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“Dante non lo saprà mai”: quando la Divina Commedia incontra le emozioni del nostro tempo

Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, attraverso una storia, invitano il lettore a guardarsi dentro. “Dante non lo saprà mai” di Renato Cipriani, pubblicato da Pathos Edizioni, appartiene a questa seconda categoria: un romanzo intenso, originale e coinvolgente, capace di intrecciare letteratura, sentimenti, memoria e viaggio in un percorso narrativo che guarda al passato per raccontare il presente.

Il volume, di 200 pagine, è inserito nella Collana Orofino ed è disponibile al prezzo di 16 euro. In questi giorni è inoltre presente in fiera a Pragelato (Torino), fino a lunedì, occasione preziosa per incontrare la cultura attraverso la voce di uno scrittore che ha saputo costruire un dialogo affascinante con una delle opere più importanti della letteratura italiana.

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Renato Cipriani

Un romanzo intenso di formazione, viaggio e amore. Renato Cipriani accompagna il lettore in una storia in cui Dante, Paolo e Francesca tornano a parlare attraverso la vita di due giovani di oggi

Redazione-  Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, attraverso una storia, invitano il lettore a guardarsi dentro. “Dante non lo saprà mai” di Renato Cipriani, pubblicato da Pathos Edizioni, appartiene a questa seconda categoria: un romanzo intenso, originale e coinvolgente, capace di intrecciare letteratura, sentimenti, memoria e viaggio in un percorso narrativo che guarda al passato per raccontare il presente.

Il volume, di 200 pagine, è inserito nella Collana Orofino ed è disponibile al prezzo di 16 euro. In questi giorni è inoltre presente in fiera a Pragelato (Torino), fino a lunedì, occasione preziosa per incontrare la cultura attraverso la voce di uno scrittore che ha saputo costruire un dialogo affascinante con una delle opere più importanti della letteratura italiana.

Al centro del romanzo ci sono Paolo e Francesca, due ragazzi dei giorni nostri, le cui esistenze finiscono per intrecciarsi con le vicende e le suggestioni della Divina Commedia. Un legame che non si limita alla semplice citazione letteraria, ma diventa strumento per esplorare l’animo umano, le sue inquietudini, le sue passioni e quelle emozioni che, nonostante il trascorrere dei secoli, continuano a parlare a ogni generazione.

La struttura stessa dell’opera richiama quella dantesca: tre parti, tre capitoli, tre donne importanti. Il numero tre, elemento fondamentale nella Divina Commedia, diventa così una chiave simbolica attraverso la quale Renato Cipriani costruisce il proprio racconto.

La figura femminile assume un ruolo centrale e diventa il cuore di un’opera che, in qualche modo, rappresenta anche un omaggio alla donna tanto celebrata dal Sommo Poeta. Attorno ai protagonisti si sviluppa una storia fatta di incontri, viaggiatori e luoghi, alcuni reali e altri interiori, in un cammino che conduce il lettore attraverso le complesse strade delle emozioni.

Ma “Dante non lo saprà mai” non è soltanto una storia d’amore. Sullo sfondo emergono anche alcune testimonianze legate alla Seconda Guerra Mondiale, elementi che arricchiscono la narrazione e conferiscono al romanzo una dimensione storica e umana particolarmente significativa.

Il merito di Cipriani sta soprattutto nella capacità di avvicinare il mondo contemporaneo a quello della Divina Commedia senza trasformare il romanzo in una lezione di letteratura. I riferimenti a Dante, Paolo e Francesca diventano parte naturale della storia, mentre il lettore viene accompagnato con delicatezza dentro una narrazione che parla di crescita, sentimenti, memoria e ricerca di sé.

È proprio questa fusione tra passato e presente a rendere il libro particolarmente interessante. La scrittura scorre, i personaggi catturano l’attenzione e la vicenda conduce verso una conclusione tutt’altro che scontata, mantenendo viva la curiosità fino all’ultima pagina.

“Dante non lo saprà mai” è dunque un romanzo da leggere e da scoprire, soprattutto per chi ama le storie capaci di unire letteratura e vita, amore e memoria, viaggio e introspezione.

