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Cultura

Quando la memoria si fa più fragile e resta soltanto la persona

🚨 UNA RIFLESSIONE COMMOVENTE SULLA MEMORIA E SULL’ALZHEIMER. Cosa succede a una persona quando i ricordi iniziano a sfumare? La memoria non è solo date o nomi, è il filo che lega la nostra storia. Quando si allenta, si perdono i punti di riferimento. Un saggio intimo e profondo sulla fragilità umana, che ci ricorda l’importanza di esserci, senza giudicare o correggere. Perché anche quando la memoria lascia spazio al silenzio, il bisogno di uno sguardo gentile, di una carezza e di essere riconosciuti rimane intatto. Il cuore continua sempre a conoscere la strada verso l’amore. Da leggere e condividere 👇#alzheimer #demenzasenile #riflessionidivita #memoria #fragilitàumana #famiglia #caregiver #amore #pagineutili

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La perdita dei ricordi e la forza dei legami affettivi che resistono all’avanzare del tempo costituiscono il cuore pulsante di una delicata analisi sulla fragilità della mente umana. Di fronte alle sfide poste dalle patologie che colpiscono la terza età, la vicinanza e l’ascolto silenzioso si trasformano nell’unico vero porto sicuro per salvaguardare la dignità di chi smarrisce la propria strada quotidiana
Redazione-  Ci sono momenti nella vita in cui ci accorgiamo che alcune cose che davamo per scontate non sono poi così solide. La memoria, per esempio. Pensiamo che i nostri ricordi siano qualcosa di nostro per sempre, una parte intoccabile di quello che siamo. Poi arriva il tempo, arrivano gli anni, e ci rendiamo conto che anche ciò che sembrava più sicuro può diventare fragile.
Ma cosa succede a una persona quando i ricordi iniziano a sfumare?
La memoria non è soltanto ricordare un nome, una data o un avvenimento. La memoria è il filo che lega la nostra vita. Sono i volti delle persone amate, le case in cui abbiamo vissuto, le emozioni che ci hanno accompagnato. È il modo in cui diciamo a noi stessi: “Questa sono io. Questa è la mia storia”.
Quando quel filo comincia ad allentarsi, qualcosa cambia profondamente. A volte una persona non perde soltanto dei ricordi: perde dei punti di riferimento, perde pezzi della propria sicurezza.
Ho visto persone vivere con un piede nel presente e uno nel passato. Persone che cercavano un volto, un nome, una voce che forse apparteneva a molti anni prima. Non lo facevano per capriccio. Lo facevano perché quei ricordi erano diventati un luogo sicuro dove sentirsi ancora a casa.
Ho visto anche persone rimanere in silenzio. Un silenzio che non era vuoto, ma pieno di qualcosa che noi da fuori spesso non riusciamo a comprendere.
E noi, che siamo accanto a loro, cosa facciamo? Spesso cerchiamo di correggerli, di riportarli alla realtà. Ma forse, a volte, la cosa più importante non è correggere. È esserci.
Ricordo una donna anziana vicino a una finestra. Parlava di sua madre con una dolcezza che mi ha colpita. Non sembrava cercare soltanto una persona del passato. Sembrava cercare una parte di sé, un legame con la donna che era stata.
In quella domanda c’era amore, ma anche paura. La paura di perdere lentamente il contatto con la propria storia.
Ricordo anche un uomo che ogni mattina continuava a prepararsi con cura. Sistemava la camicia, controllava le tasche, guardava le sue mani. Erano gesti semplici, ma raccontavano molto. Come se attraverso quei piccoli rituali cercasse di dire a se stesso: “Io sono ancora qui”.
Forse la parte più difficile da accettare è questa: quando la memoria si indebolisce, non scompare soltanto il passato. Cambia il modo in cui una persona si sente dentro il mondo.
Eppure c’è qualcosa che rimane sempre.
Il bisogno di essere riconosciuti.
Anche quando una persona dimentica molte cose, continua ad avere bisogno di uno sguardo gentile, di una voce che la chiami per nome, di una mano che le faccia sentire che è ancora importante.
Una carezza, una presenza, un momento di ascolto non sono piccoli gesti. A volte sono il modo più semplice per dire a qualcuno: “Tu sei ancora qui. Tu conti”.
Guardando queste persone, impariamo qualcosa anche su noi stessi. Perché la distanza tra memoria e dimenticanza non riguarda soltanto gli altri. È una fragilità che appartiene alla vita umana.
Alla fine forse non siamo soltanto ciò che ricordiamo.
Siamo anche ciò che abbiamo donato, gli abbracci che abbiamo ricevuto, le parole che abbiamo lasciato nel cuore degli altri. Perché la memoria può indebolirsi, i ricordi possono confondersi, ma la parte più profonda di una persona non scompare mai completamente.
Rimane nel modo in cui qualcuno ci tiene la mano. Rimane in uno sguardo pieno di affetto. Rimane nei gesti di chi sceglie di restare accanto a noi, anche quando noi facciamo fatica a ritrovare la strada dentro noi stessi.
Forse la vera sfida dell’umanità non è soltanto ricordare, ma imparare a riconoscere il valore di ogni persona anche quando qualcosa dentro di lei comincia a spegnersi.
Perché finché esiste qualcuno capace di guardarti con amore, di ascoltarti senza giudicare e di dirti con la sua presenza “tu sei importante”, nessuno è davvero perduto.
E forse è proprio questo il miracolo più grande della vita: anche quando la memoria lascia spazio al silenzio, il cuore continua a conoscere la strada verso l’amore.

