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Spettacolo

BeaMakk torna con «E adesso»: la firma storica dei fratelli Calabrese per una rinascita pop tra grande musica e il nuovo film di Rolando Ravello

BeaMakk conquista la scena musicale e cinematografica! Dal 23 ottobre arriva in radio e streaming «E adesso», il nuovo toccante singolo nato dalla penna leggendaria di Piero e Massimo Calabrese (storici autori di Giorgia, Mengoni e Alex Baroni). Reduce dal set del nuovo film di Rolando Ravello «Siamo solo voi» (Colorado Film), la cantautrice da oltre 1,2 milioni di follower canta la rinascita dopo la fine di un amore. Tutti i dettagli e l’intervista 👇

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E adesso , cover

Milano – La maturità espressiva di una cantautrice della Generazione Z capace di fondere la purezza della canzone d’autore italiana con l’energia visiva del cinema contemporaneo e il calore di una community social che supera il milione di fedelissimi. Venerdì 23 ottobre 2026 segna il ritorno discografico di BeaMakk con «E adesso», il nuovo, atteso singolo disponibile su tutte le principali piattaforme digitali di streaming e in rotazione radiofonica nazionale. Un’uscita che corona un periodo di straordinaria effervescenza professionale per la giovane artista comasca di stanza a Milano, reduce dalla conclusione sul set delle riprese del nuovo film del regista Rolando Ravello intitolato «Siamo solo voi», prodotto da Colorado Film, che la vede protagonista in veste di attrice coprotagonista.

«E adesso» si presenta fin dalla prima battuta d’ascolto come una ballad vibrante e intimista, capace di accarezzare l’anima dell’ascoltatore attraverso una melodia avvolgente e una densità lirica rarissima nel panorama pop giovanile. Il brano nasce infatti da un sodalizio autorale nobilissimo: porta la firma indelebile di Piero Calabrese per le parole e di Massimo Calabrese per la musica, due autentici giganti e padri nobili della migliore tradizione canzonettistica italiana. La canzone scandaglia con disarmante sincerità il momento esatto in cui un amore giunge al capolinea, trasformando lo strazio della separazione nella consapevolezza luminosa che la vita continua a scorrere e che ritrovare se stessi è l’unico vero atto d’amore possibile.

«E adesso»: la fine di un amore e la riconquista della propria libertà

Lungi dall’adagiarsi sui consueti cliché del melodramma sentimentale o della recriminazione rancorosa, «E adesso» traccia una traiettoria psicologica ed emotiva di fiera emancipazione. È la fotografia lucida di quell’istante spartiacque in cui la nebbia del dolore si dirada, lasciando spazio al coraggio di guardarsi allo specchio e pronunciare la parola «basta» di fronte a una relazione diventata tossica o spenta. Un vissuto universale nel quale chiunque abbia sperimentato il naufragio di una storia d’amore può riconoscere un frammento autentico del proprio percorso interiore.

A spiegare l’urgenza espressiva racchiusa nelle pieghe del testo è la stessa BeaMakk: «Il brano descrive il momento esatto in cui una persona trova la forza morale di dire basta, smettendo finalmente di affogare nei problemi della coppia per riprendere saldamente in mano la propria vita, la propria individualità e i propri sogni. Rappresenta la presa di coscienza liberatoria di chi accetta la fine di un rapporto non come una sconfitta definitiva, ma come un passaggio necessario e inevitabile per continuare a stare bene e preservare la propria serenità». Un messaggio di speranza e risolutezza che risuona con particolare forza nell’universo giovanile contemporaneo.

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CANTAUTORATO & POP ITALIANO

L’arte di scrivere canzoni – Alfredo Rapetti Mogol

I segreti armonici, la metrica e l’ispirazione poetica dietro i capolavori del pop italiano: la guida essenziale su come nasce un testo capace di toccare il cuore di milioni di persone.

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La firma nobile dei fratelli Calabrese: dal mito di Giorgia e Mengoni a BeaMakk

A garantire la straordinaria solidità musicale del singolo è il peso specifico della firma e della produzione artistica. I fratelli Piero e Massimo Calabrese occupano un posto d’onore nella storia della discografia italiana degli ultimi quarant’anni: scopritori di talenti puri ed eccezionali alchimisti del suono pop, hanno plasmato la carriera di mostri sacri come Giorgia — per la quale hanno composto gemme immortali della musica leggera —, la voce indimenticabile di Alex Baroni e il talento fulmineo di Marco Mengoni, per il quale hanno co-firmato, tra gli altri, il travolgente trionfo sanremese del debutto, «Credimi ancora».

