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Esteri

L’orgoglio tricolore nei Balcani: i soldati italiani della missione NATO garanti di pace e sicurezza nel cuore del Kosovo

L’orgoglio tricolore non si ferma mai! I nostri straordinari soldati in Kosovo garantiscono la pace e la sicurezza dell’Europa! 🇮🇹 🪖 Troppo spesso ci dimentichiamo del lavoro eroico, faticoso e silenzioso dei nostri uomini e donne in divisa impegnati all’estero! I militari dell’Esercito Italiano, impiegati nella delicatissima missione “KFOR” della NATO, continuano a vigilare instancabilmente sulla complessa polveriera dei Balcani. Nelle scorse ore, all’interno della base “Camp Village Italia” a Peje, si è tenuto un vertice importantissimo! Il Colonnello Giuseppe De Blasi (Comandante della Regione Ovest per la NATO) ha accolto il Direttore del Centro Regionale OSCE Cristiano Barale per fare il punto sulla situazione militare e strategica del territorio kosovaro. Come riporta Aldo Di Giovanni, il vertice è servito a rafforzare la cooperazione internazionale. Il Colonnello De Blasi ha ribadito il senso del mandato Onu assegnato all’Italia nel lontano 1999: “Il nostro compito è mantenere un ambiente pacifico e sicuro per tutte le persone e le etnie che vivono in Kosovo, lavorando a stretto contatto con la polizia locale!”. Un ruolo di assoluta leadership, fatto di umanità, fermezza e diplomazia, che fa dei nostri militari un modello di peacekeeping rispettato, stimato e invidiato in tutto il mondo! Leggi i dettagli del vertice internazionale nel nostro articolo! 👇 🕊️ Siamo orgogliosi dei nostri soldati tricolore? Ringraziamoli nei commenti per i sacrifici che fanno ogni giorno lontani dalle loro famiglie!

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Il Colonnello dell' Esercito Italiano Giuseppe De Blasi e Sig.Cristiano Barale Direttore del Centro Regionale OSCE al Camp Village Italia a Peje

Redazione – Ci sono uomini e donne in divisa che, ben lontani dalle luci dei riflettori mediatici, lavorano silenziosamente e instancabilmente 365 giorni all’anno per garantire l’equilibrio, la sicurezza e la pace in alcuni dei quadranti geopolitici più complessi, instabili e delicati del nostro pianeta. Tra le missioni internazionali più importanti e prestigiose in cui il nostro Paese è storicamente impegnato in prima linea, spicca senza dubbio l’impegno costante e inarrestabile dei soldati italiani della missione “KFOR” (Kosovo Force), l’imponente operazione militare a guida NATO che da oltre un quarto di secolo sorveglia la stabilità dei Balcani.
A riaccendere i fari su questa fondamentale missione di pace è un resoconto curato da Aldo Di Giovanni, che ci racconta nel dettaglio le ultime, cruciali ore di lavoro diplomatico e strategico portate avanti dalle nostre Forze Armate sul complicatissimo territorio kosovaro.

Il vertice strategico al “Camp Village Italia” di Peje

Il cuore pulsante dell’impegno tricolore in questa regione si trova a Peje (conosciuta anche come Peć), all’interno dell’imponente e organizzatissimo “Camp Village Italia”. È qui che nelle scorse ore si è svolto un incontro istituzionale e operativo di altissimo livello per il mantenimento della stabilità regionale.
Il Colonnello dell’Esercito Italiano Giuseppe De Blasi, che ricopre l’incarico di massima responsabilità come Comandante della “Regione Ovest” della Forza NATO in Kosovo, ha ufficialmente accolto e ricevuto all’interno della base militare italiana il Signor Cristiano Barale, figura di primissimo piano in quanto Direttore del Centro Regionale dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Un vertice bilaterale di estrema importanza, che testimonia il ruolo di assoluta leadership dell’Italia nel coordinare le diverse forze internazionali schierate sul campo.

Il focus: sicurezza sul territorio e massima cooperazione

La lunga e proficua riunione a porte chiuse tra il Colonnello De Blasi e il Direttore Barale si è concentrata in modo chirurgico sull’analisi dettagliata e sull’aggiornamento della situazione di sicurezza nell’area di responsabilità del Comando Regionale Ovest (una zona storicamente segnata da profondissime divisioni etniche e tensioni latenti).
Sul tavolo del vertice sono state analizzate tutte le opportunità strategiche necessarie per rafforzare ulteriormente e in modo tangibile la cooperazione tra i militari dell’Esercito Italiano (sotto l’egida della NATO) e il personale civile e diplomatico dell’OSCE. L’obiettivo comune, infatti, è quello di monitorare, prevenire e disinnescare sul nascere qualsiasi potenziale scintilla che possa riaccendere il fuoco del conflitto tra le diverse etnie che popolano l’area.

