Angela Kosta conquista il pubblico cinese con una nuova raccolta poetica in bilingue
La poesia continua ad abbattere confini geografici e linguistici, trovando nuovi spazi di dialogo tra culture diverse. Ne è testimonianza la recente pubblicazione della nuova raccolta poetica di Angela Kosta, inserita nella quarta edizione (luglio 2026) della rivista letteraria internazionale neozelandese Global Muse.
Redazione- La poesia continua ad abbattere confini geografici e linguistici, trovando nuovi spazi di dialogo tra culture diverse. Ne è testimonianza la recente pubblicazione della nuova raccolta poetica di Angela Kosta, inserita nella quarta edizione (luglio 2026) della rivista letteraria internazionale neozelandese Global Muse.
L’opera raccoglie 40 poesie dell’autrice ed è proposta in una prestigiosa edizione bilingue inglese-cinese, un progetto editoriale che amplia la diffusione della sua produzione letteraria verso un pubblico sempre più vasto e internazionale. Le traduzioni in lingua cinese sono state curate da Christine Chen, il cui lavoro contribuisce a rendere accessibile la voce poetica di Angela Kosta ai lettori del mondo sinofono.
La pubblicazione si distingue per l’elevata qualità editoriale, frutto anche della collaborazione del Guest Editor Shahid Abbas e dell’Art Director MD Imran Hossen, ai quali è rivolto un sentito ringraziamento per il contributo offerto alla realizzazione del volume.
Con questa nuova uscita, Angela Kosta consolida ulteriormente il proprio percorso nel panorama della letteratura contemporanea internazionale. Da anni la sua attività di poetessa, scrittrice, traduttrice e promotrice culturale favorisce l’incontro tra popoli e tradizioni attraverso la forza della parola poetica, con opere tradotte e pubblicate in numerosi Paesi.
La pubblicazione su Global Muse rappresenta un ulteriore tassello di un cammino letterario caratterizzato da un costante impegno nella diffusione della cultura e della poesia come strumenti di dialogo, conoscenza reciproca e pace.
La raccolta è disponibile anche in formato digitale attraverso Amazon, consentendo ai lettori di ogni parte del mondo di conoscere una voce poetica che continua a distinguersi per intensità espressiva, sensibilità umana e respiro universale.
Prof. Antonio Catalfamo (Università degli Studi di Messina- studioso di Cesare Pavese)
Redazione- Maria Teresa Liuzzo è da tanti anni presente nel campo delle lettere, come poetessa e come autrice di opere in prosa, come operatrice culturale, impegnata, segnatamente, nella direzione della rivista «Le Muse». E’ nata ed è sempre vissuta in Calabria e questo dato biografico riveste notevole importanza, perché ha fortemente influenzato il suo modo d’essere, la sua grande carica vitale, la sua cultura, che affonda le radici in quelle ultramillenarie della sua terra, e, segnatamente, nella «grecità», che Cesare Pavese, durante il confino a Brancaleone Calabro, ha voluto sottolineare nello scambio epistolare con familiari ed amici e, in particolare, in una lettera alla sorella del 27 dicembre 1935: «La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono “Este u’ confinatu’, lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento».
Una «grecità» che sopravvive non solo nella cortesia dei calabresi e nei colori del paesaggio, ma anche nella dimensione “mitica” che è persistente in questa terra, ben rappresentata, nella sua “ripetitività”, dalle donne di una bellezza selvaggia che portano anfore in equilibrio sulla testa e dal suono della cornamusa, che rimanda, oltre che a Paride, «simile a un dio», alla musicalità poetico-evocativa di Ibico, che nacque proprio nel reggino, che fu amato e tradotto dallo stesso Pavese, e che ebbe fama meritata di poeta erotico. Scrive, ancora, Pavese: «Fa piacere leggere la poesia greca in terre dove, a parte le infiltrazioni medioevali, tutto ricorda i tempi che le ragazze ὑδρευούσαι si piantavano l’anfora in testa e tornavano a casa a passo di cratère. E dato che il passato greco si presenta attualmente come rovina sterile ‒ una colonna spezzata, un frammento di poesia, un appellativo senza significato ‒ niente è più greco di queste regioni abbandonate. I colori della campagna sono greci. Rocce gialle o rosse, verde chiaro di fichindiani e agavi, rosa di oleandri e gerani, a fasci dappertutto, nei campi e lungo la ferrata, e colline spelacchiate brunoliva. Persino la cornamusa ‒ il nefando strumento natalizio ‒ ripete la voce tra di organo e di arpa che accompagnava gli ozi di Paride θεοειδής, quando sui pascoli dell’Ida mangiava il formaggio delle sue pecore e sognava gli amori di Ἑλένης λευκελένου».
