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Il Circo M. Orfei sbarca a Vasto Marina: uno show internazionale

Archi celebra il centenario del Monumento ai Caduti: venerdì 7 agosto in piazza Marconi va in scena lo spettacolo gratuito “Il nome che non c’è”. 🎭

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Tenda circo

Vasto Marina – Nel panorama dello spettacolo dal vivo e delle grandi produzioni itineranti che animano le coste della penisola durante la stagione estiva, l’arte della pista circolare continua a proporsi come uno dei presìdi di intrattenimento più amati dalle famiglie e dai turisti. Le spiagge e le piazze della costa adriatica abruzzese si apprestano ad accogliere uno degli eventi più attesi dell’anno. Da martedì 11 a domenica 23 agosto 2026, la carovana del celebre Circo M. Orfei di Darix Martini accenderà i riflettori delle proprie strutture lungo la Strada Statale 16 Adriatica a Vasto Marina, nella provincia di Chieti. Si tratta di una produzione di altissimo livello, riconosciuta come uno degli spettacoli più imponenti attualmente in tournée in Italia, concepita per regalare oltre due ore di magia, adrenalina e stupore a un pubblico trasversale composto da bambini, giovani e adulti.

I trapezisti di Monte Carlo e le stelle del Festival di Latina

Il valore artistico della messinscena è testimoniato dalla presenza nel programma di interpreti pluripremiati nei più importanti concorsi agonistici del mondo, a cominciare dal celebre Festival Internazionale del Circo di Monte Carlo. Sotto il grande tendone si esibiranno i Flying Martini con i loro spettacolari lanci al trapezio, affiancati da Crazy Wilson e dalla sua mozzafiato Ruota della Morte. Un ruolo di primo piano sarà affidato a Yury e Alexis, una coppia di giovani talenti che ha conquistato il Premio Oro all’Italian Circus Talent Festival di Latina. Una menzione speciale è dedicata a Miss Dayana Martini, vincitrice della rassegna laziale con un suggestivo numero di cavalli bianchi in libertà, un’esibizione che unisce eleganza e straordinaria intesa tecnica, deostruendo la rigidità della vecchia scuola per proporre un linguaggio visivo fresco e moderno.

Il leone bianco di Giorgio Piazza e la cura dei settanta animali

Accanto ai salti dei saltatori e alle prodezze dei giocolieri, il festival riserva un’ampia sezione dedicata al rapporto e alla conoscenza ravvicinata con la natura e il mondo animale. La grande carovana del circo comprende oltre settanta esemplari, accuditi e guidati in pista con amore da Stefano, noto al pubblico con il titolo di Amico degli Animali. Tra le attrazioni più attese si registrano gli elefanti d’Europa presentati dalla famiglia Errani, le foche e i pinguini portati dalla scuderia della famiglia Dusky e i grandi felini di Giorgio Piazza, che presenta in esclusiva un maestoso leone bianco. La cura quotidiana e il benessere delle specie sono garantiti dai protocolli interni dell’organizzazione, che opera in stretta sinergia con i veterinari per assicurare il rispetto e la salute di ogni componente dello zoo viaggiante.

La grande orchestra dal vivo e il tributo speciale al fenomeno K-Pop

Un elemento di grande spessore qualitativo che differenzia questo spettacolo dalle comuni produzioni commerciali risiede nella presenza di una vera e propria orchestra dal vivo, composta da otto maestri musicisti. La band accompagnerà in tempo reale ogni singola esibizione, adattando i ritmi, i fiati e l’andamento dei volteggi in aria e ai momenti di massima tensione acustica, regalando alla platea un’atmosfera calda e coinvolgente. Ma le sorprese per i cittadini di Vasto e della vicina Casalbordino non finiscono qui: nelle giornate di domenica 18 e venerdì 23 agosto, il programma ospiterà una performance in prima assoluta in tour, un tributo musicale dal vivo interamente dedicato al fenomeno globale del K-Pop, capace di portare in pista le coreografie e l’energia del pop coreano che sta conquistando milioni di fan.