Renato Cipriani prende per mano il lettore e lo conduce in un viaggio che parte da Dante, attraversa la storia e arriva fino alle emozioni dell’uomo contemporaneo. Perché, in fondo, cambiano le epoche, cambiano i luoghi e cambiano le persone, ma l’amore, il dolore, la speranza e il desiderio di comprendere se stessi continuano a parlare la stessa lingua.

E forse è proprio questo il viaggio più bello che un libro possa regalarci.

“Dante non lo saprà mai” – Renato Cipriani

Pathos Edizioni – Collana Orofino

200 pagine – 16 euro

Disponibile in fiera a Pragelato (TO) fino a lunedì 31 agosto 2026

Un libro da cercare, da leggere e, soprattutto, da lasciare parlare dentro di noi.

Dante non lo saprà mai

 

Signor Cipriani, il titolo del Suo romanzo, Dante non lo saprà mai, è certamente suggestivo. Che cosa significa per Lei questo titolo e quale rapporto ha il libro con la Divina Commedia?

 

Il titolo nasce proprio dal desiderio di creare un ponte tra Dante e il nostro tempo. Dante ha raccontato l’animo umano con una profondità ancora attualissima, ma naturalmente non avrebbe mai potuto conoscere le nostre inquietudini, i nostri viaggi interiori, il modo in cui oggi viviamo l’amore e le relazioni. Nel romanzo provo a immaginare cosa accade quando quelle emozioni, che sembrano appartenere a un’altra epoca, tornano a vivere nella contemporaneità. In fondo, la letteratura non conosce veramente il tempo: attraversa i secoli perché parla all’essere umano.

 

Paolo e Francesca sono due ragazzi di oggi, ma portano con sé l’eco di una storia immortale. È ancora possibile parlare d’amore con la stessa intensità con cui ne parlava Dante?

Credo che l’amore sia una delle poche esperienze che non cambiano nella sostanza, anche se cambiano le forme attraverso cui lo viviamo. Paolo e Francesca continuano a parlarci proprio perché rappresentano qualcosa che appartiene a tutti noi: il desiderio, la passione, il conflitto tra ciò che sentiamo e ciò che la vita ci impone. L’amore può essere felicità, ma anche smarrimento. E forse è proprio questa sua ambivalenza a renderlo eterno. Dante ci ha insegnato che dietro ogni grande sentimento c’è sempre una domanda sull’uomo.

 

Nel Suo romanzo il numero tre assume un’importanza particolare: tre parti, tre capitoli e tre donne importanti. Quanto conta il simbolismo nella costruzione della storia?

Il simbolismo è una presenza discreta ma fondamentale. Il tre richiama inevitabilmente Dante, la struttura della Divina Commedia e quella dimensione spirituale e filosofica che attraversa l’opera. Ma non volevo utilizzare il simbolismo in maniera artificiosa. Volevo che accompagnasse naturalmente il lettore. Credo che ogni storia abbia bisogno di livelli visibili e invisibili: ciò che leggiamo è soltanto una parte di ciò che un libro può comunicarci. A volte il significato più profondo nasce proprio da ciò che lasciamo sedimentare dentro di noi dopo aver chiuso una pagina.

Nel libro compaiono anche testimonianze legate alla Seconda Guerra Mondiale. Perché ha scelto di inserire la memoria storica all’interno di una storia di formazione, viaggio e amore?

Perché non possiamo comprendere pienamente il presente se dimentichiamo ciò che ci ha preceduti. La memoria è una responsabilità, non soltanto un ricordo. Le testimonianze della guerra arricchiscono il percorso dei protagonisti e ricordano al lettore che ogni individuo porta dentro di sé anche una storia più grande. La vita personale e la Storia con la “S” maiuscola si incontrano continuamente. E forse il viaggio più importante è proprio quello che ci permette di comprendere da dove veniamo per capire meglio dove stiamo andando.

 

Se dovesse rivolgere una sola frase ai lettori per invitarli a leggere Dante non lo saprà mai, quale sceglierebbe?

