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Economia

Un’economia che valorizzi la dignità

La trasformazione tecnologica contemporanea non modifica soltanto gli strumenti della produzione,
l’organizzazione del lavoro o le modalità degli scambi. Essa investe più profondamente l’idea di sviluppo
che orienta le società, il significato attribuito alla libertà economica e la concezione dell’essere umano che
abita, spesso implicitamente, le istituzioni e i mercati.

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Editoriale

Redazione-  La trasformazione tecnologica contemporanea non modifica soltanto gli strumenti della produzione,
l’organizzazione del lavoro o le modalità degli scambi. Essa investe più profondamente l’idea di sviluppo
che orienta le società, il significato attribuito alla libertà economica e la concezione dell’essere umano che
abita, spesso implicitamente, le istituzioni e i mercati. L’intelligenza artificiale, la robotica e l’automazione
rendono possibile un’accelerazione senza precedenti dei processi produttivi e decisionali; proprio per
questo, tuttavia, esigono una riflessione capace di interrogare non soltanto ciò che la tecnica consente di
fare, ma soprattutto la direzione verso cui intendiamo condurla. Il problema decisivo non è stabilire se
l’innovazione debba essere accolta o respinta, ma comprendere secondo quali finalità essa debba essere
progettata, finanziata e governata. La tecnologia, infatti, non opera in uno spazio neutrale. Assume il
volto degli interessi che la orientano, delle strutture economiche che la sostengono, delle norme che la
disciplinano e della visione dell’uomo che ne ispira l’impiego. Può ampliare le opportunità, migliorare la
qualità dei servizi, liberare da attività pericolose e ripetitive; ma può anche accentuare le disuguaglianze,
consolidare concentrazioni di potere e trasformare la persona in una funzione misurabile mediante dati,
prestazioni e previsioni comportamentali. Un’economia autenticamente umana deve quindi assumere la
dignità della persona come principio originario e criterio permanente di valutazione. La dignità non può
essere richiamata soltanto a valle dei processi economici, quasi fosse un correttivo morale da applicare
dopo che le decisioni fondamentali sono state assunte. Essa deve informare l’intera architettura dello
sviluppo: l’accesso alle risorse, la configurazione dell’impresa, la qualità dell’occupazione, l’orientamento
del credito, la distribuzione dei vantaggi dell’innovazione e la responsabilità verso le generazioni future.
La libertà economica conserva, in tale prospettiva, una funzione essenziale. Essa esprime la creatività
umana, la capacità di iniziativa e la responsabilità di trasformare risorse e conoscenze in opportunità di
crescita. Non è però una libertà assoluta, separata dalle conseguenze sociali che produce. Come ogni
libertà autentica, trova la propria pienezza nella responsabilità e il proprio limite nel bene comune.
L’iniziativa imprenditoriale acquista così la forma di una vera vocazione quando non si limita alla
massimizzazione del rendimento, ma contribuisce alla costruzione della società, genera occupazione di
qualità, investe nelle persone e assume il territorio come luogo di appartenenza e di responsabilità.
L’impresa non è soltanto un’organizzazione del capitale e della tecnologia. È anche una comunità di
lavoro nella quale convergono competenze, aspirazioni, famiglie, relazioni e progetti di vita. Per questo il
lavoro non può essere considerato un semplice costo da comprimere o una variabile dipendente dalle
esigenze della redditività. Esso costituisce una delle forme fondamentali attraverso cui la persona
partecipa alla vita comune, esprime le proprie capacità, contribuisce al progresso sociale e acquisisce
l’autonomia necessaria per esercitare concretamente la libertà. La sua dignità non deriva esclusivamente
dal reddito che assicura. Il lavoro è riconoscimento, relazione, responsabilità e appartenenza. Consente
all’individuo di percepirsi non come destinatario passivo di assistenza, ma come soggetto capace di
concorrere alla costruzione della comunità. La sua perdita, pertanto, non determina soltanto una
privazione economica: può produrre insicurezza esistenziale, indebolimento dei legami sociali e
marginalità civile. Un ordinamento che non garantisca reali possibilità di partecipazione lavorativa rischia
di proclamare una libertà meramente formale, priva delle condizioni materiali necessarie al suo esercizio.
La transizione digitale rende tale consapevolezza ancora più urgente. L’automazione può accrescere la
produttività, migliorare la sicurezza e liberare l’intelligenza umana da mansioni alienanti.

