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“Voci Ribelli”: l’urlo silenzioso dei danneggiati da vaccino nel libro inchiesta di Chiara Talin. “Ascoltare questo dolore è un dovere umano”

Il dolore di chi è stato abbandonato dallo Stato dopo il vaccino. Chiara Talin raccoglie 44 testimonianze drammatiche nel libro inchiesta “Voci Ribelli”. Un viaggio di 700 pagine nel dolore che non fa notizia, per risvegliare le coscienze. 📖 💉 ⚖️

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Chiara Talin

Redazione-  – Esiste un confine molto sottile tra l’informazione di massa e il silenzio assordante dell’indifferenza. Negli ultimi anni, il dibattito pubblico sulla pandemia e sulla massiccia campagna vaccinale ha spaccato profondamente l’opinione pubblica, polarizzando le piazze e lasciando colpevolmente indietro chi, da quell’esperienza, ne è uscito con la vita stravolta per sempre. Parliamo di persone comuni che si sono fidate ciecamente delle istituzioni e della scienza e che oggi, paradossalmente, si ritrovano a fare i conti con gravissimi problemi di salute cronici, uniti alla profonda e inaccettabile amarezza di sentirsi invisibili, non creduti o, peggio ancora, abbandonati da quello stesso Stato che aveva chiesto loro un atto di responsabilità.

A raccogliere questo drammatico grido di dolore ci ha pensato Chiara Talin, autrice del libro inchiesta “Voci Ribelli – Quando il danno non fa notizia”. Un’opera monumentale e coraggiosa di oltre settecento pagine che racchiude 44 testimonianze dirette di vite spezzate, corredate da referti medici e cartelle cliniche. Il libro non vuole porsi come un manifesto ideologico, ma come un potentissimo megafono umano per chi chiede semplicemente di essere ascoltato con empatia e curato con dignità. In questa lunga e toccante intervista, Chiara Talin ci racconta il dietro le quinte di un progetto editoriale nato per scuotere le coscienze intorpidite, lanciando un appello accorato che punta ad arrivare dritto sulla scrivania del Presidente della Repubblica.

L’intervista esclusiva a Chiara Talin

1) Chi è Chiara Talin e perché ha sentito il bisogno di dedicare oltre 6 mesi della sua vita a raccogliere queste testimonianze?

Mi chiamo Chiara Talin e vivo a Malta da nove anni. Prima di trasferirmi, ho vissuto tra il Varesotto e l’hinterland milanese. Durante gli anni delle scuole superiori ho studiato serigrafia, una professione che mi ha insegnato precisione e attenzione ai dettagli. Per diversi anni ho lavorato in questo settore, occupandomi della stampa su numerosi materiali. Successivamente ho svolto anche altri lavori come operaia. A un certo punto della mia vita, però, ho sentito il bisogno di cambiare strada. Dopo aver conosciuto mio marito Marco, ho iniziato un importante percorso di crescita personale e professionale avvicinandomi al mondo del copywriting. Ho seguito numerosi corsi, tra cui quello di Public Speaking di Max Formisano. Avevo il terrore di parlare in pubblico e davanti a una telecamera. Se oggi sono riuscita ad aprire il canale YouTube “MaltaForever”, a realizzare centinaia di video e a intervistare personaggi conosciuti, lo devo anche a quel percorso. Mi ha insegnato che i limiti più grandi spesso esistono soltanto nella nostra mente.

Per quanto riguarda questo libro, la sua nascita parte da un progetto precedente. Avevo pubblicato un altro libro nel quale avevo raccolto trenta interviste tratte dal mio canale YouTube. Molti di quei video venivano rimossi dalla piattaforma perché affrontavano temi controversi legati alla pandemia. Dentro di me è rimasta una domanda: che cosa è accaduto alle persone che raccontano di aver avuto conseguenze dopo la vaccinazione? Chi sta ascoltando la loro voce? Attraverso il mio lavoro ho iniziato a conoscere persone che raccontavano esperienze molto difficili. Ho parlato con uomini, donne e famiglie che mi hanno aperto le porte della loro vita. A quel punto ho sentito che non potevo voltarmi dall’altra parte. È nato così questo libro. Io non sono un medico né uno scienziato; sono una persona che sente il dovere umano di tendere una mano per dare loro uno spazio in cui raccontarsi, affinché il lettore possa leggere le loro esperienze direttamente dalla loro voce.