Non è un caso che Pavese, in questo clima, abbia ripreso la grammatica e il dizionario per approfondire lo studio dei classici greci e, in particolare, del mito, con le sue proiezioni nel presente.
Questa «grecità» e questa dimensione mitica ed erotica, che pervade la sua Calabria e, nel complesso, la Magna Grecia, si riverbera su tutta l’opera di Maria Teresa Liuzzo e, in particolare, sulla raccolta di versi qui presentata: In veglia d’armi e di parole (A.G.A.R., Reggio Calabria, 2023). Credo che si possa parlare, con riferimento alla Liuzzo, di una novella Saffo. La poetessa di Lesbo è stata studiata sino ad oggi in maniera non sempre adeguata, analizzando la sua esperienza esistenziale, letteraria e pedagogica senza coglierla in tutta la complessità che l’ha caratterizzata. Il tiaso, la comunità da lei guidata, ha avuto obiettivi di natura educativa, letteraria e religiosa. Sarebbe riduttivo considerarlo un semplice luogo di trasgressione e di perversione fine a se stesso. E’ stato espressione di un mondo greco nel quale la dimensione erotica era un momento fondamentale del processo conoscitivo umano ed aveva una funzione accentuatamente pedagogica. Lo stesso rapporto educativo veniva concepito come un rapporto erotico, come dimostra il tipo di relazione che avevano tra di loro i grandi filosofi, il maestro e l’allievo. Platone, nel Simposio, afferma che «solo gli uomini attratti da altri uomini sono i migliori, perché amano ciò che è loro simile, raggiungono la pienezza dell’essere».
Lo «scandalo» suscitato dal tiaso di Saffo è, dunque, uno scandalo postumo, che decontestualizza quell’esperienza profondamente integrata nel mondo greco e nei suoi valori. Saffo è educatrice, amante delle sue allieve, «sacerdotessa» nell’ambito del culto di Afrodite. Vive la sua esperienza con assoluta naturalezza. Non cerca lo «scandalo».
Neanche Maria Teresa Liuzzo cerca lo scandalo, a differenza di tante altre scrittrici che di esso hanno fatto una professione e, per questa via, hanno avuto successo. Per lei, come per Saffo e tanti altri autorevoli rappresentanti della cultura greca classica, l’Eros è il primo stadio di un processo conoscitivo che sfocia poi nella scienza e nella poesia, che sta all’inizio e alla fine dell’esistenza umana. I primi storici e i primi filosofi sono stati poeti e Ugo Foscolo ci ha insegnato nei Sepolcri che quando la civiltà umana finirà, magari a causa di una deflagrazione nucleare (possiamo aggiungere noi, col senno di poi), la funzione eternatrice dei suoi valori spetterà, per l’appunto, alla poesia.
L’Eros non è “urlato” nei versi della Liuzzo, traspare attraverso l’uso sapiente delle metafore, che, però, non diventano mai incomprensibili, come lo sono spesso nella poesia contemporanea. Il rapporto simbolico con la realtà è sempre visibile per il lettore accorto, che si sforza di capire e non si aspetta di essere imboccato dall’autore. La lettura è studio, è sforzo, ma, alla fine, il gioco deve valere la candela, il risultato conoscitivo deve essere all’altezza della fatica affrontata.
Elio Vittorini racconta che, da giovane anarchico, assieme ai suoi compagni libertari siciliani, del tutto “illetterati”, iniziò il suo percorso conoscitivo leggendo La Scienza Nuova di Giambattista Vico. La prima volta non capirono nulla, la seconda cominciarono a capire qualcosa. Alla millesima lettura capirono tutto.
