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LA PECORA NERA NELLE ORGANIZZAZIONI: QUANDO L’EMARGINAZIONE È UN FENOMENO SISTEMICO, NON UNA COLPA INDIVIDUALE

#LIBRI
Categoria: Psicologia
Autore: Diana Daneluz
Data: 4 giugno 2026

“La PECORA NERA nelle organizzazioni. Quando sentirsi fuori posto non è un problema. È una posizione.” Tatiana Coviello, 2026

Il fenomeno psicologico alla base dell’etichetta

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LA PECORA NERA NELLE ORGANIZZAZIONI: QUANDO L’EMARGINAZIONE È UN FENOMENO SISTEMICO, NON UNA COLPA INDIVIDUALE

Redazione- Chi si occupa di psicologia dei gruppi e delle organizzazioni conosce bene la dinamica: un individuo competente, integro, portatore di pensiero critico entra in un sistema – aziendale, familiare o istituzionale – e, nel tempo, o si integra e trova il suo “posto” adempiendo al ruolo che gli è stato assegnato e tenendosi al ”suo posto” oppure il sistema lo rigetta come un organo trapiantato che un organismo non sopporta. Non per demerito. Non per incompetenza. Ma perché ogni sistema ha bisogno di persone che ricoprano certi posti ed il ruolo è un posto, inserito all’interno di una dinamica sistemica.

È da questa osservazione clinica e organizzativa che prende forma “LA PECORA NERA” (2026), il nuovo libro di Tatiana Coviello, HR Advisor, psicologa e coach certificata ICF, autrice già nota per il suo lavoro pionieristico sul rapporto tra esseri umani e intelligenza artificiale con “Nemmeno gli struzzi lo fanno più. Vivere bene con l’Intelligenza Artificiale” (2019).

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Il nuovo libro si inserisce in un campo di ricerca consolidato, ma ancora poco divulgato al grande pubblico: quello della psicologia sistemica applicata ai contesti organizzativi e familiari, con uno sguardo che integra la prospettiva della psicologia sociale, del coaching e della teoria dei sistemi.

L’effetto pecora nera: dal costrutto teorico alla vita quotidiana


La psicologia sociale ha formalizzato da decenni il cosiddetto “black sheep effect”, descritto da Marques e Yzerbyt negli anni Ottanta¹: i membri di un gruppo tendono a giudicare più severamente coloro che, pur appartenendo al proprio gruppo, ne violano le norme condivise e spesso non scritte, rispetto a individui esterni che compiono le stesse azioni. Il motivo è di natura identitaria: il membro deviante minaccia la coesione e l’immagine collettiva del gruppo, e per questo viene giudicato — e spesso escluso — con maggiore severità rispetto a chi commette le stesse azioni provenendo dall’esterno.

Coviello riprende questa dinamica fondamentale e la traspone nei sistemi organizzativi e familiari con rigore analitico. Il suo contributo non si limita alla descrizione del fenomeno: propone uno spostamento epistemologico fondamentale. La domanda che tipicamente si pone chi occupa quel ruolo – “Che problema ho? Sono io il problema?” – viene smontata e sostituita da una più proattiva: “Quale funzione sto assolvendo all’interno di questo sistema?”. Questo passaggio dalla psicologia individuale alla lettura sistemica è forse il cuore teorico del libro. Non si tratta di consolazione o di attribuzione di colpe esterne, ma di un’operazione epistemica: ampliare il frame interpretativo per includere le dinamiche del sistema nel quale l’individuo è immerso.

 

Identità e ruolo: una distinzione clinicamente rilevante

Uno degli snodi più significativi del testo riguarda la distinzione tra ruolo e identità. Nella tradizione psicodinamica e sistemica, il ruolo è una funzione che il gruppo assegna a un membro per mantenere il proprio equilibrio omeostatico. Non è un dato della persona, ma una costruzione relazionale. Eppure, quando questo ruolo viene prolungato nel tempo, può internalizzarsi e diventare parte dell’identità soggettiva: la persona smette di fare la pecora nera e comincia a essere (o credere di essere) la pecora nera.