Direi loro di non cercare soltanto una storia, ma di cercare se stessi dentro la storia. Un romanzo vive davvero quando il lettore vi riconosce una parte della propria esperienza, una domanda, una ferita, un desiderio o semplicemente un’emozione. Dante non lo saprà mai nasce dal dialogo con un grande poeta, ma appartiene al presente e soprattutto a chi lo leggerà. Perché ogni libro è un viaggio scritto dall’autore e completato dal lettore. E, forse, è proprio questo il mistero più bello della letteratura: noi pensiamo di leggere un libro, ma qualche volta è il libro a leggere noi.

Dante non lo saprà mai

Lo scrittore Renato Cipriani ha raccontato: «Mio nonno è stato un partigiano e ha pertanto avuto modo di conservare documenti originali risalenti al 1946-1947, legati al periodo della Seconda Guerra Mondiale. Ho voluto inserire questa testimonianza nel mio lavoro –  edito dalla Pathos Edizioni – per ricostruire un inferno meno dantesco e più reale, un inferno che appartiene alla nostra storia e che, in qualche modo, ci riguarda tutti ancora oggi».

Libreria

In Dante non lo saprà mai, Renato Cipriani dimostra come la grande letteratura possa continuare a dialogare con il presente, attraversando il tempo e raggiungendo il cuore dell’uomo contemporaneo. Dante diventa così una presenza ideale, mentre Paolo e Francesca tornano a vivere nelle fragilità e nelle passioni di oggi.

Perché, in fondo, ogni viaggio letterario è anche un viaggio dentro noi stessi: le epoche cambiano, ma le emozioni dell’animo umano restano eternamente attuali.

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Dante non lo saprà mai

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Lifestyle

“La cosa che non abbiamo messo in valigia”: la solitudine moderna e il bisogno d’Amore nel meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto

“Oggi abbiamo tutto (case, lavori, soldi, cellulari), ma paradossalmente ci sentiamo vuoti: abbiamo riempito la valigia della nostra vita scordandoci di metterci dentro l’Amore!”. La meravigliosa e struggente riflessione della scrittrice Menda Vreto che vi farà venire i brividi! 🧳 💔 Quante volte, rientrati a casa stanchi dal lavoro, vi siete seduti sul divano e, nel silenzio della stanza, avete provato un senso di profonda solitudine, un vuoto a cui non sapete dare un nome? Il testo potentissimo e dolcissimo intitolato “La cosa che non abbiamo messo in valigia” (scritto in modo magistrale da Menda VRETO) scatta una fotografia spietata ma verissima di tutti noi. Quando eravamo bambini ci bastava sporcarci col fango e ridere con gli amici per essere immensamente felici.Oggi lavoriamo come pazzi, compriamo mille oggetti, abbiamo il telefono pieno di contatti social… eppure ci sentiamo incredibilmente SOLI! L’autrice si sofferma su un dramma del nostro secolo: la superbia di credere di “avere sempre tempo” per chiedere scusa e per amare. “Ci sono parole che continuiamo a rimandare: i ‘Mi manchi’, i ‘Ti voglio bene’, gli ‘Scusami’. Le rimandiamo, fino a quando è troppo tardi. Sappiamo tutto di tutti su Internet, ma non sappiamo nulla dei veri dolori della persona seduta sul divano accanto a noi!”. Nelle note finali, Menda ci ricorda come questa dolorosa nostalgia la assalga quando pensa ai figli ormai grandi che hanno preso la loro strada. L’unica salvezza è smettere di riempirci di “cose materiali”, e tornare a riempirci di Amore vero, tenendoci per mano e guardandoci negli occhi! Leggete l’analisi di questo vero e proprio capolavoro nel nostro articolo completo! 👇 ⏳ E voi quante parole non dette, quanti abbracci mancati e quanti “Scusa” avete lasciato indietro nella vostra valigia, per orgoglio o per presunzione? Fermatevi un attimo a leggere queste righe, diteci cosa provate nei commenti e condividete questo meraviglioso post con le persone a cui tenete davvero!