Diviene tuttavia socialmente regressiva quando i vantaggi prodotti vengono concentrati in pochi soggetti, mentre i costi
dell’adattamento ricadono sui lavoratori, sulle famiglie e sui territori meno attrezzati. Una società nella
quale le macchine diventano progressivamente più efficienti, ma le persone più insicure, non realizza un
autentico progresso. Produce piuttosto una crescita priva di armonia, incapace di trasformare l’aumento
delle capacità tecniche in benessere condiviso. Non vi è nulla di inevitabile in questo esito. Le
conseguenze sociali dell’innovazione dipendono dalle decisioni politiche, economiche e istituzionali che
ne accompagnano l’introduzione. Ogni scelta di automazione contiene una determinata distribuzione dei
benefici e dei rischi; incide sui tempi di lavoro, sulle competenze richieste, sui livelli occupazionali e
sull’equilibrio dei rapporti contrattuali. Per questa ragione, gli effetti sulla persona e sulla comunità
devono essere valutati sin dalla fase progettuale e non soltanto affrontati quando si sono già trasformati
in esclusione o disoccupazione. È necessario sviluppare una responsabilità anticipatrice, capace di
integrare l’innovazione con politiche di formazione, riqualificazione e accompagnamento. Il lavoratore
non può essere lasciato solo dinanzi all’obsolescenza di competenze determinata da trasformazioni
sistemiche. La formazione permanente deve diventare una componente ordinaria della cittadinanza
sociale, accessibile lungo l’intero corso della vita e sostenuta dalla cooperazione tra istituzioni pubbliche,
università, imprese, organizzazioni dei lavoratori e corpi intermedi. Non si tratta soltanto di adattare le
persone alle richieste del mercato, ma di creare le condizioni affinché esse possano comprendere,
governare e orientare il cambiamento. Anche le forme di rappresentanza devono evolvere, aprendosi alle
professioni emergenti, al lavoro autonomo economicamente dipendente, alle attività mediate dalle
piattaforme e alle occupazioni che sfuggono alle categorie tradizionali. Nella società algoritmica, la tutela
del lavoro non riguarda più soltanto il salario, l’orario o la sicurezza fisica, ma comprende il diritto a
conoscere i criteri con cui vengono assegnate le mansioni, valutate le prestazioni e determinate le
opportunità professionali. Quando sistemi automatizzati intervengono nella selezione, nella promozione
o nell’interruzione di un rapporto, la decisione deve rimanere comprensibile, verificabile e contestabile.
La persona non può essere ridotta a un profilo probabilistico. Un algoritmo può individuare correlazioni,
ma non esaurisce la complessità di una storia individuale; può formulare previsioni, ma non possiede la
capacità morale di riconoscere la singolarità dell’altro. Questa distinzione assume rilievo non soltanto
nell’ambito lavorativo, ma anche nell’accesso al credito, ai servizi, alle assicurazioni e alle opportunità
economiche. L’efficienza decisionale non è sufficiente quando manca la possibilità di comprendere le
ragioni della scelta, correggere gli errori e far valere la propria posizione. L’impiego dei dati richiede
pertanto una cultura della responsabilità analitica. L’abbondanza delle informazioni non coincide
automaticamente con la conoscenza, così come la velocità di elaborazione non garantisce la qualità del
giudizio. Le decisioni affidabili presuppongono fonti verificabili, indicatori pertinenti, ipotesi alternative,
consapevolezza dell’incertezza e capacità di correggere i pregiudizi incorporati nei modelli. La razionalità
economica deve essere sufficientemente matura da riconoscere i propri limiti e da mantenere sempre
aperto uno spazio di valutazione umana. Tale esigenza riguarda anche la capacità delle istituzioni di unire
visione strategica e responsabilità operativa. Le politiche industriali, gli investimenti tecnologici e le scelte
formative devono essere pensati secondo un orizzonte di lungo periodo, ma continuamente confrontati
con i loro effetti concreti sui territori e sulle persone. Allo stesso tempo, l’esperienza quotidiana deve
poter correggere la pianificazione generale, affinché essa non divenga astratta o impermeabile alle
conseguenze che produce. La buona governance nasce da questa circolarità tra previsione, osservazione,
verifica e apprendimento. Una più ampia concezione dello sviluppo esige inoltre il superamento della
centralità esclusiva del Prodotto Interno Lordo.

Per decenni esso ha rappresentato il principale indicatoredella prosperità, pur essendo incapace di descrivere molte dimensioni essenziali della vita.