2) “Voci Ribelli – Quando il danno non fa notizia” non è un titolo che passa inosservato. Perché ha scelto proprio questo titolo e quale messaggio vuole trasmettere?

Il titolo completo racchiude un significato preciso. “Voci Ribelli” rappresenta tutte quelle persone che hanno deciso di non rimanere più in silenzio, esponendosi con il proprio volto affinché la loro esperienza non venga dimenticata. “Quando il danno non fa notizia” nasce da una riflessione: perché tante persone che raccontano conseguenze gravi affermano di non trovare spazio nel dibattito pubblico? È il sentimento di sentirsi invisibili. “Dalla fiducia alla rabbia” descrive il percorso umano emerso da moltissime testimonianze: prima la piena fiducia nelle istituzioni per proteggere i fragili, poi la delusione e la rabbia per non essere presi sul serio dopo l’insorgenza dei problemi. Infine, “Vite cambiate” riassume il contenuto del libro, confermato dalle 44 persone intervistate e dalla documentazione clinica che hanno condiviso. Il messaggio che desidero trasmettere non è chiedere di accettare automaticamente una conclusione, ma invitare ad ascoltare queste storie senza pregiudizi.

3) Lei ha raccolto ben 44 testimonianze. Dopo aver ascoltato tutte queste persone, qual è stata la domanda che si è fatta più spesso?

Ascoltando e leggendo, molte volte mi sono commossa fino alle lacrime. Mi sono chiesta come sia possibile che tante persone debbano affrontare una sofferenza così grande, cercando risposte e cure che spesso riescono solo ad attenuare il dolore di conseguenze che potrebbero accompagnarle a vita. Un’altra domanda ha riguardato me stessa: mi sono detta spesso “per fortuna che vivo a Malta e che ho scelto di non vaccinarmi”, chiedendomi cosa sarebbe successo se avessi fatto una scelta diversa. E poi ho provato frustrazione per non avere grandi possibilità economiche per aiutarle concretamente, visto che molte affrontano spese mediche e legali enormi facendo fatica ad arrivare a fine mese. La domanda che mi è rimasta dentro è: come possiamo non ascoltare il dolore di queste persone?

4) Tra tutte le storie raccolte, ce n’è una che ancora oggi continua a emozionarla ogni volta che ne parla?

Sarebbe impossibile sceglierne una sola. Mi ha colpita la storia di Marco Florio, che racconta di soffrire di disturbi gravissimi come fotofobia, giramenti di testa e che successivamente ha avuto anche un ictus, cambiando profondamente la sua vita. Oppure la testimonianza di Ingrid Busonera, che riporta ischemie cerebrali, fibromialgia, miopericardite e neuropatie. Ma le storie più strazianti sono quelle dei genitori che hanno perso un figlio. Penso alla mamma di Sofia Costantino, una ragazza sportiva deceduta (secondo quanto riportato dalla famiglia) pochi giorni dopo la terza dose. Leggere il racconto del ritrovamento della figlia senza vita è stato devastante. Penso anche a Stefano, finito su una sedia a rotelle perdendo lavoro e autonomia, e a Roberta Storti, ex istruttrice di spinning oggi limitata da dolori continui e problemi neurologici. Queste storie mi hanno insegnato che dietro ogni cartella clinica c’è un essere umano che merita rispetto.

5) Cosa accomuna tutte le persone che hanno deciso di raccontare la loro esperienza nel suo libro?