Così il lettore, leggendo e rileggendo le poesie di Maria Tersa Liuzzo, scoprirà che il protagonista dei suoi versi è l’amore, vissuto in tutte le sue sfaccettature. Amore come gioia, ma anche come dolore. E’ stato Guido Cavalcanti, in Donna me prega, a dirci che l’amore non è, come lo concepiva Dante, un processo gioioso, lineare, che porta a Dio, ma è un “destino” doloroso, al quale nessun uomo può sottrarsi. E l’effetto del dolore si vive sia che lo si assecondi sia che lo si contrasti o si cerchi di rimuoverlo.
In Maria Teresa Liuzzo questa componente del dolore amoroso è fortemente presente, sia nei suoi versi che nei suoi romanzi, così come in Cavalcanti e, ancora a ritroso nei secoli, in Saffo, che ha goduto e sofferto per il suo amore ambivalente per gli uomini e per le ragazze della sua comunità, insieme etica, religiosa e trasgressiva.
Evidentemente Maria Teresa Liuzzo ha sofferto molto nella sua vita reale, il suo amore è rimasto inappagato, a causa dell’incomprensione che circonda le anime elette e fortemente sensibili, talvolta addirittura “violentato”, vilipeso. Ma lei ha continuato a seminare amore, instancabilmente, e continuerà a farlo fino all’esalazione dell’ultimo respiro. Amore come esperienza carnale e, nel contempo, “spirituale”. Amore come esperienza culturale, perché la poesia ha una funzione moltiplicativa della realtà, serve ad arricchirla di nuove prospettive, come se fosse una stanza con pareti tappezzate di specchi, che “deformano” la realtà, ma la rendono, nel contempo, prismatica, proponendo un’infinità di prospettive.
Ed è questa visione totale dell’amore, della poesia e della realtà che fa di Maria Teresa Liuzzo una proiezione in avanti, nei secoli, di Saffo, della sua concezione generale della vita e dell’arte, e della sua «grecità», perché, come ci ha insegnato un grande filosofo e filologo studioso del mondo classico, Mario Untersteiner, il mito greco, parlando di dei, semidei ed eroi, in realtà parla dei problemi eterni degli uomini e delle donne, è un modo di ragionare «in universali» (per dirla con Pavese) su di essi e sulla loro esistenza.
Abbiamo già detto della componente dolorosa della visione che Maria Teresa Liuzzo ha dell’amore e della vita in generale e di quanto essa sia legata alla sofferenza effettiva che la poetessa ha dovuto sopportare nel corso della sua travagliata esistenza, a partire dall’infanzia e dagli anni giovanili. Ha scritto Walter Benjmin a proposito dell’Angelus Novus di Paul Klee: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo guardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».
Benjamin ha voluto così contestare le interpretazioni ottimistiche della storia, vista come infinito progresso, che si realizza meccanicamente ed inesorabilmente, le «magnifiche sorti e progressive» di cui parla il Leopardi. «L’angelo della storia», per l’appunto, cerca di lasciarsi alle spalle le macerie del passato, di arginarle con le sue ali. Ma un vento di tempesta spira dal paradiso, evidentemente in attuazione di un disegno divino, e spinge in avanti le rovine, proiettandole nel presente e nel futuro, in maniera tale che l’umanità non possa archiviarle, togliersele dalla vista e dai pensieri.
Così il passato di sofferenze e dolore rimane presente a Maria Teresa Liuzzo, s’impone in tutta la sua evidenza, è tutt’altro che un semplice ricordo, bensì realtà viva, che brucia ancora le sue carni, ossessiona i suoi pensieri. Ma la poetessa con si arrende a questa presenza. Il titolo della raccolta che qui esaminiamo è, in tal senso, significativo. L’autrice non si arrende al male del mondo, reagisce ad esso con l’«arma» della «parola», vale a dire della poesia, la più potente che esista. Non si sente impotente di fronte ad un presunto «destino», come l’Angelus Novus nella rappresentazione che ne dà Walter Benjamin. Allarga le ali della poesia, contrasta il male, seppur inevitabile, col bene, che diffonde a piene mani tra gli uomini e le donne con i suoi versi e con la sua opera intensa di divulgazione culturale, attraverso la rivista «Le Muse», da lei autorevolmente diretta, e la casa editrice A.G.A.R. di Reggio Calabria, di cui è animatrice.