Affidare un testo e una partitura dei Calabrese a BeaMakk certifica la qualità del progetto e la considerazione di cui l’artista gode tra gli addetti ai lavori più raffinati. Il singolo è prodotto a quattro mani da Massimo Calabrese e Marco Lecci insieme a Valerio Calisse — che ne ha curato anche i magistrali e dinamici arrangiamenti orchestrali — per l’etichetta Musica e Rivoluzione in sinergia editoriale con Lungomare Srl. Un lavoro sartoriale che esalta l’estensione vocale e il timbro caldo e graffiante della cantautrice, cucendole addosso una veste acustica che fonde archi sontuosi e ritmiche contemporanee.

Dal set di Rolando Ravello al palco di Sanremo: il talento poliedrico di Beatrice Macconi

Nata a Como nel 2003 e cresciuta con una divorante passione per le arti sceniche, Beatrice Macconi ha costruito la propria identità artistica attraverso un percorso formativo rigoroso e multidisciplinare. I suoi primi passi si sono consolidati nelle aule e sui palcoscenici del Teatro Sociale di Como, per poi perfezionarsi all’Accademia Europea della Musica di Erba e approdare ai corsi avanzati di recitazione del Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano. Questa duplice anima, di musicista e attrice drammatica, le consente di approcciare il testo di una canzone con la precisione interpretativa di chi vive ogni sillaba come una battuta teatrale da incarnare.

La recente partecipazione al lungometraggio «Siamo solo voi» diretto da Rolando Ravello per Colorado Film segna un prestigioso salto di qualità nella sua carriera cinematografica, affiancandosi a un’incessante attività concertistica dal vivo. BeaMakk ha infatti già calcato teatri prestigiosi su scala nazionale, esibendosi e conducendo kermesse di primo piano persino sul palco leggendario del Teatro Ariston di Sanremo, dimostrando una presenza scenica magnetica e una spontaneità disarmante di fronte alle platee più esigenti.

Un milione di follower e il pop che non scende a compromessi

La dimensione artistica di BeaMakk trova una formidabile amplificazione nel rapporto quotidiano e viscerale con il suo pubblico: con quasi 1.250.000 follower complessivi distribuiti tra TikTok (@beatrice.macconi), Instagram (@bea.makk) e YouTube, l’artista ha saputo trasformare i social network da vetrina effimera a luogo di condivisione empatica reale. Dai video comici e dalle parodie musicali che ne hanno fatto esplodere la popolarità nel 2020, il suo percorso è rapidamente virato verso un cantautorato maturo che rifiuta le scorciatoie degli algoritmi per puntare dritto al cuore.

Dopo i singoli estivi «Stasera che fai?» (2023) e «You Drive Me Crazy» (2025), e la sequenza serrata di pubblicazioni nel corso del 2026 — tra cui «Nel Blu», «Io e te, io e te, io e te», «Madame», «C’è un po’ d’odio per te» e la brillante rilettura dance d’autore del classico battistiano «Il tempo di morire» —, «E adesso» consacra BeaMakk come una delle voci più autentiche, coraggiose e complete della nuova scena italiana. Un brano che promette di farsi largo nelle classifiche e nelle playlist radiofoniche, ricordando a tutti che dopo ogni addio c’è sempre un nuovo giorno pronto a splendere.

A cura della Redazione Musica e Spettacoli di Cavaliere News

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Cultura

Anghingò, il gioco si fa danza: il 7 e 8 novembre al Teatro Villa Lazzaroni di Roma il debutto di Compagnia Atacama tra filastrocche e schermi digitali

Che cosa resta del gioco quando scompare il corpo e l’infanzia viene catturata dagli schermi digitali? Il 7 e 8 novembre al Teatro Villa Lazzaroni di Roma debutta in prima assoluta «Anghingò», la nuova travolgente creazione di danza contemporanea della Compagnia Atacama firmata da Patrizia Cavola e Ivan Truol. Ispirato al celebre libro di Piero Dorfles, lo spettacolo riscopre filastrocche, conte e giochi di strada per interrogare il futuro delle relazioni umane tra le nuove generazioni. Date, orari e dettagli 👇

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Anghingò - Foto Eleonora Maggioni EM_3ott (62)