Un profondo senso di delusione, sofferenza e abbandono. Molti sentono di aver perso la fiducia nelle istituzioni e nel sistema sanitario. Convivono con una grande rabbia per non essere stati presi sul serio. E poi emerge con forza la solitudine: il dolore di non sentirsi creduti nemmeno da familiari e amici di vecchia data, che di fronte al loro cambiamento fisico fanno fatica a comprendere. Molti si chiedono come sia possibile che chi ti conosce da una vita scelga di voltarsi dall’altra parte. Ciò che chiedono è attenzione, rispetto e la possibilità di raccontare il proprio vissuto senza sentirsi giudicati.

6) Durante la stesura del libro ci sarà stato un momento in cui si è fermata e ha pensato: “Questa storia deve assolutamente essere conosciuta”. È successo?

Certamente sì. Ho pensato spesso che avrebbero dovuto trovare spazio sui giornali e nei programmi televisivi, perché non parliamo di statistiche ma di vite reali stravolte. Un tema fondamentale come quello della salute dovrebbe garantire un confronto aperto, e invece c’è stato a lungo un pensiero dominante. Negli ultimi mesi ho notato un cambiamento: testate importanti (“La Verità”, “Il Sole 24 Ore”, “Il Tempo”, “AdnKronos” e altri) hanno iniziato a parlare degli effetti avversi, ma dovrebbero farlo tutti i giornali, nessuno escluso. I grandi canali televisivi restano difficili da penetrare, ma non bisogna mai perdere la speranza. Sto cercando di far arrivare il libro a giornalisti e professionisti dell’informazione affinché queste storie trovino il momento giusto per essere ascoltate.

7) Che cosa ha spinto queste persone ad affidare la propria storia a lei, una persona che non conoscevano?

Il desiderio di essere finalmente ascoltati senza essere giudicati. Avevano bisogno di uno spazio sicuro in cui poter esprimere le emozioni e il dolore che vivono quotidianamente. Per molti è stato un percorso liberatorio e un sostegno emotivo, perché dopo tanto tempo hanno potuto mettere in parole ciò che avevano dentro. Mi hanno donato la loro fiducia e io l’ho accolta con estremo rispetto. La cosa che mi ha colpito di più è stata vedere la loro felicità nel sapere che la loro esperienza non sarebbe morta nel silenzio, sentendosi finalmente “visti”.

8) Vivendo a Malta da anni, ha notato differenze nella gestione della pandemia rispetto all’Italia?

Assolutamente. In Italia c’è stato un clima di forte paura, amplificato da un bombardamento mediatico costante. Anche a Malta ci sono state chiusure e un crollo totale e tristissimo del turismo, ma non c’è stato un lockdown totale come in Italia: era possibile uscire e muoversi. Ho vissuto momenti di tensione legati all’uso ossessivo della mascherina (una volta sono stata aggredita verbalmente e colpita con una borsa su un autobus per averla abbassata sotto il naso per respirare), ma la differenza più importante è stata l’assenza dell’obbligo vaccinale per la vita quotidiana e il lavoro. C’erano regole severe (quarantene salatissime a proprie spese in hotel per i turisti positivi), ma la pressione sociale e lavorativa mi è sembrata meno asfissiante rispetto al clima italiano.

9) Se questo libro arrivasse sulla scrivania di un giornalista, di un medico o di un politico, cosa spererebbe che facessero?

Spererei che lo leggessero con apertura e umanità, senza fermarsi ai numeri, ma conoscendo le persone. Vorrei che prendessero queste testimonianze come punto di partenza per incontrare i danneggiati e comprendere la realtà dei fatti. Se fosse un giornalista, vorrei che ci facesse un’inchiesta. Se fosse un politico, il mio sogno sarebbe un confronto pubblico e trasparente per affrontare le responsabilità. Sarei felice se il libro servisse a risvegliare dal torpore chi ancora oggi crede ciecamente che non esistano effetti avversi.

10) Molti potrebbero chiedersi: “Perché leggere oltre settecento pagine su un tema così delicato?”. Cosa risponderebbe?

