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La topografia dell’anima nei versi di Luca Cipolla: l’evidenza della parola

La scomposizione della memoria e delle radici umane nei versi di Luca Cipolla: un’analisi critica e filosofica della silloge. 📜 ✨

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a

Luca Cipolla
Roma – Nel tormentato e stratificato panorama della lirica contemporanea e della saggistica indipendente, l’indagine estetica incentrata sulla scomposizione dei codici della memoria e sul recupero delle matrici filosofiche dell’esistenza si configura come un fondamentale presidio di resistenza intellettuale. La produzione letteraria e poetica firmata dall’autore Luca Cipolla si inserisce con autorevolezza in questo filone di ricerca, tracciando un’articolata traiettoria verbale in grado di connettere la fragilità dell’esperienza biologica quotidiana alla trascendenza delle categorie assolute dello spirito. La sua opera rifiuta categoricamente le lusinghe del formalismo vuoto e della decostruzione nichilista fine a se stessa, per riaffermare l’onestà intellettuale del verso inteso come hardware e architettura della coscienza, capace di superare l’isolamento e l’appiattimento culturale della società post-moderna.
La deostruzione del diario e la resistenza del segno nella pagina scritta
L’ordito compositivo di Cipolla si apre con una potente riflessione metatestuale sulla natura stessa del libro e sul ruolo civile e formativo del dicitore all’interno dei mutamenti civili contemporanei. La parola cessa di essere un mero ornamento ornamentale o decorativo per tramutarsi in una testimonianza tangibile, un’impronta indelebile che esige la partecipazione sensoriale e attiva del lettore. Il testo si fa carne, materia da plasmare foglio dopo foglio, superando le barriere del silenzio e dell’incomprensione per aprirsi al confronto e alla condivisione empatica con il dolore del prossimo. La scrittura analitica dell’autore mappa con precisione scientifica i traumi della crescita e i labirinti della memoria collettiva, consegnando alla cittadinanza un prezioso laboratorio di igiene intellettuale e conforto filosofico attraverso la suite intitolata significativamente “Il libro”:
Io sono il segno

e lascerò che mi sfiorino

le tue dita curiose.

Non mi riconoscesti all’istante

ed ora dentro ogni verbo

o aggettivo,

dentro ogni tinta

o sfumatura

scorgerai il dolore

del tuo prossimo

in un vecchio

che ti racconterà

la storia che vivrai

la strada che attraverserai

in una sorgente

di divinazione

e dopo avre lasciato alle spalle

la verde valle del silenzio

e della comprensione

ne reggerai il confronto.

Io sono il segno

e tu la materia

da plasmare ad ogni pagina..
L’istituto dell’oblio e le ombre della roccia di Agouin
Un asse portante della saggistica in versi di Luca Cipolla investe la dialettica dello smantellamento dei ricordi attraverso la metafora del diario lacerato e disperso nei flussi delle correnti marine. Nella lirica “Oblio”, il poeta indaga con rigore antropologico il bisogno umano di spezzare le catene del passato prossimo per proiettare la coscienza verso una dimensione atemporale, slegata dai vincoli rigidi delle metriche tradizionali. I sentieri della memoria si inerpicano lungo scenari aspri e suggestivi, dove le rifrazioni argentee sulla roccia di Agouin evocano la transizione traumatica di un flash distante, un indicatore visivo che accentua il senso di solitudine biologica e di parziale abbandono dell’individuo di fronte alle fredde rime dell’alba metropolitana:
Stracciai

le pagine del mio diario

e le gettai

in mare..

Una sera senza luna

raccontai

ai miei posteri

come l’oblio

spezzi le catene

del passato prossimo

ed una poesia

resti slegata

dai propri versi.

Cavalcai lungo i sentieri

che declamano il passato

e le ombre argentee

sulla roccia

di Agouin

rimandavano ad un flash

distante.

Solo,

sentirsi differente

e abbandonato

da non poter

recitare a memoria

le rime tese dell’alba.
Il superamento del conflitto interiore e l’omaggio a Emily Dickinson
La transizione verso una maturità esistenziale e gnoseologica si compie attraverso la scomposizione delle dinamiche dell’antagonismo individuale. Nella composizione “Il bicchiere mezzo pieno”, l’autore opera una profonda inversione di rotta spirituale, abbandonando l’autocritica distruttiva per inchinarsi con umiltà e spirito di servizio di fronte alle aurore serpeggianti della natura. Il richiamo filologico all’acqua purificatrice del fiume Giordano si converte in un welfare emotivo che alleggerisce il peso dei ricordi dolorosi, trasformando la percezione della piccolezza umana di fronte al mistero della storia in una dinamo di rinnovamento lessicale. Il cassetto ammuffito che nascondeva il diario di una rassegnata Emily Dickinson viene scardinato, liberando le parole dal confinamento del dissenso per immetterle nella luce diffusa della rinascita civile:
Sgualcite luci,

aurore serpeggianti

m’inchino a voi

como dianzi a cime innevate..

non sono più l’antagonista

di me stesso

e ora bevo dall’acqua del Giordano

il bicchiere mezzo pieno

e mi lascio portare

dai ricordi,

anche se fanno male,

sono leggeri.