Che cosa resta del gioco, dell’invenzione infantile e della scoperta del mondo quando viene meno l’incontro corporeo, fisico e tangibile con l’altro? In un’epoca in cui l’infanzia e l’adolescenza appaiono sempre più precocemente catturate dall’isolamento dei display luminosi, dalle dinamiche algoritmiche dei social media e dalla fruizione solitaria del videogioco su smartphone e tablet, la danza contemporanea interroga il nostro presente per riaprire una finestra di autenticità e riflessione sociale. Nasce da questa urgenza pedagogica, etica ed estetica «Anghingò», la nuova e attesa creazione firmata da Patrizia Cavola e Ivan Truol per la Compagnia Atacama, che debutterà in prima assoluta sabato 7 e domenica 8 novembre 2026 sul palcoscenico del Teatro Villa Lazzaroni a Roma.

Prendendo ispirazione dalle pagine e dalle riflessioni del celebre saggio «Amblimblè – Rime e riti dei giochi di strada» del giornalista e saggista Piero Dorfles, lo spettacolo si propone di trasformare la memoria ancestrale dei giochi all’aperto, delle conte ritmiche e delle filastrocche popolari in una vibrante partitura coreografica e teatrale. Un lavoro multidisciplinare che non si limita a celebrare una nostalgia sterile per il tempo andato, ma si fa carico di scandagliare le profonde trasformazioni che stanno investendo la sfera relazionale, affettiva e corporea delle giovanissime generazioni nell’era della digitalizzazione pervasiva.

Dalle strade di quartiere al palcoscenico: l’ispirazione da Piero Dorfles

Il punto di partenza concettuale di «Anghingò» affonda le proprie radici in un patrimonio antropologico immateriale di straordinaria ricchezza: quel tempo, non troppo lontano, in cui la strada, il cortile condominiale o la piazza del paese rappresentavano il palcoscenico primario dell’aggregazione sociale tra bambini. Giocare significava prima di tutto incontrarsi, occupare lo spazio pubblico, guardarsi negli occhi, stabilire regole comuni attraverso la negoziazione verbale e, all’occorrenza, scontrarsi e imparare a ricomporre il conflitto all’interno del gruppo dei pari.

In quell’universo, le formule magiche delle conte — dall’intramontabile «Anghingò» a «Amblimblè», fino alle rime cadenzate che assegnavano i ruoli prima di una partita a nascondino o a guardie e ladri — non erano semplici passatempi, ma veri e propri riti laici di passaggio. Scandivano l’inizio dell’avventura, stabilivano il principio di equità del caso e accompagnavano i gesti corporei della corsa, del salto, della campana e del nascondiglio. Questo sterminato vocabolario di suoni sillabici, gesti spontanei, posture e ritmi diventa ora materia prima per la composizione coreografica di Patrizia Cavola e Ivan Truol, decisi a interrogare la scena contemporanea sul senso di quell’eredità comunitaria oggi minacciata dall’atomizzazione virtuale.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
SOCIETÀ & PEDAGOGIA

Amblimblè. Rime e riti dei giochi di strada – Piero Dorfles

Il suggestivo saggio di Piero Dorfles dedicato ai giochi all’aperto, alle filastrocche, alle conte e ai riti d’infanzia che hanno formato generazioni prima dell’avvento pervasivo degli schermi digitali.

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Corpo, voce e ritmo: la drammaturgia coreografica di Patrizia Cavola e Ivan Truol

In «Anghingò» il linguaggio scenico si sviluppa attraverso un virtuoso connubio tra la fisicità pura della danza contemporanea e la dimensione sonora della voce viva. I cinque interpreti in scena — Isabella Campiglia, Francesco Vitale Farris, Iris Morello, Nunzia Prisco e Henry Tanzini — danno corpo e respiro a una partitura polifonica in cui il movimento atletico e la gestualità quotidiana si fondono senza soluzione di continuità. Non c’è separazione tra suono emesso e gesto tracciato: le conte vengono cantate, sussurrate, gridate e spezzettate, trasformandosi in battiti ritmici che guidano accelerazioni improvvise, cadute, rincorse e sospensioni plastiche.