[Nota dell’autrice: Nel libro esploro diverse tipologie di pecora nera — non solo quella che disturba o si distingue, ma anche quella silenziosa, quella che regge tutto, quella eccellente e quella grigia. In un modo o nell’altro, siamo tutti una pecora nera in qualche sistema: in azienda, in famiglia, in ogni contesto relazionale.]

Coviello lavora precisamente su questa frontiera, accompagnando chi legge nel riconoscere quando l’etichetta ricevuta dal sistema è diventata una auto-percepita caratteristica stabile del sé, lavorando su una distinzione clinicamente rilevante, che permette di uscire dall’identificazione con il ruolo senza negare l’esperienza vissuta.

Questa prospettiva si collega direttamente a concetti centrali nella psicologia dello sviluppo e clinica: il sé narrativo (Bruner², McAdams³), i meccanismi di proiezione e identificazione proiettiva descritti dalla tradizione kleiniana, e la nozione di ruolo familiare patologizzante già esplorata da Bowen⁴ e Minuchin⁵ nell’ambito della terapia sistemica familiare.

Il sistema che emargina: dinamiche di potere e regolazione del gruppo


Ma perché i sistemi producono pecore nere? La risposta di Coviello è in linea con la teoria dei sistemi complessi: ogni sistema tende all’autoconservazione e alla riduzione dell’ansia interna. Chi rende visibili le tensioni implicite, chi nomina ciò che il gruppo non vuole nominare, chi porta chiarezza là dove vige l’ambiguità funzionale è una persona che assolve una funzione critica, ma scomoda. Diventa il portatore designato del disagio collettivo.

In termini più tecnici, si tratta di quello che Wilfred Bion⁶ avrebbe descritto come la “basic assumption” del gruppo: la tendenza, cioè, del gruppo a organizzarsi intorno a dinamiche difensive primitive (dipendenza, attacco-fuga, accoppiamento) quando la coesione è minacciata. La pecora nera, in questa lettura, è spesso colui o colei che resiste alla basic assumption e cerca di operare nel work group, cioè in modalità orientata alla realtà e al compito. Il sistema percepisce questa resistenza come una minaccia e risponde con l’esclusione. Il libro non cita mai esplicitamente Bion, ma il percorso che propone è coerente con questa tradizione: riconoscere la dinamica, non personalizzarla, scegliere consapevolmente come rispondervi.

“La Voce”: un esperimento di co-intelligenza


Un elemento editoriale che merita attenzione specifica da parte dei lettori di Anankenews riguarda l’innovazione metodologica introdotta da Tatiana Coviello. In alcuni snodi chiave del testo, l’autrice ha integrato dei QR code che danno accesso a uno strumento di intelligenza artificiale denominato “La Voce”, che non è un chatbot generico, ma un interlocutore addestrato specificamente sulla struttura del libro, progettato per fare domande anziché fornire risposte. L’intento dichiarato dall’autrice con “La Voce” è quello di trasformare la lettura in un processo attivo di elaborazione, il cui il lettore è portato di fronte alla propria situazione concreta, stimolando un pensiero riflessivo che non si esaurisce nella lettura passiva. Coviello chiama questo approccio “Co-Intelligenza”, un uso consapevole dell’IA non come sostituto del pensiero critico, ma come amplificatore di esso. Cosa che l’Autrice mette in pratica da anni. Da una prospettiva psicologica, questo strumento si avvicina a ciò che la ricerca sul “questioning cognitivo” e sull’apprendimento trasformativo (Mezirow⁷) ha identificato come fattore chiave nel cambiamento dei frame interpretativi: la domanda giusta, posta nel momento giusto, ha un potere destabilizzante e rigenerativo che la risposta preconfezionata non può avere.