Il mandato ONU 1244 e il coordinamento con la Polizia locale

Durante i lavori del summit, il Colonnello De Blasi ha tenuto a ribadire e sottolineare pubblicamente l’importanza sacrale del compito affidato ai nostri ragazzi in divisa dalla storica risoluzione numero 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (emanata nel lontano 1999, all’indomani della sanguinosa guerra nei Balcani).
La missione dell’Italia e della NATO non è quella di favorire una fazione a discapito dell’altra, ma di contribuire attivamente a creare e mantenere un ambiente totalmente sicuro (il cosiddetto “Safe and Secure Environment”) per tutte le persone, di qualsiasi etnia, che vivono e lavorano in Kosovo, permettendo loro di prosperare senza il terrore della violenza. Questo delicatissimo compito viene portato avanti dai nostri soldati in strettissima e quotidiana coordinazione con la Polizia Kosovara. I nostri militari, infatti, agiscono come formidabile rete di protezione e di deterrenza, garantendo la sicurezza sul territorio nel rispetto dei rispettivi ruoli istituzionali.
Un lavoro eroico, silenzioso e diplomaticamente perfetto, che rende l’Esercito Italiano un orgoglio tricolore ammirato e rispettato in tutto il mondo per la sua straordinaria umanità e professionalità.

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Dall’idea all’impresa: la giovane afghana che ha digitalizzato i biglietti degli autobus a Kabul

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Sadaf Afghan

Redazione- In un Paese segnato da difficoltà e limitazioni, una giovane imprenditrice afghana ha scelto di affidarsi alla tecnologia per rendere più semplice un gesto quotidiano: acquistare un biglietto dell’autobus.

È Sadaf Afghan, giovane imprenditrice che a Kabul ha fondato “Qased”, una piattaforma online che consente ai passeggeri di prenotare i biglietti degli autobus senza doversi recare personalmente al terminal. Il servizio prevede inoltre la consegna del biglietto direttamente a domicilio.

“Qased” è stata fondata circa un anno fa, mentre il servizio di vendita online dei biglietti è entrato ufficialmente in funzione cinque mesi dopo. L’attività, iniziata con appena tre persone, oggi conta un team di otto dipendenti, quattro dei quali sono donne.

In un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, Sadaf Afghan ha spiegato che la società si occupa di acquistare online i biglietti richiesti dai passeggeri e di consegnarli direttamente a casa. Ma il suo progetto va oltre la semplice vendita digitale: l’obiettivo è ampliare “Qased” e aprire filiali in altre province dell’Afghanistan, creando nuove opportunità di lavoro sia per le donne sia per gli uomini.

Avviare un’impresa innovativa in un Paese in cui molti servizi vengono ancora gestiti attraverso procedure tradizionali e in presenza non è semplice. Nonostante le difficoltà, però, Sadaf Afghan sostiene che la risposta della popolazione sia incoraggiante.

«Ogni attività è difficile all’inizio, ma non dobbiamo arrenderci. Nel complesso, le persone ci sostengono», ha dichiarato.

Il trasporto su strada continua a rappresentare uno dei principali mezzi di collegamento tra le città afghane. La limitata presenza di infrastrutture ferroviarie e di sistemi di trasporto pubblico moderni rende gli autobus interurbani essenziali per milioni di persone.

Per molti passeggeri, acquistare un biglietto significa ancora recarsi fisicamente al terminal e pagare in contanti. È proprio su questa necessità che “Qased” ha costruito la propria proposta: utilizzare gli strumenti digitali per rendere il processo più semplice, rapido e accessibile.

Sadaf Afghan auspica inoltre che le autorità talebane possano contribuire al miglioramento del sistema dei trasporti e sostenere le imprese che cercano di offrire nuovi servizi alla popolazione.

Il progetto, tuttavia, non si ferma ai biglietti degli autobus. In futuro, la giovane imprenditrice vorrebbe estendere l’attività anche al trasporto aereo, permettendo ai clienti di acquistare online i biglietti dei voli e riceverli direttamente a casa.

Accanto alla dimensione tecnologica e imprenditoriale, “Qased” rappresenta anche una possibilità concreta di lavoro per alcune giovani donne afghane.