La regia e il disegno luci, curati a quattro mani dagli stessi Cavola e Truol, costruiscono uno spazio scenico essenziale ma fortemente suggestivo, in cui la luce scolpisce i corpi e ne esalta la dinamica cinetica. A scandire la drammaturgia sono le composizioni musicali originali create da Sergio de Vito, autore di un tessuto acustico che intreccia sonorità elettroniche, echi di canti fanciulleschi e pulsazioni percussive. I costumi disegnati da Irene Boni completano il quadro visivo, donando agli interpreti un’identità atemporale, capace di oscillare tra la fanciullezza della memoria e l’inquietudine del presente.

L’infanzia nell’era dei display: una riflessione necessaria senza nostalgie sterili

Il cuore poetico e politico di «Anghingò» risiede nella volontà di evitare qualsiasi banale moralismo o contrapposizione manichea tra il «passato felice» e il «presente corrotto dalla tecnologia». Al contrario, la creazione teatrale si interroga lucidamente sulle conseguenze neurobiologiche, psicologiche ed emotive che la privazione della fisicità comporta nello sviluppo della persona. Quando il gioco si trasferisce interamente negli ambienti immateriali del cloud o delle piattaforme social, a scomparire è il corpo con il suo portato di stanchezza, sudore, contatto con la terra, empatia visiva e gestione della frustrazione.

Attraverso l’ironia, il brio ritmico e momenti di toccante delicatezza corale, lo spettacolo mette in luce come il corpo rimanga la prima e più formidabile antenna di conoscenza del reale. Riscoprire le regole non scritte del gioco condiviso significa riappropriarsi della capacità di abitare lo spazio comune, di tollerare l’errore e di riconoscere la presenza dell’altro come compagno di viaggio indispensabile, e non come un semplice avatar astratto da eliminare con un clic.

Compagnia Atacama e il Teatro Villa Lazzaroni: presidio di ricerca e cultura a Roma

La messa in scena di «Anghingò» conferma l’altissimo profilo artistico e produttivo della Compagnia Atacama, fondata nel 1997 da Patrizia Cavola e Ivan Truol e storicamente sostenuta dal Ministero della Cultura (MiC). Con sede operativa e formativa dal 2009 presso «La Scatola dell’Arte» di Roma, Atacama vanta un percorso quasi trentennale di ricerca d’avanguardia che ha portato le sue creazioni a calcare i teatri e i festival più prestigiosi di Germania, Spagna, Belgio, Francia, Brasile, Polonia e Portogallo. Un impegno artistico a 360 gradi che vede inoltre Patrizia Cavola alla direzione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea «Paesaggi del Corpo» e, dal 2022, alla guida del «District Dance Festival» nella Capitale.

La produzione di «Anghingò» è realizzata con il prezioso contributo del Ministero della Cultura, della Regione Lazio e del programma SIAE Art Bonus, a riprova della qualità e della valenza culturale del progetto. Il debutto al Teatro Villa Lazzaroni, immerso nella splendida cornice del parco omonimo sull’Appia Nuova, rappresenta un’occasione imperdibile per famiglie, appassionati di danza contemporanea, educatori e spettatori di ogni età:

ANGHINGÒ – COMPAGNIA ATACAMA
Sede: Teatro Villa Lazzaroni, Via Appia Nuova 522 / Via Tommaso Fortifiocca 71, Roma
Date e orari delle repliche:
Sabato 7 novembre 2026, ore 19.00
Domenica 8 novembre 2026, ore 17.30
Per informazioni, prenotazioni e dettagli di biglietteria è possibile contattare l’organizzazione all’indirizzo email ufficiale: info@compagniaatacama.it.

A cura della Redazione Cultura e Spettacoli di Cavaliere News

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Spettacolo

JAZZMI 2026, doppio appuntamento con Musicamorfosi a Milano: «Rhapsody & Blues» al Conservatorio Verdi e «Suite for Miles» al Teatro Martinitt

L’undicesima edizione di JAZZMI si accende a Milano con due produzioni originali targate Musicamorfosi: martedì 27 ottobre nella prestigiosa Sala Verdi del Conservatorio va in scena l’elettrizzante «Rhapsody & Blues» con il pianista Marco Mezquida, l’Orchestra Canova e Badrya Razem tra Gershwin, Brubeck e i Queen. Mercoledì 4 novembre al Teatro Martinitt spazio a «Suite for Miles», tributo visionario a Miles Davis guidato dalla tromba di Giovanni Falzone con le illustrazioni live del fumettista Lucio Ruvidotti. Tutti i dettagli e i programmi 👇

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La cantante Badrya Razem © Maurizio Anderlini.jpg