L’onta

mi ricorda quanto siamo piccoli

di fronte alla storia

ed al mistero

che m’instilla vivaci parole,

non più mesti versi

relegati

ad un cassetto ammuffito

che nasconde il diario

di una rassegnata Emily.
La danza crepuscolare tra le nebbie mitologiche di Caronte e Plutone
Il registro stilistico di Cipolla acquisisce tonalità squisitamente teatrali e performative nell’affresco visionario intitolato “Danza crepuscolare”. In questo testo, lo scenario urbano e antropologico viene invaso dalle brume della nebbia metropolitana, all’interno della quale si muovono figure allegoriche e personaggi storici della letteratura universale, da Lucifero a un vecchio storpio alla ricerca del tempo perduto. La rievocazione della data tagliola del 20 maggio si intreccia alla danza macabra orchestrata da Caronte intorno al pianeta Plutone, delineando un poema notturno terrestre in cui l’innocenza dell’infanzia, simboleggiata dal gioco con le biglie di cristallo della giovane Miriam, custodisce il desiderio intatto di intonare un canto di amore filiale ed emancipazione intergenerazionale:
Spenta è la luce

una pagina di diario strappata

anche Lucifero si è lasciata andare

pare un fumetto nascosto

nella nebbia

dove cammina un vecchio storpio

alla ricerca di quel 20 maggio

quando Caronte immaginava

la sua danza

intorno a Plutone

e recitava il poema

della notte terrestre,

Miriam giocava con

biglie di cristallo

sognando di cantare

al padre

una canzone per il ballo.
La coscienza non locale e la scomposizione della natura botanica
Un nucleo di forte spessore filosofico e accademico si identifica nella lirica “Io ho già vissuto”, saggio in versi in cui Cipolla definisce la propria identità artistica attraverso la categoria della “coscienza non locale”, un’entità metafisica nZEB che vibra in dimensioni trascendenti per offrire supporto e orientamento etico al cammino della comunità. Il contatto simbiotico con la terra e con la biodiversità agraria si manifesta mediante una mappatura cromatica e botanica di straordinaria soavità: l’attraversamento dei campi di papaveri, la raccolta terapeutica della camomilla e il nutrimento tratto dalle tonalità lilla dei glicini primaverili e dal profumo dei gelsomini delineano il profilo di un’anima schiva, che rifiuta la parcellizzazione e l’asfissia dei consumi di massa per farsi custode del progresso spirituale:
Io ho già vissuto

ed ho attraversato

campi di papaveri,

raccolto camomilla,

mi son nutrito

del lilla dei glicini

a metà primavera,

i gelsomini da contorno,

sono un’anima schiva,

coscienza non locale

che vibra dentro un’altra dimensione

e ti supporto,

ti suggerisco

la strada da percorrere.
La selva equatoriale tra mantra primordiali e passi felini
L’esplorazione della topografia interiore registra una transizione di genere verso l’esotismo astratto con la lirica “Selva”. Le coordinate geografiche dello scritto proiettano il lettore all’interno di un ecosistema primordiale, dominato dalla bruma lucida del mattino e dalle evoluzioni di eteree scimmie tra i monumentali alberi di kapok. I versi degli animali si convertono in mantra mai uditi, codici sonori capaci di ridefinire il concetto stesso di dimora e cittadinanza attiva: il tappeto verde di foglie e radici cela la seconda casa dello spirito. La comparsa dei passi felini, che svaniscono inquieti nei flussi idrici, apre una fessura nell’equilibrio emotivo del poeta, il cui cuore risulta ferito da incubi sottesi che tagliano il cammino, indirizzando il destino umano verso le tonalità di un canto lontano, mentre le rane assopite sigillano il silenzio della palude:
Eteree scimmie

saltavano

tra alberi di kapok

nella bruma lucida

di primo mattino

e i loro versi

somigliavano a mantra

mai uditi..

lontana la strada di casa

ma se ci penso

proprio quel tappeto

verde di foglie e radici

celava la mia seconda

casa..

passi felini

facevano da breccia

ed inquieti svanivano

nell’acqua.