Risponderei che non è semplicemente un libro, ma un viaggio in vite reali. Dietro ogni persona c’è un percorso che non poteva essere liquidato in poche righe. Abbiamo un disperato bisogno di imparare ad ascoltare. Il libro richiede tempo, ma certe storie meritano proprio questo: tempo e rispetto. Inoltre, l’opera è arricchita da relazioni importanti di esperti come il Criminologo Forense Umberto Mendola, Bianca Laura Granato, il Dott. Mauro Mantovani, il Dott. Sergio Brancatello e perizie legali.

11) Dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro, qual è la domanda che spera rimanga nella mente del lettore?

Soprattutto per il lettore scettico, spero rimanga questa domanda: “Ho davvero conosciuto tutta la verità? Ho avuto la possibilità di ascoltare tutte le voci prima di farmi un’opinione?”. Il mio desiderio è risvegliare lo spirito critico, una dote ormai rarissima. Vorrei che le persone smettessero di fermarsi alla prima versione dei fatti propinata dai media e iniziassero a porsi dei dubbi costruttivi.

12) Se potesse mettere il libro nelle mani di una sola persona, chi sceglierebbe?

Sceglierei il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Incarna le istituzioni del nostro Paese. Mi piacerebbe che lo leggesse senza pregiudizi. Il mio desiderio più grande sarebbe vedere lo Stato riconoscere finalmente il dolore di queste persone, affrontare apertamente le domande che emergono e promuovere un dibattito trasparente. Quando è in gioco la salute e la fiducia dei cittadini, ascoltare ogni voce è un dovere istituzionale ineludibile.

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L’apoteosi dentellata della divina del cinema mondiale che ha incantato i registi dello Stato: Poste Italiane lancia il francobollo per Claudia Cardinale

Il mito senza tempo del grande cinema italiano si fa scudo d’arte e conquista le lettere dello Stato! Entra in circolazione da oggi, mercoledì 23 settembre 2026, lo straordinario francobollo commemorativo ufficiale emesso dal Ministero delle Imprese (MIMIT) e dedicato alla leggendaria diva Claudia Cardinale. Realizzato in 300.015 esemplari dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, il rettangolo dentellato tariffa B zona 1 mostra un travolgente ritratto fotografico della soprano dello schermo, interprete immortale del Gattopardo e di Sergio Leone. L’annullo primo giorno è attivo in totale gratuità logistica presso lo Spazio Filatelia di via delle Grazie a Roma, mentre le cartoline d’autore sono disponibili sul sito di Poste Italiane per sconfiggere l’isolamento digitale. Tutti i dettagli e i costi nel nostro articolo! 👇

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Claudia Cardinale

Roma – Un’icona di intramontabile splendore visivo, temperamento drammatico e fiera onestà intellettuale sbarca solennemente nei registri del collezionismo dello Stato, trasformando un piccolo rettangolo di carta gommata in un’autentica officina di memoria storica, risorsa terapeutica ed educazione permanente all’immagine. Il grande cinema d’autore e i volti della commedia all’italiana, quando si spogliano dei vecchi e polverosi cliché della finzione hollywoodiana di plastica e dei filtri artificiali degli smartphone, si riscoprono l’unico vero specchio trasparente capace di radiografare il carattere e l’evoluzione dei costumi della nostra penisola, offrendo alle famiglie e alle nuove generazioni un’oasi di spensieratezza colta. Nella giornata di oggi, mercoledì 23 settembre 2026, i locali monumentali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) hanno tenuto a battesimo un’emissione filatelica dal dirompente valore civile: è ufficialmente disponibile per il pubblico il francobollo commemorativo dello Stato dedicato a Claudia Cardinale.

La sfolgorante carta valore postale, elargita sul mercato con una tiratura millimetrica e protetta di ben 300.015 esemplari unici distribuiti in fogli da quarantacinque pezzi ciascuno, appartiene alla categoria logistica della tariffa B zona 1. L’architettura e l’ingegneria del bozzetto grafico sono state interamente pianificate e curate con assoluto rigore filologico e saggistico dai maestri incisori del Centro Filatelico dell’Officina Carte Valori e Produzioni Tradizionali dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A.. Un’opera di squadra eccezionale e priva di filtri burocratici programmata per premiare il merito di un’attrice di razza andata già rubata negli occhi del mondo intero per la sua straripante intensità interpretativa e per i suoi soft skill espressivi, taccuino alla mano e passioni calde.