Milano conferma la propria vocazione di capitale europea della musica d’avanguardia e della contaminazione colta accogliendo l’undicesima edizione di JAZZMI, il prestigioso festival internazionale che attraversa la metropoli lombarda con una fitta rete di concerti, rassegne ed eventi esclusivi fino all’8 novembre 2026. In un cartellone ricco di stelle mondiali e progetti trasversali, spicca con forza la presenza dell’associazione culturale Musicamorfosi, realtà creativa guidata dalla direzione artistica di Saul Beretta, che firma due produzioni originali pensate per sorprendere il pubblico, rompere i confini tra generi sonori e celebrare la libertà espressiva del linguaggio improvvisativo.

I due appuntamenti, distribuiti tra fine ottobre e i primi giorni di novembre in due templi della scena milanese — la monumentale Sala Verdi del Conservatorio «Giuseppe Verdi» e il dinamico Teatro Martinitt —, incarnano alla perfezione la filosofia produttiva di Musicamorfosi: mettere in dialogo il rigore della musica sinfonica con l’imprevedibilità del jazz contemporaneo, la memoria storica dei grandi padri nobili delle note afroamericane con il linguaggio visivo delle arti grafiche e la forza universale del rock sinfonico.

«Rhapsody & Blues» al Conservatorio Verdi: il vertiginoso incontro tra Gershwin, i Queen e Brubeck

Il primo grande evento del dittico è in programma martedì 27 ottobre 2026, con inizio alle ore 20.45, nell’iconica Sala Verdi del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano (in via Conservatorio 12). Intitolata emblematicamente «Rhapsody & Blues», la serata promette una vera e propria esplorazione rapsodica priva di barriere stilistiche, costruita attorno al virtuosismo vulcanico del pianista e compositore iberico Marco Mezquida, considerato a livello internazionale uno dei più brillanti e poliedrici interpreti della tastiera della sua generazione.

Accanto a Mezquida si esibirà il suo affiatatissimo trio jazz, composto dal raffinato contrabbassista Masa Kamaguchi e dal propulsivo batterista Ramon Prats, affiancati per l’occasione dalla magnifica Orchestra Canova diretta dal maestro Enrico Pagano e dalla straordinaria voce solista di Badrya Razem. L’Orchestra Canova, formazione cameristica giovanile d’eccellenza già impostasi nei principali teatri italiani per freschezza interpretativa e rigore filologico, fornirà un sontuoso tappeto timbrico alle improvvisazioni e alle architetture armoniche concepite per l’evento.

Il programma musicale si sviluppa come un affascinante caleidoscopio sonoro: al centro vi è una visionaria rilettura della celebre «Rhapsody in Blue» di George Gershwin, pietra miliare che nel 1924 sancì per la prima volta l’abbraccio definitivo tra la tradizione concertistica europea e le sincopi del jazz newyorkese. Da questa matrice gershwiniana, la performance si dirama verso le ardite poliritmie e i tempi dispari di «Blue Rondo à la Turk» del geniale Dave Brubeck, per poi approdare a una sorprendente riscrittura sinfonico-jazzistica di «Bohemian Rhapsody», l’immortale capolavoro dei Queen e di Freddie Mercury. A completare un percorso d’ascolto unico nel suo genere saranno composizioni e improvvisazioni originali composte dallo stesso Marco Mezquida, pensate per esaltare il dialogo paritario tra la massa orchestrale classica e l’estro del trio jazz.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
JAZZ & BIOGRAFIE

Miles. L’autobiografia – Miles Davis

Il capolavoro assoluto sulla vita, la genialità artistica e la furia creativa del leggendario trombettista che ha rivoluzionato il jazz e la storia della musica contemporanea.

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«Suite for Miles» al Teatro Martinitt: l’omaggio visivo e sonoro di Giovanni Falzone al genio di Davis

A una settimana di distanza, il testimone della creatività passerà mercoledì 4 novembre 2026, alle ore 21.00, sul palco del Teatro Martinitt di Milano (in via Riccardo Pitteri 58, nel cuore del quartiere Lambrate), dove andrà in scena la seconda produzione targata Musicamorfosi: «Suite for Miles». Si tratta di un sentito e potente omaggio alla figura di Miles Davis, l’artista che più di ogni altro ha saputo mutare pelle nel corso dei decenni, reinventando costantemente il corso della storia musicale del Novecento.