Il comfort dello chapiteau e la prenotazione dei biglietti online

La struttura espositiva e ricettiva del circo è stata progettata per garantire i massimi standard di comfort e sicurezza h24 ai frequentatori. Il grande chapiteau dispone di un impianto di condizionamento flessibile, di un’ampia sala hall d’ingresso accogliente e di un bar ben attrezzato per il ristoro delle famiglie, dove i visitatori possono ammirare da vicino le fotografie storiche, le coppe e i riconoscimenti internazionali ricevuti dalla direzione nel corso degli anni. Al fine di evitare i labirinti delle code alle casse e assicurarsi i posti migliori nelle prime file nel rispetto delle regole di afflusso, la direzione ha attivato una collaborazione con la piattaforma digitale www.primafilaticket.it, dove i clienti possono pre-acquistare la prenotazione online in modo rapido e trasparente per poi saldare la quota restante direttamente ai botteghini dello spettacolo.

Il valore sociale del circo come presidio di socialità e aggregazione

In ultima analisi, l’arrivo della grande carovana di Darix Martini a Vasto Marina rappresenta una risorsa strategica per il turismo d’esperienza e genera ricadute lineari e tangibili sull’economia di vicinato della provincia chietina. Sradicare i ragazzi, i minori e gli anziani dalla solitudine domestica indotta dall’abuso degli schermi digitali e delle reti virtuali per ricondurli nella ritualità dell’incontro sotto la tenda costituisce un pilastro importante per la coesione civile e per il benessere psicofisico della comunità. La cooperazione tra i gestori del circo, l’amministrazione comunale e la cittadinanza rimane la via maestra per tutelare un patrimonio immateriale unico al mondo, dimostrando che il futuro dell’intrattenimento sano passa dalla capacità di unire il merito del talento individuo al calore delle emozioni condivise all’aria aperta.

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Luigi Zeno sbarca su Netflix: protagonista nella serie Minerva

Luigi Zeno arriva su Netflix dal 22 settembre con “Minerva – La Scuola”: la serie generazionale ambientata in un liceo militare di Napoli. 🎬 📺

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Minerva Lugi

Napoli – Nel panorama dell’audiovisivo contemporaneo, lo sviluppo delle piattaforme digitali e l’ascesa di nuove produzioni seriali dedicate al mondo dell’adolescenza e della formazione giovanile rappresentano leve fondamentali per il rilancio dell’industria creativa nazionale. A partire da martedì 22 settembre 2026, il catalogo mondiale di Netflix si arricchirà di un nuovo e atteso titolo: “Minerva – La Scuola”. La serie televisiva si offre agli spettatori come un racconto generazionale intenso, contemporaneo e ricco di sfumature emotive, concepito per esplorare le fragilità e le speranze dei ragazzi di oggi. Tra i protagonisti assoluti del cast spicca il talento di Luigi Zeno, un volto emergente già pluripremiato come Miglior Giovane Attore Italiano, la cui interpretazione ha attirato l’attenzione della critica specializzata per la profondità e il rigore espressivo impressi sul set.

La formazione al Cinema Fiction e il debutto sulla piattaforma Netflix

Il percorso professionale di Luigi Zeno testimonia l’importanza dello studio costante e della preparazione metodologica per farsi strada nel difficile mondo del cinema e della serialità televisiva. Il giovane interprete ha costruito le proprie basi tecniche e interpretative frequentando i corsi della scuola “Cinema Fiction”, un presidio didattico d’eccellenza che da anni seleziona e forma i migliori talenti del territorio campano. La solidità di questa preparazione gli ha permesso di affrontare con naturalezza la transizione verso contesti produttivi di livello internazionale, fino a conquistare un ruolo centrale in questa nuova scommessa di Netflix. Il momento d’oro dell’attore è confermato anche dai suoi impegni più recenti: in questi giorni, infatti, Zeno si trova già al lavoro su un nuovo e importante set cinematografico per una produzione della Rai.

