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Maria Teresa Liuzzo novella saffo di Calabria

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Maria Teresa Liuzzo

Prof. Antonio Catalfamo (Università degli Studi di Messina- studioso di Cesare Pavese)

Redazione-  Maria Teresa Liuzzo è da tanti anni presente nel campo delle lettere, come poetessa e come autrice di opere in prosa, come operatrice culturale, impegnata, segnatamente, nella direzione della rivista «Le Muse». E’ nata ed è sempre vissuta in Calabria e questo dato biografico riveste notevole importanza, perché ha fortemente influenzato il suo modo d’essere, la sua grande carica vitale, la sua cultura, che affonda le radici in quelle ultramillenarie della sua terra, e, segnatamente, nella «grecità», che Cesare Pavese, durante il confino a Brancaleone Calabro, ha voluto sottolineare nello scambio epistolare con familiari ed amici e, in particolare, in una lettera alla sorella del 27 dicembre 1935: «La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono “Este u’ confinatu’, lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento».

Una «grecità» che sopravvive non solo nella cortesia dei calabresi e nei colori del paesaggio, ma anche nella dimensione “mitica” che è persistente in questa terra, ben rappresentata, nella sua “ripetitività”, dalle donne di una bellezza selvaggia che portano anfore in equilibrio sulla testa e dal suono della cornamusa, che rimanda, oltre che a Paride, «simile a un dio», alla musicalità poetico-evocativa di Ibico, che nacque proprio nel reggino, che fu amato e tradotto dallo stesso Pavese, e che ebbe fama meritata di poeta erotico. Scrive, ancora, Pavese: «Fa piacere leggere la poesia greca in terre dove, a parte le infiltrazioni medioevali, tutto ricorda i tempi che le ragazze ὑδρευούσαι si piantavano l’anfora in testa e tornavano a casa a passo di cratère. E dato che il passato greco si presenta attualmente come rovina sterile ‒ una colonna spezzata, un frammento di poesia, un appellativo senza significato ‒ niente è più greco di queste regioni abbandonate. I colori della campagna sono greci. Rocce gialle o rosse, verde chiaro di fichindiani e agavi, rosa di oleandri e gerani, a fasci dappertutto, nei campi e lungo la ferrata, e colline spelacchiate brunoliva. Persino la cornamusa ‒ il nefando strumento natalizio ‒ ripete la voce tra di organo e di arpa che accompagnava gli ozi di Paride θεοειδής, quando sui pascoli dell’Ida mangiava il formaggio delle sue pecore e sognava gli amori di Ἑλένης λευκελένου».

Non è un caso che Pavese, in questo clima, abbia ripreso la grammatica e il dizionario per approfondire lo studio dei classici greci e, in particolare, del mito, con le sue proiezioni nel presente.

Questa «grecità» e questa dimensione mitica ed erotica, che pervade la sua Calabria e, nel complesso, la Magna Grecia, si riverbera su tutta l’opera di Maria Teresa Liuzzo e, in particolare, sulla raccolta di versi qui presentata: In veglia d’armi e di parole (A.G.A.R., Reggio Calabria, 2023). Credo che si possa parlare, con riferimento alla Liuzzo, di una novella Saffo. La poetessa di Lesbo è stata studiata sino ad oggi in maniera non sempre adeguata, analizzando la sua esperienza esistenziale, letteraria e pedagogica senza coglierla in tutta la complessità che l’ha caratterizzata. Il tiaso, la comunità da lei guidata, ha avuto obiettivi di natura educativa, letteraria e religiosa. Sarebbe riduttivo considerarlo un semplice luogo di trasgressione e di perversione fine a se stesso. E’ stato espressione di un mondo greco nel quale la dimensione erotica era un momento fondamentale del processo conoscitivo umano ed aveva una funzione accentuatamente pedagogica. Lo stesso rapporto educativo veniva concepito come un rapporto erotico, come dimostra il tipo di relazione che avevano tra di loro i grandi filosofi, il maestro e l’allievo. Platone, nel Simposio, afferma che «solo gli uomini attratti da altri uomini sono i migliori, perché amano ciò che è loro simile, raggiungono la pienezza dell’essere».

Lo «scandalo» suscitato dal tiaso di Saffo è, dunque, uno scandalo postumo, che decontestualizza quell’esperienza profondamente integrata nel mondo greco e nei suoi valori. Saffo è educatrice, amante delle sue allieve, «sacerdotessa» nell’ambito del culto di Afrodite. Vive la sua esperienza con assoluta naturalezza. Non cerca lo «scandalo».

Neanche Maria Teresa Liuzzo cerca lo scandalo, a differenza di tante altre scrittrici che di esso hanno fatto una professione e, per questa via, hanno avuto successo. Per lei, come per Saffo e tanti altri autorevoli rappresentanti della cultura greca classica, l’Eros è il primo stadio di un processo conoscitivo che sfocia poi nella scienza e nella poesia, che sta all’inizio e alla fine dell’esistenza umana. I primi storici e i primi filosofi sono stati poeti e Ugo Foscolo ci ha insegnato nei Sepolcri che quando la civiltà umana finirà, magari a causa di una deflagrazione nucleare (possiamo aggiungere noi, col senno di poi), la funzione eternatrice dei suoi valori spetterà, per l’appunto, alla poesia.

L’Eros non è “urlato” nei versi della Liuzzo, traspare attraverso l’uso sapiente delle metafore, che, però, non diventano mai incomprensibili, come lo sono spesso nella poesia contemporanea. Il rapporto simbolico con la realtà è sempre visibile per il lettore accorto, che si sforza di capire e non si aspetta di essere imboccato dall’autore. La lettura è studio, è sforzo, ma, alla fine, il gioco deve valere la candela, il risultato conoscitivo deve essere all’altezza della fatica affrontata.