Ha scritto Pavese in una pagina del suo diario, Il mestiere di vivere, datata 18 ottobre 1942: «L’ubris è il conoscere un oracolo e non tenerne conto». Il termine ubris viene interpretato dallo scrittore piemontese nel senso di «ribellione», «sfrontatezza». Maria Teresa Liuzzo ha sperimentato in prima persona l’esistenza del male nel mondo umano, la componente dolorosa dell’amore, accanto a quella gioiosa. Un’esistenza che è ineliminabile, configurandosi quasi come un «destino», al pari del mito greco. Ma sente dentro di sé un moto di «ribellione» a questo «destino», che trova nelle «parole» della «poesia» l’«arma» più efficace di combattimento. E, allora, l’arte, come nei tragici greci, diventa “corpo a corpo” con la realtà, per contrastare il male e sostenere il bene. Riemerge in tutto ciò la «grecità», la classicità. E qui ci sovviene il pensiero di un grande studioso del mondo classico, Concetto Marchesi, secondo il quale la storia è fondata sull’eterno conflitto dialettico tra bene e male, nella consapevolezza che, anche quando il bene si afferma, la sua vittoria è provvisoria, perché il male è sempre lì in agguato, cova sotto la cenere, sempre pronto a riemergere con la sua forza distruttiva.
Maria Teresa Liuzzo ha certamente fatto i conti con il suo conterraneo Ibico e, nel contempo, con Saffo. Di questo confronto rimangono tracce indelebili nella sua poesia. Ad entrambi i poeti greci rinviano «la profonda intensità del sentimento» amoroso e «l’appassionata contemplazione della natura», le due caratteristiche fondamentali che Gennaro Perrotta individua sia nell’opera di Ibico che in quella di Saffo, con una differenza: nel poeta reggino troviamo maggiore «opulenza», vale a dire maggiore irruenza. Maria Teresa Liuzzo riesce a coniugare la «semplicità» e la «grazia» della poetessa di Lesbo con la dimensione «tempestosa» dell’amore che domina Ibico, al quale ci rimanda pure la persistenza indomabile della passione amorosa in tutte le età della vita. Scrive Gennaro Perrotta a proposito di un frammento di Ibico: «Il poeta, già vecchio, vede di nuovo, pieno di spavento, avvicinarsi l’amore, e insidiarlo con ogni sorta d’incantesimi e gettarlo nelle sue reti inestricabili; e paragona sé stesso a un corsiero, tante volte vittorioso, che, già presso a vecchiaia, contro voglia scende di nuovo nell’agone. Il paragone diventerà celebre per le imitazioni di Ennio e di Orazio, che lo riferiranno non all’amore, ma alla loro attività poetica. Ma soltanto in Ibico l’immagine è potente; com’è potente l’immagine di Eros che lo guarda languidamente per vincerlo col fascino voluttuoso degli occhi».
Nella poesia di Maria Teresa Liuzzo troviamo la stessa potenza dirompente dell’Eros, che persiste anche nell’età matura, alla quale la poetessa è giunta. Questa potenza è tale che ci fa presupporre che non si spegnerà presto e che continuerà a galoppare, come un «corsiero», nei versi che la poetessa ci donerà nelle prove che verranno.
Il nome Ibico deriva dall’uccello ἶβυξ, simile alla gru. E Maria Teresa Liuzzo continuerà a librarsi nell’aria, come una gru, con i suoi versi potenti e, insieme, leggeri, ancora per lungo tempo.
Redazione- Non basta una scuola per educare. Serve una comunità. È da questa convinzione che prende forma il progetto educativo per l’anno scolastico 2026/27 dell’istituto San Giovanni di Avezzano, un percorso che sceglie di mettere in rete scuola, famiglie e comunità parrocchiale per accompagnare ogni bambino nella propria crescita.
Insegnanti, genitori, parroco e suore camminano insieme, ciascuno con il proprio ruolo e la propria sensibilità, ma con un obiettivo comune: offrire a ogni bambino uno spazio in cui sentirsi accolto, ascoltato e valorizzato nella sua unicità.
Perché educare non significa soltanto trasmettere conoscenze. Significa anche riconoscere talenti, sostenere fragilità, coltivare relazioni e aiutare ciascuno a scoprire, passo dopo passo, le proprie capacità e il proprio valore.
