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PA, il ministro Zangrillo ad Agorà: non è un carrozzone, assunti 642mila giovani

🚨 RIFORMA STATO: IL MINISTRO PAOLO ZANGRILLO AD “AGORÀ ESTATE” DIFENDE LA PA E ANNUNCIA LA CHIUSURA DEI CONTRATTI CON 642 MILA NUOVE ASSUNZIONILa Pubblica Amministrazione volta pagina e dice addio alla vecchia burocrazia ottocentesca. Ospite di Giulia Di Stefano su Rai 3, il Ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo ha rivendicato con forza i risultati raggiunti dal Governo sul fronte del capitale umano, respingendo l’etichetta di “carrozzone” inefficiente per un comparto che conta 3,4 milioni di lavoratori. Grazie a uno stanziamento record di 30 miliardi di euro, l’esecutivo ha ufficialmente chiuso la tornata contrattuale 2025-2027 per tutti i comparti pubblici, siglando come ultimo tassello il delicato accordo della sanità. 🏛️📈💼Zangrillo ha evidenziato lo straordinario piano di ringiovanimento delle piante organiche dei Comuni e dei Ministeri: sono ben 642 mila i nuovi assunti entrati in servizio, in larghissima parte giovani under 40 che stanno abbattendo l’età media (ferma a 52 anni al momento dell’insediamento) e digitalizzando i servizi. I numeri della transizione parlano chiaro: 41 milioni di italiani usano SPID e 40 milioni la Carta d’Identità Elettronica. Massima prudenza invece sull’Intelligenza Artificiale, definita un aiuto prezioso ma che non potrà mai sostituire il discernimento e la responsabilità decisionale dell’uomo. Spazio infine al caro carburanti: per il ministro, la vera risposta all’impennata dei prezzi alla pompa potrà arrivare solo dalla risoluzione della crisi geopolitica internazionale nello Stretto di Hormuz. 🌐⛽🇮🇹👇 Ritieni che l’ingresso di oltre 600 mila giovani dipendenti pubblici stia realmente velocizzando le pratiche burocratiche nei Comuni della tua zona? Raccontacelo nei commenti!#PaoloZangrillo #AgoràEstateRai3 #PubblicaAmministrazione #RinnoviContrattuali #AssunzioniGiovani #SpidCie #IntelligenzaArtificiale #CaroCarburanti #Hormuz #WelfareIstituzionale

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Zangrillo

Roma – Nel quadro dei moderni processi di modernizzazione dello Stato e di efficientamento della spesa pubblica nell’Eurozona, la riforma della macchina amministrativa centrale e periferica costituisce una variabile nevralgica per garantire la competitività macroeconomica del Paese. Ospite della trasmissione televisiva “Agorà Estate” in onda su Rai 3 e condotta dalla giornalista Giulia Di Stefano, il Ministro per la Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, ha rilasciato un’articolata intervista per tracciare il bilancio consuntivo delle politiche sul capitale umano attuate dall’esecutivo. Il ministro ha respinto con fermezza i vecchi stereotipi storiografici che dipingono la burocrazia statale come un apparato inefficiente e pletorico, riaffermando il valore strategico del comparto: «La Pubblica Amministrazione è tutto meno che un carrozzone. Abbiamo lavorato moltissimo, con grande intensità, sulle persone. La PA è composta da 3,4 milioni di persone che erogano servizi essenziali ai cittadini ed è su di loro che ci siamo concentrati».

Il piano straordinario delle assunzioni: 642 mila innesti under 40

Il nucleo centrale della strategia di rilancio illustrata dal titolare del dicastero di Palazzo Vidoni risiede nel drastico piano straordinario di reclutamento e di turnover generazionale volto a bonificare una struttura storicamente penalizzata dall’elevata età anagrafica dei dipendenti. Al momento dell’insediamento del Governo, la macchina pubblica ereditava un’età media del personale pari a 52 anni, a fronte di un monte orario dedicato all’aggiornamento didattico di appena sei ore pro capite all’anno. I protocolli di concorso accelerati introdotti negli ultimi mesi hanno permesso l’innesto strutturale di 642 mila nuove unità lavorative, in larga parte rappresentate da professionisti under 40. Questo massiccio ricambio generazionale, integrato a percorsi di formazione continua obbligatoria, persegue l’obiettivo macroeconomico di abbattere i processi gestionali di impianto ottocentesco e snellire i labirinti burocratici che frenano la libertà d’impresa dei mercati.