Dall’obiettivo fotografico alla leggenda di C’era una volta il West: i dettagli della vignetta

La vignetta del francobollo mostra un primo piano fotografico d’altissimo profilo artistico della divina Claudia Cardinale (nata a Tunisi nel 1938 e scomparsa nel 2025), una delle figure più emblematiche, colte e celebrate della cinematografia transnazionale. Simbolo immortale di eleganza innata, fascino mediterraneo e determinazione civile, la Cardinale ha prestato la propria carne e la propria voce a personaggi memorabili entrati a pieno titolo nella storia universale della settima arte, lavorando nei laboratori cinematografici dei più grandi registi dello Stato come Federico Fellini in Otto e mezzo, Luchino Visconti nel monumentale Il Gattopardo e Sergio Leone nello struggente capolavoro C’era una volta il West.

I dati tecnici del bulino parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi: il disegno d’avanguardia del francobollo blinda la postura fiera e spavalda dell’attrice, scacciando il torpore e le nevrosi della modernità liquida per offrire ai collezionisti un comfort funzionale perfetto. A completare l’ordito geometrico del rettangolo dentellato intervengono le legali scritte in totale trasparenza che recano la dicitura in lettere maiuscole del nome dell’artista, le date cronologiche del suo arco vitale, la scritta istituzionale dell’appartenenza allo Stato “ITALIA” e l’indicazione tecnica della sintonizzazione tariffaria. I Criteri di stampa rifiutano i moralismi commerciali per rimettere al centro il talento verace e la coesione sociale della cultura tricolore.

L’annullo primo giorno a via delle Grazie: info e scadenze per i collezionisti

La macchina organizzativa di Poste Italiane comunica che il solenne fischio d’inizio per la vidimazione dei primi documenti postali e delle buste primo giorno (FDC) si consumerà questa mattina a Roma. Lo speciale e attesissimo annullo primo giorno di emissione sarà stanziale e a disposizione gratuita dei passeggeri del sogno filatelico presso gli sportelli d’élite dello Spazio Filatelia Roma 1, situato precisamente nei locali restaurati di via delle Grazie 8, a ridosso delle mura del Vaticano. I controlli logistici sui database confermano che il timbro speciale riprodurrà i Criteri estetici della vignetta, per azzerare le nevrosi delle code al botteghino e garantire risposte flessibili alle richieste degli appassionati della provincia rionale.

Il francobollo e l’intera parata dei prodotti filatelici correlati e coordinati da Marco Iezzi — tra cui spiccano cartoline artistiche a tiratura limitata, tessere raccoglitrici in plastica biologica e bollettini illustrativi saggistici — saranno acquistabili in totale trasparenza a partire da oggi pomeriggio. I prodotti abboneranno i cittadini alla bellezza in tutti gli uffici postali dello Stato dotati di sportello filatelico e sul portale web della rete all’indirizzo filatelia.poste.it, un programma di prossimità nato per contrastare lo spopolamento culturale delle aree interne delle nostre province, limitando al massimo l’esodo della memoria storica. Questo fine settimana spegnete per un’ora gli smartphone e andate alle Poste: il volto di Claudia Cardinale vi aspetta a braccia aperte per ricordarvi che finché lo Stato saprà stampare la grande bellezza per difendere la memoria del talento, il domani della nostra nazione sarà per sempre un posto libero, protetto, fiero e profondamente umano.