Il liceo militare di Napoli tra alzabandiera e passioni proibite

L’architettura narrativa di “Minerva – La Scuola” sceglie come sfondo un’ambientazione insolita, affascinante e carica di suggestioni storiografiche: un rigido liceo militare situato nel cuore di Napoli, un microcosmo regolato da norme severe che deostruiscono i comfort della vita moderna dei ragazzi. Le giornate dei giovani cadetti sono scandite da ritmi inflessibili, con la sveglia all’alba, la solenne cerimonia dell’alzabandiera, le lezioni di tattica sul campo, la scherma e il divieto assoluto di utilizzare i telefoni cellulari. All’interno di questa fortezza di rigore, la trama intreccia le vicende degli studenti alle prese con i primi amori proibiti, con le competizioni interne e con la ricerca della propria identità, offrendo alle famiglie e al pubblico una riflessione profonda sul delicato passaggio verso l’età adulta.

Il personaggio di Leonardo e il cammino segreto delle sue certezze

All’interno del reticolo di storie che attraversano la serie, la figura di Leonardo, il personaggio interpretato da Luigi Zeno, è destinata a lasciare un’impronta profonda nella mente dei telespettatori. Leonardo fa il suo ingresso nell’accademia militare protetto da un bagaglio di convinzioni che sembrano granitiche e inscalfibili, ma che nascondono in realtà un mondo interiore complesso e irrisolto. Un singolo episodio, un gesto spontaneo o un semplice sguardo incrinano improvvisamente le sue difese, dando il via a un percorso psicologico ed enigmatico che lo costringerà a confrontarsi con i propri limiti e con i sentimenti degli altri. L’evoluzione del ragazzo non viene spiegata attraverso lunghi monologhi didascalici, ma si percepisce scena dopo scena, permettendo al pubblico di assaporare il mistero di un’anima in trasformazione.

Il ruolo degli adulti e il confronto intergenerazionale nella scuola

La forza e l’originalità del racconto risiedono nella capacità degli sceneggiatori di non limitarsi alla sola descrizione del mondo degli adolescenti, ma di dedicare un’ampia sezione critica alla figura degli adulti, rappresentati dagli ufficiali in divisa e dagli insegnanti civili. Questi educatori, investiti della responsabilità di formare il carattere e la disciplina dei minori, si rivelano a loro volta uomini e donne fragili, segnati da conflitti interiori e responsabilità domestiche e professionali complesse. Il confronto quotidiano tra la severità dei formatori e le ribellioni degli allievi trasforma la scuola in un salotto culturale vivo, dove l’ascolto reciproco e la mediazione diventano gli unici strumenti utili per superare le barriere dell’incomprensione e favorire lo sviluppo di una comunità unita.

L’impatto sociale della serialità d’autore contro la solitudine digitale

In ultima analisi, il debutto di Minerva su Netflix si offre alla società civile come una preziosa occasione per stimolare il dialogo all’interno delle famiglie e per riflettere sui valori della condivisione reale. Sradicare i giovani e i minori dall’isolamento biologico indotto dall’abuso delle reti virtuali per ricondurli, attraverso il racconto artistico, alla ritualità del confronto basato sul merito, sul rispetto delle regole e sul valore dell’impegno civile costituisce il pilastro più efficace del moderno welfare culturale. Le dichiarazioni cariche di gioia rilasciate da Luigi Zeno per l’imminente uscita della serie confermano l’entusiasmo di un intero comparto di lavoratori dello spettacolo: la cooperazione trasparente tra le piattaforme mondiali e il capitale umano dei nostri artisti rimane la via maestra per garantire un domani ricco di speranza e creatività alle future generazioni del Paese.

