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Cultura

Il Pantheon ospita il debutto di Oltre la Soglia: visite speciali e concerti gratuiti di musica sacra

🚨 ARTE E MUSICA SACRA AL PANTHEON: PARTE IL PROGETTO “OLTRE LA SOGLIA”! Giovedì 16 luglio a partire dalle ore 18:30, la Basilica di Santa Maria ad Martyres ospita l’evento di debutto di una straordinaria rassegna promossa dalla Diocesi di Roma con il supporto di Orpheo. Un’esperienza immersiva unica che unisce una speciale visita audioguidata multilingue all’interno del Pantheon (con accesso ad aree normalmente chiuse al pubblico) a un grande concerto acustico gratuito nella splendida cornice della Rotonda. In scaletta i capolavori di Mozart, Charpentier e Miserachs Grau. Ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti. Scopri il programma completo delle quattro date estive 👇#pantheon | #oltrelasoglia | #diocesidiroma | #musicasacra | #orpheo | #concertiroma | #eventicapitale | #romaarte | #turismoreligioso | #pagineutili

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Pantheon

Il progetto di valorizzazione promosso dalla Diocesi di Roma in collaborazione con Orpheo

Roma – Un imponente, accurato e quanto mai suggestivo percorso di valorizzazione del patrimonio artistico e monumentale della capitale, incentrato sulle riforme dei palinsesti del turismo religioso e sulla necessità impellente di coniugare le grandi produzioni polifoniche classiche all’esplorazione dei luoghi di culto storici della penisola, si appresta a animare il cuore del centro storico romano. Nella serata di giovedì sedici luglio, a partire dalle ore diciotto e trenta, le navate della Basilica di Santa Maria ad Martyres faranno da sfondo ufficiale all’apertura del ciclo di eventi culturali denominato Oltre la Soglia. L’ambiziosa iniziativa territoriale, che proseguirà con appuntamenti cadenzati nelle date del trenta luglio e del sei e ventisette agosto, risulta interamente ideata e promossa dai dirigenti della Diocesi di Roma, avvalendosi del supporto tecnologico e sistemistico fornito dagli specialisti del gruppo Orpheo.
Il programma propone una modalità innovativa di fruizione dei beni ecclesiastici statali attraverso lo schieramento di speciali audioguide immersive multilingue e applicazioni digitali d’avanguardia progettate per condurre i consumatori oltre i confini dei circuiti turistici tradizionali della provincia.

La consacrazione di Papa Bonifacio IV nel seicentonove e l’accesso esclusivo alle cappelle della rotonda

La narrazione multimediale guiderà i partecipanti alla scoperta delle stratificazioni architettoniche del Pantheon, illustrando il passaggio storico da antico tempio romano eretto per volere dell’imperatore Adriano fino alla solenne consacrazione in basilica cristiana avvenuta nel VII secolo ad opera di Papa Bonifacio IV. Il percorso della scuderia spirituale prenderà avvio davanti alla Cappella che custodisce la sacra icona della Madonna Odigitria, un simbolo legato alla dedicazione mariana del seicentonove, per poi proseguire con soste mirate alla scoperta dei segreti della struttura. I visitatori avranno l’opportunità unica di accedere ad alcune aree monumentali normalmente non accessibili al pubblico durante le normali ore di apertura, potendo esaminare da vicino la maestosità della tomba del pittore Raffaello Sanzio, le sepolture dei Re d’Italia, i marmi policromi ed i dettagli ornamentali delle cappelle laterali per la gioia degli utenti mobili.
Le attività didattiche sono state pianificate per rispettare la sacralità degli ambienti, consentendo al pubblico di sviluppare una profonda riflessione sociologica e antropologica sull’evoluzione dei culti e dell’arte sacra europea nel corso dei secoli.