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Cultura

Da Roma ad Arsoli: rinasce il ponte culturale che unisce Villa Lante e Villa Morani

L’unione tra i due siti nasce alla fine dell’Ottocento, quando la principessa russa Nadine Helbig Šahovskaja e il marito Wolfgang Helbig (noto archeologo) trasformarono Villa Lante sul Gianicolo in uno dei salotti artistici e culturali più esclusivi d’Europa. La loro figlia, Elisabetta “Lili” Helbig, sposò l’importante pittore simbolista Alessandro Morani, fondatore del movimento In Arte Libertas. Nel 1903 la coppia scelse la dimora di Arsoli come un eremo di quiete e bellezza immerso nella natura, continuando sempre a ospitare la stimolante cerchia di amici e intellettuali. Il legame storico, artistico e affettivo unisce questi due luoghi straordinari della Regione Lazio, due luoghi simbolo legati a doppio filo dalla figura centrale di Nadine Helbig Shakhovskàja.

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Villa Lante

Rinasce uno storico legame tra le due Ville grazie alla sottoscrizione dell’Accordo di amicizia e collaborazione siglato lo scorso 30 luglio 2026.

Redazione-  L’unione tra i due siti nasce alla fine dell’Ottocento, quando la principessa russa Nadine Helbig Šahovskaja e il marito Wolfgang Helbig (noto archeologo) trasformarono Villa Lante sul Gianicolo in uno dei salotti artistici e culturali più esclusivi d’Europa. La loro figlia, Elisabetta “Lili” Helbig, sposò l’importante pittore simbolista Alessandro Morani, fondatore del movimento In Arte Libertas. Nel 1903 la coppia scelse la dimora di Arsoli come un eremo di quiete e bellezza immerso nella natura, continuando sempre a ospitare la stimolante cerchia di amici e intellettuali. Il legame storico, artistico e affettivo unisce questi due luoghi straordinari della Regione Lazio, due luoghi simbolo legati a doppio filo dalla figura centrale di Nadine Helbig Shakhovskàja.

 Oggi, l’intesa formale si concretizza attraverso specifici progetti culturali condivisi tra l’associazione Liberi nell’Arte, con sede ad Arsoli, e l’ Institutum Romanum Finlandiae con sede a Villa Lante in Roma. L’accordo riveste un’importanza straordinaria perché unisce e valorizza la memoria storica, artistica e musicale della famiglia Helbig-Morani, una delle famiglie più affascinanti della Roma di fine ‘800.

 Una sinergia istituzionale che permette di valorizzare i reciproci archivi, proteggendo e diffondendo documenti storici rari, foto d’epoca e una fitta corrispondenza europea ereditata dal fondo Morani-Helbig che consente ai visitatori contemporanei di fruire di un’eredità culturale che continua a vivere.

