borsellino: «Nel provvedimento del Gip di Caltanissetta c’è un fatto accertato e documentato. Lo disse Borsellino il 22 maggio 1992: in Sicilia il sistema corruttivo era strettamente intrecciato con l’organizzazione mafiosa. Sia Borsellino sia Giovanni Falcone seguivano passo passo ciò che stava accadendo a Milano». Parole pronunciate dal magistrato palermitano all’indomani dell’arresto di Mario Chiesa e all’alba dell’esplosione giudiziaria di Tangentopoli, il giorno prima che il tritolo di Capaci spezzasse per sempre la vita di Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti di scorta.

Secondo Di Pietro, ridurre l’inchiesta Mani Pulite a un mero scandalo milanese di mazzette tra partiti e costruttori locali significa compiere un errore di miopia storica imperdonabile: «È quello che denuncio da anni. Se ci si ferma al dito, si perde il punto centrale della vicenda: Tangentopoli è figlia di Mafiopoli». La tesi sostenuta con vigore dall’ex magistrato è che Falcone avesse compreso prima di tutti come il cosiddetto «tavolino» degli appalti pubblici nazionali vedesse i colossi industriali del Nord scendere a patti diretti con i vertici mafiosi di Cosa Nostra attraverso la mediazione di faccendieri, ministri e mediatori insospettabili.

Lo scontro in studio con Claudio Martelli: «Perché nessun mafioso dentro Mani Pulite?»

Il momento di maggiore tensione dialettica all’interno dello studio di «Filorosso» si è consumato nel serrato botta e risposta tra Di Pietro e Claudio Martelli. L’ex Guardasigilli, interlocutore istituzionale privilegiato di Falcone durante la stesura dei decreti antimafia e del regime del 41-bis, ha contestato la ricostruzione di Di Pietro inchiodandolo a un interrogativo investigativo diretto e spiazzante: «Se c’era questa presenza mafiosa nella vicenda che tu hai indagato, quella che poi è stata definita Mani Pulite, come mai non c’è stato un solo mafioso coinvolto direttamente nella tua indagine?». Un quesito che riassume le perplessità storiche di chi ravvisa una cesura operativa mai colmata tra le Procure di Milano e di Palermo.

Di Pietro ha replicato con fermezza, rivendicando la correttezza procedurale e la rigida ripartizione delle competenze territoriali tra gli uffici giudiziari: «Noi a Milano abbiamo scavato fin dove la competenza territoriale ce lo consentiva. Ma proprio da alcuni interrogatori condotti nell’autunno del 1992 emersero elementi chiarissimi di connessione con gli appalti siciliani. Quei verbali furono immediatamente secretati e trasmessi a Palermo nel novembre 1992. Quando poi arrivò Gian Carlo Caselli alla guida della Procura palermitana, cambiò il clima istituzionale e vennero sviluppate numerose inchieste che portarono alla sbarra decine di mafiosi e colletti bianchi». Da qui la ferma ribaditura del concetto: «Tangentopoli e Mafiopoli erano due facce della stessa medaglia».

I misteri irrisolti del 1992: dal dossier Mafia e Appalti al futuro dell’Antimafia

Il duello televisivo a «Filorosso» dimostra come a distanza di oltre trentaquattro anni la stagione delle bombe del 1992 continui a rappresentare una ferita aperta nella coscienza della Repubblica. Il dossier «Mafia e Appalti», originariamente redatto dai Carabinieri del ROS guidati da Mario Mori e Giuseppe De Donno, continua a trovarsi al centro di letture contrastanti: da una parte chi vi individua il vero movente acceleratore delle stragi di Capaci e via D’Amelio, dall’altra chi vi ha scorto tentativi di depistaggio e inquinamento istruttorio.

Mentre a Palazzo San Macuto le forze di maggioranza rinnovano il pressing per le dimissioni di Roberto Scarpinato dalla Commissione Antimafia e le opposizioni denunciano un attacco politico per riscrivere la storia delle sentenze passate in giudicato, le riflessioni di Di Pietro e Martelli offrono una lezione preziosa. La ricerca della verità sui massacri del 1992 non può ridursi a un campo di battaglia tra fazioni parlamentari: esige il coraggio civile di scandagliare fino in fondo gli accordi inconfessabili tra mafia economica, corruzione partitica e poteri deviati dello Stato, senza sconti e senza censure retroattive.

A cura della Redazione Politica e Giustizia di Cavaliere News

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