I brani eseguiti di Mozart e Charpentier ed il concerto acustico nella suggestiva cornice della Rotonda

La sessione culturale si concluderà all’interno della suggestiva cornice della Rotonda con l’esecuzione di un concerto di musica sacra ad ingresso libero, concepito per far dialogare i capolavori acustici della tradizione continentale con la geometria monumentale del soffitto. La scaletta della prima serata vedrà lo schieramento dei coristi nell’interpretazione del Laudate Dominum de caelis composto da Valentino Miserachs Grau, seguito dal celeberrimo Laudate Dominum estratto dai Vespri Solenni de Confessore di Wolfgang Amadeus Mozart e da una selezione di brani scelti del Te Deum di Marc-Antoine Charpentier. Gli appuntamenti successivi di fine estate rinnoveranno l’offerta musicale inserendo nel palinsesto l’Exultate Justi di Lodovico Grossi da Viadana, l’Aria sulla quarta corda di Johann Sebastian Bach e le partiture sacre di Licinio Refice per deliziare i cultori della saggistica classica.
La rete di Oltre la Soglia coinvolge attualmente sedici chiese del perimetro urbano capitolino, unendo i monumenti principali ai santuari meno noti della città per favorire il decentramento dei flussi e tutelare l’incolumità pubblica.

Le riforme del turismo religioso nel Lazio ed i collegamenti con i siti informatici ufficiali

Lo sviluppo di queste manifestazioni integrate costituisce un pilastro strategico fondamentale per incrementare la competitività economica del comparto ricettivo regionale, attirando i flussi dei visitatori internazionali e generando ricadute stabili per i ristoranti e gli alberghi della capitale. I dettagli logistici sui calendari orari delle singole visite, i programmi delle esecuzioni corali e i link per scaricare la web app dedicata sono liberamente consultabili online visitando la piattaforma ufficiale promossa dal Vicariato di Roma per verificare le comunicazioni istituzionali. Il pubblico e tutti gli operatori del settore dello spettacolo continueranno a trovare sulle nostre pagine recensioni approfondite, analisi e guide utili incentrate sui temi della cultura, della saggistica, dell’istruzione giovanile, dei trasporti e della crescita dei progetti comunitari dell’intera penisola.

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Cultura

“Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”: il viaggio spietato e meraviglioso di Zanë Mehmeti alla ricerca del perdono interiore

“L’essere umano non è una fortezza che si protegge innalzando muri. È un labirinto che cambia ogni volta che crede di aver trovato l’uscita”. 📖 🧠 Ospitiamo oggi sulle nostre pagine un testo di straordinaria, commovente potenza introspettiva. S’intitola “Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”, firmato dalla poetessa e scrittrice macedone Zanë Mehmeti. Una discesa chirurgica nelle fragilità umane: l’incapacità di mettere dei confini, la tendenza a confondere la disciplina con l’autolesionismo, la fretta di amare e, infine, il coraggio difficilissimo di perdonare non gli altri, ma se stessi. Se vi siete mai sentiti in prigione dentro la vostra stessa identità, questo testo vi lascerà senza fiato. Leggetelo tutto d’un fiato nel nostro articolo 👇 🕊️

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Zanë Mehmeti

Redazione – Ci sono testi letterari che non si limitano a farsi leggere, ma che ti leggono dentro. Ti costringono a fermarti, a guardarti allo specchio senza filtri e a fare i conti con quel tribunale implacabile che ognuno di noi ha costruito segretamente dentro di sé. È esattamente questo l’effetto dirompente che provoca la lettura di “Anatomia di un’anima che non sa fermarsi”, l’ultimo, intensissimo scritto della poetessa e filologa Zanë Mehmeti.

Con una lucidità quasi chirurgica, l’autrice disseziona il concetto di autodisciplina, trasformandolo in una confessione a cuore aperto sulle ferite dell’identità, sull’urgenza dell’amore e sulla vitale necessità di imparare a mettere dei confini (non per odiare gli altri, ma per proteggere se stessi). Un testo magnifico che offriamo oggi ai nostri lettori, per imparare che la forma più alta di libertà non è sfuggire al proprio passato, ma firmare finalmente un trattato di pace con se stessi.


Chi è Zanë Mehmeti

Zanë Mehmeti è una poetessa, scrittrice e professoressa nata nel 1983 a Gostivar, nella Repubblica di Macedonia del Nord. Ha conseguito la laurea presso la Facoltà di Filologia, Dipartimento di Lingua e Letteratura Albanese, dell’Università “San Cirillo e Metodio” di Skopje, seguita da un master in Lingua Albanese presso l’Università Statale di Tetovo. Attenta studiosa, ha già pubblicato due libri di studi in ambito linguistico e semantico (“La lingua e lo stile nella prosa di Anton Pashku” e “Pashku, unico nel suo genere”). Autrice di prosa e poesia, è attualmente in attesa della pubblicazione della sua prima raccolta poetica ufficiale.