La scuola diventa così il punto d’incontro di una comunità più ampia, capace di condividere responsabilità e valori e di guardare alla crescita dei bambini come a un impegno collettivo.
Una comunità che educa è una comunità che guarda al futuro. E il futuro, in questo progetto, parte proprio da ogni bambino: dalla sua storia, dai suoi sogni e dalla possibilità di crescere sentendosi parte di qualcosa di grande.
Anno scolastico 2026/27: insieme, per accompagnare ogni bambino a diventare pienamente se stesso.
L’arte di Tiziana Fiori, Sinestesia dell’ anima: pittura in versi
Nell’arte di Tiziana fiori , la figura femminile è un soggetto centrale e complesso.
Figlia di una donna socialmente attiva e, a sua volta cresciuta in un contesto socio-culturale caratterizzato da grandi e profonde trasformazioni della condizione femminile, non può non riflettere nella sua opera le dinamiche ambigue della sua generazione (ndr. Generazione X, nate 1965- 1980), contrassegnata dalla conquista di diritti sociali e che si ritrova ad affrontare le sfide di una realtà digitale e globalizzata.
Redazione- Nell’arte di Tiziana fiori , la figura femminile è un soggetto centrale e complesso.Figlia di una donna socialmente attiva e, a sua volta cresciuta in un contesto socio-culturale caratterizzato da grandi e profonde trasformazioni della condizione femminile, non può non riflettere nella sua opera le dinamiche ambigue della sua generazione (ndr. Generazione X, nate 1965- 1980), contrassegnata dalla conquista di diritti sociali e che si ritrova ad affrontare le sfide di una realtà digitale e globalizzata.
Il suo “nomadismo” esistenziale è divenuto fonte di analisi e contemporaneamente confronto tra realtà e culture diverse.
Come afferma lei stessa ”…il nomadismo è connaturato alla mia vita. Inizialmente legato alla professione paterna e successivamente alla mia attività lavorativa, che mi ha visto prima impegnata all’ estero come lettrice di Lingua italiana presso scuole superiori e in seguito come Docente in continua migrazione fino ad approdare a Roma, esso mi ha permesso di vivere e conoscere realtà culturali e modi di vivere diversi.
Questo mio peregrinare ha determinato in me la necessità di tirare le fila della mia vita… di annodarla in piccoli mosaici.
Il mezzo pittorico e la parola poetica ne hanno permesso una rielaborazione immediata e spontanea…ma, come scrivo nella poesia Penelope (cit.” … Sarò ancora mille nuove immagini da filare nei nodi di una tela che avrà fine: La mia esistenza.”- da GOCCE DI VITA)). …sarò ancora altre realtà, essendo la vita stessa un inevitabile divenire!
“…In questo mi sento di rappresentare in parte la figura femminile della mia generazione ancora in fase di definizione e la mia esistenza non può ovviamente limitarsi ad un caso isolato, a parte il “nomadismo” forse, ma è da considerarsi emblematica di una condizione femminile più ampia e generazionale…”
Come illustra l’ artista stessa, il suo lavoro ha un carattere autobiografico.
Artiste come Tiziana Fiori utilizzano la loro produzione come laboratorio visivo ed emotivo dove esplorare il proprio vissuto e la propria identità di donna nell’ambito di una coralità generale.
La sua poesia, in dialogo con la sua arte visiva, cattura il senso di transizione, la ricerca di significato e il fardello della memoria generazionali.
Esprime tematiche e caratteristiche comuni alla poetica contemporanea, Identità e ricerca di sé Introspezione e sperimentazione, metamorfosi e speranza…
Ecco una fusione poetica tra la tenerezza discreta di Patrizia Cavalli (Generazione X) e la forza rigenerata di “Errori di donna”.
ERRORI DI DONNA
Mi perdo in amori sbagliati
In storie che consumano
In amicizie deludenti.
Eccomi allora smettere
Di sorridere
Di meravigliarmi
di ricordarmi chi ero
e di essere speciale.
Ma un giorno mi sorprendo a stravolgere tutto
Mi guardo allo specchio, apro gli occhi
E mi ritrovo in sguardi nuovi.
Un attimo di sfrontatezza improvvisa
E mi ritrovo in uno sguardo nuovo.