Elio Vittorini racconta che, da giovane anarchico, assieme ai suoi compagni libertari siciliani, del tutto “illetterati”, iniziò il suo percorso conoscitivo leggendo La Scienza Nuova di Giambattista Vico. La prima volta non capirono nulla, la seconda cominciarono a capire qualcosa. Alla millesima lettura capirono tutto.

Così il lettore, leggendo e rileggendo le poesie di Maria Tersa Liuzzo, scoprirà che il protagonista dei suoi versi è l’amore, vissuto in tutte le sue sfaccettature. Amore come gioia, ma anche come dolore. E’ stato Guido Cavalcanti, in Donna me prega, a dirci che l’amore non è, come lo concepiva Dante, un processo gioioso, lineare, che porta a Dio, ma è un “destino” doloroso, al quale nessun uomo può sottrarsi. E l’effetto del dolore si vive sia che lo si assecondi sia che lo si contrasti o si cerchi di rimuoverlo.

In Maria Teresa Liuzzo questa componente del dolore amoroso è fortemente presente, sia nei suoi versi che nei suoi romanzi, così come in Cavalcanti e, ancora a ritroso nei secoli, in Saffo, che ha goduto e sofferto per il suo amore ambivalente per gli uomini e per le ragazze della sua comunità, insieme etica, religiosa e trasgressiva.

Evidentemente Maria Teresa Liuzzo ha sofferto molto nella sua vita reale, il suo amore è rimasto inappagato, a causa dell’incomprensione che circonda le anime elette e fortemente sensibili, talvolta addirittura “violentato”, vilipeso. Ma lei ha continuato a seminare amore, instancabilmente, e continuerà a farlo fino all’esalazione dell’ultimo respiro. Amore come esperienza carnale e, nel contempo, “spirituale”. Amore come esperienza culturale, perché la poesia ha una funzione moltiplicativa della realtà, serve ad arricchirla di nuove prospettive, come se fosse una stanza con pareti tappezzate di specchi, che “deformano” la realtà, ma la rendono, nel contempo, prismatica, proponendo un’infinità di prospettive.

Ed è questa visione totale dell’amore, della poesia e della realtà che fa di Maria Teresa Liuzzo una proiezione in avanti, nei secoli, di Saffo, della sua concezione generale della vita e dell’arte, e della sua «grecità», perché, come ci ha insegnato un grande filosofo e filologo studioso del mondo classico, Mario Untersteiner, il mito greco, parlando di dei, semidei ed eroi, in realtà parla dei problemi eterni degli uomini e delle donne, è un modo di ragionare «in universali» (per dirla con Pavese) su di essi e sulla loro esistenza.

Abbiamo già detto della componente dolorosa della visione che Maria Teresa Liuzzo ha dell’amore e della vita in generale e di quanto essa sia legata alla sofferenza effettiva che la poetessa ha dovuto sopportare nel corso della sua travagliata esistenza, a partire dall’infanzia e dagli anni giovanili. Ha scritto Walter Benjmin a proposito dell’Angelus Novus di Paul Klee: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo guardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Benjamin ha voluto così contestare le interpretazioni ottimistiche della storia, vista come infinito progresso, che si realizza meccanicamente ed inesorabilmente, le «magnifiche sorti e progressive» di cui parla il Leopardi. «L’angelo della storia», per l’appunto, cerca di lasciarsi alle spalle le macerie del passato, di arginarle con le sue ali. Ma un vento di tempesta spira dal paradiso, evidentemente in attuazione di un disegno divino, e spinge in avanti le rovine, proiettandole nel presente e nel futuro, in maniera tale che l’umanità non possa archiviarle, togliersele dalla vista e dai pensieri.

Così il passato di sofferenze e dolore rimane presente a Maria Teresa Liuzzo, s’impone in tutta la sua evidenza, è tutt’altro che un semplice ricordo, bensì realtà viva, che brucia ancora le sue carni, ossessiona i suoi pensieri. Ma la poetessa con si arrende a questa presenza. Il titolo della raccolta che qui esaminiamo è, in tal senso, significativo. L’autrice non si arrende al male del mondo, reagisce ad esso con l’«arma» della «parola», vale a dire della poesia, la più potente che esista. Non si sente impotente di fronte ad un presunto «destino», come l’Angelus Novus nella rappresentazione che ne dà Walter Benjamin. Allarga le ali della poesia, contrasta il male, seppur inevitabile, col bene, che diffonde a piene mani tra gli uomini e le donne con i suoi versi e con la sua opera intensa di divulgazione culturale, attraverso la rivista «Le Muse», da lei autorevolmente diretta, e la casa editrice A.G.A.R. di Reggio Calabria, di cui è animatrice.

Ha scritto Pavese in una pagina del suo diario, Il mestiere di vivere, datata 18 ottobre 1942: «L’ubris è il conoscere un oracolo e non tenerne conto». Il termine ubris viene interpretato dallo scrittore piemontese nel senso di «ribellione», «sfrontatezza». Maria Teresa Liuzzo ha sperimentato in prima persona l’esistenza del male nel mondo umano, la componente dolorosa dell’amore, accanto a quella gioiosa. Un’esistenza che è ineliminabile, configurandosi quasi come un «destino», al pari del mito greco. Ma sente dentro di sé un moto di «ribellione» a questo «destino», che trova nelle «parole» della «poesia» l’«arma» più efficace di combattimento. E, allora, l’arte, come nei tragici greci, diventa “corpo a corpo” con la realtà, per contrastare il male e sostenere il bene. Riemerge in tutto ciò la «grecità», la classicità. E qui ci sovviene il pensiero di un grande studioso del mondo classico, Concetto Marchesi, secondo il quale la storia è fondata sull’eterno conflitto dialettico tra bene e male, nella consapevolezza che, anche quando il bene si afferma, la sua vittoria è provvisoria, perché il male è sempre lì in agguato, cova sotto la cenere, sempre pronto a riemergere con la sua forza distruttiva.