Anatomia di un’anima che non sa fermarsi

di Zanë Mehmeti

Non ho mai saputo lasciare me stessa senza freni. L’ho tenuta sotto osservazione con una vigilanza quasi crudele, come se dentro di me vivesse un’estranea, per la quale dovessi cercare delle prove prima di fidarmi di lei. Ho messo ogni sentimento di fronte a una domanda, ho fatto passare ogni desiderio attraverso la dogana della ragione, ho custodito ogni debolezza come un oggetto proibito, nel caso in cui un giorno avessi avuto bisogno di usarla contro me stessa.

Dentro di me ha vissuto a lungo un giudice che conosceva la colpa prima che nascesse il crimine. La punizione non arrivava dopo l’errore; lo aspettava nel corridoio. E io, senza rendermene conto, sono diventata contemporaneamente l’accusata, la testimone e la carceriera di me stessa. Forse questo è uno dei meccanismi più raffinati dell’autodistruzione; chiamare disciplina ciò che, in silenzio, ha iniziato ad assomigliare alla violenza.

Per anni ho pensato che non perdere se stessi significasse tenerli sempre legati. Come se il carattere fosse un animale pericoloso, che dovesse essere tenuto sotto controllo, come se la libertà iniziasse solo dopo aver chiuso tutte le porte dentro di noi. Ma l’essere umano non è una fortezza che si protegge innalzando muri. È un labirinto che cambia ogni volta che crede di aver trovato l’uscita.

Ho capito tardi che nemmeno io ero ciò che avevo creduto di essere, e che nemmeno gli altri erano quelli che avevo scritto nella mia mente. L’essere umano è un malinteso che dura così a lungo che un giorno inizia a chiamare se stesso identità. Diamo dei nomi alle nostre ferite, poi prendiamo quei nomi per carattere. Diciamo “io sono così”, perché è più facile mantenere una prigione con un nome, piuttosto che accettare che la chiave sia sempre stata da qualche parte dentro di noi.

Tra tutti i miei errori, ce n’è uno che ritorna continuamente, vestito con gli abiti della virtù; la fretta. Ho confuso la profondità con la velocità. Ho pensato che ciò che sento intensamente debba essere necessariamente vero e che ciò che mi sconvolge debba essere necessariamente mio. Sono entrata in alcune anime prima di chiedermi se avessero una stanza per me. Ho creduto prima che la fiducia avesse guadagnato il diritto di esistere. Ho dato prima che mi venisse chiesto e ho amato prima di imparare che anche l’amore, per quanto grande sia, ha bisogno di una soglia.

Forse non ho sofferto perché ho sentito troppo. Ho sofferto perché ho agito troppo in fretta su ciò che sentivo. Questa è la differenza che un tempo non sapevo vedere. Il sentimento non è un ordine. È solo un segnale che attraversa il nostro essere. Ma io ho trattato i segnali come leggi. Una tristezza mi sembrava una responsabilità. Un’assenza mi sembrava un obbligo. Un dolore dell’altro mi sembrava un debito. Così, senza rendermene conto, ho iniziato a portare sulle spalle anche i pesi che non mi appartenevano.

Quest’anima non sa odiare. Un tempo lo chiamavo una virtù. Oggi so che anche la virtù, quando perde la misura, può diventare un modo elegante per abbandonare se stessi. Non so amare poco. L’amore in me non bussa. Entra. Sposta i mobili della memoria, cambia gli indirizzi dei sentimenti, dà alle persone stanze che forse non hanno mai meritato. Poi, quando se ne vanno, io rimango a cercare dentro me stessa le cose che ho dato loro senza ricevuta di ritorno. E ancora non so odiare.