La chiusura della tornata contrattuale 2025-2027 e i 30 miliardi di euro

Sotto il profilo delle relazioni sindacali e della tutela del potere d’acquisto dei dipendenti pubblici, Zangrillo ha analizzato la complessa cronistoria salariale del comparto, reduce da un blocco contrattuale durato otto anni. Per sanare i ritardi accumulati a partire dal 2018, l’esecutivo ha stanziato risorse complessive per circa 30 miliardi di euro, una dottrina finanziaria protettiva che ha permesso di stabilire una solida concertazione con le sigle sindacali confederali e autonome. Il ministro ha annunciato ufficialmente la formale e definitiva chiusura della tornata contrattuale per il triennio 2025-2027 all’interno di tutti i comparti della Pubblica Amministrazione, un traguardo blindato nelle ultime ore grazie alla sigla del rinnovo relativo al settore della sanità pubblica, garantendo stabilità contrattuale e continuità retributiva alle maestranze mediche e infermieristiche.

L’identità digitale di SPID e l’intelligenza artificiale senza delega decisionale

Un capitolo di primaria importanza per la transizione digitale dello Stato investe la diffusione delle piattaforme tecnologiche di interazione telematica con la cittadinanza. I dati consolidati dimostrano che il sistema SPID è attualmente utilizzato da 41 milioni di italiani, a cui si sommano i 40 milioni di tessere della Carta d’Identità Elettronica (CIE) operative sul territorio, infrastrutture informatiche che, insieme all’unificazione dei pagamenti su PagoPA, azzerano l’obbligo di recarsi fisicamente presso gli sportelli municipali. Zangrillo ha tuttavia evidenziato la necessità di strutturare un welfare digitale protettivo che tenga conto dei bisogni della popolazione anziana. In merito all’introduzione dell’intelligenza artificiale nei flussi di lavoro amministrativi, la linea del ministero esclude qualsiasi deriva dirigistica dell’algoritmo: l’IA deve operare esclusivamente come hardware sussidiario a supporto dell’operatore, fermo restando che il discernimento etico, la responsabilità giuridica e l’atto decisionale finale devono rimanere saldamente in mano all’uomo.

Il caro carburanti e la crisi geopolitica nello Stretto di Hormuz

In ultima analisi, il titolare della Funzione Pubblica ha risposto ai quesiti dei media in ordine all’impatto economico del caro carburanti sui bilanci delle famiglie, ricollegando le fiammate dei listini alla pompa alle dinamiche dei conflitti internazionali nel quadrante mediorientale. Zangrillo ha ammesso che la reattività del Governo è stata finora condizionata dalle limitate disponibilità finanziarie del bilancio dello Stato, escludendo interventi strutturali estemporanei in assenza di un allentamento delle tensioni geopolitiche internazionali: «Si tratta di una questione che dobbiamo seguire con particolare attenzione. Viviamo una fase nella quale, purtroppo, subiamo le conseguenze di eventi che non dipendono da noi. È necessario che la crisi dello Stretto di Hormuz trovi una soluzione. Solo quella sarà la risposta che i Paesi europei potranno dare ai cittadini». La stabilizzazione del canale marittimo e il rientro dell’indice Brent vengono indicati come le uniche variabili in grado di alleggerire la pressione fiscale sulle accise energetiche.

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Francia – bambino di otto ustionato dopo l’esplosione di uno squishy

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Francia - bambino di otto ustionato dopo l'esplosione di uno squishy

Un bambino di 8 anni in Francia è rimasto ustionato dall’esplosione di uno squishy, un giocattolo anti stress contenente una sostanza gelatinosa. Sul caso è stata aperta un’indagine per “lesioni personali con conseguente incapacità lavorativa totale superiore a tre mesi”.

Da una prima ricostruzione, il bambino di 8 anni, originario di Saint-Omer, nel Pas-de-Calais in Francia, stava giocando con uno squishy, quando il giocattolo è esploso, riversandogli addosso il gel che conteneva.

Il piccolo ha riportato ustioni di secondo grado al viso e al torace. L’episodio è avvenuto il 24 luglio 2026 e la Procura di Saint-Omer ha ora aperto un’inchiesta per accertare le cause dell’incidente.

Secondo quanto riferito dalla madre a La Voix du Nord, il prodotto era un “Cool mix supergel“, acquistato in un punto vendita Smyths Toys di Arques.

Dopo che la pallina è esplosa, il bambino è corso dalla mamma in preda al panico. La donna avrebbe provato a togliergli il gel dal viso ma ha visto che la pelle veniva via e ha così capito che era successo qualcosa di grave.