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Il Circo Paolo Orfei sbarca a Scalea con lo show Africa

Il Circo Paolo Orfei arriva a Scalea dal 7 al 30 agosto: lo show “Africa” tra elefanti premiati a Monte Carlo e il brivido dell’Horpus Circus. 🎪 🐘

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Ippopotami

Scalea – Nel vivo della stagione estiva, quando le località costiere della penisola si popolano di turisti e famiglie in cerca di svago e intrattenimento culturale di qualità, le grandi produzioni dello spettacolo itinerante tornano a essere protagoniste. La splendida riviera dell’alto Tirreno calabrese si appresta ad accogliere una delle manifestazioni circensi più imponenti e attese dell’anno. Da venerdì 7 a domenica 30 agosto 2026, la città di Scalea ospiterà le strutture del celebre Circo Paolo Orfei, che presenterà al pubblico la sua produzione di straordinario successo intitolata “Africa, Il Regno Animale”. Riconosciuto per le sue dimensioni e per la qualità degli artisti in cartellone, lo spettacolo, diretto con passione dalla storica famiglia Martino-Dell’Acqua, promette di regalare ore di autentica magia, adrenalina e divertimento pulito all’aria aperta a spettatori di ogni fascia d’età.

I giganti della savana premiati a Monte Carlo e le tigri bianche

Il valore artistico e il prestigio internazionale della produzione sono garantiti dalla presenza in pista di attrazioni pluripremiate nei più importanti contesti mondiali della categoria. I veri protagonisti della pista circolare saranno i giganti della savana: gli elefanti della famiglia Gartner, le cui esibizioni e prodezze acrobatiche hanno conquistato nel tempo i massimi riconoscimenti all’interno del celebre Festival Internazionale del Circo di Monte Carlo. La loro imponente presenza scenica saprà catturare fin dai primi istanti l’attenzione dei bambini e dei genitori. Accanto a queste meravigliose creature, il pubblico potrà ammirare da vicino i maestosi felini presentati dall’addestratore Francesco Berosini, che porterà sotto il grande tendone un gruppo di splendide tigri bianche, unendo la forza dei predatori a una tecnica di intesa e rispetto reciproco di altissimo livello.

Evoluzioni aeree con Rita De Angelis e lo spettacolo dei Macaggi

Sotto la direzione artistica di Niky Martin, il palinsesto del Circo Paolo Orfei si sviluppa come un affresco corale in cui ogni singola specialità esecutiva dialoga con l’emozione degli spettatori. Le esibizioni esotiche e acquatiche si alterneranno alle evoluzioni aeree della giovane e brillante Rita De Angelis, capace di sfidare la gravità sospesa a diversi metri dal suolo, e al numero di alta cavalleria curato con eleganza da Genny Martino. Il divertimento e il ritmo della serata saranno garantiti dal carisma di Desiree Royal e dal suo entusiasmante numero con l’hula hop, dalle prodezze del giovane e spericolato Primo De Angelis, abile acrobata al filo teso, e dal lirismo aereo di Desiree Pirlo ai tessuti. Spazio poi alla comicità dei clown, ai giochi di prestigio e alle illusioni del celebre spettacolo dei Macaggi, fino a giungere all’attrazione visiva della donna laser, Michelle, unica nel suo stile per l’uso coreografico di luci e colori.

Il brivido thriller di Oblio Horror Circus ed il riposo del 26 agosto

Per arricchire ulteriormente l’offerta e andare incontro ai gusti del pubblico giovanile e degli amanti del brivido, l’organizzazione ha previsto tre appuntamenti speciali ad alta intensità emotiva. Nelle giornate di sabato 15, domenica 16 e sabato 22 agosto, l’atmosfera dello chapiteau si trasformerà radicalmente per ospitare, in via del tutto esclusiva nei due set delle ore 18:30 e delle 21:15, le performance in chiave horror-thriller dell’Oblio Horror Circus. Per quanto riguarda la programmazione ordinaria di “Africa”, gli spettacoli si terranno tutti i giorni alle ore 21:15, mentre il sabato e la domenica è previsto il doppio appuntamento pomeridiano e serale. Le famiglie e i bambini avranno inoltre la possibilità di visitare lo zoo e i settanta animali del circo la domenica e i giorni festivi, dalle ore 10:00 alle ore 13:00, ricordando che mercoledì 26 agosto la pista osserverà un turno di riposo per consentire lo svolgimento di alcune importanti riprese televisive.