Quante volte ho pensato a quanto sarebbe utile imparare quella freddezza con cui alcune persone passano attraverso di noi, come se fossimo soltanto un corridoio. Senza portare con sé alcuna responsabilità per il disordine che lasciano dietro di sé. Senza voltarsi indietro. Senza chiedersi se qualcuno sia rimasto lì, a raccogliere i pezzi di una fiducia che hanno calpestato senza accorgersene. Quanto vorrei imparare l’odio. Non per ferire. Per imparare il limite.

Per sapere dove finisce la misericordia e dove inizia l’abbandono di sé; dove il perdono è grandezza e dove si trasforma in un modo sofisticato per non accettare di essere stati feriti. Perché ci sono momenti in cui il perdono non è più un atto dell’anima, ma un modo per chiudere la ferita senza pulirla. Ma come si impara l’odio quando la propria anima non è stata costruita per portare armi? Come insegni alle mani a non tendersi più verso ciò che un tempo hanno abbracciato? Come convinci il cuore che non ogni persona che soffre debba essere salvata?

Lo chiedo, e la domanda non mi dà una risposta; mi apre un’altra stanza dentro me stessa. Può essere estirpata una tendenza dopo che è diventata carattere? Può essere staccata dall’essere quella parte che ti spinge a ripetere proprio ciò che hai giurato a te stessa che non avresti ripetuto? Oppure l’essere umano non guarisce uccidendo le proprie parti, ma portandole fino alla fine della comprensione, finché non abbiano più bisogno di dirigere la sua vita?

Forse le ferite non vogliono scomparire. Vogliono perdere la loro autorità. Forse ciò che chiamiamo “guarigione” non è lo sradicamento del passato, ma il cambiamento del rapporto con esso. Poter guardare un dolore senza obbedirgli più. Poter ricordare una persona, senza consegnarle di nuovo le chiavi della casa interiore. Poter sentire un impulso e non trasformarlo immediatamente in azione.

Perciò, forse non voglio imparare l’odio. Voglio imparare la distanza. Non quella distanza fredda che nasce dall’indifferenza, ma quello spazio sottile tra il sentimento e l’azione, dove l’essere umano per la prima volta conquista un secondo di libertà. Lì dove il cuore parla, ma non decide da solo. Lì dove la ragione ascolta, ma non prende in mano il martello. Lì dove il sentimento non viene soffocato e l’impulso non domina. Voglio imparare a restare lì.

In quel punto interiore in cui l’amore non è più perdita dei confini. Dove il perdono non è resa. Dove la bontà non richiede sacrificio di sé. Dove l’allontanamento non ha bisogno di essere chiamato odio, per essere giusto. Voglio imparare che posso allontanarmi da qualcuno senza dichiararlo nemico. Che posso non odiarti e comunque non permetterti di farmi tornare a essere ciò che non voglio essere. Che posso comprendere senza giustificare. Posso perdonare, senza riportarti nella mia vita. Posso amarti e, proprio per questo motivo, non perdere più me stessa amando.

Forse questo è ciò che non ho capito in tutti questi anni; il limite non è il muro che costruiamo contro gli altri. È la linea in cui finalmente iniziamo a non abbandonare noi stessi. E così, per la prima volta, voglio guardare me stessa senza un giudice. Non per perdonarla immediatamente. Né per punirla di meno, né per reinventarla da capo. Voglio solo conoscerla.

Vederla anche nei suoi errori, senza ridurla a essi. Ascoltarla anche nelle sue debolezze, senza trasformarle in colpa. Lasciarla respirare, senza chiederle conto di ogni battito. Perché forse la forma più alta di autodisciplina non è dominare se stessi, ma non avere più bisogno di dominarsi con la violenza.

E forse la forma più difficile della libertà non è diventare qualcun altro. È non essere più contro ciò che sei stato. Non spendere il resto della vita combattendo con la persona che sei sopravvissuto essendo. Sederti finalmente di fronte a te stesso, senza verbale, senza atto d’accusa, senza una condanna prestabilita, e capire che ciò che cercavi in tutti questi anni non era un’altra versione di te stesso. Era la pace con la versione che non sapevi amare.