Un libro che si inscrive in un percorso

“La Pecora Nera” è il primo libro di una serie di libri. Il prossimo volume, annunciato per luglio 2026 con il titolo “Non sei rotto. Sei smontato”, suggerisce una traiettoria terapeutica precisa: dal riconoscimento della dinamica sistemica (questo libro) alla ricostruzione intenzionale del sé (il prossimo libro). Una progressione che richiama il classico percorso della psicoterapia breve e del coaching trasformativo: prima si nomina il pattern, poi lo si rielabora. Per i lettori di Anankenews – tra loro professionisti della salute mentale, ricercatori, educatori, clinici – questo libro offre uno strumento di riflessione che ha valore sia sul piano personale che professionale. Comprendere come funziona l’etichettamento sistemico, come si costruisce il ruolo del deviante all’interno di un gruppo e come si può distinguere ruolo da identità è una competenza trasversale che attraversa la clinica, la pedagogia e le scienze organizzative.

Tatiana Coviello

LA PECORA NERA. Sentirsi fuori posto non è un problema. È una posizione (2026).
Per conoscere l’Autrice: [www.tatianacoviello.it](http://www.tatianacoviello.it)
Per acquistare il libro: [Amazon](https://amzn.eu/d/09vBi2LZ)

Note

¹ José Marques e Vincent Yzerbyt. Marques è professore di psicologia sociale all’Università di Porto; Yzerbyt è professore all’Università Cattolica di Lovanio (Belgio). Sono tra i principali ricercatori europei sulla psicologia dei gruppi e hanno formalizzato l’effetto pecora nera dimostrando sperimentalmente come i gruppi tendano a sanzionare i propri membri devianti con maggiore severità rispetto agli esterni, per proteggere la coerenza dell’identità collettiva.

² Jerome Bruner (1915–2016). Psicologo e pedagogista statunitense tra i più influenti del Novecento. Fondatore della psicologia cognitiva e culturale, ha elaborato la teoria del sé narrativo sostenendo che gli esseri umani costruiscono la propria identità attraverso le storie che raccontano di sé: non siamo ciò che siamo, ma il racconto che facciamo di noi.

³ Dan P. McAdams. Psicologo della personalità alla Northwestern University (Chicago), ha sviluppato la teoria dell’identità narrativa, secondo cui l’identità adulta si forma come una storia personale interiorizzata (con protagonisti, scene nucleari, temi e conclusioni) che ogni individuo costruisce nel corso della vita.

⁴ Murray Bowen (1913–1990). Psichiatra e terapeuta familiare statunitense, fondatore della terapia sistemica familiare. Ha introdotto concetti fondamentali come la differenziazione del sé, la trasmissione multigenerazionale dei pattern relazionali e il triangolo relazionale, strumenti ancora centrali nella clinica familiare contemporanea.

⁵ Salvador Minuchin (1921–2017). Psichiatra argentino-statunitense, padre della terapia strutturale della famiglia. Ha elaborato il concetto di struttura familiare come sistema di regole implicite che organizzano i ruoli e le interazioni tra i membri, mostrando come certi ruoli patologizzanti vengano assegnati e mantenuti dal sistema familiare per preservarne l’equilibrio.

⁶ Wilfred Bion (1897–1979). Psicoanalista britannico di origine indiana, allievo di Melanie Klein e figura centrale nella psicoanalisi dei gruppi. Nella sua opera “Experiences in Groups” (1961) ha descritto come i gruppi oscillino tra il “work group” (orientato al compito reale) e le “basic assumptions” (stati mentali difensivi collettivi (dipendenza, attacco-fuga, accoppiamento) che il gruppo adotta inconsciamente per evitare l’ansia.

⁷ Jack Mezirow (1923–2014). Sociologo e teorico dell’educazione statunitense, professore alla Columbia University. Ha sviluppato la teoria dell’apprendimento trasformativo, secondo cui il cambiamento profondo negli adulti avviene attraverso la messa in discussione dei “frame of reference”, le strutture di assunzioni e aspettative che filtrano l’esperienza solitamente innescata da un “disorienting dilemma”, cioè un’esperienza destabilizzante che costringe a rivedere le proprie certezze.