La logica della prenotazione su Prima Fila Ticket per saltare la fila

La grande struttura del circo, dotata di tutti i comfort e allestita lungo la Strada Statale 18 in direzione Santa Maria del Cedro, è stata progettata per assicurare un’accoglienza impeccabile ai visitatori. Al fine di evitare le attese prolungate sotto il sole e garantire la certezza del posto a sedere all’interno delle tribune o nelle poltrone delle prime file, la direzione ha attivato una collaborazione formale con il portale digitale www.primafilaticket.it. Attraverso questa piattaforma trasparente e sicura, i cittadini onesti possono pre-acquistare comodamente online la propria ricevuta di prenotazione, stampandola o conservandola sul proprio smartphone, per poi presentarsi direttamente alla cassa dedicata ed effettuare il saldo della quota restante senza subire l’asfissia delle code al botteghino.

Il valore del circo tradizionale come dinamo di coesione sociale

In ultima analisi, l’arrivo della grande carovana di Niky Martin sul litorale cosentino rappresenta un’importante risorsa strategica per il turismo d’esperienza della provincia e genera ricadute felici e tangibili sull’intero indotto del commercio di vicinato, della somministrazione e dei servizi locali. Sradicare i ragazzi, i minori e gli anziani dalla solitudine domestica indotta dall’abuso degli schermi digitali e delle reti virtuali, per ricondurli nella dimensione comunitaria dell’incontro sotto il tendone a condividere un momento di stupore sincero, costituisce un pilastro importante per la coesione civile della comunità. La cooperazione trasparente tra la direzione del circo, l’amministrazione comunale di Scalea e i residenti rimane la via maestra per tutelare un patrimonio immateriale unico al mondo, dimostrando che il domani dello spettacolo pulito dipende dalla capacità di unire il merito del talento al calore delle relazioni umane.

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Maria Teresa Liuzzo novella saffo di Calabria

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Maria Teresa Liuzzo

Prof. Antonio Catalfamo (Università degli Studi di Messina- studioso di Cesare Pavese)

Redazione-  Maria Teresa Liuzzo è da tanti anni presente nel campo delle lettere, come poetessa e come autrice di opere in prosa, come operatrice culturale, impegnata, segnatamente, nella direzione della rivista «Le Muse». E’ nata ed è sempre vissuta in Calabria e questo dato biografico riveste notevole importanza, perché ha fortemente influenzato il suo modo d’essere, la sua grande carica vitale, la sua cultura, che affonda le radici in quelle ultramillenarie della sua terra, e, segnatamente, nella «grecità», che Cesare Pavese, durante il confino a Brancaleone Calabro, ha voluto sottolineare nello scambio epistolare con familiari ed amici e, in particolare, in una lettera alla sorella del 27 dicembre 1935: «La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca. Persino le donne che, a vedermi disteso in un campo come un morto, dicono “Este u’ confinatu’, lo fanno con una tale cadenza ellenica che io mi immagino di essere Ibico e sono bell’e contento».

Una «grecità» che sopravvive non solo nella cortesia dei calabresi e nei colori del paesaggio, ma anche nella dimensione “mitica” che è persistente in questa terra, ben rappresentata, nella sua “ripetitività”, dalle donne di una bellezza selvaggia che portano anfore in equilibrio sulla testa e dal suono della cornamusa, che rimanda, oltre che a Paride, «simile a un dio», alla musicalità poetico-evocativa di Ibico, che nacque proprio nel reggino, che fu amato e tradotto dallo stesso Pavese, e che ebbe fama meritata di poeta erotico. Scrive, ancora, Pavese: «Fa piacere leggere la poesia greca in terre dove, a parte le infiltrazioni medioevali, tutto ricorda i tempi che le ragazze ὑδρευούσαι si piantavano l’anfora in testa e tornavano a casa a passo di cratère. E dato che il passato greco si presenta attualmente come rovina sterile ‒ una colonna spezzata, un frammento di poesia, un appellativo senza significato ‒ niente è più greco di queste regioni abbandonate. I colori della campagna sono greci. Rocce gialle o rosse, verde chiaro di fichindiani e agavi, rosa di oleandri e gerani, a fasci dappertutto, nei campi e lungo la ferrata, e colline spelacchiate brunoliva. Persino la cornamusa ‒ il nefando strumento natalizio ‒ ripete la voce tra di organo e di arpa che accompagnava gli ozi di Paride θεοειδής, quando sui pascoli dell’Ida mangiava il formaggio delle sue pecore e sognava gli amori di Ἑλένης λευκελένου».