Misura il valore monetario della produzione, ma non distingue adeguatamente tra attività che accrescono il benessere e
attività che intervengono per riparare danni sociali o ambientali. Non registra la qualità delle relazioni, la
stabilità dell’occupazione, l’accessibilità dei servizi, il tempo dedicato alla cura, la sicurezza delle comunità
o la sostenibilità degli ecosistemi. La revisione dei parametri economici non costituisce una questione
meramente statistica. Gli indicatori orientano le politiche pubbliche, condizionano l’allocazione delle
risorse e contribuiscono a definire ciò che una società considera desiderabile. Ciò che non viene misurato
rischia di scomparire dall’orizzonte delle decisioni; ciò che viene premiato tende invece a trasformarsi in
obiettivo prioritario. Per questa ragione, occorrono metriche capaci di valutare la qualità del lavoro, la
riduzione delle disuguaglianze, l’accesso alla conoscenza, la mobilità sociale, la salute dell’ambiente, la
partecipazione democratica e il benessere delle generazioni future. La prosperità non coincide con
l’accumulazione della ricchezza, ma con la diffusione delle condizioni che consentono alle persone di
condurre una vita libera, sicura e significativa. Un Paese può crescere economicamente e, nello stesso
tempo, divenire più diseguale, più fragile e meno coeso. Lo sviluppo autentico deve invece tenere insieme
produttività e giustizia, innovazione e inclusione, competitività e cura. La crescita è pienamente legittima
soltanto quando amplia le possibilità di tutti e non quando consolida il vantaggio di coloro che già
dispongono di maggiori risorse. Analoga trasformazione è richiesta alla finanza. Nella sua funzione
originaria, essa raccoglie il risparmio, sostiene il credito, rende possibili gli investimenti e collega le risorse
disponibili ai progetti capaci di generare sviluppo. Il credito possiede dunque una funzione sociale
decisiva, soprattutto nelle fasi di transizione, quando imprese, famiglie e territori necessitano di mezzi per
innovare e creare lavoro. La finanza diviene tuttavia problematica quando si separa dall’economia reale e
assume come proprio fine esclusivo la moltiplicazione del rendimento. In questa deriva, la rendita tende
a prevalere sul reddito da lavoro, la speculazione sull’investimento produttivo e il vantaggio immediato
sulla responsabilità verso il futuro. Il capitale, da strumento, si trasforma allora in potere concentrato,
capace di condizionare le decisioni pubbliche e di trasferire i rischi sui soggetti meno protetti.
L’innovazione finanziaria, comprese le forme connesse agli asset digitali, deve quindi essere valutata non
soltanto per la sua redditività, ma per gli effetti che produce sulla stabilità, sulla trasparenza e
sull’inclusione. La complessità non può diventare uno schermo dietro il quale dissolvere la responsabilità.
Ogni operazione economica deve conservare una sufficiente intelligibilità, affinché chi assume un rischio
possa comprenderne la natura e chi esercita un potere possa essere chiamato a risponderne. La
trasparenza non rappresenta un ostacolo alla libertà dei mercati, ma una condizione della loro legittimità.
Un sistema finanziario affidabile richiede tracciabilità, controllo, correttezza informativa e proporzionata
distribuzione delle conseguenze. La crescita della ricchezza mondiale, accompagnata dalla sua crescente
concentrazione, dimostra inoltre l’insufficienza delle teorie secondo cui i benefici dello sviluppo
raggiungerebbero spontaneamente l’intera società. L’esperienza mostra che, nelle crisi, sono soprattutto
i soggetti più fragili a sopportarne i costi, mentre chi dispone di maggiori risorse possiede strumenti più
efficaci per proteggersi. Per questo l’inclusione non può essere rinviata a un momento successivo alla
produzione della ricchezza, ma deve essere incorporata nel modo stesso in cui essa viene generata. La
giustizia attraversa ogni fase dell’attività economica: il reperimento delle risorse, l’accesso al credito,
l’organizzazione produttiva, la remunerazione del lavoro, il consumo, la fiscalità e la destinazione degli
utili. La redistribuzione rimane indispensabile, attraverso sistemi fiscali capaci di alleggerire il peso sui più
deboli e di richiedere un contributo maggiore a chi dispone di più ampie possibilità. Tuttavia, essa non è
sufficiente. Deve essere accompagnata da interventi sulle condizioni iniziali: istruzione, formazione,
infrastrutture, accesso al capitale, tutela della salute e capacità contrattuale. Una società giusta non si limita
a compensare l’esclusione dopo che si è prodotta. Cerca piuttosto di organizzare il proprio sviluppo affinché essa non divenga l’esito ordinario del sistema.

