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Cronaca

Bambina attaccata a Noicattaro: “È stato un lupo, va gestita l’emergenza”. Il duro comunicato dell’Associazione Tutela Vita Rurale

Terrore nel parco giochi a Noicattaro: una bambina di 6 anni aggredita e trascinata da un lupo. La piccola è fuori pericolo al Policlinico di Bari, ma l’allarme sicurezza è altissimo. L’Associazione Tutela Vita Rurale smonta la teoria dei “cani randagi” e lancia un duro appello: “Siamo la seconda regione in Europa per attacchi, la politica deve intervenire subito”. 🐺 🛑 👧

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Località dove è avvenuto l'attacco del lupo

Redazione-  Riceviamo e integralmente pubblichiamo il comunicato stampa diramato dall’Associazione Nazionale per la Tutela dell’Ambiente e della Vita Rurali, in merito ai drammatici fatti di cronaca avvenuti a Noicattaro (Bari), dove una bambina di 6 anni è stata aggredita e ferita all’interno di un parco giochi. L’Associazione interviene per fare chiarezza sulla reale natura dell’animale, analizzando le testimonianze dei presenti e i pareri di zoologi esperti.


Associazione Nazionale per la Tutela dell’Ambiente e della Vita Rurali
6 agosto 2026

Bambina ferita a Noicattaro: gli zoologi, quello è un lupo. L’ospedale: la bambina è fuori pericolo.

Il racconto dell’attacco da parte dei testimoni: il lupo preso a calci e bastonate, ma non mollava la presa, la vittima trascinata per 15 metri. La Puglia è la seconda regione europea per attacchi di lupi a esseri umani, dopo l’Abruzzo.

Terribile il caso della bambina di 6 anni che un lupo ha tentato di predare nel giardinetto pubblico di Noicattaro intorno alle 23 del 4 agosto scorso. E sconcertante il tentativo di alcuni, media inclusi, di attribuire falsamente l’attacco a un fantomatico cane lupo randagio o di un privato. Le persone presenti invece avevano indicato un lupo, che da tempo si aggira in zona e che dieci giorni fa aveva presumibilmente attaccato e ferito un altro bambino sempre a Noicattaro, fatto ignorato o non divulgato dai media. Del lupo esiste un video, pubblicato sulla pagina Facebook di Bit-Live.

La salute della bambina

La bambina, trascinata per circa 15 metri dal lupo con copiosa perdita di sangue, ha riportato ferite al collo, alla testa e a un braccio, suturate dai chirurghi plastici dell’efficiente Policlinico di Bari, e si trova attualmente in osservazione nel reparto di terapia intensiva. Da noi contattato oggi pomeriggio 6 agosto, l’ospedale ha dichiarato: “Le condizioni della bambina sono buone, stabili, non è in pericolo di vita. Si trova in stanza insieme con la madre. Alla bambina per sicurezza è stata fatta la vaccinazione antirabbica. Abbiamo provveduto, su richiesta delle autorità, a fare il tampone del DNA su pelle e indumenti, per l’individuazione dell’animale aggressore”.

Il parere di zoologi esperti: si tratta di lupo

Lupo

Esaminato attentamente il filmato, lo zoologo Polo Forconi, esperto di lupi italici e orsi bruni operante nel Parco Nazionale d’Abruzzo, ha dichiarato: “Si nota la banda nera sulle zampe anteriori tipica del lupo italico. La colorazione generale del manto è quella tipica del lupo, il pelo corto è quello estivo. Si tratta di un lupo come quello di Vasto del 2022-23 – infine catturato dopo avere attaccato e ferito in dodici mesi 15 persone – nonostante ci fossero veterinari che dicessero cane randagio o cane selvatico”. Il grande esperto internazionale di lupi, prof. Sandro Lovari, ha dichiarato: “Impossibile dire se sia un lupo o un ibrido. Se fosse un ibrido, sarebbe comunque molto ‘lupino’: proporzioni corporee e linea della testa, stria scura sulle zampe anteriori, coda relativamente corta, mascherina chiara intorno alla bocca; caratteri meno ‘lupini’ sono invece l’apparente assenza di segni sul mantello alla spalla (pur considerando che si tratta del mantello estivo), carpi e metatarsi abbondantemente biancastri. Arduo tuttavia affidarsi alla colorazione con un filmato notturno, così poco dettagliato. Con le cautele di cui sopra, tenderei a classificarlo LUPO”.