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Lifestyle

L’alchimia dei sentimenti nei versi di Sara Brillante, un viaggio lirico tra tempo e libertà

🚨 POESIA E INTROSPEZIONE: ARRIVA IL NUOVO CICLO LIRICO DI SARA BRILLANTE! ✍️ Una perla letteraria arricchisce la bacheca culturale del nostro giornale. Siamo orgogliosi di pubblicare, con il cuore e con l’anima, tre splendidi componimenti inediti firmati dalla poetessa Sara Brillante. Un viaggio intimo h24 diviso in tre tappe dello spirito: la fiera rivendicazione di “Indifferente”, la battaglia psicologica contro l’ansia e il tempo in “La gabbia del tempo”, e la splendida rinascita notturna di “Alchimia”, dove il dolore dell’abbandono si trasforma in luce al primo raggio dell’alba. Leggi l’analisi approfondita e i testi integrali sul nostro quotidiano 👇#sarabrillante #poesiacontemporanea #tritticolirico #alchimia #lagabbiadeltempo #indifferente #culturaabruzzo #scrittoriditalia #pagineutili

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SARA BRILLANTE

L’analisi introspettiva del trittico letterario della scrittrice ed il superamento dei conflitti interiori

Redazione– Ci sono voci che non si limitano a descrivere la realtà, ma scendono nelle profondità dell’inconscio per dare una forma tangibile alle inquietudini dell’uomo moderno. La produzione in versi di Sara Brillante appartiene a questa rara categoria di scrittori, capaci di usare la parola come uno strumento di indagine esistenziale e di riscatto civile contro le barriere dell’indifferenza. Il nuovo ciclo poetico dell’autrice, composto dalle liriche intitolate Indifferente, La gabbia del tempo e Alchimia, si offre ai lettori come un’articolata bacheca di riflessioni morali, dove la ricerca della libertà individuale si scontra con i ritmi di un’umanità spesso distratta e priva di sintonie affettive. Il cammino creativo si sviluppa come un vero e proprio laboratorio dello spirito, una preziosa testimonianza artistica concepita per deliziare gli estimatori della grande saggistica contemporanea della provincia aquilana.

Le tre opere, strutturate per rompere il silenzio delle coscienze, scorreranno online a schermo intero sui display dei telefoni cellulari dei consumatori mobili della nazione, offrendo spunti di assoluto valore intellettuale.

Il rifiuto delle convenzioni e l’isolamento sociale nella prima lirica Indifferente

La prima composizione del ciclo, intitolata Indifferente, affronta il tema del distacco emotivo e della necessità di proteggere la propria intimità psicologica dalle interferenze esterne di un mondo percepito come ostile ed estraneo. La Brillante descrive il tentativo di sintonizzare la mente su nuove frequenze vitali, accettando paritetica una condizione di isolamento che si trasforma in un’arma di difesa contro le ipocrisie delle convenzioni sociali della nazione. I versi brevi e ritmici restituiscono l’immagine di un’anima scolpita, che osserva da lontano le favole sfiorite delle inutili coscienze, rivendicando con orgoglio la propria alterità in totale sicurezza e nel pieno rispetto delle tutele della persona.

Di seguito si riporta il testo completo del primo componimento inserito nella bacheca odierna:

Indifferente
Sposto le frequenze della mente
verso la sintonia di nuova vita
volta alla libertà solo apparente
di un’umanità sopita.
Non sintonizzata emotivamente
incisa in un’anima scolpita
dipinta dietro inutili coscienze
attraverso una favola sfiorita.
Rincorro ancora le interferenze
in un mondo dove sono bandita
del quale non m’importa niente.