 Uno dei frutti più tangibili di questa collaborazione è l’istituzione e la gestione congiunta della Borsa di Studio Nadine Helbig, realizzata in collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia. Il progetto seleziona e premia annualmente giovani talenti della Scuola di pianoforte di quell’Istituto. Gli eventi musicali legati al premio si tengono unendo la sala di Villa Morani ad Arsoli a Villa Lante al Gianicolo, dove i vincitori hanno il privilegio di esibirsi sull’antico e prezioso pianoforte Pleyel appartenuto a Nadine Helbig. Uno strumento leggendario che è stato accarezzato dalle mani di musicisti del calibro di Grieg, Rubinstein, Liszt.

 Dunque una storia che oggi continua grazie a questo Accordo, ricreando un ponte ideale tra la capitale e la Valle dell’Aniene e che fa sì che il legame tra queste due dimore non resti confinato nei libri di storia, ma riverberi quella memoria e quello spirito attraverso iniziative artistiche e culturali viventi.

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Cultura

Dal rigore del Tribunale alla libertà della poesia: i versi potenti dell’ex magistrato Serenella Maria Siriaco contro la violenza sulle donne

“Eppure l’uomo, con lucida follia… ai suoi istinti bestiali osa dar libero sfogo. Non soccombere mai, denuncia con fermezza!”. 👩‍⚖️ ✍️ Una vita intera passata nei tribunali di Napoli, Milano e Roma a giudicare criminali come magistrato. E oggi, in pensione, una nuova vita dedicata al pianoforte e alla poesia. Scopriamo l’incredibile storia di Serenella Maria Siriaco, ex magistrato diventata una pluripremiata poetessa. Vi proponiamo due suoi componimenti: “Frammenti di vita” e, soprattutto, “La forza della donna”, un potentissimo e viscerale grido in versi contro la violenza sulle donne e l’amore malato. Fermatevi un minuto a leggere queste poesie straordinarie nel nostro articolo. Vi toccheranno il cuore! 👇 📖

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Serenella Maria Siriaco

Redazione  – Per decenni ha indossato la toga, sedendo negli scranni più alti e complessi dei tribunali di Milano, Roma e Napoli. Ha guardato negli occhi assassini, truffatori e uomini violenti, applicando la fredda e inesorabile logica della Giurisprudenza per difendere la società civile. Ma quando il sipario della carriera professionale si è chiuso con il meritato pensionamento, Serenella Maria Siriaco non si è fermata. Ha semplicemente cambiato linguaggio. Ha dismesso il rigore del Codice Penale per abbracciare l’infinita, terapeutica libertà della musica e della poesia.

Oggi vi proponiamo un viaggio nell’anima di una donna straordinaria, che ha saputo reinventarsi senza mai perdere la propria bussola morale. Nelle sue poesie, e in particolar modo nel potentissimo testo “La forza della donna”, riecheggia tutta l’esperienza di chi ha visto da vicino i danni devastanti della violenza domestica. I suoi versi sono un inno viscerale al coraggio femminile, un invito perentorio a non soccombere mai agli abusi e a denunciare l’inganno di chi scambia l’amore con il possesso brutale. Ma c’è spazio anche per la tenerezza dei ricordi in “Frammenti di vita”, dove il bilancio di un’esistenza intensa si scioglie in un sorriso all’alba.


Chi è Serenella Maria Siriaco

Serenella Maria Siriaco è nata a Salerno il 1° gennaio 1946. Dotata di un’intelligenza brillante e di una ferrea determinazione, dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli studi di Napoli, ha bruciato le tappe vincendo il difficilissimo concorso in magistratura ad appena 23 anni. Ha esercitato con dedizione e rigore la sua professione nelle tre città più grandi e complesse d’Italia: Milano, Roma e Napoli.

Appena andata in pensione, ha deciso di dare finalmente libero sfogo alle sue altre due grandi passioni sopite: la musica e la poesia. Ha pubblicato il libro autobiografico dal titolo “La donna e il giudice”, un’opera intensa che lo scorso anno è stata insignita del prestigioso premio DivinaMente donna. Autrice poliedrica, ha vinto diversi riconoscimenti letterari sia per i suoi racconti che per le sue liriche. Oggi, dimostrando che non è mai troppo tardi per inseguire l’arte, sta studiando pianoforte e composizione, definendo questa nuova fase della sua vita come un’esperienza semplicemente “fantastica”.