Tradito il mio cuore

da sottesi incubi

che tagliavano

il cammino,

a un canto lontano

rivolgeva il suo destino..

le rane assopite

più non gracidavano.
I falò del rituale indigeno e la separazione della pula dal grano
Un asse di primaria rilevanza civile e antropologica viene strutturato nel componimento “Rituale”, messinscena comunitaria e corale allestita sotto un cielo plumbeo carico di nuvole gonfie. I falò accesi dai nativi fanno da sponda all’esecuzione di canti tradizionali e tristi arie che si tramutano istantaneamente in nostalgia, un sentimento protettivo che unifica il capitale umano di fronte alle asprezze del reale. Il passaggio della poiana, che taglia l’orizzonte lasciando lacrime di fuoco, spinge il dicitore a sollevare le mani in un gesto di profonda connessione ecologica e sussidiarietà circolare. Il ritmo ancestrale del tamburo stringe la collettività in un abbraccio protettivo, stabilendo che al sorgere della luna si compia la definitiva transizione e separazione della pula dal grano, formula che sancisce il trionfo del merito, della legalità e della purezza etica:
Falò accesi

sotto un cielo basso

di nuvole gonfie,

i nativi declamano versi

d’una triste aria

che si trasforma in nostalgia,

una poiana taglia

l’orizzonte

che ora piange lacrime di fuoco
  • ne scorgo l’essenza

    e sollevo le mie mani –

    il tamburo ci lega

    in un abbraccio

    e quando la luna appare

    la pula più dal grano non si separa.
La personificazione del ricordo materno e l’officina del tempo
La disamina della materia e delle volumetrie fisiche si arricchisce di una profonda e toccante sponda affettiva nella lirica “Dentro la materia”. Cipolla opera una vera e propria personificazione del ricordo, materializzandolo nell’immagine di un viale alberato percorso mano nella mano con la propria figura materna. La presenza di una vecchia officina artigianale, la cui ombra fissa un limite alla luce zenitale del sole, si offre come un ritratto d’epoca, una fotografia sbiadita dall’accelerazione del tempo macroeconomico e industriale. I giorni e le ore perdono il proprio valore nominale per convertirsi in polvere e siccitosa foschia di una stagione passata che l’autore rimpiange con commossa onestà intellettuale, deostruendo la freddezza della modernità per riaffermare la sacralità delle radici:
Dentro la materia

l’immagine personificata del ricordo,

un viale alberato,

mano nella mano

con mia madre,

una vecchia officina

che fa ombra

alla luce del sole,

pare un ritratto,

una foto sbiadita,

il tempo allontanato

che più non ha nome

né il giorno né l’ora,

solo polvere,

siccitosa foschia

d’una stagione

che già fu

ed ora rimpiango.
L’ulivo del Getsemani e la memoria drammatica del treno
Il radicamento agrario e la memoria religiosa si fondono in modo lineare nel testo intitolato “L’ulivo”. Seduto sulla struttura monumentale delle proprie radici lignee, il poeta accoglie il peso leggero del pensiero altrui durante le ore del tramonto collinare. Il ricordo del burrascoso passato aziendale o familiare si manifesta attraverso l’asprezza materica della sansa, assaporata dalle maestranze come se fosse l’essenza stessa della casa e della preghiera laica. L’evocazione dell’urlo drammatico del Getsemani introduce la dimensione del sacro e della sofferenza ed evoluzione dello spirito, ricollegando le ferite esistenziali alla memoria indelebile di un treno che ha segnato la biografia del dicitore, trasformando il trauma in un hardware di testimonianza civile e di difesa dello stato di diritto:
Seduto

sulla mia radice

sento il tuo peso

leggero

al pensiero,

scoraggiato al tramonto..

ricordo di ieri

burrascoso passato,

è sansa

e la assapori

como se fosse casa

come se fosse preghiera,

l’urlo del Getsemani

ancora ti spaventa

e quel treno non l’hai dimenticato.
La ricerca della non-parola e l’omaggio storiografico a Nichita Stănescu
La raccolta di Luca Cipolla sigilla il proprio percorso critico ed editoriale attraverso il manifesto programmatico intitolato “Nella ricerca”. Il poeta setaccia le oscurità della notte metropolitana alla ricerca dei versi più puri, rari e insoliti, all’interno di un’arena in cui la linea dell’orizzonte risulta completamente cancellata, azzerando i confini convenzionali che separano la terra dal cielo. Di fronte al plauso degli astanti vuoti e immaginari della società dello spettacolo, Cipolla evoca la figura monumentale e la saggistica del grande poeta rumeno Nichita Stănescu, mutuandone l’estetica delle “non-parole” e la capacità di sorridere di fronte alle asfissie della realtà. L’odore della legna bruciata che pervade l’aria, le montagne dell’est sullo sfondo e l’immagine di una radura incantata restituiscono alla parola scritta la sua funzione primaria di presidio di civiltà e di diletto dell’anima, indicando la rotta per un futuro consapevole e libero dalle schiavitù del presente:
Setaccio la notte

alla ricerca

dei versi più puri

ma insoliti

dove l’orizzonte

ha cancellato

la sua linea di demarcazione,

confine

tra la terra e il cielo.

Plaudono gli astanti

vuoti e immaginari

Nichita teso

delle sue non-parole

come fai a non sorridere,

fuori odore di legna bruciata,

le montagne dell’est,

una radura incantata.