A guidare questa avventura sonora è il trombettista, compositore e arrangiatore Giovanni Falzone, figura di spicco del jazz europeo, noto per il suo timbro penetrante, la tecnica impeccabile e l’audacia con cui affronta la rielaborazione di complessi universi sonori. Alla testa della sua dinamica «Libera Band», Falzone costruirà un percorso narrativo in musica che toccherà le tappe fondamentali dell’epopea davisiana: dalle liriche rarefatte dell’era modale di «Kind of Blue» fino alla rottura incendiaria del periodo elettrico di «Bitches Brew» e «In a Silent Way», riletti con l’energia trascinante e il piglio contemporaneo tipici del musicista siciliano.

A rendere «Suite for Miles» una vera e propria opera totale contribuisce l’inedita sinergia con il mondo dell’arte sequenziale e del fumetto d’autore: durante il concerto, le musiche dialogheranno infatti con le tavole e l’immaginario visivo di Lucio Ruvidotti, fumettista e illustratore autore dell’apprezzatissima graphic novel «Miles. Ritmo, colore, jazz» edita da Edizioni BD. La commistione tra il suono caldo e viscerale della tromba di Falzone e la potenza evocativa del segno grafico di Ruvidotti trasformerà il palcoscenico del Martinitt in un viaggio immersivo nei luoghi, nei turbamenti e nelle svolte creative che hanno reso Miles Davis un’icona universale di ribellione artistica.

La visione di Musicamorfosi: abbattere i confini e portare la grande musica a tutta la città

Con queste due produzioni all’interno di JAZZMI, Musicamorfosi riafferma con coerenza il proprio ruolo di agitatore culturale e incubatore di progetti coraggiosi. Nata con l’intento di scardinare la rigidità delle sale da concerto convenzionali, l’associazione culturale diretta da Saul Beretta opera da anni su scala regionale e nazionale promuovendo rassegne itineranti, festival all’aperto, produzioni sinfoniche e momenti di ascolto partecipato in luoghi non convenzionali, dalle cascine urbane ai chiostri storici, fino alle grandi sale da concerto istituzionali.

«Il jazz, per sua intrinseca natura, non è un genere che sopporta recinti o etichette asfittiche», evidenziano gli organizzatori nel presentare i due appuntamenti. «Portare sullo stesso palcoscenico un ensemble classico come l’Orchestra Canova e il trio jazz di Mezquida, oppure fondere la tromba di Giovanni Falzone con l’illustrazione dal vivo ispirata al mito di Miles Davis, significa restituire alla musica dal vivo la sua funzione primaria: emozionare, connettere linguaggi diversi e parlare a un pubblico eterogeneo, fatto di appassionati storici ma anche di tantissimi giovani curiosi».

La risposta della città di Milano alle proposte di JAZZMI e Musicamorfosi testimonia una crescente domanda di qualità culturale capace di coniugare rigore filologico e spettacolarità. La presenza delle due produzioni all’interno del cartellone del festival arricchisce il panorama culturale autunnale milanese, confermando come la cooperazione tra istituzioni di prestigio, teatri di periferia attiva e associazioni indipendenti rappresenti la chiave vincente per una fruizione democratica e vivace della grande musica d’autore.

Calendario, orari e biglietteria per i due concerti JAZZMI

Di seguito vengono riassunti tutti i riferimenti pratici, le sedi e le modalità di acquisto per partecipare alle due serate evento inserite nel cartellone di JAZZMI 2026:

RHAPSODY & BLUES
Marco Mezquida Trio, Orchestra Canova, Badrya Razem
Data: Martedì 27 ottobre 2026, ore 20.45
Sede: Sala Verdi del Conservatorio G. Verdi, Via Conservatorio 12, Milano
Biglietti: Da 5,00 a 30,00 euro (riduzioni previste per studenti e convenzioni JAZZMI)
Prevendite disponibili sui circuiti autorizzati del festival JAZZMI e presso la biglietteria del Conservatorio.

SUITE FOR MILES
Giovanni Falzone Libera Band & Lucio Ruvidotti
Data: Mercoledì 4 novembre 2026, ore 21.00
Sede: Teatro Martinitt, Via Riccardo Pitteri 58, Milano (zona Lambrate)
Biglietti: Ingresso a pagamento con prevendita attiva sul circuito del Teatro Martinitt e sui canali ufficiali JAZZMI.