Maria  Teresa Liuzzo ha certamente fatto i conti con il suo conterraneo Ibico e, nel contempo, con Saffo. Di questo confronto rimangono tracce indelebili nella sua poesia. Ad entrambi i poeti greci rinviano «la profonda intensità del sentimento» amoroso e «l’appassionata contemplazione della natura», le due caratteristiche fondamentali che Gennaro Perrotta individua sia nell’opera di Ibico che in quella di Saffo, con una differenza: nel poeta reggino troviamo maggiore «opulenza», vale a dire maggiore irruenza. Maria Teresa Liuzzo riesce a coniugare la «semplicità» e la «grazia» della poetessa di Lesbo con la dimensione «tempestosa» dell’amore che domina Ibico, al quale ci rimanda pure la persistenza indomabile della passione amorosa in tutte le età della vita. Scrive Gennaro Perrotta a proposito di un frammento di Ibico: «Il poeta, già vecchio, vede di nuovo, pieno di spavento, avvicinarsi l’amore, e insidiarlo con ogni sorta d’incantesimi e gettarlo nelle sue reti inestricabili; e paragona sé stesso a un corsiero, tante volte vittorioso, che, già presso a vecchiaia, contro voglia scende di nuovo nell’agone. Il paragone diventerà celebre per le imitazioni di Ennio e di Orazio, che lo riferiranno non all’amore, ma alla loro attività poetica. Ma soltanto in Ibico l’immagine è potente; com’è potente l’immagine di Eros che lo guarda languidamente per vincerlo col fascino voluttuoso degli occhi».

Nella poesia di Maria Teresa Liuzzo troviamo la stessa potenza dirompente dell’Eros, che persiste anche nell’età matura, alla quale la poetessa è giunta. Questa potenza è tale che ci fa presupporre che non si spegnerà presto e che continuerà a galoppare, come un «corsiero», nei versi che la poetessa ci donerà nelle prove che verranno.

Il nome Ibico deriva dall’uccello ἶβυξ, simile alla gru. E Maria Teresa Liuzzo continuerà a librarsi nell’aria, come una gru, con i suoi versi potenti e, insieme, leggeri, ancora per lungo tempo.

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Antonello De Oto, il diritto come strumento di dialogo

Ci sono percorsi professionali che raccontano una carriera e altri che, attraverso la ricerca, la didattica e l’impegno civile, restituiscono il senso profondo di una vocazione. È il caso del Professor Avvocato Antonello De Oto, Professore Ordinario presso il Dipartimento delle Arti dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, dove opera nel settore scientifico-disciplinare GIUR-07/A – Diritto e religione.

La sua formazione nasce all’interno dell’Università di Bologna, dove nel 2000 consegue la laurea in Giurisprudenza con 110 su 110, discutendo una tesi in Diritto Ecclesiastico dedicata alla tutela penale degli ecclesiastici e dei religiosi. Prosegue poi il proprio percorso con il Dottorato di ricerca in Diritto Ecclesiastico e Diritto Canonico presso l’Università degli Studi di Perugia, approfondendo il tema delle attività di culto delle confessioni e dei nuovi movimenti religiosi e dei relativi profili normativi.

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Antonello De Oto

Redazione- Ci sono percorsi professionali che raccontano una carriera e altri che, attraverso la ricerca, la didattica e l’impegno civile, restituiscono il senso profondo di una vocazione. È il caso del Professor Avvocato Antonello De Oto, Professore Ordinario presso il Dipartimento delle Arti dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, dove opera nel settore scientifico-disciplinare GIUR-07/A – Diritto e religione.

La sua formazione nasce all’interno dell’Università di Bologna, dove nel 2000 consegue la laurea in Giurisprudenza con 110 su 110, discutendo una tesi in Diritto Ecclesiastico dedicata alla tutela penale degli ecclesiastici e dei religiosi. Prosegue poi il proprio percorso con il Dottorato di ricerca in Diritto Ecclesiastico e Diritto Canonico presso l’Università degli Studi di Perugia, approfondendo il tema delle attività di culto delle confessioni e dei nuovi movimenti religiosi e dei relativi profili normativi.

Da quel momento prende forma un itinerario scientifico caratterizzato da una costante attenzione al rapporto tra diritto, religione, libertà, identità, pluralismo e diritti fondamentali.

Nel 2005 entra nel ruolo di ricercatore presso l’Università di Bologna, Facoltà di Giurisprudenza, nel settore IUS/11 – Diritto Ecclesiastico e Diritto Canonico. Nel corso degli anni assume numerosi incarichi accademici e istituzionali, partecipando a progetti di ricerca nazionali e internazionali e contribuendo alla formazione di studenti, professionisti e operatori di diversi settori.

Nel novembre 2015 diventa Professore Associato presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna. Nel 2020 consegue l’abilitazione scientifica nazionale a Professore Ordinario e, dal novembre 2023, ricopre il ruolo di Professore Ordinario presso il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna.

Un percorso che nel tempo si è intrecciato con una molteplicità di incarichi e responsabilità: dalla partecipazione a commissioni e organismi accademici alla valutazione della ricerca scientifica per ANVUR, dalla collaborazione con organismi e fondazioni alla presenza in importanti realtà nazionali e internazionali.

Ma è soprattutto attraverso i temi affrontati nella ricerca che emerge la cifra distintiva del Professor De Oto.