Ciò richiede politiche distributive, capaci di
ampliare le opportunità prima che le disuguaglianze si cristallizzino e divengano ereditarie. La mobilità
sociale, l’accesso alla conoscenza e la possibilità di intraprendere non possono dipendere in modo
determinante dal luogo di nascita, dal patrimonio familiare o dalla disponibilità di reti privilegiate. Anche
l’accesso ai benefici dell’innovazione costituisce oggi una questione di giustizia globale. Le tecnologie
digitali possono migliorare la medicina, l’istruzione, l’agricoltura e la qualità dell’amministrazione
pubblica. Se però la loro diffusione segue esclusivamente le geografie del capitale e delle infrastrutture,
esse rischiano di approfondire le distanze tra Paesi, territori e gruppi sociali. Il progresso non distribuisce
automaticamente i propri vantaggi: ha bisogno di istituzioni capaci di renderli accessibili, di investimenti
pubblici e di una cooperazione internazionale orientata alla condivisione della conoscenza. In questo
quadro, lo Stato non deve sostituirsi all’iniziativa economica e sociale, ma nemmeno ritirarsi dinanzi alla
forza dei mercati. Il suo compito consiste nel creare le condizioni affinché la libertà possa essere esercitata
da tutti, proteggere il lavoro nelle fasi di transizione, promuovere investimenti strategici e impedire che il
potere economico o tecnologico divenga incontrollabile. Tale funzione deve essere esercitata secondo
una sussidiarietà autentica, capace di valorizzare famiglie, comunità territoriali, università, imprese
responsabili, associazioni e corpi intermedi. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la politica economica è
chiamata pertanto a recuperare una funzione alta: non limitarsi ad amministrare le conseguenze del
cambiamento, ma orientarne la direzione. La sola dinamica del mercato non può sostituire il
discernimento pubblico, soprattutto quando attori privati transnazionali dispongono di risorse
informative e finanziarie superiori a quelle di molti Stati. La dimensione globale delle trasformazioni
richiede regole condivise, forme di vigilanza coordinate e istituzioni multilaterali capaci di impedire nuove
dipendenze, concentrazioni monopolistiche e diseguaglianze digitali. Un’economia della dignità non è
ostile al mercato, all’impresa o alla tecnologia. Ne riconosce il valore, ma li riconduce alla loro funzione
umana. Non nega il profitto, ma impedisce che esso divenga l’unica misura del valore; non limita
arbitrariamente la libertà, ma la rende responsabile; non rallenta l’innovazione, ma la sottrae alla cecità
dell’immediato. Il suo criterio fondamentale è la persona, soprattutto quando non dispone di ricchezza,
visibilità o forza contrattuale. La qualità morale di un sistema economico si manifesta nel modo in cui
tratta coloro che rischiano di rimanere ai margini. Dove la crescita genera esclusione permanente, si
indeboliscono la coesione sociale, la fiducia nelle istituzioni e la stabilità democratica. Dove, al contrario,
il lavoro è dignitoso, le opportunità sono diffuse e i vantaggi dell’innovazione vengono condivisi, la
prosperità diviene anche un fattore di pace. Non vi può essere infatti una pace solida in una società
attraversata da disuguaglianze percepite come definitive e da forme di impotenza collettiva. La sfida del
nostro tempo consiste, in definitiva, nel passare da un’economia che misura la persona sulla base della
sua utilità a un’economia che misura la propria utilità sulla capacità di servire la persona. La dignità diviene
così la grammatica dello sviluppo, il limite della tecnica, l’orientamento della finanza, la vocazione
dell’impresa e il fondamento della giustizia sociale. Solo entro questa architettura il progresso potrà dirsi
pienamente umano: non una corsa nella quale pochi avanzano lasciando indietro molti, ma un cammino
condiviso nel quale intelligenza, lavoro e ricchezza concorrano alla costruzione di una casa comune più
giusta, libera e ospitale.

Paolo Cancelli
Ministro Integrazione Culturale
Nazionale e Internazionale MI

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Economia

Occupazione record ma salari al palo: perché oggi in Italia avere un lavoro non basta più per diventare ricchi

Occupazione record ma salari al palo: perché oggi in Italia avere un lavoro non basta più per diventare ricchi 👇

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Impiegata

Milano – I grafici e le statistiche ufficiali descrivono un mercato del lavoro italiano apparentemente effervescente, con tassi di occupazione che toccano vertici storici mai raggiunti in passato. Eppure, fuori dai palazzi della macroeconomia, la percezione reale delle famiglie racconta una verità diametralmente opposta: per milioni di cittadini avere un impiego stabile non rappresenta più il passaporto per il benessere economico, né tantomeno una garanzia di emancipazione sociale e serenità finanziaria. Dietro la crescita esponenziale del numero degli occupati si cela infatti un’inquietante anomalia strutturale: gli stipendi reali continuano a perdere terreno rispetto al costo della vita, trasformando il lavoro in un mero strumento di sussistenza anziché di arricchimento.