Per ulteriori informazioni dettagliate sui programmi di sala, sulle biografie degli artisti coinvolti e sulle agevolazioni per giovani e abbonati, è possibile consultare i siti ufficiali www.jazzmi.it e www.musicamorfosi.it, oltre ai canali social delle rispettive organizzazioni.

A cura della Redazione Cultura e Spettacoli di Cavalier News

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Spettacolo

I tuttotace pubblicano “Smetti di fare attenzione”: quando il math-rock e la filosofia insegnano ad abbracciare il caos quotidiano

Da venerdì 23 ottobre 2026 arriva su tutte le piattaforme e in radio “Smetti di fare attenzione”, il nuovo singolo dei tuttotace per Red&Blue e ADA Music Italy: un inno tra math-rock, shoegaze e filosofia contro l’ansia da controllo del nostro tempo. 👇

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Cover singolo tuttotace

Milano – In una società iperconnessa, nevrotica e bulimica di stimoli visivi e acustici, dove l’individuo è perennemente sollecitato a monitorare notifiche, performare e controllare ossessivamente ogni istante della propria esistenza, compiere un passo indietro può rivelarsi il più radicale dei gesti sovversivi. Da venerdì 23 ottobre 2026 è disponibile in tutte le radio e sulle piattaforme di streaming musicale «Smetti di fare attenzione», il folgorante nuovo singolo dei tuttotace. Il brano, pubblicato da Red&Blue Music Relations e distribuito su scala globale da ADA Music Italy (divisione di Warner Music Group), segna una tappa fondamentale nel percorso di una delle formazioni più originali, colte ed eclettiche della nuova scena indipendente italiana.

Stilisticamente cesellato su un raffinato impianto math-rock, dove tempi dispari, incastri poliritmici e linee melodiche dense si avvolgono a vicenda, il singolo trasforma l’ansia dell’iperstimolazione moderna in una danza liberatoria. La complessità strumentale – lungi dall’essere un mero esercizio virtuosistico – traduce sul piano plastico il disordine interiore che ciascuno di noi sperimenta ogni giorno, introducendo una disciplina sonora rigorosa che paradossalmente serve a liberare la mente dalla prigione del controllo.

La rivoluzione di distogliere lo sguardo: il math-rock contro il caos quotidiano

Al cuore di «Smetti di fare attenzione» pulsa un paradosso fecondo: il vero atto di ribellione contemporaneo consiste nell’imparare a voltarsi dall’altra parte, nel concedersi il lusso di non capire tutto e di accettare con serenità la perdita. Il contrasto lacerante tra l’infinita congerie di sollecitazioni esterne e la fisiologica incapacità umana di governarle si scioglie nel ritornello-mantra che intitola il pezzo, scandito e ripetuto come un monito terapeutico per disinnescare il panico da prestazione.

A spiegare l’importanza fondativa della canzone nell’universo del gruppo sono gli stessi musicisti: «Per un lungo periodo, “Smetti di fare attenzione” è stato il brano deputato ad aprire i nostri concerti. È sempre stato il nostro inno programmatico, la cifra concettuale attraverso cui tentiamo, con uno sforzo titanico, di abitare e decifrare la realtà che ci circonda. C’è una ragione precisa se gli abbiamo sempre assegnato questo ruolo introduttivo: bisogna arrendersi con umiltà al fatto che non tutto può essere tenuto sotto controllo».

«“In fondo resterà per sempre ciò che sfugge dalle mani” – proseguono i tuttotace citando uno dei passaggi chiave del testo –: è una frase quasi ovvia nella sua semplicità, eppure coglie il nodo della questione. Non si può afferrare tutto, non si può trattenere tutto. Esiste una sproporzione incolmabile tra ciò che riusciamo a conservare dentro di noi e l’immensità di cose che non capiamo né possiamo stringere, e che inevitabilmente scivolano via per sempre. E, come conclude il brano con una leggerezza disarmante, “in realtà va bene”».

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Indie Rock & Filosofia Musicale

Guida all’Indie Rock e al Post-Rock: Dal Math-Rock allo Shoegaze, la Rivoluzione Indipendente

Un saggio imperdibile sulle geografie del rock sotterraneo: metriche complesse, riverberi d’atmosfera e riflessione esistenziale che hanno ridefinito la musica alternativa europea e italiana.