Il presunto cane lupo randagio

Notizia nata dalla poca conoscenza per la gente comune delle differenze tra cane e lupo – ma i soccorritori in realtà hanno sempre asserito lupo e non cane – oppure tentativo da parte di alcuni, media inclusi, di assolvere artatamente e mediaticamente i lupi. Del resto lo stesso sindaco Raimondo Innamorato dopo il relativo incontro in prefettura ha dichiarato: “l’istituzione di un tavolo di coordinamento delle attività necessarie a verificare quanto avvenuto e cioè la matrice dell’attacco, ossia la natura dell’animale, perché, da alcuni video che ci sono stati passati da chi era lì in loco e anche dai primissimi rilievi eseguiti dall’associazione Anpana, dalla Polizia locale e dai carabinieri, purtroppo il dubbio che si tratti di un lupo sussiste. Il lupo, di solito, gravita attorno alle lame e Noicattaro, si sa, è circondata da due lame”.
Da noi contattata, l’Associazione Nazionale Protezione Animali Natura Ambiente (Anpana), ha riferito: “Non ci risultano in quella zona cani randagi luposimili e neppure cani lupi cecoslovacchi. Nella zona stimiamo tre lupi. A circa 3-4 km ci sono tre cani randagi, ma accuditi dalla gente e molto socievoli, nella zona contrada San Vincenzo (erano cinque, ma due simil pinscher molto diffidenti sono scomparsi, probabile preda dei lupi). Una decina invece a 2.3 km, in fondo alla via San Vincenzo. Animali che non hanno mai dato nessun problema, addirittura con microchip e che la gente alimenta e accarezza da sempre”. Vero, ha spiegato la consigliera comunale di Noicattaro Mariagrazia Tritto – che sul caso ha presentato un esposto alla procura della repubblica, avendo da anni segnalato il problema dei lupi, senza ricevere risposte – specificando: “Quei cani non sono neppure liberi, sono rinchiusi in un recinto e vengono alimentati e controllati due volte al giorno da un volontario. Sono affettuosi e non hanno mai dato problemi”.

Il percorso del lupo aggressore

Il filmato realizzato in ora serale a Noicattaro mostra il lupo che penetra nell’abitato. È ripreso una prima volta in via Operatori della Solidarietà, che bordeggia la campagna e termina in corrispondenza di Lama Giotta (dove i lupi sono presenti da anni). Si riconosce il cordolo di cemento e una staccionata. La posizione del lupo in via Operatori della Solidarietà fronteggia una rotatoria dove confluiscono via Tatarella (che a ovest prosegue con via Falcone, luogo dell’aggressione al parco giochi), via Indipendenza e via Libertà. Il lupo, attraversata la rotatoria, ha imboccato via Libertà (si riconosce il muro di cinta della Scuola dell’Infanzia con un giardino alberato all’angolo tra via Indipendenza e via Libertà). Il video termina mentre il lupo, sempre affiancando il muro di cinta dell’edificio scolastico, prosegue in via Libertà in direzione Sud

Screenshot dal video.

L’attacco

 

Sentiti i testimoni, ecco l’accaduto: la madre si trovava nel piccolo parco giochi  – circa 20 metri per dieci – con i suoi tre figli tutti bambini, quando ha visto arrivare di corsa un grosso animale. Ovviamente spaventata, ha sollevato due piccoli su una giostra (ma il bambino è stato comunque ferito leggermente dal lupo) e allora l’animale è balzato al collo della bambina di 6 anni, la terza, con un morso probabilmente diretto alla zona retromandibolare, sotto l’orecchio, in cui ha sede un ganglio nervoso molto sensibile. La preda muore subito, tecnica dei lupi e non dei cani. Questa volta è andata “bene”, anche grazie all’immediato intervento di altre persone. Il lupo ha trascinato la bambina per circa 15 metri, con copiosa perdita di sangue. Le urla della gente hanno attirato dalle case vicine anche delle persone, armate di bastoni. Ma l’animale, pur colpito non demordeva e solo alla fine è scappato. Tutti i testimoni sentiti hanno riferito che era un lupo e non un cane. Si sottolinea che, per via dell’aggressività e determinazione del lupo, se la madre fosse stata sola nel parco non avrebbe potuto difenderli tutti e con ogni probabilità uno dei bambini sarebbe stato predato. Circa dieci giorni fa un altro bambino (ma si dice forse due) era stato attaccato, ferito e trasportato dall’autoambulanza, sempre a Noicattaro. Probabilmente dallo stesso lupo. Le autorità e i media anche locali non avevano diramato nulla.