Mi riscopro uguale ma diversa
Più forte e più viva.
E’ bellissimo quando una donna ritrova se stessa.
Rinascere piano
Non chiedo tanto,
solo un silenzio che mi ascolti,
una carezza senza rumore,
un tempo per respirare.
Mi sono persa in amori che graffiavano,
in mani che non tenevano davvero,
in parole che cadevano a metà.
Mi ero quasi dimenticata di me,
del mio modo di ridere
senza chiedere permesso.
Ma un mattino ho riaperto gli occhi,
mi sono guardata come si guarda un’amica:
senza giudizio, con sorpresa.
Ho visto la donna che ero stata
e quella che stava tornando.
Ora non chiedo di essere amata un poco,
chiedo solo di non smettere mai
di amarmi abbastanza
da restare intera.
È così che si ricomincia:
piano, ma da dentro.
(da “Le mie poesie non cambieranno il mondo”, 1974 – ma diffusissima tra autrici e lettori della Gen X)
COS’E L’AMORE
E’possibile definire l’amore?
E’ un sentimento, un’emozione?
E’ sincero trasporto, purezza d’intenti?
Abnegazione totale per qualcuno o per qualcosa?
E’ prepotente irruzione nell’animo di pulsioni
Che esso prosciuga?
E’ rabbia,
E’ odio
E’ avido desiderio?
E’ un fremito che arriva al cuore, allo stomaco,
E’ il sussulto per uno sfioramento?
E’ tutto e il contrario di tutto.
E’ se stesso.
Semplicemente traina prepotentemente ogni cosa che investe.
( da Gocce di vita,2021)
AMORE
L’amore è sofferenza,
pianto, gioia, sorriso.
L’amore è felicità,
tristezza e tormento.
Non si ama con il cuore,
si ama con l’anima
che si impregna di storia.
Non si ama se non si soffre
e non si ama
se non si ha paura di perdere.
Ma quando ami vivi,
forse male, forse bene, ma vivi.
Allora muori
quando smetti di amare,
scompari quando non sei più amato.
Se l’amore ti ferisce,
cura le tue cicatrici
e credici, sei vivo…
Perchè vivi per chi ami
e per chi ti ama.
Alda Merini (da “ Vuoto d’amore, 1991)
Entrambe le poesie riconoscono l’amore come un sentimento complesso e multiforme, capace di suscitare una vasta gamma di emozioni, condividono la visione dell’amore come una forza potente e trasformativa, che può essere allo stesso tempo meravigliosa e travolgente.
CAMBIARE
Cambiare gesti
Cambiare espressioni
Cambiare sguardo
Cambiare parole
Cambiare pensieri
Cambiare cieli
Cambiare mete
Cambiare prospettive
Cambiare relazioni
Cambiare quartiere
Cambiare se stessi.
Cambiare, meglio cambiare.
Linfa vitale.
( da Gocce di vita)
La poesia elenca una serie di cambiamenti che partono dall’individuo (“gesti”, “espressioni”, “sguardo”) e che poi si estendono all’ambiente esterno (“cieli”, “mete”). Questo riflette il forte individualismo e la ricerca di un’autenticità interiore tipica della Generazione X, che tendeva a concentrarsi sulla propria crescita piuttosto che su grandi ideologie collettive.
La poesia “CAMBIARE” può essere, quindi, vista come un riflesso maturo e consapevole della Generazione X. Partendo dalle tensioni e dal disincanto tipici di quel periodo, il testo giunge a una conclusione che celebra il cambiamento non come un atto di ribellione nichilista, ma come una scelta vitale e costruttiva. La poesia mostra un’evoluzione dal cinismo alla consapevolezza, riconoscendo nel rinnovamento la vera essenza della crescita personale. Sebbene i temi risuonino con l’esperienza della Generazione X, la poesia ha un messaggio universale. Il desiderio di rinnovamento e la celebrazione del cambiamento come forza vitale trascendono le specifiche dinamiche generazionali, rendendo il testo rilevante
RABBIA
In un attimo dilania le membra del corpo
Distrugge cose costruite con certosina pazienza.
Ci fa urlare parole non dette e che non avremmo mai detto
per poi immediatamente pentirsene.