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Cultura

Abbiamo imparato a essere ovunque, tranne che dentro noi stessi

C’è un paradosso che attraversa silenziosamente il nostro tempo, non siamo mai stati così connessi e forse, non siamo mai stati così difficili da raggiungere. Possiamo sapere in pochi secondi dove si trova una persona, cosa pensa, cosa mangia, dove trascorre le vacanze. Possiamo attraversare virtualmente continenti, parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, affidare a una macchina una domanda e ricevere una risposta quasi immediata eppure qualcosa sembra essersi inceppato.

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Letizia Bonelli

La solitudine nell’epoca dell’intelligenza artificiale e il diritto di restare umani

Redazione-  C’è un paradosso che attraversa silenziosamente il nostro tempo, non siamo mai stati così connessi e forse, non siamo mai stati così difficili da raggiungere. Possiamo sapere in pochi secondi dove si trova una persona, cosa pensa, cosa mangia, dove trascorre le vacanze. Possiamo attraversare virtualmente continenti, parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo, affidare a una macchina una domanda e ricevere una risposta quasi immediata eppure qualcosa sembra essersi inceppato.
La triste verità è che sappiamo raggiungere tutti, ma sempre meno noi stessi. La tecnologia non è il nemico, sarebbe intellettualmente pigro sostenerlo, ha migliorato vite, abbattuto distanze, democratizzato conoscenze e creato possibilità che soltanto pochi decenni fa sarebbero sembrate fantascienza.
Il problema nasce quando uno strumento smette di essere soltanto uno strumento e comincia, lentamente, a modificare il nostro modo di percepirci, è qui che la questione diventa profondamente umana.
L’identità trasformata in rappresentazione, per secoli l’identità è stata qualcosa che si costruiva vivendo, oggi, sempre più spesso, viene costruita mentre viene mostrata. Non ci limitiamo più a essere, documentiamo il nostro essere. Fotografiamo un luogo prima ancora di guardarlo; rendiamo pubblica un’emozione mentre forse non abbiamo ancora avuto il tempo di comprenderla. Trasformiamo momenti privati in contenuti e quasi senza accorgercene, cominciamo a osservare noi stessi attraverso lo sguardo degli altri. È una rivoluzione antropologica prima ancora che tecnologica, perché quando l’approvazione diventa misurabile un numero di visualizzazioni, di reazioni, di follower esiste il rischio che anche il valore personale finisca per essere percepito come qualcosa di misurabile, ma la dignità umana non possiede un contatore. Un uomo non vale di più perché viene guardato da centomila persone e non vale di meno perché nessuno ha messo un “mi piace” alla sua giornata.
Sembra un’ovvietà, eppure abbiamo costruito un sistema economico gigantesco proprio sulla nostra necessità di essere visti. La memoria che non dimentica, c’è poi un’altra contraddizione, che conosco bene anche professionalmente,
l’essere umano dimentica, la rete, molto meno. Un errore compiuto a vent’anni può ricomparire a quaranta. Una fotografia, una vicenda giudiziaria, una frase infelice, un articolo, un’accusa, persino un fatto ormai superato possono continuare a definire digitalmente una persona anni dopo, ed è qui che il diritto all’oblio smette di essere soltanto una materia per giuristi. Diventa una domanda sulla civiltà, abbiamo diritto a cambiare? E, soprattutto, abbiamo diritto a non essere identificati per tutta la vita con ciò che siamo stati in un determinato momento?
Una società incapace di dimenticare rischia di diventare anche una società incapace di perdonare, non significa cancellare la storia né manipolare la verità. Significa riconoscere una cosa molto più semplice: la verità di una persona non può essere ridotta a una pagina indicizzata da un motore di ricerca. Noi siamo anche ciò che abbiamo fatto dopo. Siamo le conseguenze che abbiamo affrontato, le responsabilità che abbiamo assunto, gli errori che abbiamo compreso, le persone che siamo riusciti a diventare.