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Il dolore della guerra e l’urlo delle madri: la poesia di Teuta Anif Muji che dà voce all’anima ferita del Kosovo

“Dedicatela alla Madre, a Colei che le montagne sulle spalle porterà…”. 📖 🕊️ La poesia può essere un atto di sopravvivenza? Nel caso del Kosovo, sì. Oggi vi portiamo alla scoperta della poetessa kosovara Teuta Anif Muji (giudicata “Miglior Letteraria del 2023” a Prizren) e dei suoi versi struggenti. Figlia di un Martire della Nazione, Teuta trasforma il dolore in inchiostro, cantando lo strazio delle madri in lutto perenne che hanno perso i figli per difendere la Patria, ma che restano il simbolo dell’orgoglio di un intero popolo. Fermatevi un attimo a leggere le due meravigliose poesie che vi proponiamo oggi nel nostro approfondimento culturale. Toccano davvero l’anima! 👇 ✒️

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TEUTA ANIF MUJI

Redazione – Ci sono terre in cui la poesia non è soltanto un mero esercizio di stile letterario, ma un vero e proprio atto di sopravvivenza. Terre in cui l’inchiostro si mescola inevitabilmente con il sangue della Storia e in cui i versi servono a curare ferite generazionali che nessuna pace politica potrà mai rimarginare del tutto. Il Kosovo è una di queste terre, e la poetessa Teuta Anif Muji ne è una delle voci contemporanee più autentiche, dolorose e necessarie.

Nelle sue opere, il dramma intimo e collettivo della guerra balcanica riemerge con una potenza devastante, declinato soprattutto al femminile. Le sue liriche sono un monumento innalzato non ai generali o ai condottieri, ma alle madri dei martiri. A quelle donne silenziose, avvolte nel lutto perenne delle loro bandane nere, che hanno sacrificato i propri figli per difendere la casa e la Patria. Ma accanto al fragore del dolore, la poesia di Teuta esplora anche la dimensione più intima della creazione artistica, quel “verso che rimane in gola” e che lotta per prendere vita. Oggi ospitiamo sulle nostre pagine la sua storia e due delle sue poesie più struggenti.


Chi è Teuta Anif Muji

La poetessa kosovara Teuta Anif Muji ha studiato Giurisprudenza presso l’Università “Ukshin Hoti” di Prizren, la città in cui è nata e cresciuta. È un membro attivo e stimato dell’Associazione degli Scrittori del Kosovo e dell’Associazione per la Cultura e l’Arte “Fidani” di Prizren. Teuta è cresciuta respirando lo spirito e l’esempio altissimo del padre, Anif Muji, già professore e preside nella scuola del suo paese natale, Struzhe, e oggi solennemente considerato Martire della Nazione. Da questa eredità familiare tanto pesante quanto preziosa, Teuta ha ereditato l’amore viscerale per lo studio e per la Patria. Questo legame profondo si riflette in ogni passo del suo percorso, che la vede oggi affermarsi come poetessa e autrice di spicco nel panorama letterario contemporaneo.

Ha iniziato a scrivere fin da bambina per dare forma ai propri pensieri e, nel corso degli anni, ha pubblicato due apprezzate raccolte di poesie: “A Lui Cosa Donargli” e “Melodia Silenziosa”. Il suo indubbio talento è stato recentemente celebrato con il conferimento del titolo di “Miglior Letteraria del 2023”, un prestigioso riconoscimento istituzionale assegnatole dalla Direzione della Cultura, della Gioventù e dello Sport del Comune di Prizren (Kosovo).


LE POESIE

Alla moglie del martire

Dedicate una giornata, a Colei
che il fiocco bianco
con la bandana rossa e nera sostituì.

Dedicala alla Madre, a Colei
che le mani al seno le rimasero.

Dedicatela a quella Fata
che le montagne sulle spalle porterà
e il sole più vedere non vorrà.

Alla Madre, Colei che con il suo seno
il valoroso dei monti allattò
per proteggere la casa di suo nonno.
A quella casa che in piena luce
durante ai tempi barbari fu bruciata
solamente che il futuro brillasse.

Non fosse Lei l’eroina
che con l’andare dei tempi
il dolore nell’anima visse?

E oggi quando alla gloria cantiamo
pure un altro giorno celebriamo
poiché non è troppo
una giornata di festa
per le madri con la bandana nera.

A Coloro che
simbolo d’orgoglio rimasero.

Melodia senza voce

Melodia silenziosa
è il mio verso
che in gola mi rimane
e vita non prende.

Si elabora, si sventola, si rannicchia
cresce, si ripete, pensa,
a volte si scrive
a volte si dimentica
a volte tace
nel cassetto rimane.
A volte riprende vita
e forte suona.