Non è un caso che Pavese, in questo clima, abbia ripreso la grammatica e il dizionario per approfondire lo studio dei classici greci e, in particolare, del mito, con le sue proiezioni nel presente.

Questa «grecità» e questa dimensione mitica ed erotica, che pervade la sua Calabria e, nel complesso, la Magna Grecia, si riverbera su tutta l’opera di Maria Teresa Liuzzo e, in particolare, sulla raccolta di versi qui presentata: In veglia d’armi e di parole (A.G.A.R., Reggio Calabria, 2023). Credo che si possa parlare, con riferimento alla Liuzzo, di una novella Saffo. La poetessa di Lesbo è stata studiata sino ad oggi in maniera non sempre adeguata, analizzando la sua esperienza esistenziale, letteraria e pedagogica senza coglierla in tutta la complessità che l’ha caratterizzata. Il tiaso, la comunità da lei guidata, ha avuto obiettivi di natura educativa, letteraria e religiosa. Sarebbe riduttivo considerarlo un semplice luogo di trasgressione e di perversione fine a se stesso. E’ stato espressione di un mondo greco nel quale la dimensione erotica era un momento fondamentale del processo conoscitivo umano ed aveva una funzione accentuatamente pedagogica. Lo stesso rapporto educativo veniva concepito come un rapporto erotico, come dimostra il tipo di relazione che avevano tra di loro i grandi filosofi, il maestro e l’allievo. Platone, nel Simposio, afferma che «solo gli uomini attratti da altri uomini sono i migliori, perché amano ciò che è loro simile, raggiungono la pienezza dell’essere».

Lo «scandalo» suscitato dal tiaso di Saffo è, dunque, uno scandalo postumo, che decontestualizza quell’esperienza profondamente integrata nel mondo greco e nei suoi valori. Saffo è educatrice, amante delle sue allieve, «sacerdotessa» nell’ambito del culto di Afrodite. Vive la sua esperienza con assoluta naturalezza. Non cerca lo «scandalo».

Neanche Maria Teresa Liuzzo cerca lo scandalo, a differenza di tante altre scrittrici che di esso hanno fatto una professione e, per questa via, hanno avuto successo. Per lei, come per Saffo e tanti altri autorevoli rappresentanti della cultura greca classica, l’Eros è il primo stadio di un processo conoscitivo che sfocia poi nella scienza e nella poesia, che sta all’inizio e alla fine dell’esistenza umana. I primi storici e i primi filosofi sono stati poeti e Ugo Foscolo ci ha insegnato nei Sepolcri che quando la civiltà umana finirà, magari a causa di una deflagrazione nucleare (possiamo aggiungere noi, col senno di poi), la funzione eternatrice dei suoi valori spetterà, per l’appunto, alla poesia.

L’Eros non è “urlato” nei versi della Liuzzo, traspare attraverso l’uso sapiente delle metafore, che, però, non diventano mai incomprensibili, come lo sono spesso nella poesia contemporanea. Il rapporto simbolico con la realtà è sempre visibile per il lettore accorto, che si sforza di capire e non si aspetta di essere imboccato dall’autore. La lettura è studio, è sforzo, ma, alla fine, il gioco deve valere la candela, il risultato conoscitivo deve essere all’altezza della fatica affrontata.