Il fenomeno investe ogni categoria professionale e tocca da vicino le famiglie in ogni singolo territorio del Paese, dove la distanza tra il dato statistico e la reale capacità di spesa quotidiana genera un senso diffuso di frustrazione e precarietà esistenziale.

Il paradosso italiano: record di occupati ma potere d’acquisto in caduta libera

A certificare la spaccatura sono le stesse rilevazioni previsionali diffuse dall’Istat. Sebbene l’occupazione sia attesa crescere a un ritmo superiore rispetto al Prodotto Interno Lordo, sul fronte delle buste paga si è consumata una vera e propria emorragia. A settembre 2025, le retribuzioni contrattuali reali risultavano ancora dell’8,8% inferiori rispetto ai livelli di gennaio 2021. In parole povere: nonostante l’ondata inflazionistica degli ultimi anni e il rincaro vertiginoso di beni di prima necessità, energia, affitti e mutui, gli stipendi sono rimasti sostanzialmente congelati, erodendo drammaticamente il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti.

Ci troviamo così di fronte al paradosso dei cosiddetti “working poor”, persone che lavorano regolarmente quaranta ore a settimana ma che a fine mese faticano a far quadrare i conti o a far fronte a una spesa medica imprevista. L’ascensore sociale – quel meccanismo che nel secondo dopoguerra garantiva ai figli di raggiungere una condizione economica migliore rispetto a quella dei genitori – sembra essersi definitivamente bloccato, lasciando spazio a una diffusa sensazione di immobilità.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
FINANZA & PSICOLOGIA

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L’analisi degli esperti: «Il conteggio dei posti non basta, serve qualità»

A fotografare con precisione chirurgica le cause di questa frattura è Carola Adami, CEO di Adami & Associati, primaria realtà nazionale attiva nella ricerca e selezione del personale qualificato: «Il numero puro degli occupati è certamente un indicatore importante, ma da solo non basta più a descrivere la salute economica del Paese. Se lo stipendio non tiene il passo con il costo della vita, la crescita numerica dell’occupazione rischia di non tradursi in sicurezza. Oggi è indispensabile guardare insieme a tre fattori: quantità, qualità e prospettive di carriera».

Il problema investe anche la struttura stessa dei contratti e la stagnazione professionale. Molti lavoratori si trovano intrappolati in mansioni a basso valore aggiunto o con scarse possibilità di avanzamento, al punto che per ottenere un ritocco salariale significativo l’unica via d’uscita rimane il cosiddetto job hopping, ovvero il cambio continuo di azienda. Questa dinamica si riflette pesantemente sul tessuto imprenditoriale: quando il divario tra responsabilità richieste e compenso economico diventa incolmabile, aumentano le dimissioni volontarie, si allungano i tempi per coprire posizioni strategiche e le aziende faticano a trattenere i propri migliori talenti.

Oltre la busta paga: welfare, flessibilità e la sfida per il futuro

Per uscire da questo vicolo cieco, il mondo delle imprese è chiamato a una profonda revisione dei propri modelli organizzativi. La sola remunerazione economica, per quanto primaria, non è più sufficiente a garantire la fedeltà aziendale. Le nuove generazioni di lavoratori valutano l’offerta professionale nel suo complesso, ponendo in cima alle proprie priorità la qualità della leadership, la flessibilità oraria, lo smart working, la formazione continua e il rispetto dell’equilibrio tra vita privata e attività lavorativa.

«Le organizzazioni non possono competere per i talenti limitandosi a rilanciare sullo stipendio all’ultimo minuto, quando il dipendente ha già deciso di andarsene», ammonisce ancora Carola Adami. «Occorre costruire un progetto professionale coerente, credibile e trasparente, nel quale competenze, responsabilità e riconoscimento economico camminino di pari passo». La vera sfida per l’Italia non sarà dunque soltanto contare quanti contratti vengono firmati nei prossimi mesi, ma restituire al lavoro la sua originaria promessa costituzionale: essere il motore primo della prosperità e del miglioramento concreto della vita delle persone.