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Salvo D’Acquisto nell’arte di Mario Vespasiani: il ritratto di un eroe senza tempo

Oggi l’Italia si ferma per non dimenticare uno dei gesti più alti della sua storia: il 23 settembre 1943 il vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto si sacrificò offrendo la propria vita per salvare 22 innocenti dalla fucilazione nazista. Per commemorare questa figura immensa, diventata “Venerabile” per la Chiesa e Medaglia d’Oro al Valor Militare, il maestro marchigiano dell’arte contemporanea Mario Vespasiani ha realizzato un dipinto straordinario, in grado di trasfigurare l’eroe in un simbolo senza tempo fatto di luce e colore. L’opera si inserisce in un nobile percorso civico dell’artista, che ha omaggiato anche il Generale Dalla Chiesa e la Virgo Fidelis, valendogli il conferimento di un premio da parte dell’Associazione Medaglie d’Oro d’Italia. Scopri come l’arte può difendere la Memoria Nazionale e trasmettere il coraggio alle nuove generazioni nel nostro esclusivo approfondimento 👇

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Salvo D'Acquisto

Roma – Il calendario della Repubblica Italiana è costellato di date scolpite nella pietra, giorni in cui il dolore e la tragedia si sono innalzati a vette di eroismo purissimo e ineguagliabile. Oggi, 23 settembre, la nazione intera e l’Italia che si rifiuta categoricamente di dimenticare le proprie radici, si ferma in un rispettoso silenzio per commemorare e onorare uno dei gesti più alti, altruisti e commoventi della sua travagliata storia recente.
Stiamo parlando dell’estremo e volontario sacrificio del vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto. Esattamente in questo stesso, fatidico giorno dell’ormai lontano e drammatico 1943, nella frazione di Torre di Palidoro, il giovane militare offrì deliberatamente e consapevolmente la propria vita, autoaccusandosi di un attentato che non aveva mai commesso, pur di riuscire a salvare da morte certa ben ventidue ostaggi civili innocenti, sottratti così alla cieca e spietata furia della rappresaglia nazista. In questa odierna giornata di profonda e doverosa memoria istituzionale e civile, assume tuttavia una rilevanza estetica e spirituale assolutamente straordinaria l’opera d’arte contemporanea che il giovane, apprezzatissimo e geniale maestro marchigiano Mario Vespasiani ha voluto dedicare proprio al grande eroe in divisa. Questo dipinto, intenso e magnetico, è diventato in brevissimo tempo un vero e proprio e ineludibile punto di riferimento visivo, culturale e valoriale per tutte le celebrazioni odierne organizzate da nord a sud della penisola.

L’opera del 2023: la luce morale e i colori vibranti del maestro marchigiano

Il bellissimo e struggente dipinto commemorativo, svelato in via ufficiale al pubblico e alla critica per la prima volta nel corso dell’anno 2023, conserva e sprigiona in ogni sua singola pennellata una potente e indiscutibile carica morale e spirituale, capace di scuotere l’animo di chiunque vi posi lo sguardo.
Attraverso l’utilizzo sapiente del suo inconfondibile, dinamico e originalissimo linguaggio pittorico (che si compone magistralmente di accostamenti cromatici audaci, contrasti netti e pennellate materiche e vibranti), il maestro Mario Vespasiani è riuscito in una vera e propria impresa artistica. È riuscito, cioè, a catturare e cristallizzare sulla tela l’essenza pura, cristallina ed esemplare di un giovane uomo di soli 22 anni che, nel fiore degli anni, avendo un’intera esistenza ancora davanti a sé, ha scelto consapevolmente e senza alcun rimpianto la tremenda via del martirio per amore del prossimo. La vivida luce che sembra emergere prepotentemente e irradiare dall’interno della tela sembra voler volutamente e metaforicamente trasfigurare la tradizionale divisa dell’Arma dei Carabinieri, elevando definitivamente la figura terrena di Salvo D’Acquisto, trasformandolo da semplice uomo vittima del suo tragico tempo storico a vero e proprio e incancellabile simbolo universale di altruismo disinteressato, purezza d’animo e coraggio civile.

