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Milano piange Baresi e don Mazzi, il ricordo di Jonghi Lavarini

Milano in lutto per la scomparsa di Franco Baresi e don Antonio Mazzi: il ricordo personale dell’ex presidente di zona Roberto Jonghi Lavarini. 🚨 🕊️

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Baresi, Mazzi

Milano – Nel volgere di pochi giorni, il capoluogo lombardo si ritrova a piangere la scomparsa di due figure storiche, carismatiche e profondamente radicate nel tessuto civile e sociale della città. Sebbene provenienti da percorsi di vita, ambienti e sensibilità culturali radicalmente differenti, sia il leggendario calciatore Franco Baresi sia il sacerdote don Antonio Mazzi hanno saputo imprimere un’impronta indelebile nella memoria collettiva di Milano, accompagnando le trasformazioni e le fragilità della metropoli dal secondo Novecento fino ai giorni nostri. La notizia del loro definitivo congedo biologico ha sollevato un’ondata di commozione sincera tra i cittadini, spingendo esponenti delle istituzioni e rappresentanti del territorio a riflettere sull’eredità morale, sportiva e solidaristica lasciata in dote alle future generazioni.

L’omaggio a Franco Baresi: il capitano gentiluomo del grande calcio

La perdita di Franco Baresi priva il mondo dello sport italiano e internazionale di un autentico punto di riferimento, un campione d’altri tempi capace di elevare il gioco del calcio a espressione di eleganza, lealtà e stile. Storica bandiera del Milan e della Nazionale, Baresi non è stato soltanto un atleta dai piedi raffinati e dalla straordinaria visione tattica, ma ha rappresentato l’archetipo del capitano gentiluomo, rispettato dagli avversari e amato in modo trasversale dalle tifoserie di ogni colore. La sua leadership silenziosa, fondata sull’esempio quotidiano, sul rispetto rigoroso delle regole e sulla fedeltà assoluta ai colori della propria squadra, lo ha reso un simbolo di quella Milano laboriosa e sobria che preferisce i fatti concreti alle parole vuote dei circuiti commerciali.

La figura ruvida e l’instancabile opera sociale di don Antonio Mazzi

Di tutt’altro temperamento, ma ugualmente centrale nella storia rionale e cittadina, è stata la parabola terrena e pastorale di don Antonio Mazzi. Descritto come un prete dalle posizioni accese e dal carattere ruvido, lontano dai tradizionali e rassicuranti schemi d’aula ecclesiastici, don Mazzi ha saputo convertire la sua forte vocazione in un’azione sociale di straordinaria efficacia attraverso la fondazione della Comunità Exodus. Il suo instancabile apostolato si è concentrato sul recupero dei giovani dalle dipendenze, sulla prevenzione del disagio giovanile e sull’accoglienza dei minori e degli ultimi delle periferie urbane. Abile e moderno comunicatore, ha saputo scuotere le coscienze della borghesia milanese, offrendo alle famiglie colpite dal dramma della droga un approdo sicuro e una concreta speranza di riscatto civile.

Il ricordo personale e il confronto franco con le istituzioni di zona

Sulla scomparsa dei due storici volti milanesi è intervenuto con una nota di profondo cordoglio Roberto Jonghi Lavarini, figura nota della destra milanese, il quale ha voluto ricordare l’onore di aver conosciuto e frequentato entrambi nel corso della sua lunga attività amministrativa all’interno dei quartieri. Jonghi Lavarini, che in passato ha ricoperto i ruoli di consigliere e di presidente di zona a Milano, ha rievocato in particolare i momenti di confronto diretto e appassionato vissuti con il fondatore di Exodus nelle sedi municipali: «Erano due grandi milanesi, molto diversi tra loro, che hanno segnato la storia della nostra città. Ho avuto il piacere di conoscerli entrambi e di confrontarmi, in maniera sempre franca, sincera e leale, con don Mazzi durante i miei mandati nel territorio a servizio della comunità».

La cooperazione rionale per combattere l’isolamento e il disagio delle periferie

La duplice scomparsa riapre una seria riflessione amministrativa e sociologica sulle fragilità che colpiscono il capitale umano della metropoli contemporanea, specialmente nei quartieri più distanti dal centro storico. L’eredità di don Mazzi dimostra come il contrasto alla solitudine giovanile e alle nuove forme di dipendenza indotte dall’abuso degli schermi digitali e delle reti virtuali richieda presìdi fisici di ascolto permanente e un forte welfare di prossimità. La cooperazione trasparente tra le istituzioni comunali, il Terzo Settore e l’associazionismo sportivo, sul modello tracciato dall’eleganza di Baresi e dal coraggio di Exodus, rimane l’unica via per garantire l’ordine, la sicurezza e la legalità, offrendo ai ragazzi delle province opportunità reali di lavoro e di crescita sana.