La prigione dell’ansia e la reazione della mente nel brano La gabbia del tempo

Il secondo tassello del trittico, battezzato La gabbia del tempo, descrive paritetica l’esperienza della paralisi emotiva causata dalle paure recondite che tornano a galla, paragonate alla tela invisibile tessuta da un ragno sul ciglio del domani. L’autrice affronta i sintomi fisici dello stress da confinamento, come il soffocamento dell’istinto ed il battito cardiaco accelerato, ma individua inline nella mente la paratia in grado di spezzare il labirinto orbitale dell’attesa. Recidere la seta del ragno diventa così l’atto fondativo della riaffermazione del proprio essere, un paracadute psicologico che sblocca le energie creative e restituisce la gioia dell’esistere in totale sicurezza contrattuale delle parti, a tutela dei consumatori dello spirito.

Un’opera di riscatto e di forte impatto introspettivo per i nuclei familiari, di cui si trascrive il testo integrale:

La gabbia del tempo
Sospesa sul ciglio del mio domani,
osservo un ragno invisibile tessere la sua trama di seta.
Le pareti si stringono fino a soffocare l’istinto,
l’ansia si affaccia mozzando il respiro;
mi serra la gola,
il cuore impazzisce
e il corpo si blocca.
La mente no.
Apre le paratie lasciando fluire pensieri,
recondite paure tornano a galla
nel loro ciclo infinito.
E’ un labirinto orbitale che devo spezzare.
L’attesa non salva,
consuma.
Recido la tela…
Esisto!

La trasmutazione dei ricordi d’infanzia nella composizione Alchimia

Il ciclo lirico si conclude con l’opera Alchimia, una poesia notturna dove i lumi a led oltre i cristalli delle finestre si fondono con le ombre della stanza, mentre un delicato profumo di lavanda evoca i ricordi di un amore antico che non conosce tramonto. La Brillante assume i panni di un moderno alchimista dello spirito, capace di trasmutare il nero dell’abbandono e della solitudine nel bianco splendente del primo raggio dell’alba, offrendo soluzioni rapide alle sofferenze del cuore. Questa cooperazione paritetica tra la natura, rappresentata dalla luna velata e dalle stelle sorelle, ed i sentimenti umani costituisce un pilastro strategico fondamentale per innalzare l’indice di vivibilità culturale della provincia, garantendo la trasparenza e la legalità delle riforme creative della nazione.

La recitazione esclude l’uso di schemi fissi, ponendo il benessere interiore al centro dell’agenda in piena conformità con le usanze di convivenza civile, di cui si propone il testo d’assalto finale:

Alchimia
Oltre i cristalli della finestra
i lumi a led tracciano oblique evanescenze,
si fondono a corporee presenze
che il chiarore dissolve, lentamente.
Una luna velata fa capolino tra le stelle,
guardinghe sorelle,
sentinelle di una notte come tante.
Nel loro riflesso si specchiano i ricordi
mentre un delicato profumo di lavanda
irrompe nella stanza,
con esso un brivido si fa respiro,
diviene essenza.
Chiudo gli occhi lasciandomi cullare
dal richiamo di un tempo lontano,
colmo di quell’amore che non conosce tramonto.
Anniento le paure scavate
dall’abbandono
e como un alchimista trasmuto il nero in bianco
al primo raggio
della dea dell’alba.

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Lifestyle

Piccole perdite, grandi scoperte: la storia di Fante

Recensione del libro Chi ha visto Fante? di Beatrice Massini GD Edizioni, 2026
Ci sono oggetti che non parlano, ma accompagnano. Non camminano, ma restano accanto. Non fanno rumore, ma riempiono il silenzio. Fante, l’elefantino di peluche che Beatrice Massini fa vivere nella sua storia, appartiene a quella categoria speciale di compagni affettivi che popolano l’infanzia e che, proprio per la loro presenza discreta, diventano fondamentali per la crescita emotiva dei bambini.

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Copertina Chi ha visto Fante

Quando un peluche diventa un ponte emotivo: attaccamento, perdita e crescita nella storia di Beatrice Massini

Redazione-  Ci sono oggetti che non parlano, ma accompagnano. Non camminano, ma restano accanto. Non fanno rumore, ma riempiono il silenzio. Fante, l’elefantino di peluche che Beatrice Massini fa vivere nella sua storia, appartiene a quella categoria speciale di compagni affettivi che popolano l’infanzia e che, proprio per la loro presenza discreta, diventano fondamentali per la crescita emotiva dei bambini.