Elio Vittorini racconta che, da giovane anarchico, assieme ai suoi compagni libertari siciliani, del tutto “illetterati”, iniziò il suo percorso conoscitivo leggendo La Scienza Nuova di Giambattista Vico. La prima volta non capirono nulla, la seconda cominciarono a capire qualcosa. Alla millesima lettura capirono tutto.

Così il lettore, leggendo e rileggendo le poesie di Maria Tersa Liuzzo, scoprirà che il protagonista dei suoi versi è l’amore, vissuto in tutte le sue sfaccettature. Amore come gioia, ma anche come dolore. E’ stato Guido Cavalcanti, in Donna me prega, a dirci che l’amore non è, come lo concepiva Dante, un processo gioioso, lineare, che porta a Dio, ma è un “destino” doloroso, al quale nessun uomo può sottrarsi. E l’effetto del dolore si vive sia che lo si assecondi sia che lo si contrasti o si cerchi di rimuoverlo.

In Maria Teresa Liuzzo questa componente del dolore amoroso è fortemente presente, sia nei suoi versi che nei suoi romanzi, così come in Cavalcanti e, ancora a ritroso nei secoli, in Saffo, che ha goduto e sofferto per il suo amore ambivalente per gli uomini e per le ragazze della sua comunità, insieme etica, religiosa e trasgressiva.

Evidentemente Maria Teresa Liuzzo ha sofferto molto nella sua vita reale, il suo amore è rimasto inappagato, a causa dell’incomprensione che circonda le anime elette e fortemente sensibili, talvolta addirittura “violentato”, vilipeso. Ma lei ha continuato a seminare amore, instancabilmente, e continuerà a farlo fino all’esalazione dell’ultimo respiro. Amore come esperienza carnale e, nel contempo, “spirituale”. Amore come esperienza culturale, perché la poesia ha una funzione moltiplicativa della realtà, serve ad arricchirla di nuove prospettive, come se fosse una stanza con pareti tappezzate di specchi, che “deformano” la realtà, ma la rendono, nel contempo, prismatica, proponendo un’infinità di prospettive.

Ed è questa visione totale dell’amore, della poesia e della realtà che fa di Maria Teresa Liuzzo una proiezione in avanti, nei secoli, di Saffo, della sua concezione generale della vita e dell’arte, e della sua «grecità», perché, come ci ha insegnato un grande filosofo e filologo studioso del mondo classico, Mario Untersteiner, il mito greco, parlando di dei, semidei ed eroi, in realtà parla dei problemi eterni degli uomini e delle donne, è un modo di ragionare «in universali» (per dirla con Pavese) su di essi e sulla loro esistenza.

Abbiamo già detto della componente dolorosa della visione che Maria Teresa Liuzzo ha dell’amore e della vita in generale e di quanto essa sia legata alla sofferenza effettiva che la poetessa ha dovuto sopportare nel corso della sua travagliata esistenza, a partire dall’infanzia e dagli anni giovanili. Ha scritto Walter Benjmin a proposito dell’Angelus Novus di Paul Klee: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo guardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Benjamin ha voluto così contestare le interpretazioni ottimistiche della storia, vista come infinito progresso, che si realizza meccanicamente ed inesorabilmente, le «magnifiche sorti e progressive» di cui parla il Leopardi. «L’angelo della storia», per l’appunto, cerca di lasciarsi alle spalle le macerie del passato, di arginarle con le sue ali. Ma un vento di tempesta spira dal paradiso, evidentemente in attuazione di un disegno divino, e spinge in avanti le rovine, proiettandole nel presente e nel futuro, in maniera tale che l’umanità non possa archiviarle, togliersele dalla vista e dai pensieri.