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Lifestyle

“Secondi al mondo solo ai Rolling Stones”: Beppe Carletti festeggia 80 anni in tv e fa piangere e cantare l’Italia intera

“Siamo secondi al mondo solo ai Rolling Stones… e mi sta bene così!”. 🎸 🎂 Che traguardo leggendario per Beppe Carletti! Lo storico fondatore e leader de I NOMADI ha compiuto 80 anni ed è stato festeggiato in diretta su Rai 1 da Manuela Moreno. Un’intervista meravigliosa e commovente, in cui Carletti ha ricordato l’indissolubile e fraterna amicizia con la voce indimenticabile di Augusto Daolio e ha reso un toccante omaggio al Maestro Francesco Guccini. Ma Carletti non guarda solo al passato: “I Måneskin? Mi piacciono tantissimo, ho esultato quando hanno vinto!”. La passione per il palcoscenico non invecchia mai. Leggi l’articolo e lascia i tuoi auguri a questo immenso pezzo di storia della musica italiana! 👇 🎶

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Carletti a " Vita in diretta" Rai 1

Roma – Ci sono traguardi anagrafici che non sono soltanto candeline da spegnere su una torta, ma veri e propri monumenti eretti alla storia della cultura popolare di un intero Paese. È esattamente quello che è andato in scena nel salotto televisivo di “La Vita in Diretta”, dove la padrona di casa Manuela Moreno ha celebrato in grande stile l’ottantesimo compleanno di una leggenda vivente della musica italiana: Beppe Carletti, storico fondatore, tastierista e leader incontrastato de I Nomadi. Visibilmente emozionato, ma con la grinta e la lucidità di un ragazzino che ha appena fondato la sua prima garage-band, Carletti ha regalato al pubblico di Rai 1 un’intervista meravigliosa, un viaggio intimo tra ricordi, rimpianti, amicizie immortali e un amore viscerale per il palcoscenico che non accenna a spegnersi.

Un record planetario: “Siamo secondi solo ai Rolling Stones, e mi sta bene”

La statistica, di per sé, fa venire i brividi a chiunque ami la musica suonata. I Nomadi, nati nell’ormai lontanissimo 1963 nelle nebbie e nel fermento della provincia emiliana, sono oggi la band più longeva dell’intero panorama musicale italiano e la seconda in assoluto a livello mondiale. «Nel mondo siamo secondi solo ai Rolling Stones, ed è un secondo posto che mi sta assolutamente bene!», ha scherzato Carletti con gli occhi che brillavano di orgoglio. Ed è vero: mentre le mode passavano, i governi cadevano e le tecnologie stravolgevano il mondo, I Nomadi sono rimasti lì, aggrappati ai loro strumenti, continuando a suonare per un pubblico sterminato e transgenerazionale che non li ha mai traditi.

Il ricordo struggente di Augusto Daolio: un vuoto impossibile da colmare

Impossibile, ripercorrendo questi sessantatré anni di carriera inarrestabile, non fermarsi a piangere l’altra metà del cielo della band. Il ricordo del compianto Augusto Daolio, co-fondatore e voce inarrivabile del gruppo, è ancora una ferita aperta nel cuore di Carletti. «Io e Augusto eravamo estremamente affini. Ci siamo incontrati che avevamo appena 16 anni e, di fatto, siamo diventati uomini insieme», ha ricordato il tastierista con la voce incrinata dalla commozione. «Aveva una voce incredibile, unica, e un carisma magnetico. Ancora oggi, sinceramente, non so come abbiamo fatto a trovare la forza di continuare senza di lui».

L’omaggio a Francesco Guccini: “Senza di lui ci sentiamo tutti più piccoli”

La storia dei Nomadi è indissolubilmente legata a quella dei più grandi cantautori italiani, primo fra tutti il Maestro Francesco Guccini, autore di inni immortali portati al successo dalla band emiliana (da “Dio è morto” a “Canzone per un’amica”). «La sua morte», ha dichiarato Carletti in un passaggio profondamente toccante dell’intervista, riferendosi alla scomparsa del cantautore, «ci ha fatto diventare improvvisamente tutti un po’ più piccoli. È stato un gigante, un grande poeta del Novecento. Custodisco tantissimi ricordi insieme a lui, c’era una stima incredibile e reciproca che ci legava».

Dalla provincia ai Måneskin: la musica suona sempre allo stesso modo

Ma I Nomadi non sono mai stati artisti con la “puzza sotto il naso”. Hanno sempre evitato il divismo da rockstar, preferendo rimanere ben ancorati alla loro terra. «Siamo sempre stati abbastanza schivi», ha spiegato Carletti, «abbiamo continuato a vivere tranquilli nei nostri paesi, tra la nostra gente. E proprio da lì ci siamo tolti la soddisfazione immensa di cantare canzoni impegnate che hanno girato il mondo».

Oggi, a 80 anni compiuti, Beppe Carletti guarda alla musica contemporanea senza pregiudizi, con la curiosità di un vero appassionato. E spiazza tutti facendo un grande complimento alla rock-band italiana del momento: «I Måneskin mi piacciono tantissimo, ho gioito in modo sincero quando hanno vinto Sanremo». Perché, in fondo, l’energia del rock è universale. «Mi diverto ancora un mondo a salire sul palco», ha rassicurato infine il suo sterminato pubblico. «Per quanto riguarda I Nomadi, ve lo garantisco: la musica suona e suonerà sempre allo stesso modo».