L’addio della città e il valore della memoria storica per il domani

In ultima analisi, il saluto commosso di Milano a Franco Baresi e a don Antonio Mazzi si offre alla società civile come un invito solenne a non disperdere il patrimonio di valori, passione e dedizione che questi due uomini hanno saputo seminare nel corso delle loro lunghe esistenze. Sostenere il merito dei giusti e proteggere la memoria storica della città costituisce il primo dovere civile per edificare i cittadini responsabili del domani. Le loro storie, così distanti eppure così unite dall’amore per Milano, continueranno a camminare sulle gambe dei giovani atleti e degli operatori sociali che ogni giorno si spendono nei campi e nelle comunità, dimostrando che la grandezza di una comunità si misura linearmente dalla sua capacità di non dimenticare chi ha servito il bene comune.

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Grillismo e futuro, Sforzini invita Beppe Grillo al Castello Sforzini

Il Centro Studi Rinascimento Nazionale invita Beppe Grillo al Castello Sforzini per un confronto culturale sulle origini del grillismo. 🏛️ 🗳️

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Luca Sforzini

Castellar Ponzano – Nel movimentato scenario dei partiti e delle correnti ideologiche che stanno ridefinendo i confini del dibattito pubblico e istituzionale nell’Eurozona, l’analisi delle grandi parabole politiche del recente passato costituisce un fattore strategico per comprendere la transizione della democrazia moderna. In una giornata dominata dalle tese discussioni e dai confronti ravvicinati che investono i vertici del Movimento 5 Stelle, si registra un’importante presa di posizione da parte del mondo saggistico e dei think tank indipendenti. Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, la nota fucina culturale legata alla piattaforma Futuro Nazionale, ha diffuso una nota ufficiale per esaminare l’eredità storica della prima stagione del grillismo. Lontano dalle polemiche personali dell’ultima ora, Sforzini ha formalizzato una proposta di alto spessore intellettuale, invitando pubblicamente il garante e fondatore Beppe Grillo presso lo storico Castello Sforzini di Castellar Ponzano, nella provincia alessandrina, per un confronto laico e privo di pregiudizi.

La tesi di Rinascimento Nazionale: le domande profonde restano vive

La disamina del presidente del Centro Studi si oppone con fermezza alla tendenza di molti osservatori di liquidare in modo frettoloso il Movimento 5 Stelle come un’esperienza storica definitivamente conclusa o ridotta a mera dinamica burocratica. Secondo la dottrina culturale promossa da Sforzini, se è pur vero che le sigle e le strutture di partito sono destinate a fllettere e persino a scomparire nel corso del tempo, le domande profonde, i bisogni materiali e le sofferenze sociali che le hanno generate rimangono elementi vivi all’interno dei mercati civili. Il primo grillismo delle origini, al di là delle indubbie ingenuità strutturali, ha rappresentato una gigantesca e viscerale ribellione popolare contro la partitocrazia tradizionale, il professionismo politico e la distanza sempre più netta che separa le famiglie e i cittadini onesti dalle élite dominanti dei palazzi romani.

Il superamento dei confini ideologici e il valore del merito

Pur ribadendo la netta e storica distanza del Centro Studi Rinascimento Nazionale da numerose scelte amministrative e legislative compiute dai governi pentastellati negli anni successivi, Luca Sforzini rivendica la necessità di un ascolto coraggioso e trasparente. Una comunità culturale seria, si legge nel manifesto del think tank, ha il dovere civile di non selezionare gli interlocutori in base alle semplici tessere di appartenenza, ma deve sforzarsi di comprendere quali intuizioni abbiano saputo interpretare le reali criticità del Paese. L’invito a Beppe Grillo punta a strutturare un laboratorio di idee e un salotto letterario incentrato sulla scomposizione di temi cruciali per il domani della nazione: la critica all’eccesso di burocrazia statale, la riduzione del peso fisco sulle spalle dei lavoratori e delle piccole imprese di provincia, la difesa della libertà individuale e la dura selezione del merito contro i privilegi delle caste.