Annebbia la mente togliendo creativa speranza.
Erutta furiosamente da desideri non esauditi
Come bimbi battiamo i piedi.
Basta far traspirare la sua furia
E rinasce come nuovi semi in fertili terreni.
( da Gocce di vita)
RABBIA offre un’esplorazione profonda e inaspettata di questa emozione, solitamente vista in modo negativo. Il testo si articola in tre momenti distinti: la distruzione, la consapevolezza e la rinascita, che insieme descrivono un processo di trasformazione interiore.
La poesia “RABBIA” ci offre una visione complessa e completa di questa emozione. L’autrice non la presenta come un male da sradicare, ma come una forza naturale e necessaria che, se compresa e gestita (lasciata “traspirare”), può portare a una profonda rinascita interiore. La rabbia, distruttrice in superficie, si rivela in profondità un potente motore di crescita e rinnovamento, rendendo il dolore che provoca un passo inevitabile verso un’evoluzione positiva.
È possibile stabilire un forte legame tra la poesia “RABBIA” e la sensibilità della Generazione X, interpretando il testo in modo simbolico. Le diverse fasi descritte nella poesia (distruzione, consapevolezza, rinascita) sembrano riflettere il percorso emotivo che molti individui di questa generazione hanno attraversato.
Il passaggio cruciale della poesia, “Basta far traspirare la sua furia”, segna la svolta. Per la Generazione X, lo sfogo della rabbia non è stato un atto di violenza distruttiva fine a se stesso. È stato piuttosto un processo di disintossicazione emotiva. Dopo aver “battuto i piedi” e aver espresso il proprio malcontento, la generazione ha imparato a metabolizzare la propria rabbia, a trasformarla in qualcosa di più costruttivo e vitale , come nel verso finale “E rinasce come nuovi semi “E rinasce come nuovi semi”.
Se la Generazione X ha spesso sofferto in silenzio, questa poesia celebra il suo processo di purificazione interiore, mostrando come dal disincanto e dalla frustrazione possa nascere una nuova vitalità.
La fusione tra arte visiva e parola
Nella sua produzione, Tiziana Fiori esplora la relazione tra pittura e poesia attraverso l’identità e le esperienze della “Generazione X”
La poesia , in dialogo con l’ arte visiva, cattura il senso di transizione, la ricerca di significato e il fardello della memoria che caratterizzano questa generazione.
Un esempio concreto è il parallelismo tra la sua silloge “Gocce di vita”(2021) e i suoi “ritratti d’anima”. Questo dialogo non si basa su un singolo quadro, ma su una correlazione profonda tra temi, sensazioni e linguaggio espressivo.
La poesia e la pittura di Tiziana Fiori si arricchiscono a vicenda, creando un’esperienza sinestetica che riflette l’anima della “Generazione X”.
La parola come immagine: Nelle sue poesie, il linguaggio visivo è potente, creando immagini che rispecchiano le sensazioni e le esperienze della sua generazione. I suoi versi dipingono la realtà interiore, rendendo visibile ciò che è intangibile.
La pittura come narrazione: I “ritratti d’anima” di Fiori narrano storie emotive attraverso il colore e la composizione, riflettendo le tematiche della sua poesia. La sua pittura diventa una forma di “poesia visiva” che esplora la profondità dei sentimenti e la complessità della storia individuale
Tale dialogo continuo che si manifesta in modo concreto in opere come il dipinto a olio su tela Ritratto di signora: evoluzione di una donna e la poesia omonima della silloge.
Ritratto di signora: evoluzione di una donna, olio su tela, 2021
RITRATTO DI SIGNORA
(autoritratto psicologico attuale)
Cappello rosa, viso radioso
Ombra interna
Immagine sbiadita, nuova proiezione
Fragilità di sentimenti, rocciosità d’intenti
Stato d’incertezza
Traballamento in assestamento.
Donna ora.
(da Gocce di vita)
I due lavori si illuminano a vicenda, mostrando come la sua visione artistica si esprima sia attraverso il pennello sia attraverso la parola.
Come i suoi altri lavori, questo dipinto va oltre la semplice rappresentazione fisica per catturare l’interiorità del soggetto. L’opera mostra la capacità dell’artista di fondere l’eredità classica con elementi moderni. La tecnica a olio, che rievoca la tradizione rinascimentale, si unisce a un’espressione visiva contemporanea, che riflette l’esperienza di vita dell’artista e della sua generazione.