LE POESIE

La forza della donna

Sii fiera donna, di essere donna.
Non t’appartiene l’odio, ma l’amore
e da quest’amore, tua vera forza,
nasce la vita.
Tu sola, in un abbraccio,
sai leggere la gioia
negli occhi ridenti del figlio
mentre nei tuoi si tuffano commossi.

Tu sola con un bacio, una carezza,
sai donar felicità a chi ti ama
e il vero amore insegui
a costo di soffrire.

Eppure l’uomo, con lucida follia,
sul corpo tuo che crede fragile
o sul corpo indifeso dei figli
ai suoi istinti bestiali osa dar libero sfogo.

E se, tremando, gridi alla violenza
se al suo inganno con rabbia ti ribelli
se invochi aiuto o cerchi di fuggire
ad uccidere lo porta il suo furore.
Non soccombere mai al suo volere
difendi con coraggio te stessa e i figli tuoi
denuncia con fermezza chi amore non sa dare.
Chi prova amore non può mai ferire;
attimi di gioia vorrà donare
per cogliere sempre il sorriso
nello sguardo, nei silenzi dell’amato
per salutare con gioia ogni nuovo giorno,
per proteggere, con la forza dell’amore,
la bellezza della vita.

Frammenti di vita

Un cielo terso colorava d’azzurro
i miei occhi stupiti che d’incanto
curiosi si aprivano al mondo.
Sempre nell’amor cresciuta,
ancora inseguo quel magico sogno che è la vita,
un treno che veloce si allontana.
E la mente, solo diario dei ricordi,
come album prezioso conserva
gioie dolori conquiste emozioni.
Lo sfoglio e rivedo il volto dei miei cari.
Nel rimpianto che m’assale
una lacrima silente bagna il viso.
Questi frammenti di vita, oramai parte di me,
sono il mio grido di dolore,
il canto vivo di un eterno amore.
D’un tratto sorrido:
tra le braccia dell‘uomo che amo
ammiro la luce di un’alba radiosa.

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Cultura

“Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”: il viaggio spietato e meraviglioso di Zanë Mehmeti alla ricerca del perdono interiore

“L’essere umano non è una fortezza che si protegge innalzando muri. È un labirinto che cambia ogni volta che crede di aver trovato l’uscita”. 📖 🧠 Ospitiamo oggi sulle nostre pagine un testo di straordinaria, commovente potenza introspettiva. S’intitola “Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”, firmato dalla poetessa e scrittrice macedone Zanë Mehmeti. Una discesa chirurgica nelle fragilità umane: l’incapacità di mettere dei confini, la tendenza a confondere la disciplina con l’autolesionismo, la fretta di amare e, infine, il coraggio difficilissimo di perdonare non gli altri, ma se stessi. Se vi siete mai sentiti in prigione dentro la vostra stessa identità, questo testo vi lascerà senza fiato. Leggetelo tutto d’un fiato nel nostro articolo 👇 🕊️

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Zanë Mehmeti

Redazione – Ci sono testi letterari che non si limitano a farsi leggere, ma che ti leggono dentro. Ti costringono a fermarti, a guardarti allo specchio senza filtri e a fare i conti con quel tribunale implacabile che ognuno di noi ha costruito segretamente dentro di sé. È esattamente questo l’effetto dirompente che provoca la lettura di “Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”, l’ultimo, intensissimo scritto della poetessa e filologa Zanë Mehmeti.

Con una lucidità quasi chirurgica, l’autrice disseziona il concetto di autodisciplina, trasformandolo in una confessione a cuore aperto sulle ferite dell’identità, sull’urgenza dell’amore e sulla vitale necessità di imparare a mettere dei confini (non per odiare gli altri, ma per proteggere se stessi). Un testo magnifico che offriamo oggi ai nostri lettori, per imparare che la forma più alta di libertà non è sfuggire al proprio passato, ma firmare finalmente un trattato di pace con se stessi.