La sua attività scientifica si sviluppa infatti lungo un territorio nel quale il diritto incontra la società e nel quale le differenze religiose e culturali diventano una delle grandi questioni della contemporaneità. Libertà religiosa, discriminazioni, immigrazione, multiculturalismo, simboli religiosi, rapporto tra Stato e confessioni, diritti umani, sport, lavoro, sicurezza, terrorismo di matrice religiosa, bioetica e intelligenza artificiale sono soltanto alcuni degli ambiti nei quali si è sviluppata la sua riflessione.

Particolarmente significativa è l’attenzione dedicata al principio di laicità, non inteso come semplice contrapposizione alla dimensione religiosa, ma come principio capace di garantire libertà, pluralismo e convivenza all’interno di una società sempre più complessa. Una “laicità utile” come l’ha definita.

Nel corso degli anni De Oto ha affrontato anche questioni estremamente concrete: la libertà religiosa nei luoghi di lavoro, le discriminazioni etnico-religiose, l’identità religiosa dei migranti, le pratiche di culto, le prescrizioni alimentari, l’esposizione dei simboli religiosi negli uffici pubblici e il rapporto tra religione e sport.

Proprio lo sport costituisce uno degli ambiti nei quali la sua ricerca ha assunto una particolare dimensione sociale. Ha studiato le discriminazioni e il razzismo nello sport, il rapporto tra sport, religione e pluralismo culturale, la funzione sociale dello sport e il suo possibile ruolo come strumento di inclusione.

Non meno rilevante è il suo impegno sul fronte dei diritti umani e della cultura della pace. Dal 2015 al 2021 è stato referente dell’Università di Bologna per la promozione di iniziative scientifico-didattiche con istituzioni militari e per la formazione nell’ambito delle operazioni umanitarie e dei progetti finalizzati alla promozione della cultura della pace.

La dimensione internazionale accompagna da sempre il suo lavoro. Ha svolto periodi di ricerca presso la Karlova Univerzita di Praga, occupandosi, tra gli altri temi, di discriminazione religiosa nel lavoro, finanziamento delle confessioni religiose e restituzione dei beni ecclesiastici. Ha partecipato a convegni e progetti in Italia e all’estero, confrontandosi con studiosi e istituzioni sul rapporto tra diritto, religione e società.

Negli anni più recenti, il suo campo di ricerca si è ulteriormente ampliato verso alcune delle sfide più delicate del nostro tempo.

Dal terrorismo di matrice religiosa al rapporto tra sicurezza e libertà fondamentali; dalla guerra in Ucraina al ruolo delle religioni nei conflitti contemporanei; dalle questioni legate alla morte e ai riti di passaggio alla tutela della libertà religiosa nei luoghi di lavoro; dall’identità nell’epoca della cancel culture alle implicazioni dell’intelligenza artificiale su identità, bioetica e diritto.

Nel 2026, il Professor De Oto è stato inoltre protagonista di nuovi importanti appuntamenti scientifici: tra questi, la partecipazione alla XI Edizione del Festival del Sarà – Dialoghi sul futuro a Bologna e il convegno organizzato dal Comune di Bologna sul tema dei riti di passaggio dalla vita alla morte come spazio di dialogo tra culture e religioni. Il 3 luglio 2026 ha inoltre ricoperto il ruolo di Chair del panel “Peace through Law or Peace through Strength? Religions, Politics, and Fundamental Human Rights in Contemporary Conflicts” nell’ambito della European Academy of Religion Annual Conference presso la LUISS Guido Carli di Roma.

Accanto alla ricerca, fondamentale è la sua attività didattica. Nel corso degli anni ha insegnato Diritto Ecclesiastico, Diritto delle religioni, Diritto Pubblico, Diritto Costituzionale, Diritto dei beni culturali e numerose materie interdisciplinari, intervenendo anche in master e corsi di alta formazione dedicati ai beni monumentali religiosi, all’accoglienza e all’integrazione dei migranti, alla tutela dei diritti umani, alla comunicazione e al marketing dello sport.

È stato inoltre docente presso la Scuola Forense della Fondazione Forense dell’Ordine degli Avvocati di Bologna e presso la Scuola Forense dell’Ordine degli Avvocati di Ancona, oltre ad aver svolto attività formativa per istituzioni e realtà professionali.

La sua competenza si è accompagnata anche a un significativo impegno nel mondo della mediazione, della giustizia, dello sport e delle istituzioni. È iscritto all’Ordine degli Avvocati di Bologna ed è stato accreditato dal Ministero della Giustizia come mediatore civile professionista e formatore in materia di conciliazione e mediazione. Ha inoltre ricoperto incarichi nell’ambito della giustizia sportiva della FIGC.

Antonello De Oto

Il suo profilo professionale è stato riconosciuto anche attraverso importanti onorificenze pubbliche.

Nel 2017 è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” con Decreto del Presidente della Repubblica. Nel 2018 ha ricevuto il titolo di Cavaliere Ufficiale dell’Ordine Equestre di Sant’Agata della Repubblica di San Marino. Nel 2023 gli è stata conferita la Melagrana d’argento per motivi scientifici dall’Accademia dei Semplici di Bologna. Nel 2024 ha ricevuto il titolo di Cavaliere dell’Ordine Equestre Pontificio di San Silvestro Papa, conferito dalla Santa Sede, e il Diploma al merito della Croce Rossa Italiana dal Presidente Nazionale.

Nel 2026 è arrivato un ulteriore importante riconoscimento istituzionale: con Decreto del Presidente della Repubblica del 6 agosto 2026, Antonello De Oto è stato insignito del titolo di Ufficiale dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”.

Riconoscimenti che si inseriscono coerentemente in un percorso nel quale l’attività scientifica non appare separata dalla responsabilità sociale.

La sua produzione e le sue attività sono state inoltre segnalate e approfondite da numerose testate giornalistiche, riviste specialistiche, televisioni e radio, tra cui Il Corriere della Sera, Il Riformista, Il Redattore Sociale, Rai 3, Rai Radio 1, Radio Radicale, Adnkronos, Il Tempo, Libero, Il Foglio e diverse importanti riviste giuridiche italiane e internazionali.