A cura della Redazione Economia e Lavoro di Cavaliere News

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Economia

Poste Italiane, educazione finanziaria gratuita per tutti i cittadini: martedì 20 ottobre due webinar nazionali su passaggio generazionale e risparmio

Poste Italiane promuove per martedì 20 ottobre due webinar gratuiti aperti a tutti i cittadini italiani su passaggio generazionale (ore 10) e corso della vita con interprete LIS (ore 16): iscrizioni online e podcast formativi. 👇

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Un momento di un webinar di educazione finanziaria

Roma – Diffondere una cultura economica accessibile, trasparente e concreta per aiutare le famiglie e i risparmiatori italiani a orientarsi con consapevolezza tra previdenza, gestione del patrimonio e scelte assicurative. Prosegue su scala nazionale l’impegno sociale e divulgativo di Poste Italiane attraverso il programma gratuito di Educazione Finanziaria, che per la giornata di martedì 20 ottobre 2026 propone due nuovi appuntamenti in modalità webinar aperti alla partecipazione di tutti i cittadini residenti sull’intero territorio nazionale, da Nord a Sud.

L’iniziativa, nata con una forte vocazione di prossimità territoriale e oggi estesa a tutto il Paese grazie alla fruibilità della piattaforma digitale, offre una preziosa opportunità di formazione a costo zero. L’obiettivo primario è colmare lo storico divario di alfabetizzazione finanziaria che ancora caratterizza ampie fasce della popolazione italiana, fornendo strumenti concettuali e operativi per pianificare il futuro economico della famiglia, prevenire rischi di sovraindebitamento e gestire con lungimiranza i passaggi più delicati del ciclo di vita.

Il programma dei due webinar del 20 ottobre: orari, temi e inclusione LIS

La giornata formativa di martedì 20 ottobre si articola in due sessioni autonome e complementari, pensate per rispondere a esigenze anagrafiche, professionali e familiari differenti. Gli incontri, guidati da docenti ed esperti del settore economico e previdenziale, saranno caratterizzati da un linguaggio chiaro, privo di tecnicismi ostici e arricchito da esempi pratici tratti dalla quotidianità.

1. Sessione mattutina (ore 10:00) – «Il passaggio generazionale»: il primo webinar è interamente dedicato a uno dei temi più complessi e spesso rimandati all’interno dei nuclei familiari. Gli esperti illustreranno le migliori strategie giuridiche, fiscali e assicurative per pianificare per tempo la trasmissione dei beni mobiliari e immobiliari, preservare l’armonia tra eredi ed evitare contenziosi legali. Il modulo approfondirà il concetto etico di essere «buoni antenati», ovvero la capacità di predisporre una tutela patrimoniale solida e lungimirante a beneficio di figli, nipoti o attività d’impresa generazionali.

2. Sessione pomeridiana (ore 16:00) – «Il corso della vita»: il secondo appuntamento affronta l’evoluzione dinamica dei bisogni economici lungo le diverse fasi dell’esistenza. Dalla gestione del primo stipendio alla pianificazione dell’acquisto della prima casa, dalla tutela economica per la nascita dei figli fino alla costruzione di un piano pensionistico integrativo che garantisca serenità durante la terza età. In coerenza con i principi di accessibilità universale, la sessione delle ore 16:00 sarà interamente provvista di sottotitolazione in tempo reale e traduzione simultanea con interprete LIS (Lingua dei Segni Italiana), garantendo la piena fruibilità alle persone con disabilità uditiva.

CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
Economia e Risparmio per la Famiglia

Guida Pratica all’Educazione Finanziaria: Gestione del Risparmio e Tutela del Patrimonio

Il manuale indispensabile per imparare a gestire le finanze domestiche: budget familiare, investimenti consapevoli, pianificazione della pensione e strumenti per proteggere il patrimonio familiare dagli imprevisti.

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Come registrarsi gratuitamente online: la procedura per tutti gli utenti

La partecipazione a entrambi i seminari digitali è completamente gratuita e non richiede l’essere già clienti di Poste Italiane. Per iscriversi e ricevere il link di accesso diretto alla stanza virtuale, è sufficiente collegarsi a Internet da qualunque computer, tablet o smartphone prima dell’orario di inizio stabilito.

«La procedura di registrazione richiede pochi istanti: basta collegarsi alla sezione dedicata “Educazione Finanziaria” sul portale istituzionale di Poste Italiane (all’indirizzo web posteitaliane.it/educazione-finanziaria/eventi), selezionare il tema di proprio interesse – tra “Il passaggio generazionale” delle ore 10:00 o “Il corso della vita” delle ore 16:00 – e compilare il modulo con il proprio indirizzo email per ricevere le credenziali d’accesso.»

I partecipanti avranno inoltre l’opportunità di interagire in tempo reale con i relatori attraverso una chat dedicata, formulando domande specifiche, chiarimenti normativi o dubbi pratici riguardanti la propria situazione personale.