Tempus fugit, dicevano i latini.
Nel mondo digitale, invece, il tempo passa, ma spesso le tracce restano immobili.
Ed è forse una delle grandi questioni etiche che dovremo affrontare nei prossimi anni.
La generazione che deve essere vista, penso soprattutto ai ragazzi, non perché siano più fragili delle generazioni precedenti, ma perché stanno affrontando qualcosa che nessuna generazione precedente ha dovuto affrontare nelle stesse dimensioni. Devono diventare adulti mentre vengono osservati, scoprire il proprio corpo mentre il corpo è continuamente confrontato con altri corpi, devono comprendere chi sono mentre qualcuno suggerisce loro, attraverso un algoritmo, chi dovrebbero essere e devono persino imparare a sbagliare sapendo che uno sbaglio può essere fotografato, registrato, condiviso e conservato.
Noi potevamo avere un’adolescenza sbagliata,
loro rischiano di avere un’adolescenza archiviata,
la differenza è enorme.
Per questo educare oggi non può significare semplicemente limitare uno smartphone.
Bisogna insegnare qualcosa di molto più difficile: la capacità di non dipendere dallo sguardo degli altri per sapere chi siamo.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e siamo entrati in una fase ancora più complessa.
Una macchina oggi può scrivere, tradurre, elaborare immagini, imitare una voce, suggerire decisioni, conversare,
domani farà molto di più,
mon credo abbia senso averne paura. Credo invece sia necessario avere coscienza del confine, perché la domanda decisiva non è fino a che punto diventerà intelligente una macchina. La domanda è quanto resteremo umani noi.
Se deleghiamo la memoria, la scrittura, la scelta, la creatività e persino la compagnia, dovremo essere ancora più gelosi di ciò che non può essere delegato: il giudizio, la responsabilità, l’empatia, il dubbio, soprattutto il dubbio.
Una macchina può fornire una risposta in pochi secondi,
ma alcune delle domande più importanti della vita hanno avuto bisogno di anni per trovare una risposta e
qualche volta non l’hanno trovata affatto,anche questo è essere umani. Il lusso del silenzio, forse per questo, proprio nei giorni in cui milioni di persone partono, fotografano, raccontano e pubblicano, dovremmo riscoprire un piccolo gesto rivoluzionario, non mostrare tutto, conservare qualcosa, un tramonto che non diventi una storia, una cena senza fotografie, una persona ascoltata senza guardare lo schermo, un dolore che non abbia bisogno di diventare pubblico per essere vero.
Una felicità che non debba essere dimostrata a nessuno,
non è nostalgia del passato
è difesa dell’intimità e l’intimità, nel mondo della sovraesposizione, rischia di diventare uno degli ultimi territori autenticamente liberi.
Hannah Arendt ci ha insegnato quanto sia fondamentale distinguere ciò che appartiene allo spazio pubblico da ciò che deve poter restare privato.
Oggi quel confine è diventato sottilissimo, sta a noi ridisegnarlo perché possiamo costruire algoritmi straordinari, città intelligenti, realtà artificiali e macchine capaci di parlare come noi. Ma nessuna innovazione potrà stabilire quanto vale una persona.
Nessun motore di ricerca potrà contenere interamente una vita.
Nessun algoritmo dovrebbe avere l’ultima parola sulla nostra identità.
Il futuro tecnologico arriverà comunque, ed è giusto che arrivi.
La vera sfida sarà un’altra,
fare in modo che, mentre costruiamo macchine sempre più simili all’uomo, l’uomo non finisca per diventare sempre più simile a una macchina;
perché forse il progresso più difficile non sarà andare più veloci. Sarà ricordarci, ogni tanto, dove stavamo andando.