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Lifestyle

Gli arcani diventano letteratura dell’anima

Un viaggio tra storia, arte e simboli per riscoprire il misterioso alfabeto delle immagini. Dai Tarocchi delle corti rinascimentali alla cartomante contemporanea, un racconto che attraversa i secoli e arriva fino a noi.

Ci sono immagini che non invecchiano.

Restano lì, immobili e silenziose, mentre intorno cambiano gli uomini, le mode, le città, persino il modo di guardare il mondo. Eppure, quando torniamo a osservarle, quelle immagini sembrano sapere ancora qualcosa di noi.

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Chiara De Magistris

Redazione-  Un viaggio tra storia, arte e simboli per riscoprire il misterioso alfabeto delle immagini. Dai Tarocchi delle corti rinascimentali alla cartomante contemporanea, un racconto che attraversa i secoli e arriva fino a noi.

Ci sono immagini che non invecchiano.

Restano lì, immobili e silenziose, mentre intorno cambiano gli uomini, le mode, le città, persino il modo di guardare il mondo. Eppure, quando torniamo a osservarle, quelle immagini sembrano sapere ancora qualcosa di noi.

È forse questo il segreto degli Arcani Maggiori: non raccontano soltanto una storia antica, ma continuano a suggerirne una nuova ogni volta che qualcuno posa lo sguardo su di loro.

“Dalla strega alla cartomante: il viaggio degli Arcani nell’anima” nasce proprio da questa suggestione. Una conferenza storico-simbolica che attraversa la storia dei Tarocchi per arrivare al loro significato contemporaneo, là dove il simbolo incontra la letteratura, l’arte, la psicologia, la memoria e quella parte misteriosa dell’essere umano che ancora oggi abbiamo difficoltà a chiamare per nome.

Non è un viaggio nel futuro. È, semmai, un viaggio dentro il presente.

Prima ancora di essere interpretati, gli Arcani sono stati guardati. E guardare un’immagine significa già cominciare a raccontare.

La storia dei Tarocchi può essere letta anche come la storia di una straordinaria letteratura senza parole, costruita attraverso volti, gesti, paesaggi, animali, colori, corone, stelle, torri e sentieri.

Le loro figure appartengono a un immaginario che ha attraversato pittura, teatro, narrativa e cultura popolare. Sono diventate personaggi prima ancora che qualcuno decidesse di chiamarli archetipi.

Il percorso storico conduce alle corti italiane del XV secolo, quando nascono alcuni dei più importanti esempi della tradizione tarologica. I preziosi mazzi Visconti-Sforza raccontano già un mondo nel quale l’immagine non è semplice ornamento, ma rappresentazione di valori, potere, destino e condizione umana.

Poi arriveranno altre tradizioni, altri linguaggi, altre interpretazioni: il Tarot de Marseille, fino alla rivoluzione iconografica del Rider-Waite e alle molteplici riletture contemporanee.

Il mazzo cambia. Il bisogno dell’uomo di interrogare le immagini, invece, rimane.

Dentro questa lunga storia c’è anche una storia tutta femminile. È quella della donna che conosce ciò che gli altri temono di conoscere.

La strega, per secoli, è stata una figura sospesa tra paura e fascinazione, tra conoscenza popolare e persecuzione. La cartomante ne raccoglie, in parte, l’eredità simbolica trasformandola in un’altra figura dell’immaginario: la donna che osserva, interpreta, ascolta.

Non più necessariamente colei che possiede una verità assoluta, ma colei che custodisce un linguaggio.

Un linguaggio fatto di simboli.

Ed è forse proprio qui che la figura della cartomante acquista una dimensione culturale più ampia: diventa una sorta di narratrice dell’invisibile, una mediatrice tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo.

La domanda più interessante, allora, diventa inevitabile: a cosa servono davvero gli Arcani?

La risposta di questo percorso è affidata a una prospettiva precisa: non alla certezza della predizione, ma alla possibilità dell’interpretazione.

Una carta non deve necessariamente dirci cosa accadrà. Può aiutarci a capire come stiamo guardando ciò che accade.

Può diventare uno specchio emotivo. Una finestra. Talvolta persino una domanda.

Il simbolo, infatti, non impone una risposta: apre uno spazio. Ed è in quello spazio che ciascuno può riconoscere qualcosa di sé.

L’Eremita può diventare il racconto della solitudine, ma anche della ricerca. La Torre può evocare la distruzione, ma anche la liberazione da ciò che non regge più. La Stella può parlare di speranza, mentre la Morte, forse la più fraintesa delle immagini, può diventare metafora di trasformazione e rinascita.

Sono immagini che non hanno una sola voce. E forse proprio per questo continuano a parlarci.

Il grande fascino degli Arcani è anche nella loro capacità di dialogare con la creatività.

Uno scrittore può osservare una carta e trovarvi un personaggio. Un pittore può trovarvi un paesaggio. Un lettore può riconoscervi una parte della propria vita. Un autore può trasformarla nell’inizio di un racconto.