Tra i dipendenti c’è Mohammadi, 20 anni, che ogni giorno si sposta in motocicletta per le strade di Kabul consegnando ai clienti i biglietti ordinati attraverso la piattaforma. Dopo aver frequentato la scuola fino alla decima classe, racconta che il lavoro fuori casa e la possibilità di svolgere autonomamente le proprie mansioni gli hanno dato un maggiore senso di indipendenza e fiducia nel futuro.

Con l’espansione dell’attività, Mohammadi spera che possano nascere nuove opportunità professionali, soprattutto per le giovani donne.

La storia di “Qased” è, in apparenza, quella di una semplice piattaforma per la vendita online di biglietti. In realtà, racconta qualcosa di più: la scelta di una giovane donna di trasformare una difficoltà quotidiana in un’opportunità, utilizzando la tecnologia per creare un servizio, generare occupazione e aprire nuovi spazi di partecipazione economica.

In un contesto complesso come quello afghano, iniziative di questo tipo mostrano come l’innovazione e l’imprenditorialità possano ancora diventare strumenti capaci di creare opportunità e immaginare nuove possibilità per il futuro.

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Egitto, condannata a morte la conduttrice televisiva Sarah Khalifa

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Sarah Khalifa

Redazione- Un tribunale penale del Cairo ha condannato a morte per impiccagione Sarah Khalifa, 39 anni, nota conduttrice e produttrice televisiva egiziana, insieme ad altre 11 persone, nell’ambito di un maxi-processo legato alla produzione e al traffico di stupefacenti.

Secondo quanto riportato dalla stampa egiziana, tra cui il quotidiano statale Al-Ahram, gli imputati avrebbero fatto parte di una banda criminale organizzata accusata di importare dall’estero sostanze e materie prime destinate alla produzione di droghe sintetiche, per poi lavorarle e distribuirle sul mercato. Gli investigatori avrebbero inoltre sequestrato ingenti quantità di sostanze stupefacenti e materiali utilizzati per la loro produzione, oltre ad armi da fuoco e munizioni detenute illegalmente.

Sarah Khalifa è conosciuta soprattutto per il programma televisivo «Mission Impossible», dedicato a temi legati alla criminalità e alla sicurezza. La conduttrice ha respinto le accuse nei suoi confronti.

Nel procedimento erano complessivamente 28 gli imputati. Oltre alle 12 condanne a morte, il tribunale ha inflitto l’ergastolo a nove persone, mentre altre sette sono state assolte.

La condanna a morte non è ancora definitiva. Il legale di Sarah Khalifa ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso, chiedendo alla magistratura di riesaminare il caso.

La vicenda aveva già attirato l’attenzione dei media egiziani nelle scorse settimane, per il coinvolgimento di una figura televisiva conosciuta e per la gravità delle accuse contestate agli imputati.

Foto: Instagram/ sara_khaliifa

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L’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai: «Le mie figlie non possono andare a scuola e questo mi rende molto triste»

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Hamid Karzai

Redazione- In una recente intervista, l’ex presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai ha parlato della situazione delle sue figlie e del dolore che prova nel vederle private della possibilità di andare a scuola.

Due delle sue tre figlie, ha raccontato Karzai, non possono più frequentare la scuola. Una situazione che, secondo le sue parole, le rende «molto, molto tristi» e che rappresenta anche per lui una profonda fonte di dolore.

Karzai ha spiegato di aver parlato direttamente con i Talebani e di aver espresso con chiarezza la propria posizione: finché alle ragazze non sarà permesso di tornare a scuola, non potrà parlare positivamente del loro governo.

Per Karzai, questa non è soltanto una questione politica. È qualcosa che vive dentro la propria famiglia. Le sue figlie fanno parte della stessa generazione di milioni di ragazze afghane alle quali è stato impedito di continuare gli studi.

«Se riapriranno le scuole alle ragazze, allora potrò parlare anche delle cose positive che fanno», è il senso del messaggio che Karzai ha rivolto ai Talebani.

Oggi l’ex presidente vive a Kabul, lontano dal potere che un tempo esercitava. Ma quando parla delle sue figlie, la politica lascia spazio alle emozioni di un padre.

Due ragazze che vorrebbero andare a scuola, ma non possono.

Ed è proprio questa realtà, semplice e dolorosa, a spiegare perché Karzai continui a considerare l’istruzione delle ragazze una delle questioni più importanti per il futuro dell’Afghanistan.

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