 

La Puglia ha quindi avuto nel 2020 il caso del lupo di Otranto, infine catturato ma che aveva attaccato stracciandole il vestito una bambina salvata dai genitori vicini e una donna successivamente ferita a una gamba; poi il caso di una decina di giorni fa di uno o forse due bambini a Noicattaro e infine quello del 4 agosto ancora a Noicattaro, con un bambino leggermente ferito e una bambina con gravi ferite. Senza contare il caso di Barletta con un uomo trovato senza vita nel pomeriggio di martedì 23 giugno sul lungomare della contrada Ariscianne, a Barletta. Il corpo dell’uomo presentava evidenti segni di morsi anche alla testa e in effetti nello stesso pomeriggio era stato avvistato da più persone un lupo maschio, di cui si è tentata vanamente la cattura, con relativo filmato di Rai News. Ma dell’autopsia e manco della ben più veloce analisi del DNA non si sa più nulla…

 

Questo rende la Puglia la regione, dopo l’Abruzzo, con il maggiore numero di attacchi e ferite di lupi a esseri umani d’Europa nel XXI secolo. L’Italia è il Paese europeo con più lupi – secondo il prof. Marco Apollonio dell’Università di Sassari, noto esperto di questi animali, abbiamo “ormai almeno 6.000 lupi” e pure quello europeo con il maggiore numero nell’XXI secolo di attacchi non provocati a esseri umani – e ben 20 casi documentati solo dal 2017 al 2024 – certificati dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA, branca scientifica del Ministero dell’Ambiente) con il Dna, con feriti e cure ospedaliere. Ricordiamo che due bambini di 5 anni furono afferrati e feriti nel 2023 – azzannati alla schiena, addirittura di giorno sulla spiaggia e in mezzo ai bagnanti  – dalla famosa lupa di Vasto e si salvarono solo perché i genitori li trattennero per le gambe. Lo stesso accadde nel 2024 addirittura dentro un parco pubblico di Roma, un bambino della stessa età trascinato via ma salvato a fatica da un gruppo di ragazzi. In tutti questi casi i bambini feriti finirono in ospedale e i lupi furono infine catturati ed esaminati col Dna. Erano lupi, e non socializzati. Il 9 luglio scorso un lupo ha attaccato, trascinato per metri e tentato di predare una bambina ad Arrone, in Umbria, soccorsa e salvata da diverse persone. L’ultima persona attaccata mortalmente da un lupo in Italia, precisamente nel Mugello, fu un uomo, ferito alla gola nel 1923 e trasportato all’ospedale di Marradi, dove però morì, come descritto dal giornale Messaggero del Mugello dell’11 marzo 1923, di cui abbiamo copia.

 

Addirittura – ed è un dato scientifico – in un’area italiana, esattamente in Lessinia, c’è la più alta densità di lupi al mondo (15 lupi in 100 km², ossia 10 km x 10) seguita dall’Appennino parmense-piacentino, con 10 lupi per 100 km². L’art. 16 della Direttiva Habitat prevede da decenni deroghe che permettono l’abbattimento di lupi problematici/pericolosi, se creano eccessivi danni all’ambiente o se predano il bestiame nonostante sia vigilato da pastori, reti e cani adeguati. Predazioni che non raramente avvengono comunque, come confermato da ISPRA. L’Italia, tranne in due casi con in totale due esemplari, non ha mai richiesto l’autorizzazione di abbattimento in deroga, nonostante abbia più lupi di Portogallo, Spagna e Romania messi insieme. Neppure la Regione Puglia l’ha mai richiesto. Nessuno vuole lo sterminio del lupo, ma la gestione sì e con l’abbattimento, essendo ormai troppi e ovunque.

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Cronaca

Orrore nel silenzio di Altino: nonna Gilda massacrata a martellate in casa. In manette il nipote 25enne in stato di choc

Il massacro che ha sconvolto l’Abruzzo. Ad Altino, una nonna di 89 anni è stata uccisa a martellate in casa dal nipote 25enne. Lo studente, orfano di madre e in stato di choc, ha chiamato la zia all’estero dopo il delitto. Un dolore inspiegabile e sordo che spezza il cuore di un’intera comunità. 🖤 🩸 🚔

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Altino– Ci sono notti buie in cui il male decide di entrare non dalla porta principale, scassinandola con violenza, ma di nascondersi e covare silenziosamente proprio nei luoghi che noi tutti consideriamo più intimi, protetti e sicuri: le nostre mura domestiche. La tragedia immane che si è consumata nella serata di ieri ad Altino, un tranquillo e laborioso comune in provincia di Chieti, ha i contorni oscuri e agghiaccianti del dramma familiare più inimmaginabile. L’intera e pacifica comunità della contrada Briccioli si è svegliata oggi avvolta in un pesantissimo mantello di dolore e incredulità, letteralmente paralizzata dalla notizia di un delitto efferato che ha spezzato la vita di un’anziana donna in modo brutale, inumano e inspiegabile. Gilda Di Giuseppe, tranquilla pensionata di ben 89 anni, è stata massacrata all’interno della sua stessa abitazione. E il particolare atroce che rende questa storia una vera e propria pugnalata al cuore di ogni genitore è il nome del presunto assassino: a impugnare saldamente l’arma del delitto per infierire su di lei, secondo le primissime e scioccanti risultanze investigative, sarebbe stato proprio il giovane nipote venticinquenne. Lo stesso sangue del suo sangue.