Un trittico d’autore: dal generale Dalla Chiesa alla Virgo Fidelis

Oggi più che mai, specialmente in un’epoca dominata dal cinismo imperante e dalla preoccupante superficialità veicolata dai social network, l’opera su tela del maestro Vespasiani dimostra con forza inaudita come l’arte contemporanea, quando è autentica, sincera e svincolata dalle logiche puramente commerciali, possa realmente farsi gelosa custode della grande memoria storica nazionale.
Il magnifico ritratto del vicebrigadiere martire ne è, indubbiamente, l’esempio più fulgido e tangibile. Questo specifico lavoro pittorico, infatti, non rappresenta un episodio artistico isolato, ma costituisce il nucleo centrale e fondamentale di un nobile, profondo e articolato percorso artistico e civile intrapreso coraggiosamente dal maestro marchigiano negli ultimi anni. Un cammino etico e creativo che comprende, tra i suoi capolavori più amati, anche lo straordinario ritratto in omaggio al coraggio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa (vittima della mafia) e la commovente tela devozionale dedicata espressamente alla Virgo Fidelis, la celebre santa patrona e protettrice di tutti i Carabinieri d’Italia. Questo fil rouge pittorico e valoriale finisce inevitabilmente per confermare lo status di Mario Vespasiani come una delle voci artistiche italiane più sensibili, attente e predisposte nel saper dialogare in maniera paritetica, solenne e profonda con le massime Istituzioni dello Stato e con la complessa storia sociale della nostra amata Nazione.

Memoria storica, il titolo di Venerabile e la targa al Valor Militare

Celebrare oggi il sacrificio incommensurabile di Salvo D’Acquisto attraverso gli occhi esperti, la tavolozza cromatica e la grandissima sensibilità umana di Mario Vespasiani significa, all’atto pratico, compiere un gesto civico di enorme portata: significa sottrarre fisicamente il suo doveroso ricordo alla polvere, all’usura del tempo e alla retorica di rito.
Significa, per dirla in parole ancora più semplici, invitare tutti noi a guardare a quel giovane volto fiero e sereno non come a una semplice e sbiadita immagine proveniente da un tragico passato in bianco e nero, ma come a un inesauribile faro, una fonte di luce viva e terribilmente attuale, capace di parlare in maniera diretta, chiara e inequivocabile alle nuove generazioni di studenti. D’Acquisto ci ricorda costantemente la centralità di alcuni valori umani immutabili e inderogabili: il ferreo senso del dovere, lo sconfinato amore per il prossimo e l’instancabile difesa della dignità e della vita umana di fronte a qualsiasi barbarie. Proprio per la vastità morale del suo gesto supremo, il vicebrigadiere è stato ufficialmente riconosciuto, nel corso dell’anno 2025, come “Venerabile” da parte della Chiesa cattolica, oltre ad essere stato insignito in passato della massima onorificenza della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Ed è proprio in questo solco di grandissima rispettabilità istituzionale che si inserisce una delle convergenze più significative per l’artista: nel dicembre del 2023 è stata infatti consegnata, proprio nella storica e prestigiosa sede del M.O.V.M., una speciale targa onorifica al maestro Mario Vespasiani. Un premio prestigiosissimo, conferito espressamente dal Gruppo delle Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia, per riconoscere ufficialmente non solo i suoi altissimi meriti artistici, ma anche la sua incommensurabile e ammirevole levatura umana e patriottica.

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Andrea Pelliccia, il medico che cercava oltre la crisi

Mio padre, il professor Andrea Pelliccia, è stato un neuropsichiatra infantile, ricercatore universitario alla Sapienza di Roma e studioso dell’epilessia.
Ma ridurre la sua storia professionale a un elenco di incarichi, pubblicazioni e specializzazioni significherebbe raccontarne soltanto una parte.
La sua cifra scientifica, quella che oggi considero più importante, era la capacità di non fermarsi alla manifestazione della malattia, ma di cercare ciò che poteva trovarsi oltre la crisi.
L’epilessia, per lui, non era soltanto un fenomeno elettrico da registrare attraverso un elettroencefalogramma, né esclusivamente una diagnosi alla quale associare un farmaco.
Era una condizione complessa, soprattutto quando riguardava un bambino, e richiedeva di osservare la persona nella sua interezza.