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Dalle lezioni di filosofia al garage: le quattro anime dei tuttotace

La genesi dei tuttotace è una storia accademica e cameratesca al tempo stesso. Il progetto vede la luce nel 2019 dall’incontro tra Massimo Rusi (voce e chitarra) e Riccardo Quell de Riso Paparo (batteria e percussioni), all’epoca compagni di corso e studenti della facoltà di Filosofia. L’innesto successivo del bassista e corista Federico Bentivoglio e del chitarrista e corista Andrea El Khaloufi, conosciuti anch’essi tra i corridoi dell’ateneo, trasforma quella che era una distrazione post-studio in una vera sala prove dedita all’improvvisazione e alla composizione continuativa. Con il passare degli anni e delle jam session, la band matura la consapevolezza di essere divenuta una creatura autonoma, capace di superare la somma delle singole personalità.

Ciò che rende unico l’impasto timbrico dei tuttotace è la convivenza di matrici musicali apparentemente incompatibili. Massimo Rusi suona la chitarra con un piglio rustico e rurale: si è formato sul fingerpicking acustico e sul country alla Bill Monroe, per poi ibridare la sua scrittura con l’emo cantautorale dei Pinegrove, gli incastri armonici dei Genesis e la grande tradizione del cantautorato italiano di Fabrizio De André e Francesco De Gregori. Riccardo Quell de Riso Paparo governa la ritmica con una perizia tecnica e una carica espressiva debitrici di giganti come Carter Beauford e Vinnie Colaiuta, tanto da essersi guadagnato dai fan più calorosi l’appellativo affettuoso di guida perenne del gruppo.

Federico Bentivoglio, ribattezzato «il signore dell’armonia», porta nelle partiture il rigore melodico dei Beatles, le spigolature indie degli Arctic Monkeys e il grunge psichedelico dei Verdena. Infine, Andrea El Khaloufi, dopo aver abbandonato gli studi classici di pianoforte in Conservatorio sedotto dal rock pesante di Metallica e Tool, ha traslato la sua sensibilità chitarristica verso le dilatazioni sognanti dello shoegaze alla Alcest e le maree post-rock dei Mogwai, agendo da fondamentale catalizzatore sintetico capace di contenere le pulsioni della band in una forma canzone compiuta ed emozionante.

La musica come promemoria emotivo: da «Periferie 1» a «un’altra grande città»

Per i tuttotace la canzone è concepita primariamente come un promemoria dell’inconscio: un dispositivo sonoro incaricato di verbalizzare e trattenere ciò che nel trambusto del quotidiano rimane inespresso. Ciascun testo nasce da una sensazione fugace, ma l’arrangiamento ha il compito di trasfigurarla in qualcosa di inedito, evocando risonanze emotive che non potrebbero essere risvegliate se non attraverso l’ascolto di quella precisa sequenza di note. Il quartetto funziona come una sorta di «quinta persona», un’entità collettiva che grida la propria urgenza espressiva senza compromessi modaioli.

Questa visione artistica ha trovato eco anche nella dimensione visiva, grazie a collaborazioni di rilievo nel cinema e nel giornalismo culturale: per i videoclip dei singoli Questo suono e A cena il gruppo ha lavorato con il team del regista Riccardo Baiocco, redattore della prestigiosa rivista Sentieri Selvaggi, mentre per il video di Signori si è affidato all’estetica di Andrea Boccianti. Tasselli che hanno aperto la strada alla pubblicazione, nel settembre 2026, dell’EP «Periferie 1», prima anticipazione ufficiale del monumentale album d’esordio «un’altra grande città», registrato nell’estate 2025 dopo cinque anni ininterrotti di prove e in arrivo nei primi mesi del 2027.

Oltre venti inediti e il sudore dei club: la promessa dei tuttotace

Forte di un repertorio che conta già oltre venti composizioni inedite pronte per essere incise e suonate dal vivo, la band guarda al futuro con l’entusiasmo di chi ha fatto del palcoscenico il proprio habitat naturale. L’obiettivo dichiarato dei tuttotace non è rincorrere l’algoritmo usa-e-getta, ma costruire una comunità di ascoltatori appassionati, desiderosi di farsi travolgere dalla tensione elettrica dei loro concerti e di cantare con trasporto liberatorio brani densi di verità.

Con «Smetti di fare attenzione», i tuttotace firmano un manifesto generazionale autentico, invitando ciascuno di noi ad abbassare le difese, respirare a fondo e riscoprire la bellezza vertiginosa di tutto ciò che sfugge alla nostra presa.

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