Guardando nel complesso al suo percorso, emerge una figura di studioso che ha fatto del diritto un luogo di incontro. Un luogo nel quale la norma non viene considerata soltanto nella sua dimensione tecnica, ma anche come strumento attraverso cui una società può interrogarsi sulle proprie trasformazioni.

Il lavoro di Antonello De Oto attraversa così alcune delle domande più profonde della contemporaneità: come convivere nelle differenze? Come tutelare la libertà religiosa senza comprimere quella altrui? Come difendere l’identità senza trasformarla in una barriera? Come conciliare sicurezza e libertà? Come impedire che le differenze culturali e religiose diventino motivo di discriminazione?

Sono interrogativi che appartengono al diritto, ma prima ancora appartengono all’essere umano.

Ed è forse proprio qui che risiede il valore più autentico di un percorso accademico, professionale ed umano come quello del Professor De Oto: nella capacità di portare la ricerca fuori dai confini delle aule universitarie e di trasformarla in uno strumento di comprensione della società.

Perché il diritto, quando incontra la cultura, la libertà e il rispetto dell’altro, smette di essere soltanto una raccolta di norme e diventa una delle forme attraverso cui una comunità costruisce il proprio futuro.

E in un tempo segnato da conflitti, migrazioni, identità contrapposte, nuove tecnologie e fragili equilibri internazionali, studiare il rapporto tra diritto e religione significa, in fondo, interrogarsi sulla possibilità stessa di vivere insieme.

Antonello De Oto con Papa Leone XIV

Professore De Oto, il Suo percorso accademico e professionale è strettamente legato allo studio del rapporto tra diritto e religione. Che cosa rappresenta oggi, in una società sempre più pluralista, il diritto delle religioni?

Il diritto delle religioni rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali possiamo comprendere la complessità della società contemporanea. Religione, identità e appartenenza non sono elementi marginali della vita delle persone, ma spesso costituiscono una parte importante della loro dimensione individuale e collettiva. Il compito del diritto è quello di garantire che questa dimensione possa esprimersi liberamente, nel rispetto della dignità della persona e dei diritti altrui. In una società plurale, quindi, il diritto è la casa delle differenze, crea le condizioni affinché possano convivere pacificamente.

La libertà religiosa è un diritto fondamentale. Ma dove finisce la libertà individuale e dove iniziano i diritti della collettività?

È proprio questo uno dei nodi più delicati. La libertà non può essere interpretata come una dimensione assoluta e svincolata dalla responsabilità. La libertà religiosa deve essere tutelata nella sua massima estensione possibile, ma incontra i limiti derivanti dalla tutela degli altri diritti fondamentali, dell’ordine democratico e della dignità della persona. Il vero equilibrio non consiste nel comprimere la libertà, bensì nel trovare un punto di armonizzazione tra diritti diversi. È una sfida che richiede conoscenza, proporzionalità e capacità di dialogo.

 

Lei si è occupato a lungo anche di laicità dello Stato. Che cosa significa essere laici in una società nella quale convivono fedi, culture e convinzioni differenti?

 

La laicità non è negazione di valori religiosi e neppure ostilità nei confronti del fenomeno religioso. La laicità è, piuttosto, un metro, una garanzia di libertà e di pluralismo. Uno Stato autenticamente laico deve essere capace di non privilegiare una determinata appartenenza religiosa, ma nello stesso tempo deve consentire a ogni individuo di vivere la propria fede o la propria neutralità rispetto ad essa. La laicità diventa dunque una casa comune nel quale nessuno deve sentirsi straniero a causa delle proprie convinzioni. Una laicità che cementa. Una laicità utile.

Simboli religiosi, velo, crocifisso, turbante: sono temi che spesso generano discussioni e contrapposizioni. Perché il simbolo ha ancora oggi una forza così grande?

Perché il simbolo è concentrato di identità. Non è semplicemente un oggetto, ma può rappresentare memoria, appartenenza, fede, storia e valori. Proprio per questo può diventare anche comburente involontario di conflitto quando il simbolo viene utilizzato come una clava per colpire un’altra identità, per giustificare un’ aggressione, per narrare il noi contro loro.

 

 

Una parte importante della Sua ricerca riguarda le discriminazioni per motivi religiosi nel mondo del lavoro. Quanto siamo ancora lontani da una reale cultura dell’inclusione?

Abbiamo compiuto passi importanti, ma il percorso non può considerarsi concluso. La discriminazione può manifestarsi in forme evidenti, ma anche attraverso comportamenti apparentemente neutri che producono effetti svantaggiosi nei confronti di determinate persone. Il mondo del lavoro deve imparare a considerare il pluralismo non come un problema organizzativo, ma come una realtà da governare attraverso regole intelligenti e inclusive. Rispettare le identità religiose significa anche costruire ambienti nei quali ciascuno possa sentirsi riconosciuto nella propria dignità. E la contrattazione collettiva può fare molto in questo campo.

 

 

Lei ha affrontato anche il rapporto tra religione, immigrazione e identità. Quanto è importante, oggi, distinguere tra integrazione e assimilazione?

È fondamentale. Integrare non significa chiedere a una persona di cancellare la propria identità. L’integrazione autentica richiede reciprocità: chi arriva deve conoscere e rispettare le regole della società nella quale vive, ma la società che accoglie deve essere capace di riconoscere la persona nella sua complessità. L’assimilazione, invece, non è naturale. Non funziona. Una democrazia matura non ha paura delle differenze: le governa attraverso il diritto. Perciò credo sia giusto oggi firmare un’intesa con l’Islam. Regolamentare per interagire nella legalità.