Chi è Zanë Mehmeti

Zanë Mehmeti è una poetessa, scrittrice e professoressa nata nel 1983 a Gostivar, nella Repubblica di Macedonia del Nord. Ha conseguito la laurea presso la Facoltà di Filologia, Dipartimento di Lingua e Letteratura Albanese, dell’Università “San Cirillo e Metodio” di Skopje, seguita da un master in Lingua Albanese presso l’Università Statale di Tetovo. Attenta studiosa, ha già pubblicato due libri di studi in ambito linguistico e semantico (“La lingua e lo stile nella prosa di Anton Pashku” e “Pashku, unico nel suo genere”). Autrice di prosa e poesia, è attualmente in attesa della pubblicazione della sua prima raccolta poetica ufficiale.


Anatomia di un’anima che non sa fermarsi

di Zanë Mehmeti

Non ho mai saputo lasciare me stessa senza freni. L’ho tenuta sotto osservazione con una vigilanza quasi crudele, come se dentro di me vivesse un’estranea, per la quale dovessi cercare delle prove prima di fidarmi di lei. Ho messo ogni sentimento di fronte a una domanda, ho fatto passare ogni desiderio attraverso la dogana della ragione, ho custodito ogni debolezza come un oggetto proibito, nel caso in cui un giorno avessi avuto bisogno di usarla contro me stessa.

Dentro di me ha vissuto a lungo un giudice che conosceva la colpa prima che nascesse il crimine. La punizione non arrivava dopo l’errore; lo aspettava nel corridoio. E io, senza rendermene conto, sono diventata contemporaneamente l’accusata, la testimone e la carceriera di me stessa. Forse questo è uno dei meccanismi più raffinati dell’autodistruzione; chiamare disciplina ciò che, in silenzio, ha iniziato ad assomigliare alla violenza.

Per anni ho pensato che non perdere se stessi significasse tenerli sempre legati. Come se il carattere fosse un animale pericoloso, che dovesse essere tenuto sotto controllo, come se la libertà iniziasse solo dopo aver chiuso tutte le porte dentro di noi. Ma l’essere umano non è una fortezza che si protegge innalzando muri. È un labirinto che cambia ogni volta che crede di aver trovato l’uscita.

Ho capito tardi che nemmeno io ero ciò che avevo creduto di essere, e che nemmeno gli altri erano quelli che avevo scritto nella mia mente. L’essere umano è un malinteso che dura così a lungo che un giorno inizia a chiamare se stesso identità. Diamo dei nomi alle nostre ferite, poi prendiamo quei nomi per carattere. Diciamo “io sono così”, perché è più facile mantenere una prigione con un nome, piuttosto che accettare che la chiave sia sempre stata da qualche parte dentro di noi.

Tra tutti i miei errori, ce n’è uno che ritorna continuamente, vestito con gli abiti della virtù; la fretta. Ho confuso la profondità con la velocità. Ho pensato che ciò che sento intensamente debba essere necessariamente vero e che ciò che mi sconvolge debba essere necessariamente mio. Sono entrata in alcune anime prima di chiedermi se avessero una stanza per me. Ho creduto prima che la fiducia avesse guadagnato il diritto di esistere. Ho dato prima che mi venisse chiesto e ho amato prima di imparare che anche l’amore, per quanto grande sia, ha bisogno di una soglia.

Forse non ho sofferto perché ho sentito troppo. Ho sofferto perché ho agito troppo in fretta su ciò che sentivo. Questa è la differenza che un tempo non sapevo vedere. Il sentimento non è un ordine. È solo un segnale che attraversa il nostro essere. Ma io ho trattato i segnali come leggi. Una tristezza mi sembrava una responsabilità. Un’assenza mi sembrava un obbligo. Un dolore dell’altro mi sembrava un debito. Così, senza rendermene conto, ho iniziato a portare sulle spalle anche i pesi che non mi appartenevano.

Quest’anima non sa odiare. Un tempo lo chiamavo una virtù. Oggi so che anche la virtù, quando perde la misura, può diventare un modo elegante per abbandonare se stessi. Non so amare poco. L’amore in me non bussa. Entra. Sposta i mobili della memoria, cambia gli indirizzi dei sentimenti, dà alle persone stanze che forse non hanno mai meritato. Poi, quando se ne vanno, io rimango a cercare dentro me stessa le cose che ho dato loro senza ricevuta di ritorno. E ancora non so odiare.