Contenuti on demand e podcast: la serie “Generazione EF – Una vita di benessere”

L’offerta educativa di Poste Italiane non si esaurisce con gli appuntamenti in streaming dal vivo, ma mette a disposizione un ricco patrimonio multimediale fruibile liberamente in qualunque momento sul portale ufficiale. Tra le novità più apprezzate dagli utenti figura la nuova serie podcast “Generazione EF – Una vita di benessere”, un percorso audio interamente dedicato alla gestione delle risorse economiche nelle tappe chiave dell’esistenza.

Attraverso la voce e le storie realistiche di quattro diversi protagonisti, il podcast affronta con approccio narrativo e divulgativo i grandi bivi finanziari: dai primi contratti di lavoro alla gestione dell’autonomia abitativa, dalla nascita dei figli fino al supporto economico e assistenziale per i genitori anziani. Ciascun episodio fornisce consigli pratici e replicabili per superare l’ansia da gestione del denaro, insegnando a costruire un fondo di emergenza, a valutare coperture assicurative contro gli infortuni e a investire con orizzonti temporali corretti.

La responsabilità sociale d’impresa e i principi ESG dell’ONU

Il progetto nazionale di Educazione Finanziaria costituisce uno dei pilastri fondamentali della strategia di Corporate Social Responsibility (CSR) di Poste Italiane. In qualità di maggiore infrastruttura di servizi del Paese, con oltre 12.800 uffici postali capillarmente distribuiti anche nei centri rurali e nelle aree interne più isolate, l’azienda persegue una missione di inclusione economica coerente con i criteri internazionali ESG (Environmental, Social and Governance) promossi dall’Organizzazione delle Nazioni Unite.

L’alfabetizzazione finanziaria rappresenta a tutti gli effetti un fattore abilitante di coesione sociale e di parità di genere: diffondere nozioni base su conti correnti, tutela del risparmio e previdenza complementare consente a cittadini di ogni fascia d’età e condizione sociale di esercitare una piena cittadinanza economica, proteggendo il benessere del nucleo familiare e contribuendo alla resilienza dell’intero sistema Paese.

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Economia

Accise sulla benzina, una tassa che pesa da decenni: perché gli automobilisti continuano a pagare così tanto?

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Accise carburanti

Redazione-  Le accise sono una componente fiscale importante del prezzo alla pompa, ma il prezzo finale dipende anche dal costo del petrolio, dalla raffinazione, dalla distribuzione e dall’IVA. Nel 2026 la tassazione dei carburanti è stata modificata più volte con misure temporanee, quindi è importante distinguere le aliquote ordinarie dagli interventi emergenziali.

Dalle vecchie imposte introdotte per finanziare emergenze nazionali ai rincari di oggi, il peso fiscale sui carburanti resta al centro del dibattito. I cittadini chiedono prezzi più sostenibili e interventi strutturali, mentre famiglie e imprese devono fare i conti con una spesa sempre più difficile da contenere.

Ogni volta che ci si ferma a una pompa di benzina, la domanda torna puntuale: quanto di quello che paghiamo serve davvero ad acquistare il carburante e quanto finisce invece nelle casse dello Stato?

Le accise rappresentano una componente significativa del prezzo dei carburanti in Italia. Si tratta di imposte indirette applicate ai prodotti energetici, che si aggiungono all’IVA e agli altri costi che concorrono a determinare il prezzo finale. Il risultato è che il costo sostenuto dagli automobilisti non dipende soltanto dalle quotazioni internazionali del petrolio, ma anche dalle scelte fiscali e dalle politiche adottate a livello nazionale.

Le accise sono imposte applicate a determinati prodotti, tra cui benzina e gasolio. Il loro importo viene stabilito dalla normativa e può essere modificato dal legislatore. A differenza dell’IVA, che è calcolata in percentuale sul prezzo imponibile, l’accisa sui carburanti è normalmente determinata in base alla quantità di prodotto.

A queste imposte si aggiunge l’IVA, che incide anche sul prezzo comprensivo dell’accisa. Per questo motivo, quando il costo del carburante aumenta, la spesa complessiva per chi fa rifornimento può diventare particolarmente pesante.

La questione è al centro di un dibattito che attraversa da anni il Paese: da una parte, il gettito fiscale rappresenta una risorsa per le finanze pubbliche; dall’altra, il peso delle tasse sui carburanti incide direttamente sui bilanci delle famiglie e sui costi delle attività economiche.

Le accise italiane sui carburanti hanno una storia stratificata. Nel corso dei decenni, il sistema fiscale è stato modificato attraverso numerosi interventi legislativi, fino a diventare parte integrante della tassazione dei prodotti energetici.