Il Castello Sforzini come spazio aperto per il domani della nazione

L’architettura dell’incontro proposto da Sforzini mette a disposizione le volumetrie e la solennità del Castello Sforzini come una vera e propria casa di vetro, aperta sia a una sessione di studio privata sia a un dibattito pubblico aperto alla cittadinanza e alla stampa. Il tavolo di confronto si prefigge di analizzare i limiti intrinseci e le ragioni del successo travolgente di quella rivolta civile del secondo Novecento e dei primi anni Duemila, verificando cosa di quell’hardware concettuale possa ancora risultare utile all’Italia del domani. Il Centro Studi, che dialoga stabilmente con le migliori intelligenze del mondo liberale, conservatore, cattolico, sociale, sovranista e risorgimentale, rifiuta la logica delle tifoserie contrapposte per promuovere una feconda contaminazione culturale tra tradizioni apparentemente distanti.

Il rifiuto delle camere dell’eco e la didattica del confronto civile

In ultima analisi, l’iniziativa lanciata da Castellar Ponzano riapre una seria riflessione sulle fragilità psicologiche e sociali che l’attuale polarizzazione della politica genera sulle giovani generazioni, spesso confinate nella solitudine degli schermi digitali e nell’isolamento virtuale dei social network. Le grandi culture politiche del Paese non possono crescere all’interno delle camere dell’eco o nell’asfissia dei monologhi autoreferenziali, ma esigono la ritualità dell’incontro in piazza e del rispetto rigoroso della parola dell’altro. Se il grillismo delle origini possiede ancora una traccia o un seme utile per edificare i cittadini responsabili del domani, la presidenza di Rinascimento Nazionale si dichiara pronta ad accogliere la sfida, dimostrando che il rilancio del Paese dipende linearmente dalla capacità di unire la stabilità dei principi alla trasparenza delle relazioni umane.

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Emergenza educativa: la scuola che crolla e il dramma silenzioso di una generazione prigioniera dei social

Il dramma silenzioso della scuola in crisi: insegnanti senza tutele, edifici fatiscenti e una generazione intrappolata nella gabbia degli smartphone. 🏫 📱

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Scuola,aula

Roma – C’è un’emergenza profonda e silenziosa che non si misura con i freddi grafici dello spread o con le variazioni del Prodotto Interno Lordo, ma che rischia di minare per sempre le fondamenta del nostro Paese. Si consuma ogni mattina dietro i cancelli delle nostre scuole e all’interno delle mura domestiche: è l’emergenza educativa. Un tempo, la scuola pubblica italiana era considerata il più grande ascensore sociale della nazione, il luogo sacro dove il figlio dell’operaio poteva studiare, emanciparsi con il sudore della fronte e sedersi allo stesso tavolo del figlio del professionista. Oggi, quell’ascensore si è tragicamente bloccato. La scuola sta vivendo una crisi senza precedenti, stretta in una morsa fatale tra la carenza cronica di fondi, la perdita di autorevolezza delle istituzioni e il dramma di una generazione di giovani che sembra aver smarrito la bussola, intrappolata in un mondo virtuale che li rende sempre più soli e fragili.

Insegnanti senza tutele: da maestri di vita a bersagli quotidiani

La ferita più dolorosa di questo amaro collasso riguarda la figura dell’insegnante. Uomini e donne che hanno scelto una vocazione nobilissima, quella di formare le menti e i cuori dei cittadini di domani, si ritrovano oggi a lavorare in trincea, umiliati da stipendi che sono tra i più bassi d’Europa e schiacciati da una burocrazia asfissiante. Ma il colpo di grazia alla loro dignità arriva, purtroppo, dalla rottura definitiva del patto educativo con le famiglie. Troppo spesso i genitori, invece di essere saldi alleati dei docenti, si trasformano in veri e propri “avvocati difensori” dei propri figli. Di fronte a un brutto voto o a un doveroso rimprovero disciplinare, padri e madri si scagliano contro i professori, arrivando perfino alle minacce e alle vili aggressioni fisiche. Delegittimare l’insegnante agli occhi di un ragazzo significa insegnargli che le regole non contano nulla, privandolo per sempre del rispetto per l’autorità e per il prossimo.

L’epidemia degli smartphone: vite rubate dalla freddezza di uno schermo

Mentre gli adulti litigano tra loro, i nostri ragazzi scivolano silenziosamente in un baratro di solitudine. La vera, grande epidemia del nostro tempo non è un virus, ma la dipendenza patologica dagli smartphone e dai social network. Fin dalla primissima infanzia, i bambini vengono comodamente “parcheggiati” davanti a uno schermo luccicante pur di tenerli buoni. Il risultato è sotto i nostri occhi: adolescenti che non sanno più guardarsi negli occhi, che non conoscono il valore della noia creativa, che vivono con l’ansia costante di ricevere un banale “like” su Instagram o su TikTok per sentirsi accettati. Le cene in famiglia si consumano ormai in un silenzio tombale, tutti a testa in giù, illuminati solo dalla luce blu dei display. E il bullismo si è trasferito in rete, diventando cyberbullismo: spietato, anonimo, attivo h24, capace di devastare l’equilibrio psicologico dei più fragili fino a spingerli, in casi drammatici, a gesti estremi.