Il massacro domestico di contrada Briccioli: il buio cala su una fragile donna di 89 anni

La scena che si è presentata agli occhi sbarrati dei primissimi soccorritori del 118 e dei Carabinieri della Compagnia di Lanciano, giunti a sirene spiegate squarciando il silenzio della contrada Briccioli, è stata di quelle che tolgono il sonno e l’appetito per settimane, persino a medici e uomini in divisa ormai abituati ad affrontare quotidianamente il lato peggiore e più cruento dell’umanità. La povera Gilda Di Giuseppe giaceva esanime in una pozza di sangue sul pavimento della casa in cui aveva trascorso una vita intera, circondata dai soprammobili e dai ricordi di una famiglia normale. Sul suo corpo fragile, segnato inevitabilmente dal peso di quasi novant’anni di età, i segni inequivocabili di una violenza cieca, sorda e furiosa. L’anziana è stata colpita ripetutamente e senza alcuna pietà al capo con un martello. Ferite devastanti, traumi cranici gravissimi che non le hanno lasciato alcuna via di scampo. Quando i medici si sono inginocchiati accanto a lei nel tentativo di compiere un disperato miracolo rianimatorio, il cuore di Gilda aveva già smesso di battere per sempre, sopraffatto da una ferocia assolutamente impossibile da comprendere.

La telefonata disperata all’estero, lo choc e le sirene nel buio: così è scattato l’allarme

La complessa macchina dei soccorsi si è attivata improvvisamente intorno alle ore 22:00, grazie a un macabro e inaspettato filo telefonico. A comporre con le mani tremanti il numero unico per le emergenze, il 112, non è stato l’assassino in preda al rimorso, né un vicino allarmato da rumori o urla, bensì una parente molto lontana. Secondo la primissima e frammentaria ricostruzione effettuata dalle forze dell’ordine sul posto, il nipote venticinquenne della vittima, Alessandro Carminucci, avrebbe preso il suo smartphone subito dopo la mattanza per chiamare una zia che attualmente risiede all’estero. Una comunicazione sconclusionata, frammentaria, probabilmente farcita di frasi senza senso, che ha fatto però immediatamente gelare il sangue nelle vene della donna, spingendola a chiedere disperatamente l’intervento dei militari all’indirizzo di Altino. Quando i Carabinieri hanno fatto irruzione nell’immobile, armi in pugno, si sono trovati davanti non un cinico criminale in fuga, ma il giovane Alessandro, rannicchiato, in un gravissimo e insondabile stato confusionale. È stato bloccato senza che opponesse la minima resistenza e tratto immediatamente in arresto con l’accusa pesantissima di omicidio volontario.

Alessandro, un ragazzo diviso tra i libri e i fantasmi oscuri di un lutto mai superato

Gli esperti investigatori dell’Arma hanno impiegato pochissimi minuti per scartare in modo categorico e definitivo la pur minima ipotesi di una rapina in villa finita nel sangue o dell’intrusione di balordi in cerca di spiccioli. Niente di tutto questo: la morte violenta di Gilda è maturata strettamente, e drammaticamente, all’interno del contesto chiuso dei rapporti familiari. Il nipote Alessandro, formalmente residente a Roma dove frequenta con regolarità l’Università, utilizzava da sempre la casa della nonna come porto sicuro ogni volta che, da studente fuorisede, decideva di rientrare nel suo Abruzzo per staccare dai ritmi frenetici della metropoli. Ma dietro la facciata di un normalissimo ragazzo universitario, si nascondeva probabilmente, come una bomba a orologeria, un abisso di dolore irrisolto. Il giovane, infatti, aveva drammaticamente perso la madre qualche anno fa. Un lutto devastante, una cicatrice profondissima che, forse, non si era mai rimarginata nell’anima, creando crepe invisibili ma letali in una mente fragile che, ieri sera, ha improvvisamente ceduto il passo alla follia più nera e distruttiva.