Quante volte ho pensato a quanto sarebbe utile imparare quella freddezza con cui alcune persone passano attraverso di noi, come se fossimo soltanto un corridoio. Senza portare con sé alcuna responsabilità per il disordine che lasciano dietro di sé. Senza voltarsi indietro. Senza chiedersi se qualcuno sia rimasto lì, a raccogliere i pezzi di una fiducia che hanno calpestato senza accorgersene. Quanto vorrei imparare l’odio. Non per ferire. Per imparare il limite.

Per sapere dove finisce la misericordia e dove inizia l’abbandono di sé; dove il perdono è grandezza e dove si trasforma in un modo sofisticato per non accettare di essere stati feriti. Perché ci sono momenti in cui il perdono non è più un atto dell’anima, ma un modo per chiudere la ferita senza pulirla. Ma come si impara l’odio quando la propria anima non è stata costruita per portare armi? Come insegni alle mani a non tendersi più verso ciò che un tempo hanno abbracciato? Come convinci il cuore che non ogni persona che soffre debba essere salvata?

Lo chiedo, e la domanda non mi dà una risposta; mi apre un’altra stanza dentro me stessa. Può essere estirpata una tendenza dopo che è diventata carattere? Può essere staccata dall’essere quella parte che ti spinge a ripetere proprio ciò che hai giurato a te stessa che non avresti ripetuto? Oppure l’essere umano non guarisce uccidendo le proprie parti, ma portandole fino alla fine della comprensione, finché non abbiano più bisogno di dirigere la sua vita?

Forse le ferite non vogliono scomparire. Vogliono perdere la loro autorità. Forse ciò che chiamiamo “guarigione” non è lo sradicamento del passato, ma il cambiamento del rapporto con esso. Poter guardare un dolore senza obbedirgli più. Poter ricordare una persona, senza consegnarle di nuovo le chiavi della casa interiore. Poter sentire un impulso e non trasformarlo immediatamente in azione.

Perciò, forse non voglio imparare l’odio. Voglio imparare la distanza. Non quella distanza fredda che nasce dall’indifferenza, ma quello spazio sottile tra il sentimento e l’azione, dove l’essere umano per la prima volta conquista un secondo di libertà. Lì dove il cuore parla, ma non decide da solo. Lì dove la ragione ascolta, ma non prende in mano il martello. Lì dove il sentimento non viene soffocato e l’impulso non domina. Voglio imparare a restare lì.

In quel punto interiore in cui l’amore non è più perdita dei confini. Dove il perdono non è resa. Dove la bontà non richiede sacrificio di sé. Dove l’allontanamento non ha bisogno di essere chiamato odio, per essere giusto. Voglio imparare che posso allontanarmi da qualcuno senza dichiararlo nemico. Che posso non odiarti e comunque non permetterti di farmi tornare a essere ciò che non voglio essere. Che posso comprendere senza giustificare. Posso perdonare, senza riportarti nella mia vita. Posso amarti e, proprio per questo motivo, non perdere più me stessa amando.

Forse questo è ciò che non ho capito in tutti questi anni; il limite non è il muro che costruiamo contro gli altri. È la linea in cui finalmente iniziamo a non abbandonare noi stessi. E così, per la prima volta, voglio guardare me stessa senza un giudice. Non per perdonarla immediatamente. Né per punirla di meno, né per reinventarla da capo. Voglio solo conoscerla.

Vederla anche nei suoi errori, senza ridurla a essi. Ascoltarla anche nelle sue debolezze, senza trasformarle in colpa. Lasciarla respirare, senza chiederle conto di ogni battito. Perché forse la forma più alta di autodisciplina non è dominare se stessi, ma non avere più bisogno di dominarsi con la violenza.

E forse la forma più difficile della libertà non è diventare qualcun altro. È non essere più contro ciò che sei stato. Non spendere il resto della vita combattendo con la persona che sei sopravvissuto essendo. Sederti finalmente di fronte a te stesso, senza verbale, senza atto d’accusa, senza una condanna prestabilita, e capire che ciò che cercavi in tutti questi anni non era un’altra versione di te stesso. Era la pace con la versione che non sapevi amare.

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