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Cultura

La pluripremiata scrittrice Denise Catalano da vincitrice della prima edizione a Giudice Unico del Premio Speciale per “L’Approdo narrativo 2026”

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Denise Catalano

Redazione-  La pluripremiata scrittrice Denise Catalano, già vincitrice del Primo Premio della prima edizione del Concorso letterario “L’Approdo narrativo”, con il racconto breve “Ci siamo letti prima di amarci”, è stata delegata per l’assegnazione del Premio speciale “Mario Miserendino”, afferente alla seconda edizione de “L’Approdo narrativo”. Il Premio “Mario Miserendino”, come già per la precedente edizione, è prezioso e insostituibile corollario del Premio letterario promosso dall’associazione culturale Rigatonidea afferente all’ampio progetto culturale “Mondello Aurea Maris”.

Ecco il messaggio rilasciato da Denise Catalano e diffuso in un video sui social: “Quest’anno, avrò l’onore di essere giudice unico, delegata dall’associazione culturale Rigatonidea, organizzatrice della 2ª edizione del concorso letterario “L’Approdo narrativo”, per l’assegnazione del Premio speciale, Mario Miserentina, per la sezione “Poesia” e “Racconto breve”. Valuterò ogni opera con attenzione alle ricerca dell’autenticità, originalità e sensibilità. Se anche tu hai una storia o una poesia dedicata al mondo dei giovani, dell’adolescenza, dell’infanzia o del sociale, ti invito a partecipare. Ti aspetto e buona struttura“.

Denise Catalano è scrittrice, poetessa, praticante giornalista pubblicista, Accademica di Sicilia e responsabile della segreteria amministrativa della Fondazione Tricoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Ci siamo letti prima di amarci e altri racconti di memoria storia vita di cui è anche illustratrice, è coautrice de L’approdo narrativo 2025 e ha firmato la prefazione di Pagine di Sicilia. Miti e leggende, la postfazione di D’Amore e d’amori. Echi del Simposio di Platone e un capitolo del saggio Non basta dire basta. Scrive articoli culturali per la testata giornalistica Referencepost.it. È stata giurata del Concorso letterario “L’Approdo narrativo kids 2026”. È stata intervistata da diverse emittenti televisive e radiofoniche fra cui TeleOne, Video Sicilia, Radio In, Radio Time, Radio Panorama, e sulla sua attività hanno scritto molte testate giornalistiche; sono stati pubblicati articoli anche su due numeri di BabbaluciNews (nn. gennaio e maggio 2026) e, in due lingue, sul giornale “L’Italoamericano”, fondato nel 1908 e con sede negli Stati Uniti. Nel 2019 ha ricevuto il titolo di “Cavaliere di Giustizia”, nel 2021 il Premio “Gaia – Menzione speciale”, nel 2024 il titolo “Cavaliere Benemerito della Cultura – Ruggero II di Sicilia”, nel 2025 il Premio Internazionale “Mondello Aurea maris”, il Primo Premio “L’Approdo narrativo”, e i riconoscimenti “Impegno Bellezza Luce – Montecitorio” e “Impegno professionale e Talento letterario – palazzo Reale Palermo”; nel 2026 lo “Special Award alla Cultura – Mondello Arte Expo”, un “Encomio Solenne – Solidarietà Legalità e Costituzione italiana”- Assemblea Regionale Siciliana”, il Premio “Cittadinanza Attiva – Campidoglio”, il riconoscimento “Sicilia” da Edizioni Ex Libris, l’attestato di partecipazione “SicilArtè 2026” e l’attestato di partecipazione e riconoscimento al “IV Festival della legalità e della gioia 2026”, promosso dal Parlamento della Legalità Internazionale. Nel giugno del 2026 ha ricevuto l’investitura di Accademica di Sicilia. È finalista al concorso internazionale di poesia “Il federiciano” con la lirica Nello stesso abbraccio, che sarà pubblicata in un volume antologico.

Il concorso letterario è suddiviso in due categorie, poesia, curata da Antonino Schiera, e racconto breve, curato dallo scrivente Carlo Guidotti. Il termine per presentare i propri scritti è fissato al 15 agosto; tutte le informazioni per la partecipazione sono consultabili su www.lapprodonarrativo.it. La cerimonia di premiazione si terrà al Palazzo reale di Palermo il prossimo 24 ottobre. I testi risultati finalisti saranno pubblicati in un volume antologico prodotto dalla casa editrice Edizioni Ex Libris, come già avvenuto per “L’Approdo narrativo 2025” e “L’Approdo narrativo kids 2026”, per i quali Denise Catalano è stata rispettivamente vincitrice del primo premio e giurata.

Dal post dell’associazione: “Chi meglio di chi ha già percorso questo viaggio può riconoscere l’anima e la forza di un testo? Denise sceglierà i due elaborati (uno per la Poesia e uno per il Racconto Breve) preferibilmente dedicati al mondo giovanile, dell’adolescenza, dell’infanzia o al sociale. Ascoltate le sue parole nel video e lasciatevi ispirare!

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