Le serrate indagini della Procura: si scava nella mente per trovare il “perché” dell’orrore

Nel cuore freddo della notte, mentre il corpo della povera nonna Gilda veniva pietosamente coperto da un lenzuolo bianco e trasportato in obitorio, Alessandro Carminucci è stato accompagnato a bordo della gazzella presso gli uffici della Stazione dei Carabinieri di Casoli per le formalità di rito e per i primissimi, difficilissimi interrogatori di garanzia. Il delicatissimo fascicolo d’indagine è ora sul tavolo della Procuratrice capo della Repubblica di Lanciano, la dottoressa Patrizia Foiera. Il compito della magistratura inquirente è ora duplice: da un lato, ricostruire al millimetro la cruda dinamica e la tempistica dell’omicidio; dall’altro, scavare nella mente obnubilata e frammentata del ragazzo per cercare di rintracciare un movente clinico, una scintilla che possa spiegare l’esplosione di tanta inaudita violenza contro l’anziana che, più di chiunque altra, lo stava accogliendo e proteggendo sotto il proprio tetto. Nelle prossime ore è attesa la formale decisione sulla convalida dell’arresto in carcere, mentre la Procura ha già disposto l’esame autoptico sulla salma della pensionata per cristallizzare inconfutabilmente le cause del decesso dal punto di vista medico-legale.

Altino sotto choc: quando i veri demoni si nascondono dentro casa e distruggono una comunità

Oggi ad Altino e nei comuni limitrofi non si parla d’altro, ma lo si fa a voce bassissima, quasi sussurrando. Nessuno ha voglia di urlare rabbia, nessuno si sente in diritto di giudicare puntando il dito. C’è spazio solo per un immenso, straziante e sordo dolore per nonna Gilda, una donna conosciuta, amata e rispettata da tutti, la cui unica colpa è stata quella di aprire con amore la porta di casa al proprio nipote in difficoltà. Questo tragico evento ci costringe, in quanto società, a riflettere su quanto spesso i veri demoni, le patologie nascoste e i dolori psicologici non curati si celino insidiosamente dietro le rassicuranti mura domestiche. La speranza è che la giustizia terrena faccia il suo rapido corso, ma è un magro conforto: nessuna sentenza in tribunale potrà mai restituire la vita a una donna di 89 anni, morta nel terrore più assoluto, guardando negli occhi il ragazzo che ha visto crescere mentre le toglieva il respiro a colpi di martello.

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Cronaca

Chieti, il miracolo in tabaccheria: vince 500 euro, riprova la fortuna e gratta 2 milioni. La città cerca il milionario senza volto

Il sogno di una vita che si avvera in 5 minuti! Un cinquantenne entra in tabaccheria a Chieti: col primo biglietto vince 500 euro, col secondo ne vince 2 MILIONI. Scatta la febbre del toto-nome in città per scovare il milionario misterioso 💰 🍀 🎉

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gratta-e-vinci

Chieti – Ci sono dei comunissimi pomeriggi feriali, fatti di banale routine, di passi frettolosi sul marciapiede, di preoccupazioni legate alle pesanti bollette da pagare o alla spesa quotidiana da fare per la famiglia. E poi, all’improvviso, ci sono istanti infinitesimali e magici in cui il destino decide di rimescolare prepotentemente le carte, stravolgendo per sempre e in modo irreversibile l’esistenza di un essere umano. È esattamente quello che è accaduto in un piovoso martedì pomeriggio nel cuore pulsante di Chieti. Lungo l’elegante Corso Marrucino, all’interno della storica e conosciutissima Tabaccheria Iezzi gestita con affetto da Smeraldo Cremones e da sua madre Anna, la Dea Bendata ha deciso di fare molto, molto di più che una semplice carezza di passaggio: ha letteralmente travolto la vita di un uomo. Un doppio, clamoroso colpo di fortuna che ha dell’incredibile e che in queste ore sta facendo sognare ad occhi aperti l’intera città teatina.

Il doppio colpo del destino: quando la fortuna bussa due volte in una manciata di secondi

La scena, degna di un romanzo, si è svolta in pochissimi, concitati minuti. Un uomo, descritto dai titolari dell’esercizio commerciale come un normalissimo cinquantenne dall’aria assolutamente tranquilla, varca la soglia della tabaccheria. Si avvicina al bancone e chiede di acquistare due semplici biglietti del “Gratta e Vinci”, sperando magari di recuperare il costo della giocata o, al massimo, di strappare un piccolo sorriso a una giornata fin lì anonima. Inizia a grattare con una moneta il primo tagliando e, con piacevolissima sorpresa, scopre di aver appena vinto 500 euro. Una sommetta di tutto rispetto, di quelle che ti permettono di respirare per una settimana e ti fanno tornare a casa col sorriso sulle labbra. Per il 99% delle persone, l’emozione della giornata si sarebbe felicemente esaurita lì. Ma quell’uomo non sa ancora che il destino gli ha appena preparato un copione degno di un film di Hollywood. Preso dal naturale entusiasmo per la prima piccola vittoria, inizia a raschiare la patina argentata del secondo biglietto. Ed è lì che, sotto la moneta, compare un numero magico, il “35”. È il numero che cancella il passato e cambia per sempre il futuro. È il numero che trasforma un normale cittadino lavoratore in un multimilionario. Il premio associato a quel numero due cifre, infatti, non è di poche migliaia di euro: la vincita secca e netta è di 2 milioni di euro.