È qui che il simbolo diventa letteratura.

Le antologie dedicate agli Arcani rappresentano, in questo senso, un interessante esempio di narrazione collettiva: uno stesso simbolo affidato a più autori può generare storie differenti, talvolta persino opposte.

La carta rimane la stessa. Cambiano gli occhi che la guardano. E cambia, con essi, la storia.

La conferenza potrà ospitare voci provenienti da mondi differenti: psicologi o counselor, autori e curatori di antologie tematiche, cartomanti professionisti.

Professioni ed esperienze diverse chiamate a confrontarsi sul medesimo territorio: quello del simbolo.

Non per trasformare gli Arcani in una formula magica, ma per comprenderne il fascino e la capacità di attivare domande, emozioni e percorsi narrativi.

Perché ogni simbolo, in fondo, è una piccola porta. E ogni porta presuppone qualcuno disposto ad attraversarla.

Poi, quando le parole della conferenza saranno finite, arriverà il momento più semplice e forse più suggestivo.

Una carta verrà estratta. E da quella carta nascerà un racconto improvvisato.

Sarà il simbolo a suggerire la strada, lasciando che l’immaginazione faccia il resto.

Un piccolo teatro dell’imprevisto. Un’immagine consegnata al pubblico come ultimo fotogramma di un viaggio.

E forse sarà proprio allora che gli Arcani mostreranno la loro natura più autentica: non quella di strumenti capaci di consegnarci un destino già scritto, ma quella di specchi nei quali possiamo provare a leggere le infinite possibilità della nostra storia.

A margine della conferenza potrà inoltre essere creato un piccolo spazio riservato al pubblico, nel quale offrire, a chi lo desidererà, brevi letture individuali gratuite della durata di circa dieci minuti.

Un momento intimo, organizzabile prima o dopo l’incontro, nel rispetto delle esigenze della manifestazione.

Non una sentenza sul domani. Piuttosto, un incontro con un’immagine.

Perché a volte basta una carta per cominciare un racconto. E a volte quel racconto parla proprio di noi.

Dalla strega alla cartomante, dunque. Dalle corti rinascimentali alle sale contemporanee. Dal gioco al simbolo, dal simbolo alla narrazione, dalla narrazione alla consapevolezza.

È questa la traiettoria degli Arcani: una strada lunga secoli che continua a sorprenderci perché, mentre pensiamo di osservare le carte, scopriamo che sono loro, in qualche modo, a osservare noi.

E forse il loro vero mistero non consiste nel dirci cosa ci aspetta domani.

Consiste nel ricordarci che il futuro, prima ancora di essere previsto, è una storia che deve ancora essere scritta.

Chiara De Magistris

CHIARA DE MAGISTRIS: «GLI ARCANI NON CI DICONO CHI SAREMO. CI AIUTANO A GUARDARE CHI SIAMO»

Intervista a Chiara De Magistris, responsabile centro di cartomanzia online TarotLuna.it e studia i Tarocchi per lavoro e per passione, sul viaggio degli Arcani nell’anima, tra storia, simboli, intuizione e consapevolezza

 

Buongiorno Chiara, partirei da una domanda apparentemente semplice, ma forse proprio per questo difficile: perché, dopo secoli, l’umanità continua ad avere bisogno delle carte?

Perché continuiamo ad avere bisogno di raccontarci e perché spesso il futuro e le scelte ci  rendono insicuri. L’essere umano cambia strumenti, linguaggi e abitudini, ma rimane sempre alla ricerca di un significato. Gli Arcani parlano attraverso immagini e le immagini arrivano in luoghi nei quali le parole, qualche volta, non riescono ad arrivare. Una carta può suscitare una domanda, un ricordo, un’emozione. E già questo, secondo me, è un modo per entrare in contatto con una parte di noi.

 

Nel titolo della conferenza c’è un passaggio molto suggestivo: “dalla strega alla cartomante”. Che cosa racconta, secondo Lei, questa trasformazione?

Racconta soprattutto il cambiamento dello sguardo della società sulla figura femminile e sul sapere. La strega è stata spesso rappresentata come una donna pericolosa perché possedeva conoscenze che sfuggivano al controllo comune. La cartomante appartiene a un immaginario diverso, ma conserva quella figura femminile che osserva, interpreta e custodisce un linguaggio simbolico. È interessante perché dietro queste figure c’è una domanda antica: quanto siamo disposti ad accettare ciò che non comprendiamo completamente?

Lei pensa che oggi abbiamo più paura dell’ignoto o, al contrario, ne siamo ancora profondamente affascinati?

Credo entrambe le cose. L’ignoto ci spaventa perché non possiamo controllarlo, ma proprio per questo ci attrae. Viviamo in un’epoca nella quale abbiamo strumenti straordinari per conoscere e prevedere moltissime cose. Eppure rimane una parte dell’esistenza che non possiamo programmare. Gli Arcani abitano proprio quella zona di confine.