La protagonista è Alice, una bambina di due anni che vive il mondo attraverso piccoli gesti, rituali quotidiani e legami immediati. Fante è morbido, rassicurante, sempre con lei: un ponte tra il dentro e il fuori, tra il bisogno di sicurezza e la curiosità di esplorare. È ciò che in psicologia dello sviluppo viene definito oggetto transizionale, un elemento che aiuta il bambino a tollerare il distacco, a gestire le prime autonomie, a costruire un senso di continuità tra sé e il mondo. Nella storia, Fante non è solo un peluche: è un pezzo di identità. Alice lo stringe la notte, lo porta al nido, lo include nei suoi giochi. Attraverso Fante, Alice impara a dare forma alle proprie emozioni. L’elefantino diventa il tramite attraverso cui la bambina si calma, si rassicura, si consola. È con lui che affronta il sonno e i piccoli distacchi quotidiani, perché la sua presenza morbida e costante rende più tollerabile l’assenza dell’adulto. Con Fante costruisce rituali che la aiutano a orientarsi nel tempo della giornata: lo stringe prima di dormire, lo porta con sé al nido, lo include nei giochi. In questo modo, il peluche diventa un vero e proprio “porto sicuro”, sempre disponibile, che le permette di esplorare il mondo con maggiore fiducia. Questi processi sono centrali nella teoria dell’attaccamento: il bambino interiorizza la presenza dell’adulto attraverso simboli, gesti, oggetti che diventano mediatori emotivi.

Quando Fante scompare, la storia cambia tono. Non è soltanto un peluche che si perde: è un equilibrio interno che si incrina. La ricerca di Alice, sotto il letto, dentro l’armadio, dietro il divano, diventa la rappresentazione concreta di un bisogno profondo: ritrovare ciò che le permette di dare forma alle emozioni, di calmarsi, di sentirsi al sicuro. La sua reazione è immediata e autentica: la voce si spezza, le lacrime arrivano veloci, il cuore “fa male” e si apre una sensazione di vuoto che per un adulto può sembrare piccola, ma per un bambino è enorme. In quel momento Alice non sta solo cercando un oggetto: sta cercando un pezzo di sé, un frammento di continuità emotiva che le permetteva di attraversare la giornata con fiducia.

Per un adulto può sembrare un evento minimo; per un bambino è un’esperienza enorme. La perdita di un oggetto transizionale è una delle prime forme di lutto simbolico che il bambino attraversa: un passaggio che mette alla prova la capacità di tollerare l’assenza, di chiedere aiuto, di essere consolato.

In questo percorso, la presenza della madre è decisiva. Mamma Roberta non minimizza ciò che Alice prova, non sostituisce subito il peluche con un altro oggetto e non cerca di “aggiustare” la situazione in modo frettoloso. Fa qualcosa di molto più importante: accoglie l’emozione della bambina, la consola senza negare il suo dolore e le offre una possibile spiegazione rassicurante, suggerendo che forse Fante è rimasto al nido. In questo modo non solo contiene la sua tristezza, ma accompagna la ricerca, trasformando un momento di smarrimento in un’esperienza condivisa, dove la bambina può sentirsi vista, capita e sostenuta.

È un gesto educativo essenziale: stare accanto senza cancellare l’emozione. La madre diventa un mediatore tra il bambino e il suo mondo interno, aiutandolo a trasformare la paura in ricerca, la ricerca in attesa, l’attesa in fiducia.

Questa dinamica è un esempio perfetto di regolazione emotiva co-costruita: il bambino impara a calmarsi perché qualcuno lo aiuta a farlo, non perché l’emozione viene evitata.