L’attimo esatto in cui la vita cambia: il freddo responso del terminale e lo shock del vincitore

Provate solo per un attimo a immaginare il cuore che smette improvvisamente di battere nel petto, il respiro che si blocca in gola, la vista che inizia ad annebbiarsi. Quell’uomo di cinquant’anni si ritrova, all’improvviso, a stringere tra le mani un banale pezzo di cartone colorato che in realtà vale una fortuna incalcolabile. «Ce ne siamo accorti subito», ha confermato con grande e comprensibile emozione il titolare Smeraldo Cremones ai giornalisti accorsi sul posto dopo il passaparola. E, del resto, non poteva essere altrimenti. Quando il fortunato, e presumibilmente incredulo, cliente ha sporto timidamente il biglietto in cassa per la validazione elettronica, il lettore ottico non ha emesso la solita musichetta allegra che accompagna le piccole vincite ordinarie. Il display del terminale è diventato freddo, muto e inequivocabile, informando testualmente l’esercente che la somma non era pagabile in cassa, ma andava obbligatoriamente riscossa in prima persona presso un istituto di credito. È il messaggio “in codice” che compare solo ed esclusivamente quando le cifre in gioco sono a sei zeri. Di fronte a quella conferma inoppugnabile del sistema informatico, il cinquantenne ha accusato un comprensibile, fortissimo attimo di sbandamento fisico e mentale. Uno shock emotivo talmente grande, potente e ingestibile da non permettergli nemmeno di saltare di gioia o di esultare. Ha ripreso con le mani tremanti il suo biglietto d’oro, si è voltato in fretta ed è uscito dal locale, scomparendo rapidamente inghiottito dal caos cittadino di Corso Marrucino per proteggere il suo segreto.

L’identikit di un milionario per caso: un cinquantenne non abituale e un futuro da scrivere

Smeraldo e la signora Anna, pur felicissimi e orgogliosi per aver portato una simile, colossale fortuna nel loro locale, non sono materialmente in grado di dare un nome e un cognome al neomilionario. «Siamo veramente felici, speriamo con tutto il nostro cuore di rivederlo presto», ha raccontato Smeraldo, confermando però un dettaglio cruciale per le indagini dei curiosi: l’uomo misterioso «non è un nostro cliente abituale». Questo particolare rende il mistero cittadino ancora più fitto, intrigante e affascinante. Si trattava forse di un residente dei paesi vicini di passaggio per delle commissioni, di un impiegato pendolare sceso dal bus, o magari di un perfetto sconosciuto entrato per caso solo per ripararsi dalla pioggia? L’unica, vera certezza è la sua fascia d’età. A cinquant’anni, solitamente, un uomo in Italia ha già costruito gran parte della propria vita sulle proprie spalle: magari ha dei figli all’università che costano sacrifici, un pesante mutuo immobiliare che a fine mese toglie il sonno, o forse gestisce una piccola azienda in momentanea difficoltà finanziaria. Avere 2 milioni di euro liquidi versati sul conto in banca significa, letteralmente, poter cancellare con un colpo di spugna definitivo ogni singola e angosciante ansia economica per il resto dei propri giorni, sistemando in modo regale non solo se stessi, ma anche l’intera discendenza familiare.

La febbre incontenibile del toto-nome: l’intera città di Chieti si interroga su “Mister X”

È del tutto inutile specificare che, a partire da martedì pomeriggio, a Chieti non si parli d’altro. Lungo i portici antichi del centro storico, dentro i bar affollati, nei saloni dei parrucchieri e nelle piazze è partita una vera e propria, incessante caccia all’uomo, una febbre collettiva del toto-nome per scovare l’identità del fortunatissimo “Mister X”. La clamorosa notizia ha fatto il giro dell’intera provincia alla velocità della luce, alimentando la fantasia dei residenti e, inevitabilmente, scatenando anche un briciolo di umanissima e sana invidia. In un periodo storico ed economico in cui l’inflazione morde ferocemente i risparmi e in cui troppe famiglie faticano ad arrivare alla fatidica quarta settimana del mese, sapere che a pochissimi metri di distanza un uomo qualunque ha risolto per sempre tutti i propri problemi in pochi secondi crea un cortocircuito emotivo fortissimo nella comunità. L’augurio corale, sincero e affettuoso della città, che rimbomba nei bar di Corso Marrucino, è uno solo: che quella valanga di soldi sia andata a finire nelle tasche di una persona perbene, a qualcuno che ne aveva realmente e disperatamente bisogno.