Così il passato di sofferenze e dolore rimane presente a Maria Teresa Liuzzo, s’impone in tutta la sua evidenza, è tutt’altro che un semplice ricordo, bensì realtà viva, che brucia ancora le sue carni, ossessiona i suoi pensieri. Ma la poetessa con si arrende a questa presenza. Il titolo della raccolta che qui esaminiamo è, in tal senso, significativo. L’autrice non si arrende al male del mondo, reagisce ad esso con l’«arma» della «parola», vale a dire della poesia, la più potente che esista. Non si sente impotente di fronte ad un presunto «destino», come l’Angelus Novus nella rappresentazione che ne dà Walter Benjamin. Allarga le ali della poesia, contrasta il male, seppur inevitabile, col bene, che diffonde a piene mani tra gli uomini e le donne con i suoi versi e con la sua opera intensa di divulgazione culturale, attraverso la rivista «Le Muse», da lei autorevolmente diretta, e la casa editrice A.G.A.R. di Reggio Calabria, di cui è animatrice.

Ha scritto Pavese in una pagina del suo diario, Il mestiere di vivere, datata 18 ottobre 1942: «L’ubris è il conoscere un oracolo e non tenerne conto». Il termine ubris viene interpretato dallo scrittore piemontese nel senso di «ribellione», «sfrontatezza». Maria Teresa Liuzzo ha sperimentato in prima persona l’esistenza del male nel mondo umano, la componente dolorosa dell’amore, accanto a quella gioiosa. Un’esistenza che è ineliminabile, configurandosi quasi come un «destino», al pari del mito greco. Ma sente dentro di sé un moto di «ribellione» a questo «destino», che trova nelle «parole» della «poesia» l’«arma» più efficace di combattimento. E, allora, l’arte, come nei tragici greci, diventa “corpo a corpo” con la realtà, per contrastare il male e sostenere il bene. Riemerge in tutto ciò la «grecità», la classicità. E qui ci sovviene il pensiero di un grande studioso del mondo classico, Concetto Marchesi, secondo il quale la storia è fondata sull’eterno conflitto dialettico tra bene e male, nella consapevolezza che, anche quando il bene si afferma, la sua vittoria è provvisoria, perché il male è sempre lì in agguato, cova sotto la cenere, sempre pronto a riemergere con la sua forza distruttiva.

Maria  Teresa Liuzzo ha certamente fatto i conti con il suo conterraneo Ibico e, nel contempo, con Saffo. Di questo confronto rimangono tracce indelebili nella sua poesia. Ad entrambi i poeti greci rinviano «la profonda intensità del sentimento» amoroso e «l’appassionata contemplazione della natura», le due caratteristiche fondamentali che Gennaro Perrotta individua sia nell’opera di Ibico che in quella di Saffo, con una differenza: nel poeta reggino troviamo maggiore «opulenza», vale a dire maggiore irruenza. Maria Teresa Liuzzo riesce a coniugare la «semplicità» e la «grazia» della poetessa di Lesbo con la dimensione «tempestosa» dell’amore che domina Ibico, al quale ci rimanda pure la persistenza indomabile della passione amorosa in tutte le età della vita. Scrive Gennaro Perrotta a proposito di un frammento di Ibico: «Il poeta, già vecchio, vede di nuovo, pieno di spavento, avvicinarsi l’amore, e insidiarlo con ogni sorta d’incantesimi e gettarlo nelle sue reti inestricabili; e paragona sé stesso a un corsiero, tante volte vittorioso, che, già presso a vecchiaia, contro voglia scende di nuovo nell’agone. Il paragone diventerà celebre per le imitazioni di Ennio e di Orazio, che lo riferiranno non all’amore, ma alla loro attività poetica. Ma soltanto in Ibico l’immagine è potente; com’è potente l’immagine di Eros che lo guarda languidamente per vincerlo col fascino voluttuoso degli occhi».

Nella poesia di Maria Teresa Liuzzo troviamo la stessa potenza dirompente dell’Eros, che persiste anche nell’età matura, alla quale la poetessa è giunta. Questa potenza è tale che ci fa presupporre che non si spegnerà presto e che continuerà a galoppare, come un «corsiero», nei versi che la poetessa ci donerà nelle prove che verranno.

Il nome Ibico deriva dall’uccello ἶβυξ, simile alla gru. E Maria Teresa Liuzzo continuerà a librarsi nell’aria, come una gru, con i suoi versi potenti e, insieme, leggeri, ancora per lungo tempo.

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