La struttura del testo di Beatrice è particolarmente efficace perché trasforma la lettura in un’esperienza partecipata. I Momenti insieme invitano il bambino a imitare, a muoversi, a raccontare: “Facciamo tutti le orecchie grandi con le mani!”, “Aiutiamo Alice a cercare!”, “Quando sei triste, chi ti consola?”. Questi inviti non sono semplici giochi, ma strumenti educativi che permettono al bambino di entrare nella storia con il corpo e con la voce, rendendo la narrazione qualcosa che si vive, non solo qualcosa che si ascolta.

Attraverso queste proposte, il testo favorisce l’espressione emotiva, perché il bambino può riconoscere ciò che prova Alice e collegarlo alle proprie esperienze. Allo stesso tempo stimola la motricità e l’imitazione, due canali fondamentali per l’apprendimento nei primi anni di vita. La presenza dell’adulto, che accompagna il bambino nella lettura, crea un dialogo naturale: si parla di emozioni senza forzature, si condividono ricordi, si costruisce un clima di fiducia. In questo modo la storia diventa un vero e proprio laboratorio relazionale, dove il bambino può riconoscere le proprie emozioni attraverso quelle di Alice e sentirsi sostenuto mentre le attraversa.

Chi ha visto Fante? è una storia che parla di attaccamento, perdita, consolazione e ritrovamento. Ma soprattutto racconta ciò che accade quando un bambino scopre che le emozioni possono essere attraversate, che il dolore non è un vicolo cieco e che la presenza degli altri, silenziosa, costante, accogliente, è una forma di cura. Attraverso la vicenda di Alice, il lettore comprende che i legami non si costruiscono solo con le persone, ma anche attraverso gli oggetti che diventano parte della quotidianità emotiva del bambino, e che la ricerca, anche quando nasce da una piccola mancanza, è una tappa fondamentale della crescita.

La storia di Beatrice insegna senza spiegare, accompagna senza imporre, consola senza nascondere. È un racconto che invita adulti e bambini a condividere un’esperienza emotiva, a riconoscere il valore dei gesti semplici e dei simboli affettivi che sostengono i più piccoli nei momenti di smarrimento. È una storia da leggere con il cuore, con le mani e con la voce, perché certe narrazioni non si ascoltano soltanto: si vivono insieme.

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Lifestyle

Fiori rossi sulla tomba dell’amore: la storia di Shahpar, che ha perso moglie e figlia in un tragico incidente

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la storia di Shahpar

Redazione- Il 16 agosto 2024 (25 Asad 1403 del calendario afghano), Shahpar Kargar ha perso la moglie Mari, insegnante di 31 anni, e la loro figlia Mahoor di appena sette mesi in un tragico incidente stradale lungo la strada che conduce a Shighnan, nella provincia del Badakhshan. Nell’incidente sono rimasti feriti anche il padre e il fratello di Shahpar. Quella che doveva essere una giornata di viaggio si è trasformata in una tragedia che ha cambiato per sempre la vita della famiglia.

Quasi due anni dopo, in occasione dell’anniversario del loro matrimonio, Shahpar si è recato sulla tomba della moglie e della figlia con dei fiori rossi e ha condiviso su Instagram un messaggio carico di dolore e amore. Le sue parole hanno commosso migliaia di persone, che hanno visto nella sua storia un raro esempio di fedeltà e di un amore capace di sopravvivere anche alla morte.

La vicenda di Shahpar, però, va oltre il dramma personale. È anche il riflesso di una delle emergenze più gravi dell’Afghanistan: gli incidenti stradali. Ogni anno migliaia di persone perdono la vita sulle strade del Paese a causa di infrastrutture inadeguate, veicoli vecchi e poco sicuri, eccesso di velocità, scarsa applicazione delle norme stradali e servizi di emergenza insufficienti. Molte vittime potrebbero essere salvate se le strade fossero più sicure e i soccorsi più rapidi.

La storia di Shahpar ricorda che dietro ogni numero delle statistiche c’è una famiglia distrutta, sogni spezzati e persone che continueranno a convivere con il dolore per tutta la vita.

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