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Valigia

La Riflessione – Ci sono testi che, lette le prime due righe, ti costringono a fermarti, a posare il telefono sul tavolo e a fare i conti con un nodo alla gola che non sapevi nemmeno di avere. Il meraviglioso e struggente scritto di Menda Vreto, intitolato significativamente “La cosa che non abbiamo messo in valigia”, è uno di questi capolavori. È uno specchio impietoso e dolcissimo in cui tutti noi (uomini e donne del ventunesimo secolo, perennemente affannati e stanchi) siamo costretti a guardarci.
La riflessione dell’autrice parte da una sensazione universale e dolorosa: quella solitudine invisibile che non dipende dall’assenza fisica delle persone. È quel vuoto opprimente che ci assale magicamente e inesorabilmente a fine giornata, quando la porta di casa si chiude alle nostre spalle, i rumori si spengono, le distrazioni svaniscono e ci ritroviamo drammaticamente e inesorabilmente soli a fare i conti con noi stessi, con i nostri silenzi e con un’inquietudine a cui non sappiamo dare un nome.

Il fango, la semplicità e il bagaglio smarrito

Il viaggio emotivo di Menda Vreto scava indietro nel tempo, ripescando i ricordi dorati di quando eravamo bambini. Ripensa ai giochi nel fango, a quando bastava avere le ginocchia sbucciate, un sorriso e un amico accanto per sentirsi i padroni del mondo. «Oggi abbiamo molte più possibilità», riflette l’autrice. Abbiamo case bellissime, automobili veloci, carriere sudate con mille sacrifici, possiamo viaggiare e parlare in videochiamata con l’altro capo del mondo.
Eppure, in questa disperata e affannosa rincorsa al miglioramento materiale, abbiamo perso per strada un pezzo fondamentale della nostra anima. «Forse abbiamo riempito le nostre valigie di cose necessarie per andare avanti, e ci siamo dimenticati di mettere dentro ciò che ci serviva davvero. Abbiamo tutto e, qualche volta, ci sembra di non avere niente». È il dramma del nostro secolo: valigie pesantissime e piene di oggetti costosi, ma cuori svuotati dell’essenziale.

Le parole non dette e il coraggio dei sentimenti

Il passaggio più doloroso dello scritto di Menda riguarda i rimpianti. Quante volte torniamo a casa, apriamo la rubrica del cellulare con migliaia di nomi, ma ci accorgiamo che ci manca quell’unica persona con cui non riusciamo o non possiamo più parlare come un tempo?
L’autrice punta il dito contro il nostro peccato più grande: la superbia di credere di avere “sempre tempo”. È per questa presunzione che rimandiamo le parole più importanti della nostra vita. I “Mi manchi”, i “Ti voglio bene”, gli “Scusami, ho sbagliato”. Frasi che teniamo chiuse in gola fino a quando gli anni passano e pronunciarle diventa impossibile. Menda Vreto ci sbatte in faccia un paradosso atroce: siamo la società iper-connessa, sempre raggiungibili, sappiamo cosa mangiano gli sconosciuti sui social, ma siamo totalmente incapaci di essere “disponibili” per la persona seduta accanto a noi sul divano.

Il nido vuoto: scrivere per sopravvivere alla nostalgia

L’appello finale dello scritto è un richiamo disperato a ritornare alla purezza della nostra infanzia, ad accorgerci che la felicità non si compra e non fa rumore. La vera felicità, come suggerisce Menda Vreto, è «una persona che resta, una voce che chiama, una mano che cerca la nostra».
Nelle struggenti righe finali, l’autrice svela anche il motore intimo e profondo di questa riflessione. È il dolore dolcissimo della madre che vede crescere i propri figli, i quali (come è giusto che sia) spiccano il volo e prendono le loro strade, lasciando in casa il rumore assordante dei ricordi. Ed è proprio per sopravvivere a questa dilaniante nostalgia, a questo vuoto lasciato dal tempo che fugge, che Menda Vreto ha deciso di prendere in mano la penna. Scrivere diventa così un atto di salvezza e di coraggio. Perché non dobbiamo riempire la nostra vita di oggetti, ma dobbiamo avere il coraggio di renderla immensamente e faticosamente più Vera. Buon viaggio con la vostra valigia.