Edifici fatiscenti: quando andare in classe diventa un pericolo

L’abbandono delle istituzioni si riflette impietosamente anche sullo stato fisico e materiale degli edifici scolastici, specialmente nelle nostre amate province e nelle periferie più dimenticate. Come possiamo pretendere che i nostri giovani rispettino lo Stato, se lo Stato li costringe a studiare in aule con i tetti che crollano, i bagni perennemente guasti e l’intonaco che cade a pezzi? Le nostre scuole sono gelide d’inverno, sprovviste di riscaldamento adeguato, e diventano forni invivibili nei mesi caldi. Palestre chiuse da anni per inagibilità e laboratori senza uno straccio di attrezzatura sono la fotografia sbiadita di una nazione che ha smesso di credere nel proprio futuro. Chiedere ai professori di fare miracoli didattici in strutture fatiscenti, che si allagano alla prima pioggia intensa, è un atto di profonda ipocrisia politica.

La scomparsa del merito e l’illusione del successo facile

A questo allarmante quadro di sofferenza si aggiunge un pericolosissimo mutamento culturale. Ai nostri giovani viene costantemente somministrato il veleno dell’illusione: l’idea aberrante che il sacrificio, lo studio e il sudore sui libri non paghino più. Perché passare le notti insonni a studiare matematica o filosofia, quando i modelli proposti dalla società sono influencer che guadagnano milioni di euro semplicemente esibendo la propria vita privata sui social? Stiamo ingannando e tradendo i nostri figli, raccontando loro una colossale bugia. Il mondo reale, quello fuori dallo schermo del telefono, è duro, selettivo e non fa sconti a nessuno. Aver abbassato per anni l’asticella del rigore scolastico per non dispiacere a nessuno non ha affatto creato ragazzi più felici, ma solo adulti infinitamente più insicuri e impreparati ad affrontare le fisiologiche sconfitte della vita.

Ricostruire l’alleanza per salvare il futuro dei nostri figli

Siamo ancora in tempo per fermare questa drammatica deriva, ma serve uno scatto d’orgoglio da parte di tutta la società civile. Dobbiamo avere il coraggio di spegnere i telefoni cellulari e tornare a parlare con i nostri figli, ascoltando i loro silenzi prolungati e le loro paure inconfessate. Dobbiamo rimettere la figura dell’insegnante al centro del villaggio, restituendole autorevolezza, dignità sociale e stipendi che non siano un’offesa al decoro. I genitori devono tornare a fare i genitori, alleandosi con la scuola per il vero bene dei ragazzi, e non schierandosi contro di essa. E infine, lo Stato deve tornare a investire miliardi veri nell’istruzione e nella messa in sicurezza dell’edilizia scolastica. Una nazione che taglia i fondi alla scuola pubblica per risparmiare due spiccioli a bilancio, sta firmando in modo miope la propria condanna a morte. Salviamo la scuola oggi, per non dover piangere sulle macerie della nostra società domani.

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Prigionieri nelle proprie città: il dramma del degrado urbano e della sicurezza negata

Il dramma della sicurezza negata: piazze rubate, stazioni abbandonate e cittadini costretti al coprifuoco serale per paura del degrado. 🚓 🌑

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Agenti di polizia

Roma – C’è un coprifuoco silenzioso e invisibile che cala ogni sera su centinaia di città e quartieri italiani. Non è imposto da un’autorità militare, né annunciato dalle sirene, ma è un ordine non scritto a cui milioni di cittadini obbediscono con amara rassegnazione. Quando il sole tramonta e le luci gialle dei lampioni si accendono, le strade si svuotano e le persone si chiudono in casa a doppia mandata. È il dramma del degrado urbano e della sicurezza negata, una ferita aperta e sanguinante nel cuore della nostra convivenza civile. Quella che un tempo era la tradizionale e serena passeggiata serale, il momento dell’incontro e della socialità dopo una lunga giornata di lavoro, si è trasformata in un percorso a ostacoli fatto di sguardi bassi, passi affrettati e un insopportabile senso di vulnerabilità. Vivere con la paura costante di uscire di casa non è vita, è una prigionia inaccettabile all’interno della propria stessa città.