C’è una differenza importante tra predire e interpretare. Perché è così importante sottolinearla?

Perché credo sia fondamentale restituire alle carte il loro valore simbolico. Io non vedo gli Arcani come sentenze. Non credo che una carta debba togliere a una persona la libertà di scegliere il libero arbitrio è comunque  importante. Al contrario, può aiutarla a interrogarsi. Il futuro non è una pagina già stampata: è anche il risultato delle nostre decisioni. Una lettura dovrebbe aprire possibilità, non chiuderle.

Se gli Arcani sono uno specchio, che cosa rischiamo di vedere quando ci guardiamo davvero?

 

Potremmo vedere proprio ciò che per tanto tempo abbiamo cercato di evitare. Una paura, un desiderio, una scelta rimandata, una relazione che non ci appartiene più. Ma possiamo vedere soprattutto le nostre risorse. Lo specchio non serve soltanto a mostrarci le fragilità. Può ricordarci chi siamo e ciò che abbiamo dimenticato di essere.

Esiste un Arcano che, secondo Lei, viene particolarmente frainteso?

Sì. Sicuramente la Morte. Il nome può generare timore, ma nel linguaggio simbolico non deve essere necessariamente letto in senso letterale. Può rappresentare una conclusione, una trasformazione, la necessità di lasciare andare qualcosa perché possa nascere una fase nuova. A volte abbiamo paura della fine, quando quella fine è semplicemente una soglia.

E qual è, invece, il rapporto tra gli Arcani e la scrittura?

 

È un rapporto straordinario. Ogni Arcano contiene una storia potenziale sono pieni di simboli. Basta osservare un’immagine e chiedersi: chi è quella persona? Da dove viene? Che cosa ha perduto? Che cosa desidera? Che cosa accadrà dopo? Cosa rappresenta il simbolismo contenuto? Da una carta può nascere un racconto, una poesia, un personaggio. Per questo trovo molto interessante il dialogo con le antologie: più autori possono guardare lo stesso simbolo e restituirne mondi completamente differenti.

 

Quindi lo stesso Arcano può raccontare persone diverse?

Assolutamente sì. Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti. Il simbolo è comune, ma l’esperienza è individuale. Una stessa carta può parlare di amore a una persona, di solitudine a un’altra, di coraggio a una terza. Non è necessariamente la carta a cambiare: cambiamo noi mentre la osserviamo.

Se dovesse scegliere una sola parola per descrivere il rapporto tra una persona e i suoi Arcani, quale sceglierebbe?

Ascolto.

Perché proprio “ascolto”?

Perché siamo abituati a parlare molto e ad ascoltarci poco. Una carta ci obbliga, in qualche modo, a fermarci. A osservare. A lasciare emergere una sensazione prima ancora di cercare una spiegazione razionale. L’ascolto è il primo passo verso la consapevolezza.

Durante la conferenza è prevista anche l’estrazione di una carta e una narrazione improvvisata. Che cosa vorrebbe lasciare, attraverso quel momento, al pubblico?

Vorrei lasciare una sensazione. Non necessariamente una risposta. Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dalla sala con un’immagine nella mente, una frase, una domanda. Qualcosa che continui a lavorare dentro anche dopo la fine dell’incontro. Perché il simbolo, quando è autentico, non finisce quando termina la spiegazione: continua a vivere dentro di noi.

E nelle brevi letture individuali che saranno eventualmente proposte, che cosa dovrebbe cercare una persona?

Non una certezza sul domani. Cercherei piuttosto un momento di ascolto personale. Dieci minuti possono sembrare pochi, ma possono essere sufficienti per fermarsi e guardare una questione da una prospettiva diversa. La cosa importante è mantenere sempre il rispetto per la libertà e per la sensibilità di chi abbiamo davanti.

Vorrei chiudere con una domanda che non riguarda le carte, ma l’uomo. Secondo Lei, abbiamo ancora la capacità di stupirci?

Sì, ma dobbiamo concederci il tempo per farlo. Lo stupore nasce quando smettiamo, almeno per un momento, di pretendere di avere già tutte le risposte. Gli Arcani possono ricordarci proprio questo: che la vita conserva zone misteriose e che non tutto deve essere immediatamente spiegato, ascoltare il nostro io interiore è un grande passo e certamente potrebbe stupirci

 

Se potesse lasciare al pubblico una sola frase prima che venga voltata l’ultima carta, quale sarebbe?

Gli direi  chiedete alla Carta cosa accadrà, perché spesso la risposta è già nel vostro cammino. Gli Arcani non predicono: rivelano. Sono il varco che illumina l’interiore e il compagno che guida nei momenti difficili, un percorso che si apre dentro di voi.”

Chiara De Magistris

L’appuntamento è fissato per il 13 settembre 2026 presso la sede della Riserva Naturale Regionale Nazzano, Tevere-Farfa.

“Dalla strega alla cartomante: il viaggio degli Arcani nell anima”

 

Chiara De Magistris

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