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Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

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Il dolore silenzioso di un popolo: quando l’imposizione prende il posto della libertà

Redazione- In Afghanistan, la pressione sull’abbigliamento e sull’aspetto personale non riguarda più soltanto le donne, ma coinvolge anche gli uomini. Quando una persona rischia lo stipendio, il lavoro o la propria posizione a causa della barba, del cappello, del turbante o del modo in cui si veste, non si parla più semplicemente di abbigliamento: si parla di dignità, libertà personale e rispetto dell’essere umano.

Mentre molte famiglie affrontano povertà, disoccupazione, difficoltà economiche e il peso della vita quotidiana, molti lavoratori sono costretti a vivere con una nuova paura: perdere il proprio sostentamento non per mancanza di capacità o impegno, ma per non corrispondere a un modello esteriore imposto.

Una società non cresce controllando l’aspetto delle persone. Un Paese si costruisce con istruzione, lavoro, competenza, giustizia, salute e rispetto per ogni individuo. Quando l’attenzione si concentra sull’apparenza invece che sui problemi reali della gente, le sofferenze aumentano e le vere necessità rimangono senza risposta.

Per anni le donne afghane hanno vissuto restrizioni e pressioni sulla loro libertà personale; oggi anche molti uomini sentono il peso di regole che entrano nella loro vita privata. La paura e l’obbligo non possono sostituire la fiducia e il rispetto.

Il dolore più grande è vedere persone che cercano solo di lavorare, mantenere le proprie famiglie e vivere con dignità, costrette a preoccuparsi non solo del pane quotidiano, ma anche di come apparire per non essere punite.

La dignità umana non si misura dalla lunghezza della barba o dal tipo di vestito. Una nazione diventa forte quando protegge la dignità dei suoi cittadini e permette loro di vivere con rispetto e sicurezza.

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Il vero motivo dello scontro Italia-Spagna: l’incubo jihadista e il segreto inconfessabile di Ceuta e Melilla

Il segreto inconfessabile dietro lo scontro tra Italia e Spagna: ecco perché Roma ha blindato le frontiere. 🛂 🇪🇸 Da decenni studiosi e intelligence avvertono: le enclavi spagnole di Ceuta e Melilla sono storici “hub” per il terrorismo islamico (basti pensare che da qui venivano i terroristi delle stragi di Parigi, Bruxelles e Ramblas). Eppure, dopo l’invasione di 80mila irregolari di luglio, il governo di Madrid continua a negare l’evidenza, mentre jihadisti già espulsi si mischiano alla folla per infiltrarsi in Europa sfruttando il business dei migranti. Leggi l’inchiesta completa che svela i veri rischi per la nostra sicurezza. 👇 🚨

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Assalto migranti a Ceuta, Spagna

Roma / Madrid – C’è un convitato di pietra nel fragoroso scontro diplomatico che sta infiammando l’estate europea, spaccando a metà il Mediterraneo e mettendo in crisi la tenuta stessa del Trattato di Schengen. Mentre l’opinione pubblica si divide sulle file agli aeroporti e sui botta e risposta tra i governi di Roma e Madrid, c’è una parola che i vertici politici iberici, e gran parte della sinistra europea, sembrano ostinarsi a voler cancellare dal vocabolario ufficiale: terrorismo. Per comprendere appieno la gravità della decisione italiana di sospendere i controlli alle frontiere con la Spagna, non basta fermarsi alle immagini dei barchini e all’invasione senza precedenti di decine di migliaia di irregolari. Bisogna scavare più a fondo, guardare le mappe del Nord Africa e pronunciare due nomi che, da decenni, fanno tremare i polsi all’intelligence di mezzo mondo: Ceuta e Melilla.

Le enclavi del terrore: cosa dicono davvero gli studiosi

L’allarme non è nato ieri. Non è un’invenzione politica dell’ultima ora per giustificare una stretta sui confini, né un abbaglio securitario del governo italiano. Da anni, infatti, fior fior di studiosi, accademici ed esperti di geopolitica lanciano avvertimenti drammatici: le due exclavi spagnole in territorio marocchino sono da tempo dei veri e propri hub, crocevia strategici per il terrorismo di matrice islamica. Esistono innumerevoli e inconfutabili studi a sostegno di questa allarmante tesi.