Spesso nel dibattito pubblico si ricordano le vecchie imposte associate a guerre, calamità naturali ed emergenze nazionali. È però importante fare una precisazione: non tutte le imposte storiche sono oggi identificabili come singoli sovrapprezzi ancora separati alla pompa. Nel tempo, le aliquote sono state modificate e riordinate dalla normativa.

Il tema centrale, quindi, non è soltanto l’origine storica delle imposte, ma la loro entità attuale e la possibilità di ridurne il peso senza compromettere gli equilibri del bilancio pubblico.

Negli ultimi anni, in presenza di forti aumenti dei prezzi energetici, sono stati adottati provvedimenti temporanei per ridurre le accise e contenere il costo dei rifornimenti. Anche nel 2026 il legislatore è intervenuto più volte con misure emergenziali, differenziando in alcuni periodi la tassazione di benzina e gasolio.

Questi interventi possono offrire un sollievo immediato, ma pongono una questione di fondo: che cosa accade quando le riduzioni scadono e le aliquote vengono riportate ai livelli previsti dalla normativa ordinaria?

Senza un intervento duraturo, gli automobilisti rischiano di trovarsi nuovamente esposti agli aumenti del mercato internazionale. Per questo una parte del dibattito politico e sociale chiede una revisione più stabile della fiscalità sui carburanti, accompagnata da misure mirate per chi utilizza l’automobile per lavoro o vive in territori dove il trasporto pubblico è insufficiente.

Il peso delle accise non riguarda soltanto chi usa l’auto nel tempo libero. Per molti lavoratori, pendolari e residenti nelle aree interne, il mezzo privato è spesso indispensabile per raggiungere il posto di lavoro, accompagnare i figli a scuola o accedere ai servizi essenziali.

Nelle zone meno servite dai collegamenti pubblici, ogni aumento del carburante si trasforma in una spesa difficilmente evitabile. Lo stesso vale per artigiani, piccoli imprenditori, agenti di commercio e aziende di trasporto, per i quali gli spostamenti sono parte integrante dell’attività lavorativa.

Quando i costi aumentano, le imprese possono essere costrette a rivedere le tariffe, con possibili ripercussioni sui prezzi finali dei beni e dei servizi. Il caro carburante, dunque, non si esaurisce al distributore: può propagarsi lungo tutta la filiera economica.

La riduzione delle accise è una delle richieste più frequenti dei consumatori. Un taglio può tradursi in un risparmio alla pompa, ma il beneficio effettivo dipende dall’entità della riduzione, dalla sua durata e dall’andamento dei prezzi di mercato.

Esiste, tuttavia, anche il problema delle risorse pubbliche. Una diminuzione permanente delle imposte comporta minori entrate per lo Stato e richiede quindi una copertura finanziaria oppure una revisione delle priorità di spesa.

Una possibile strada consiste nel combinare interventi temporanei nei momenti di emergenza con aiuti mirati alle famiglie più esposte e alle categorie professionali maggiormente dipendenti dai carburanti. Un’altra riguarda una politica energetica capace di ridurre gradualmente la dipendenza dai combustibili fossili, ampliando le alternative disponibili senza ignorare le esigenze di chi oggi non può fare a meno dell’automobile.

Il dibattito sulle accise pone una domanda che va oltre il prezzo della benzina: come distribuire il peso della fiscalità e garantire, allo stesso tempo, risorse sufficienti per i servizi pubblici?

Per i cittadini, il problema è concreto e quotidiano. Ogni rifornimento incide sul bilancio familiare, soprattutto in un periodo in cui anche altre spese essenziali possono risultare difficili da sostenere. Per le istituzioni, la sfida è trovare un equilibrio tra entrate pubbliche, sostegno al potere d’acquisto e transizione energetica.

La richiesta di maggiore trasparenza è quindi legittima: conoscere il peso delle imposte, sapere quali interventi sono in vigore e capire quanto durano le eventuali riduzioni dovrebbe essere parte essenziale del confronto pubblico.

Il prezzo della benzina è il risultato di più fattori, ma la componente fiscale resta uno degli aspetti più discussi perché dipende direttamente dalle decisioni pubbliche.

Ridurre le accise può aiutare famiglie e imprese, soprattutto nei periodi di forte rincaro. Perché il beneficio sia concreto e sostenibile, però, servono misure chiare, coperture finanziarie credibili e una strategia che guardi oltre le emergenze.

Gli automobilisti chiedono soprattutto una cosa: non essere lasciati soli davanti a costi che incidono sulla mobilità, sul lavoro e sulla vita quotidiana. È su questo terreno che si misurerà la capacità della politica di trasformare il dibattito sulle accise in risposte efficaci e durature.

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