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Lifestyle

Multe e Autovelox, allarme sulle strade per la folle “Mossa del Canguro”. Cos’è e come i Comuni stanno stroncando i furbetti del pedale

Attenzione alla “Mossa del Canguro”! Il trucchetto folle e pericolosissimo inventato dai “furbetti” per non prendere le multe all’Autovelox. Ma i Comuni corrono ai ripari: arrivano le nuove Telecamere! 📸 🦘 L’incubo di prendere una raffica di multe all’Autovelox spinge a volte gli automobilisti a inventarsi dei trucchetti davvero assurdi! Nelle ultime settimane sta spopolando in tutta Italia una tecnica ribattezzata, appunto, “La mossa del Canguro”. In cosa consiste? Il furbetto (che viaggia oltre il limite di velocità) scorge da lontano il famoso cartello blu che avvisa del controllo elettronico. A quel punto INCHIODA BRUSCAMENTE con i freni, riducendo drasticamente la velocità in un decimo di secondo (come un balzo del canguro, appunto). Passa lentissimo e beffardo davanti alla telecamera, e un metro dopo l’Autovelox, schiaccia di nuovo il piede sull’acceleratore riprendendo la sua folle corsa! Un comportamento non solo sleale, ma ASSOLUTAMENTE PERICOLOSISSIMO e potenzialmente MORTALE! Inchiodare di colpo a bordo strada rischia di innescare tamponamenti a catena devastanti, distruggendo le macchine di chi viaggia dietro di noi! Proprio per fermare questo gioco assurdo, i Comuni stanno correndo ai ripari: addio ai vecchi autovelox, si stanno installando i famigerati TUTOR di nuova generazione, che calcolano la “Velocità Media” per svariati chilometri. Con i Tutor, fare il furbetto e frenare all’ultimo secondo non servirà più a niente! Scopri come funzionano e come difendersi (rispettando le regole!) nel nostro articolo completo. 👇 🚔 Voi cosa pensate di questi trucchetti da strada? Quante volte vi è capitato di rischiare un incidente grave solo perché l’auto davanti a voi ha fatto “la mossa del canguro”, inchiodando all’improvviso per non farsi fare la foto dall’Autovelox? Diteci la vostra nei commenti e condividete questo post per allertare i vostri amici al volante!

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Autovelox

Roma – È l’incubo numero uno di qualsiasi automobilista italiano, lo spauracchio silenzioso capace di rovinare le vacanze o il budget mensile di un’intera famiglia: stiamo parlando del famigerato Autovelox. Nonostante le campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale e l’obbligo tassativo (civico e morale, prima ancora che legale) di non superare le soglie di velocità stabilite dal Codice della Strada, purtroppo moltissimi conducenti continuano a pigiare pesantemente sul pedale dell’acceleratore, sfidando la sorte e rischiando salassi spaventosi.
Ma siccome l’ingegno (spesso applicato nel modo sbagliato) non ha limiti, nelle ultime settimane è diventato virale sulle nostre strade un nuovo, banalissimo ma astuto escamotage. Un metodo inventato dai classici “furbetti” del volante per scongiurare il salasso economico della sanzione amministrativa e per salvare i preziosissimi punti della patente. Questa tecnica, che sta letteralmente facendo impazzire le polizie stradali e municipali di mezza Italia, è stata simpaticamente (ma tragicamente) ribattezzata in gergo come “la mossa del canguro”.

Il trucco del cartello: come funziona la “Mossa del Canguro”

Il meccanismo alla base di questo stratagemma è tanto elementare quanto, purtroppo, molto efficace (almeno inizialmente). Il trucco si basa sullo sfruttamento di un obbligo di legge: il Codice della Strada italiano impone infatti che, prima di ogni dispositivo di rilevazione della velocità, vi sia un cartello ben visibile (il famoso segnale blu con il vigile stilizzato) che annuncia in anticipo la presenza dell’occhio elettronico. Un avviso pensato originariamente per invitare l’automobilista distratto a rallentare dolcemente per motivi di prudenza.
Ma il furbetto del “canguro” usa questa regola a proprio esclusivo vantaggio. L’autista, che sta viaggiando a velocità folle e sostenuta oltre il limite, nota da lontano il cartello di preavviso. A quel punto, invece di scalare le marce dolcemente, effettua una frenata e una decelerazione improvvisa e violentissima (un balzo all’indietro, proprio come un canguro), per far scendere istantaneamente il tachimetro sotto il limite consentito. Con la macchina praticamente frenata a dismisura, sfila lentamente davanti all’obiettivo della telecamera senza far scattare il famigerato flash. Poi, un metro dopo aver superato la scatola dell’autovelox e il “pericolo”, riaffonda immediatamente e pesantemente il piede sull’acceleratore, riprendendo la sua folle corsa.