Nel Suo percorso ha dedicato grande attenzione anche allo sport e alle discriminazioni. Può lo sport diventare davvero uno strumento di inclusione?

Assolutamente sì. Lo sport possiede una forza educativa straordinaria perché mette le persone nella condizione di condividere regole, obiettivi e responsabilità. Proprio per questo, però, quando nello sport compaiono razzismo, odio o discriminazione, viene tradita la sua bellezza, la sua funzione sociale. Lo sport può essere un laboratorio di cittadinanza: insegna che l’avversario non è un nemico e che la competizione non elimina il rispetto.

 

Lei ha partecipato a numerosi incontri dedicati alla pace, ai conflitti e al ruolo delle religioni. Possono davvero le religioni contribuire alla costruzione della pace?

Possono e devono farlo. Sono, sarebbero, agenti naturali di pace. Le grandi tradizioni religiose possiedono patrimoni culturali e spirituali capaci di promuovere riconciliazione, solidarietà e cura dell’altro. La pace non nasce soltanto dai trattati politici: nasce anche dalla capacità delle persone di riconoscersi reciprocamente. In questo senso, il dialogo interreligioso può rappresentare un importante strumento di prevenzione del conflitto. E un balsamo per curare le ferite della storia.

 

Nel luglio 2026 Lei ha presieduto a Roma un panel della European Academy of Religion dedicato al rapporto tra pace, diritto, religioni, politica e diritti fondamentali nei conflitti contemporanei. Qual è oggi la grande sfida per il diritto internazionale e per la comunità internazionale?

La grande sfida consiste nel riuscire a riaffermare il primato della persona e dei suoi diritti anche nei momenti in cui la storia sembra dominata prevalentemente dalla logica della forza. Il titolo stesso del panel poneva una domanda molto attuale: pace attraverso il diritto o pace attraverso la forza? La risposta non può prescindere dalla centralità del diritto. Il diritto rappresenta uno degli strumenti fondamentali per costruire società più giuste o tendenzialmente tali e impedire che la forza diventi l’unico linguaggio delle relazioni internazionali.

 

 

In un mondo nel quale l’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente la società, Lei si è occupato anche di bioetica, identità e diritto alla prova dell’AI. Qual è il rischio maggiore?

 

Il rischio più concreto risiederebbe nel pensare che l’innovazione tecnologica possa procedere senza una riflessione etica e giuridica che l’accompagna. L’intelligenza artificiale apre possibilità straordinarie, ma pone interrogativi altrettanto importanti sulla responsabilità, sull’identità, sulla privacy, sulle potenziali discriminazioni e sulla tutela della della persona e della sua dignità. La tecnologia deve essere governata dall’uomo e non trasformarsi in un sistema al quale l’uomo finisce per adattarsi passivamente. Il diritto deve accompagnare l’innovazione senza subirla. L’Europa sta andando coerentemente in questa direzione. Non si può dire lo stesso di Cina e USA.

 

Che cosa significa, per Lei, insegnare diritto alle nuove generazioni?

Insegnare diritto significa molto più che trasmettere nozioni. Significa educare alla complessità, al ragionamento e alla responsabilità.  L’università forma professionisti competenti ma anche cittadini consapevoli.

 

Nel Suo percorso convivono ricerca, università, professione forense, sport, istituzioni, diritti umani e impegno sociale. Esiste un filo conduttore che unisce esperienze apparentemente così diverse?

 

Il filo conduttore è la persona. Se si osservano attentamente tutti questi ambiti, ci si accorge che al centro ci sono sempre persone che chiedono riconoscimento, tutela, libertà e dignità. Il diritto mi interessa proprio perché è uno strumento attraverso il quale possiamo cercare di rendere concretamente questi valori. La specializzazione è importante, ma non deve farci perdere la visione d’insieme.

Lei ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui quello di Cavaliere e, più recentemente, di Ufficiale dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”. Che significato attribuisce alle onorificenze?

Le considero innanzitutto una responsabilità. Un riconoscimento istituzionale non dovrebbe mai essere vissuto soltanto come un traguardo personale. Deve rappresentare uno stimolo a continuare il proprio lavoro con nuova forza. Le onorificenze ci ricordano che dietro un incarico, una professione, il fare volontariato o un ruolo pubblico esiste sempre una responsabilità verso la comunità. Per questo ho accettato la Presidenza Nazionale di UIR – Unione Insigniti della Repubblica. Per fare di più. Con al centro il dovere costituzionale di solidarietà.

Professore, se dovesse lasciare ai giovani una sola riflessione sul rapporto tra diritto e vita, quale sceglierebbe?

Direi loro di non considerare mai il diritto come qualcosa di lontano dalla vita. Ubi societas, ibi ius (dove c’è una società lì c’è diritto). Ogni norma nasce per disciplinare rapporti umani e produce effetti sulla vita delle persone. Dietro una legge, una sentenza, una libertà o un divieto c’è sempre una storia umana. Studiare il diritto significa quindi imparare a guardare la società con attenzione, senso critico e responsabilità. E soprattutto significa ricordare che la giustizia non è soltanto applicazione acritica di regole: è anche ricerca continua di equilibrio, dignità e rispetto.

La nostra conversazione si conclude con una parola che ricorre spesso nel Suo percorso: dialogo. Che cosa significa davvero dialogare?

Dialogare non significa necessariamente essere d’accordo. Significa riconoscere nell’altro una persona degna di essere ascoltata. Sforzarsi di comprendere l’interlocutore. Il dialogo comincia quando smettiamo di pensare che la nostra identità debba necessariamente prevalere su quella altrui in una sorta di insensata gara. In questo senso, il dialogo è una forma di libertà e, contemporaneamente, una forma di responsabilità.

 

E forse è proprio questo il compito più alto del diritto: non eliminare le differenze, ma insegnarci a convivere con esse?