Oltre il denaro materiale: imparare a gestire una ricchezza che rischia di travolgere l’anima

La bellissima favola moderna del “Gratta e Vinci” milionario, però, porta sempre con sé anche un carico enorme e invisibile di responsabilità psicologica. Non è affatto facile per un essere umano gestire un impatto emotivo di questa titanica portata. I soldi, da soli, non comprano la felicità duratura se non sono supportati da un profondo equilibrio interiore. Troppe volte abbiamo letto drammatiche cronache nazionali di vincitori travolti dalle richieste di parenti serpenti e falsi amici, o finiti sul lastrico per aver sperperato tutto in pochi anni di folle euforia. Ecco perché, al di là dell’incredibile, quasi fantascientifico record statistico della doppia vincita consecutiva, il pensiero più affettuoso e paterno va proprio all’anima e alla mente di questo sconosciuto cinquantenne. Speriamo che, una volta superato il forte e comprensibile shock iniziale vissuto davanti a quel display muto in tabaccheria, sappia usare questa miracolosa manna dal cielo per costruire vera serenità, per fare del bene a chi ama davvero, e per regalarsi il lusso più grande e irraggiungibile di tutti in questi tempi difficili: potersi svegliare la mattina con il cuore leggero, senza avere mai più paura di affrontare il domani.

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Cronaca

Strage sul bus della Terni-Rieti, “Li ho riconosciuti dai tatuaggi”: il dramma inimmaginabile di un figlio

Il viaggio della speranza verso l’ospedale di Terni e la scoperta più agghiacciante: papà e mamma, senza documenti dopo lo schianto del bus, riconosciuti solamente da un tatuaggio. Un dramma umano inimmaginabile che ha sconvolto l’Italia. 💔

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Bus dopo l'incidente sulla Terni-Rieti

Terni – Ci sono viaggi che dovrebbero finire con un sorriso spensierato, con lo scatto di una fotografia ricordo scattata davanti a una meraviglia della natura, e che invece si infrangono brutalmente sull’asfalto, trasformando una normale domenica di gita nella più inimmaginabile e dolorosa delle tragedie. È esattamente quello che è purtroppo successo sull’asse viario della Terni-Rieti, divenuto tragico teatro di uno spaventoso scontro frontale tra un camper e un bus carico di turisti diretti verso la vicina Cascata delle Marmore. In mezzo a lamiere contorte, sirene spiegate e lampeggianti blu, si è consumato un dramma umano che va ben oltre la fredda cronaca di un incidente stradale. È la storia agghiacciante di un figlio arrivato di corsa al Pronto Soccorso aggrappato strenuamente alla speranza, e costretto invece a scontrarsi improvvisamente con la realtà più crudele: aver perso entrambi i genitori in una frazione di secondo, e doverli riconoscere nel buio di una stanza d’ospedale e su un asfalto freddo esclusivamente attraverso i loro tatuaggi.

Le dieci di sera al Pronto Soccorso: l’angoscia di un figlio in cerca di notizie

L’orologio segna le dieci di sera di una domenica maledetta. Al Pronto Soccorso dell’ospedale “Santa Maria” di Terni si respira l’aria pesante e adrenalinica tipica delle maxi-emergenze. Medici e infermieri corrono senza sosta da una sala all’altra per cercare di stabilizzare le decine di feriti dell’incidente. In mezzo a quel caos ordinato e drammatico, varca la porta d’ingresso principale un ragazzo visibilmente scosso e in affanno. Ha guidato disperatamente da Massa Carrara, in Toscana. Sa perfettamente che i suoi amati genitori, Paolo Cosci e Graziella Baldini di 61 anni, erano a bordo di quel pullman turistico insieme a una coppia di vecchi amici. Il suo istinto di figlio lo spinge a cercarli, sperando con tutto se stesso che siano solo leggermente feriti e spaventati. Inizia a chiedere febbrilmente informazioni, mostra le loro fotografie dal display del cellulare, prega chiunque indossi un camice bianco di dargli notizie rassicuranti. Ma Paolo e Graziella sembrano misteriosamente spariti nel nulla. Nei lunghissimi, convulsi minuti successivi al tragico schianto, nella spaventosa concitazione dei soccorsi, non sono stati trovati documenti di riconoscimento addosso a loro. Per la rigida burocrazia ospedaliera, in quel momento, sono solamente due pazienti senza nome.