Le piazze rubate: quando il buio porta via la libertà

Il primo, devastante effetto di questa emergenza si misura nella perdita degli spazi fisici e relazionali. Le piazze storiche, i parchi cittadini e i giardini pubblici, storicamente concepiti come i polmoni della democrazia e i luoghi sicuri dove far giocare i bambini, sono stati letteralmente sottratti alla brava gente. Appena cala la sera, questi luoghi vengono sistematicamente occupati da gruppi violenti, da spacciatori e da bande che impongono la loro legge fatta di prepotenza e sopraffazione. Il cittadino onesto, di fronte a risse, schiamazzi e bottiglie spaccate a terra, fa l’unica cosa che il suo istinto di sopravvivenza gli suggerisce: gira al largo. Ma ogni volta che una madre decide di non portare il figlio sulle giostre per paura, ogni volta che rinunciamo a sederci su una panchina pubblica, lo Stato subisce una sconfitta pesantissima, cedendo un pezzo della nostra preziosa libertà.

Il terrore silenzioso delle donne e degli anziani

A pagare il prezzo più alto e inumano di questo imbarbarimento sono, come sempre accade, le fasce più fragili della nostra popolazione. Pensiamo al terrore silenzioso di una donna, magari una giovane lavoratrice precaria o un’infermiera, che deve tornare a casa dal lavoro a tarda sera. Stringe le chiavi di casa nella tasca del cappotto come se fossero l’unica arma a sua disposizione, accelera il passo, cambia marciapiede se vede un gruppo di uomini fermi all’angolo, sperando solo di infilare la chiave nella toppa il prima possibile. Pensiamo ai nostri anziani, ormai terrorizzati all’idea di uscire a comprare il pane o il giornale nel tardo pomeriggio, per il timore di essere scippati o spintonati sul marciapiede. In un Paese che si definisce civile, costringere i propri nonni e le proprie figlie a vivere nel panico quotidiano è una vergogna morale che non ammette alcuna giustificazione.

Le stazioni ferroviarie: da porte d’ingresso a terre di nessuno

L’emblema assoluto di questa intollerabile disfatta istituzionale è rappresentato dalle stazioni ferroviarie e dalle autostazioni dei pullman. Questi luoghi, che per loro natura dovrebbero essere il biglietto da visita luminoso e accogliente di ogni comunità, si sono trasformati in spaventose terre di nessuno. I pendolari, gli studenti e i lavoratori che scendono dal treno dopo ore di viaggio e stanchezza, si ritrovano a dover attraversare veri e propri gironi infernali, tra sporcizia, bivacchi, odori nauseabondi e individui pronti a importunare chiunque passi. La stazione, invece di essere un crocevia di speranza e di viaggi, è diventata una zona franca dove le regole del vivere civile sono state completamente sospese. Lasciare i pendolari in balia di questo degrado quotidiano significa voltare crudelmente le spalle all’Italia che lavora, che studia e che produce.

L’illusione delle telecamere e il bisogno di presenza umana

Di fronte a questa escalation di insicurezza, troppo spesso le amministrazioni pubbliche tentano di lavarsi la coscienza installando qualche telecamera di videosorveglianza qua e là. Ma la fredda lente di un occhio elettronico non ha mai fermato un’aggressione, né ha mai rassicurato una persona impaurita; serve al massimo per registrare le immagini di un reato quando il danno ormai è fatto. Quello di cui le nostre strade hanno disperatamente bisogno è la presenza umana e rassicurante dello Stato. Serve il ritorno del poliziotto di quartiere, servono divise visibili che pattuglino a piedi i vicoli bui, serve un’illuminazione pubblica degna di questo nome. Ma soprattutto, serve sostenere i commercianti: una vetrina illuminata e una saracinesca alzata fino a tardi sono il miglior presidio di legalità e sicurezza che un quartiere possa mai avere.

Riprendiamoci le nostre strade: un patto per la rinascita civile

La sicurezza non è e non deve mai essere considerata un tema di destra o di sinistra, una bandierina da sventolare in campagna elettorale. È il grado zero dei diritti umani. Senza sicurezza non esiste libertà di movimento, non esiste sviluppo economico e commerciale, non esiste alcuna serenità familiare. Dobbiamo pretendere a gran voce che le istituzioni escano dai loro palazzi blindati e tornino a presidiare fisicamente i marciapiedi, i parchi e le nostre amate periferie. Non possiamo rassegnarci all’idea di essere stranieri e prigionieri a casa nostra. È arrivato il momento di scendere in campo, di riaccendere le luci nei vicoli bui, di denunciare il degrado a voce alta e di riprenderci le nostre piazze, per dimostrare che le nostre città appartengono alle persone oneste, a chi lavora, a chi ama la vita e non a chi vuole distruggerla.

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