Sì. Il diritto può costruire ponti ma i ponti hanno bisogno di persone che scelgano di attraversarli. La società contemporanea ha bisogno di norme adatte, ma anche di cultura, educazione e responsabilità che le sostengano. Quando questi elementi riescono a incontrarsi, la differenza non diventa più una distanza: può diventare una possibilità di conoscenza reciproca.

Antonello De Oto

Nel percorso del Professor Antonello De Oto il diritto appare così non come una frontiera che separa ma come uno spazio nel quale identità diverse possono incontrarsi.

Religioni, culture, diritti, migrazioni, sport, pace, nuove tecnologie: mondi apparentemente lontani che nella sua ricerca finiscono per ricondurre a una stessa domanda, profondamente umana: come possiamo continuare a essere noi stessi senza smettere di riconoscere l’altro?

Forse la risposta non è scritta soltanto nei codici o nelle sentenze. In fondo sta nella capacità di una società di trasformare la libertà in responsabilità, la diversità in ricchezza e il confronto in dialogo. Perché il diritto, quando sceglie di mettere al centro la persona, può diventare qualcosa di più di una regola: può diventare un ponte verso l’altro e, attraverso l’altro, verso una società più consapevole, inclusiva e pacifica.

Antonello De Oto

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Lifestyle

I nuovi costruttori di pace: partono 800 giovani volontari italiani per il Servizio Civile nel mondo

Mentre la TV ci mostra solo immagini strazianti di guerre e bombardamenti, c’è una parte bellissima dell’Italia che risponde all’odio con il puro coraggio della Solidarietà! Sta partendo ufficialmente in questi giorni il Servizio Civile Universale promosso da Focsiv: un esercito pacifico e formidabile composto da quasi 800 giovani volontari italiani (sotto i 29 anni). Duecento di loro si rimboccheranno le maniche in Italia per assistere anziani, disabili e famiglie povere, mentre altri 600 ragazzi prepareranno lo zaino per volare come “Caschi Bianchi” nei Paesi più disastrati dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. Andranno a costruire scuole, curare malati e portare la Pace senza usare armi. Un atto di coraggio immenso che ci riempie di orgoglio! Scopri tutti i dettagli di questa meravigliosa missione e le parole della Presidente Focsiv cliccando sul nostro articolo 👇

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Volontari Italiani giovani

Roma – Mentre i notiziari internazionali continuano a riempire quotidianamente le nostre case con immagini strazianti di guerre, bombardamenti, povertà estrema e conflitti sanguinosi (dal cuore dell’Europa fino alle macerie del Medio Oriente), c’è un’altra Italia che si muove in rigoroso silenzio. È un’Italia giovane, coraggiosa, che non si arrende all’indifferenza e che ha deciso di rispondere all’odio dilagante in modo rivoluzionario: mettendo il proprio corpo, il proprio tempo e la propria empatia al servizio degli “ultimi” del pianeta. Da venerdì 18 settembre prende infatti ufficialmente il via il Servizio Civile Universale 2026-2027 promosso dalla Focsiv, un progetto titanico che vedrà la partenza di quasi 800 giovani volontari italiani, pronti a trasformarsi in veri e propri “costruttori di pace”.

Una scelta coraggiosa contro la guerra e l’ingiustizia

La partenza di questo formidabile esercito pacifico sarà divisa in due scaglioni strategici: i primi 200 volontari inizieranno il loro preziosissimo cammino già da questo venerdì, operando all’interno di progetti sparsi in ben 14 regioni d’Italia. Il contingente più imponente, formato da circa 600 ragazzi (i celebri e amatissimi “Caschi Bianchi”), preparerà invece gli zaini per oltrepassare i confini nazionali a partire dal 9 ottobre, sbarcando in una cinquantina di Paesi distribuiti in tutti e cinque i continenti, dall’Africa all’America Latina, fino all’Asia e al Medio Oriente.
A sottolineare il valore umano inestimabile di questa mobilitazione è Ivana Borsotto, instancabile presidente della Focsiv: “In un contesto internazionale profondamente ferito, dove ingiustizia e conflitti dominano la cronaca, i nostri enti continuano a operare silenziosamente. Siamo fermamente convinti che la cooperazione, il confronto onesto e la relazione umana con tutti i popoli della Terra siano la base imprescindibile per la costruzione di una pace vera e duratura”.

Il progetto in Italia: l’impegno civile per gli invisibili

Il lavoro che attende i 200 volontari rimasti in Italia non è certo meno faticoso o meno cruciale di quello internazionale. Nelle nostre città, troppo spesso distratte dal consumismo, si annidano enormi sacche di disperazione e solitudine. Come evidenzia orgogliosamente la Borsotto, questi ragazzi moltiplicheranno i loro sforzi per garantire la giustizia sociale direttamente sui nostri territori.
Saranno chiamati a sporcarsi le mani per promuovere l’inclusione sociale attraverso lo sport, ad affiancare quotidianamente le categorie più fragili (come anziani soli o persone con disabilità) e a supportare a livello umano e logistico chi è arrivato nel nostro Paese sfuggendo dalla miseria, spinto dalla fame e dalla totale assenza di diritti umani. Diventeranno i guardiani silenziosi della nostra umanità.

L’esercito dei Caschi Bianchi: 600 ragazzi sparsi per il globo

L’orgoglio più grande per Focsiv, quest’anno, è aver raggiunto un traguardo storico: 640 posti messi a bando per i progetti all’estero, il numero più alto mai raggiunto finora dall’organizzazione. È la prova lampante che i giovani italiani (fino a 29 anni) hanno ancora una fame disperata di valori veri e di solidarietà internazionale. Nei villaggi sperduti dell’Africa o nelle baraccopoli del Sud America, questi ragazzi rappresenteranno “nuovi semi di speranza nel mondo”, lavorando per la tutela, l’alfabetizzazione e l’empowerment delle comunità più povere del pianeta.