Il calvario snervante dell’attesa e il gelido muro della realtà

Il giovane figlio non può assolutamente immaginare quale orrore insormontabile il destino abbia riservato alla sua famiglia. Non può in alcun modo sapere che il corpo senza vita della sua adorata mamma, Graziella, è ancora incastrato silenziosamente tra le lamiere di quel bus turistico, morta purtroppo sul colpo dopo il devastante e letale impatto frontale, in attesa che il magistrato di turno e la Polizia Stradale completino i dolorosi e necessari rilievi di rito sull’asfalto buio. E, ancor peggio, non sa che l’uomo senza nome portato in sirena nel tardo pomeriggio in Pronto Soccorso in condizioni fisiche disperate, un codice rosso di massima gravità per cui le equipe mediche del dipartimento di emergenza hanno lottato strenuamente per ore in sala operatoria, era proprio il suo papà. Il cuore di Paolo, stremato dalle gravissime e irreversibili ferite riportate nell’urto, aveva purtroppo smesso di battere per sempre alle otto di sera, lasciando i medici sgomenti e impotenti davanti al triste mistero della sua vera identità.

Il dettaglio umano più straziante: il riconoscimento attraverso i tatuaggi

A farsi carico del dolore incommensurabile di quel ragazzo ci sono il direttore del Dipartimento di emergenza urgenza, il dottor Giorgio Parisi, e il sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, accorso immediatamente in ospedale per stare fisicamente e umanamente vicino ai familiari delle vittime. Insieme, cercano disperatamente di capire se l’uomo deceduto da poco in corsia sia effettivamente il padre del giovane toscano in lacrime. Guardano e riguardano le foto sorridenti sul cellulare, le inviano per scrupolo alla polizia locale ancora operativa sul luogo dello schianto. I connotati, purtroppo stravolti dal violento incidente, non danno subito certezze assolute. Sembra persino esserci un barlume di speranza, e i medici congedano momentaneamente il ragazzo per lasciarlo respirare. Ma poi, ecco l’intuizione tragica del dottor Parisi: “Tuo padre aveva per caso un tatuaggio?”. Richiamano subito il giovane. La sua risposta è un macigno che fa calare il gelo: “Sì, papà ha un tatuaggio sul braccio”. È la fine definitiva di ogni speranza. L’uomo senza nome è Paolo Cosci. Subito dopo, il ragazzo, con la voce ormai rotta da un pianto irrefrenabile, aggiunge un dettaglio agghiacciante: “Anche mamma ha un tatuaggio, sulla spalla sinistra”. I soccorritori si recano sul luogo della strage, controllano con delicatezza la salma all’interno del bus distrutto, e arriva inevitabile la seconda, devastante conferma.

L’umanità che resiste nel dolore: il supporto fondamentale di medici e istituzioni

In una serata così surreale, buia e tragica, a emergere con una forza straordinaria è l’immensa umanità di chi indossa una divisa operativa o un camice bianco. Il personale sanitario dell’ospedale “Santa Maria” e il sindaco stesso non si sono limitati a svolgere con freddezza il loro pur doveroso ruolo istituzionale, ma hanno letteralmente preso per mano un ragazzo distrutto dal dolore, lo hanno ascoltato in silenzio, hanno guardato con lui le vecchie foto di famiglia e lo hanno accompagnato, passo dopo passo, verso la difficile accettazione della verità più innaturale e crudele che un figlio possa mai affrontare in vita sua. In quei freddi corridoi d’ospedale, di fronte a morti ancora senza nome, la massima professionalità si è unita alla sincera pietà umana, cercando di rendere appena meno devastante l’impatto con la morte improvvisa di due genitori partiti sereni per una gita in compagnia e mai più tornati a casa.

Una comunità intera in lutto: l’abbraccio della città di Massa Carrara alla famiglia Cosci

Oggi, il lutto non appartiene solo a un figlio disperato, ma stringe in una morsa di sincero e profondo dolore l’intera comunità toscana di Massa Carrara. Paolo Cosci, instancabile titolare di una solida e stimata impresa di infissi, e la moglie Graziella erano conosciuti, amati e rispettati da tutti in città. A esprimere istituzionalmente il dolore straziante di un intero territorio è stato il sindaco Francesco Persiani, a cui si è unita immediatamente, in un caloroso e commosso abbraccio virtuale, anche la gloriosa società sportiva Carrarese Calcio. Dirigenti e tifosi si sono infatti stretti attorno a quel figlio, Federico, stimatissimo preparatore atletico del settore giovanile. Perché quando una famiglia felice e onesta viene spezzata in modo così assurdo, ingiusto e imprevedibile su una lingua d’asfalto, il dolore smette immediatamente di essere privato e si trasforma in una ferita collettiva che faticherà tantissimo a rimarginarsi.

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