Frenate brusche e tamponamenti: un gioco che può essere mortale

Questa pratica, oltre a essere moralmente scorretta ed eticamente deprecabile nei confronti di chi rispetta sempre le regole, è potenzialmente mortale. L’istinto di inchiodare brutalmente alla vista della macchinetta crea un pericolo gigantesco per l’incolumità pubblica.
Chi guida dietro alla vettura “canguro” (magari una famiglia con bambini a bordo che viaggia a distanza normale) si ritrova improvvisamente un muro di metallo frenato davanti al muso. Il rischio che si verifichino violentissimi tamponamenti a catena è altissimo, senza contare che in caso di asfalto bagnato o viscido, l’autista del “canguro” potrebbe perdere irrimediabilmente il controllo della propria vettura, innescando carambole letali solo per non pagare una sanzione di poche centinaia di euro.

La vendetta dello Stato: addio ai vecchi Autovelox, arrivano i Tutor

Considerato che la “mossa del canguro” sta diventando una prassi sempre più scandalosamente comune, le varie amministrazioni locali e il Ministero dei Trasporti hanno deciso di dire basta e prendere contromisure drastiche. Lo Stato non ci sta a farsi prendere in giro.
La soluzione è letale per i furbetti: i vecchi rilevatori di velocità puntuali (i classici scatoloni a bordo strada, facili da ingannare con una frenata dell’ultimo secondo) stanno venendo progressivamente rottamati e sostituiti da occhi elettronici di nuova generazione. Stiamo parlando dei temutissimi e infallibili sistemi Tutor. Queste apparecchiature avanzatissime non fotografano la velocità in un singolo e preciso punto, ma calcolano in modo spietato la velocità media di percorrenza dell’auto su intere e lunghe tratte stradali. Con il Tutor, rallentare all’ultimo secondo per poi accelerare di nuovo risulta del tutto inutile, perché il cronometro totale condannerà comunque l’automobilista indisciplinato. Il tempo dei balzi del canguro, per fortuna, è agli sgoccioli.

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Marco Columbro racconta l’incontro con gli UFO : ” eravamo in duecento nel vederli “

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Marco Columbro, Ufo

Redazione-  Un incontro con gli UFO dopo avere partecipato a una conferenza tenuta da una donna che sostiene di ricevere messaggi dal popolo delle Pleiadi. È quanto racconta Marco Columbro dopo essere stato ospite di Supernova, il podcast condotto da Alessandro Cattelan. L’ex conduttore di Canale5 ha fatto riferimento a un episodio accaduto diversi anni fa al quale dice di credere profondamente, al punto da essere certo che insieme a lui avrebbero assistito al fenomeno circa 200 persone.

“Ero andato in America per una conferenza di una donna, Anna, che, dall’età di 9 anni, riceve messaggi dal popolo dei Pleiadiani, cioè gli abitanti di una stella della costellazione delle Pleiadi”, ha raccontato Columbro, “Alle 22.30, finita la conferenza, usciamo e vedo sopra di noi arrivare un globo lattiginoso. E non era luce, era qualcosa di diverso, sembrava proprio fatto di latte. Subito dopo ne è arrivato un altro, poi un altro ancora. Io mi sono rivolto ad Anna stupito e lei, molto tranquillamente, mi ha detto: ‘Sì, sono loro che ci salutano’. Hanno fatto un giro e poi sono spariti, in un lampo. E li abbiamo visti in 200 persone”.

Con il termine Pleiadiani si fa riferimento agli immaginari alieni nordici, extraterrestri rappresentati come umanoidi alti, biondi e con gli occhi azzurri. Nel folklore ufologico sono tra gli alieni più noti insieme ai rettiliani. Esistono anche libri e guide in commercio che propongono i modi più disparati per tentare di entrare in contatto con tali entità.

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