Già nel lontano 2015, uno studio pionieristico firmato da Luis De La Corte, significativamente intitolato “Enclavi jihadiste? Uno studio sulla presenza e il rischio estremisti a Ceuta e Melilla”, scoperchiava il vaso di Pandora. E i numeri, freddi e spietati, non ammettono repliche. Secondo i dati forniti dal prestigiosissimo Istituto Reale El Cano (ripresi e rilanciati anche dai media francesi nel 2017), il 48,9% dei detenuti condannati in Spagna per attività legate allo Stato Islamico dal 2013 in poi risultava essere nato a Ceuta, e un ulteriore 22,1% proveniva da Melilla. Ma il dettaglio che gela il sangue è un altro: la maggior parte dei sanguinari autori delle stragi di Parigi (2015), di Bruxelles (2016) e dell’attentato sulle Ramblas in Catalogna (agosto 2017) aveva radici o legami operativi inconfutabili con questi specifici territori.

L’assalto di luglio e i fantasmi del passato: la ragione dell’Italia

È proprio in questo pesantissimo contesto storico e sociale che va inquadrata e compresa la reazione dell’Italia. L’invasione incontrollata di Ceuta avvenuta il 30 luglio scorso non è stata una semplice “emergenza umanitaria”, ma una colossale falla nel sistema di sicurezza dell’intera Unione Europea. Parliamo di decine di migliaia di soggetti ignoti, assiepati ai confini, che non sono stati minimamente schedati né controllati durante il caos dell’assalto. Migliaia di questi individui sono ancora oggi all’interno del territorio di Ceuta, rendendo il controllo del territorio una vera e propria missione impossibile per le stesse autorità spagnole.

Non è un caso, né una coincidenza sfortunata, che nei boschi limitrofi alla città autonoma siano state rinvenute armi nascoste, né che tra la folla siano stati individuati e fermati soggetti in passato già espulsi dalla stessa Spagna per “radicalizzazione jihadista”. Nei rapporti confidenziali finiti sui tavoli del governo, viene messo nero su bianco un sospetto gravissimo: Ceuta, per la sua conformazione e la sua storia, funge ancora oggi da centro di radicalizzazione e reclutamento, con decine di miliziani partiti negli scorsi anni per combattere nelle rovine della Siria e dell’Iraq.

La strategia della “negazione” spagnola e lo spostamento verso l’Europa

A fronte di questa mole schiacciante di indizi, prove e relazioni d’intelligence, la reazione del governo di Madrid guidato da Pedro Sanchez ha dell’incredibile: negare. Negare tutto, su tutta la linea. Si nega l’allarme jihadista nonostante gli arresti mirati, si nega l’esistenza di un travaso di clandestini da Ceuta alla penisola iberica, nonostante le spiagge siano testimoni di quotidiani viavai di gommoni, moto d’acqua e lance veloci. Una cecità politica che l’Italia ha deciso, legittimamente, di non poter più assecondare.

«La negazione è un tratto ben noto e ricorrente tra gran parte dell’establishment politico di sinistra europeo», ha commentato con asprezza lo studioso ed esperto di terrorismo internazionale Giovanni Giacalone. «Vale la pena ricordare che per anni, anche in Italia, diversi politici sostenevano ciecamente che ‘i terroristi non arrivano sui barconi via mare’, per poi essere drammaticamente smentiti dai fatti e dal sangue. È un dato di fatto incontrovertibile che i flussi migratori irregolari rappresentano una minaccia reale non solo in relazione alla criminalità ordinaria, ma anche al terrorismo jihadista. Il governo italiano aveva quindi pienamente ragione a sospendere immediatamente Schengen con la Spagna».

Il business del terrore: il contrabbando di uomini finanzia la jihad

A chiudere il cerchio su questa intricata e pericolosa rete c’è un rapporto dettagliato elaborato dal Cross-Border Conflict Evidence, Policy and Trends. Il documento evidenzia come i grandi gruppi armati non statali che insanguinano l’Africa – dai miliziani di Boko Haram in Nigeria ai gruppi jihadisti nel Sahel e in Mali, fino alle fazioni libiche – si finanzino e traggano immensi benefici logistici proprio dal traffico e dal contrabbando di migranti verso l’Europa.

In questo scenario, varcare il confine di Ceuta rappresenta la chiave di volta, il passaggio fondamentale. E la tattica è sempre la stessa: infiltrare i miliziani più giovani, magari sfruttando le maglie larghe delle politiche europee per l’accoglienza dei “minori non accompagnati”. Dimostrare in fretta che un ventenne radicalizzato abbia in realtà meno di 18 anni è un’impresa titanica per chiunque, e nel frattempo, da Ceuta, i sospetti vengono trasferiti nella penisola iberica, da cui far perdere le proprie tracce verso il resto d’Europa diventa un gioco da ragazzi. Checché ne dicano Madrid e i difensori del “liberi tutti”, la sicurezza nazionale non è un concetto su cui si può giocare d’azzardo.

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