La difesa non armata della Patria: il vero senso del Servizio Civile

Ma cosa spinge un ragazzo di vent’anni a lasciare le comodità di casa per affrontare un anno di fatiche e sacrifici? La risposta la fornisce Donato Argentiero, coordinatore dell’Ufficio Formazione di Focsiv, ricordandoci il valore etico e profondo di questa scelta: “Il Servizio Civile Universale va inquadrato all’interno di una scelta precisa di difesa della Patria, ma in modo non armato e totalmente nonviolento”.
Non è un semplice anno “sabbatico” o un’avventura giovanile, ma una vera e propria scuola di vita comunitaria. Attraverso percorsi di formazione generale e specifica, i ragazzi verranno accompagnati in un cammino di scoperta del mondo che li cambierà per sempre. Partiranno per aiutare gli altri, ma torneranno in Italia arricchiti di un bagaglio umano e professionale incalcolabile, pronti a rendere la nostra società un posto infinitamente migliore.

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Lifestyle

Oblio, il tempo della dignità

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a

Letizia Bonelli

Redazione-  Mi occupo di diritto all’oblio da anni e con il tempo, ho compreso che dietro questa espressione apparentemente tecnica esiste qualcosa di immensamente umano,
esistono le persone.
Esistono le loro storie, gli errori, le cadute, le ingiustizie subite, le vicende giudiziarie concluse, le assoluzioni, le archiviazioni, ma soprattutto esiste tutto quello che viene dopo, ed è proprio quel “dopo” che Internet, troppo spesso, non riesce a vedere.
La rete possiede una memoria straordinaria, ma non conosce il significato del tempo come lo conosciamo noi. Conserva una notizia di molti anni fa accanto a quella pubblicata questa mattina. Le rende entrambe raggiungibili in pochi secondi e può restituire il passato di una persona come se fosse ancora il suo presente.
L’essere umano, invece, vive nel tempo, cambia, cresce, comprende.
A volte sbaglia e paga per i propri errori, altre volte viene coinvolto in vicende dalle quali esce senza responsabilità. Ricostruisce la propria vita, crea una famiglia, trova un nuovo lavoro, recupera credibilità, costruisce relazioni, attraversa dolore e fatica e diventa una persona diversa.
La vita va avanti, internet, qualche volta, rimane indietro;
è in questa distanza che io colloco il senso più autentico del diritto all’oblio.
Non considero il diritto all’oblio uno strumento per cancellare la storia e non credo che debba diventarlo. La memoria collettiva, la libertà di stampa, il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini a essere informati sono conquiste fondamentali e devono essere tutelati,
ma anche la dignità lo è.
Ed esiste un momento nel quale continuare a riproporre un fatto ormai lontano, privo di un interesse pubblico attuale, può non significare più informare. Può significare continuare a definire una persona attraverso un frammento della sua esistenza.
Un essere umano, però, non è un frammento.
Non è un titolo di giornale.
Non è una pagina indicizzata.
Non è il primo risultato che compare digitando nome e cognome.
Questa è forse la parte più importante del mio lavoro e anche quella che più difficilmente può essere spiegata attraverso una norma.
Dietro uno schermo arrivano vite vere.
Persone che hanno ricominciato e che scoprono che il loro passato continua ad arrivare prima di loro. Prima di un colloquio di lavoro. Prima di un incontro professionale. Prima di una nuova relazione. Prima ancora che qualcuno abbia avuto il tempo di conoscerle.
In quei momenti comprendo quanto la reputazione digitale non appartenga più soltanto al mondo virtuale.
Può entrare nella vita reale e modificarla.
Per questo il diritto all’oblio richiede equilibrio, responsabilità e grande attenzione. Non tutto può essere cancellato e non tutto deve esserlo. Ogni situazione ha la propria storia e deve essere valutata nel rispetto della legge, dell’interesse pubblico e della libertà di informazione.
Ma credo altrettanto profondamente che il tempo debba avere un valore anche nel mondo digitale.
Perché il tempo non serve soltanto a far diventare vecchie le notizie.
Serve agli esseri umani per diventare nuovi.
Oggi questa riflessione diventa ancora più importante con l’intelligenza artificiale. Stiamo costruendo tecnologie capaci non soltanto di conservare informazioni, ma di collegarle, interpretarle e utilizzarle per restituire una rappresentazione di noi.
È una possibilità straordinaria, ma porta con sé una responsabilità altrettanto grande.
Il futuro digitale che immagino non è un futuro senza memoria.
È un futuro con una memoria più giusta.
Una memoria capace di conservare la storia senza trasformarla in una condanna. Capace di distinguere ciò che continua ad avere valore per la collettività da ciò che appartiene ormai alla storia personale di qualcuno. Capace, soprattutto, di riconoscere che l’identità umana non è immobile.
Io credo nelle seconde possibilità.
Credo nella capacità delle persone di cambiare, di rialzarsi, di ricostruire.
Credo che una società evoluta non si misuri soltanto dalla quantità di informazioni che riesce a conservare, ma anche dalla capacità di utilizzarle senza togliere agli esseri umani la possibilità di avere un futuro.
È questo, per me, il significato più profondo del diritto all’oblio.
Non cancellare una vita.
Non negare ciò che è accaduto.
Non riscrivere la storia,
ma restituire al tempo il suo valore e alla persona la sua interezza; perché noi siamo anche ciò che abbiamo vissuto, certamente.
Ma siamo soprattutto ciò che abbiamo scelto di diventare dopo e nessuna tecnologia dovrebbe privare un essere umano della possibilità di scrivere la parte migliore della propria storia.

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