La combinazione di influenze classiche e istanze moderne crea un’opera “ibrida e vitale”, che funge da specchio dell’anima e del tempo.
Legame sinestetico tra l’immagine Ed è subito sera… e la parola Mare
Ed è subito sera…, olio su tela, 2021
MARE
(mare come metafora dalle sembianze umane delle vicissitudini esistenziali e delle relative emozioni)
Accogli con le tua ampie braccia
Accechi con il tuo abbaglio mattutino
riscaldi con il fuoco del tramonto.
Immensità pensosa
Oblio dei sensi.
Promessa di vita
Certezza di morte.
Distesa senza confine
che nasconde sogni agli occhi
Sei l’essere e il non essere.
Sei l’essenza della vita.
(da Gocce di vita)
Ed è subito sera è un altro “ritratto d’anima” in cui Fiori dimostra la sua capacità di andare oltre la semplice rappresentazione fisica.
Il dipinto non mostra un volto , ma rappresenta un paesaggio marino, dalle tinte forti che simboleggia uno stato emotivo o spirituale di profondità e mistero. Questo tema trova un parallelo nella composizione Mare.
L’uso simbolico dei colori riflette la complessità del soggetto: le tonalità creano un’atmosfera onirica o malinconica, Attraverso un’opera come , Tiziana Fiori esplora la dualità tra ciò che appare e ciò che è. Le pennellate e le sfumature suggeriscono un mondo interiore complesso, che si rispecchia poi nella sua poesia Ed è subito sera .
In questo modo, l’opera non è solo un dipinto, ma diventa un’esperienza che unisce il senso della vista con la profondità del pensiero poetico, invitando l’osservatore a riflettere su ciò che si nasconde oltre la superficie.
Sinestesia quadro La pioggia nel pineto…il primo amore e la poesia Pioggia
La pioggia nel pineto…il primo amore, acrilico su tela,2021
PIOGGIA
Una tenda umida fuori
Un offuscamento nella mente.
Gocce in caduta libera
pensieri in fluttuazione disordinata.
Grigiore in pozze di vita.
Un ombrello improvvisamente a protezione.
Tranquillità interiore. (da Gocce di vita)
Nella poesia le parole non si limitano a descrivere un’esperienza, ma evocano immagini e sensazioni vivide, quasi a voler dipingere la realtà interiore del soggetto. L’immagine esterna di una tenda bagnata si riflette immediatamente nell’offuscamento mentale del poeta. Le parole creano un’atmosfera visiva che completa l’opera pittorica.
Le pennellate, i colori e la composizione agiscono come “una poesia visiva”, simboli visivi della storia emotiva e la metamorfosi del soggetto.
Fusione visiva, Bruma mattutina d’autunno: pensieri in trasformazione, e lirica Prospettive autunnali.
Bruma mattutina autunnale: pensieri in trasformazione, acrilico su tela, 2020
PROSPETTIVE AUTUNNALI
Bruma mattutina d’autunno
Foglie colorate offuscate in trasecolata mutazione
Come pensieri in evoluzione e trasformazione.
Nuove prospettive.
(da Gocce di vita)
E’ evidente il simbolismo condiviso : la pittura diventa una forma di “poesia visiva” che esplora la profondità dei sentimenti e la complessità della metamorfosi .
Al termine di questo viaggio comparativo ed esemplificativo attraverso l’arte pittorica e poetica dell’artista possiamo considerare l’opera di Tiziana Fiori un esempio di come la stessa utilizzi linguaggi diversi per esplorare gli stessi temi in modo complementare. La poesia offre la narrazione intima e verbale, mentre la pittura fornisce una rappresentazione visiva ed emotiva, creando un’esperienza sinestetica per il fruitore. Le due forme d’arte si arricchiscono a vicenda, dando vita a un’opera unica che unisce il visibile e l’invisibile, la parola e l’immagine, La sua pittura diventa una forma di “poesia visiva” che esplora la profondità dei sentimenti e la complessità della storia individuale. , creando un’esperienza sinestetica che riflette l’anima della “Generazione X”.
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