Pubblicato

a

Valentina Pelliccia

La storia scientifica di un neuropsichiatra infantile italiano tra epilessia, ricerca, alimentazione, allergie e le prime esperienze con il cannabidiolo

Redazione-  Mio padre, il professor Andrea Pelliccia, è stato un neuropsichiatra infantile, ricercatore universitario alla Sapienza di Roma e studioso dell’epilessia.
Ma ridurre la sua storia professionale a un elenco di incarichi, pubblicazioni e specializzazioni significherebbe raccontarne soltanto una parte.
La sua cifra scientifica, quella che oggi considero più importante, era la capacità di non fermarsi alla manifestazione della malattia, ma di cercare ciò che poteva trovarsi oltre la crisi.
L’epilessia, per lui, non era soltanto un fenomeno elettrico da registrare attraverso un elettroencefalogramma, né esclusivamente una diagnosi alla quale associare un farmaco.
Era una condizione complessa, soprattutto quando riguardava un bambino, e richiedeva di osservare la persona nella sua interezza.
Questa impostazione emerge già dalla sua attività scientifica degli anni Novanta, quando Andrea Pelliccia partecipò a studi sull’epilessia pediatrica, sulla fotosensibilità e sulle forme di epilessia visivamente indotta, pubblicati anche su Epilepsia.
In quegli anni la ricerca neurologica pediatrica stava approfondendo il rapporto tra caratteristiche elettroencefalografiche, predisposizione individuale e manifestazioni cliniche.
Mio padre si muoveva all’interno di questo ambito con un interesse particolare per le forme dell’epilessia infantile e per ciò che poteva spiegare la variabilità delle crisi.
Un altro capitolo della sua attività scientifica riguarda il rapporto tra alimentazione, allergia e manifestazioni epilettiche.
È in questo contesto che si collocano i lavori realizzati insieme a Sonia Lucarelli, Tiziana Frediani e ad altri ricercatori del gruppo di Neuropsichiatria Infantile della Sapienza.
Nel 1997 venne presentato un lavoro su quattro bambini con epilessia parziale idiopatica nei quali era stata osservata un’evoluzione favorevole dopo l’eliminazione delle proteine del latte vaccino dalla dieta.
Nel 1999, sulla rivista Minerva Pediatrica, Pelliccia, Lucarelli, Frediani e i loro collaboratori pubblicarono il lavoro intitolato “Partial cryptogenetic epilepsy and food allergy/intolerance: a causal or a chance relationship? Reflections on three clinical cases”.
Già il titolo è significativo.
Non affermava dogmaticamente un rapporto causale, ma poneva una domanda scientifica: quello osservato nei pazienti rappresentava una relazione reale oppure una coincidenza?
Era esattamente il tipo di interrogativo che caratterizzava il metodo di mio padre.
Nel 2000 fu inoltre presentato a un congresso il caso di un bambino con epilessia parziale criptogenetica che aveva mostrato un miglioramento dopo una dieta priva di allergeni.
Nel 2001 arrivò un ulteriore contributo su Acta Neurologica Scandinavica, “Allergy and childhood epilepsy: a close relationship?”, realizzato da Tiziana Frediani, Sonia Lucarelli, Andrea Pelliccia e altri ricercatori.
Lo studio prendeva in esame bambini con epilessia e soggetti di controllo, valutando la presenza di manifestazioni allergiche nei bambini e nelle loro famiglie.
Nel 2004, sulla rivista Pediatria Medica e Chirurgica, venne pubblicato “Partial idiopathic epilepsy: recovery after allergen-free diet”.
Si trattava del caso di un bambino di nove anni nel quale la scomparsa delle manifestazioni epilettiche era stata osservata dopo l’introduzione di una dieta priva di proteine del latte vaccino.
Anche in questo caso, il valore scientifico del lavoro non sta nel trasformare un singolo caso in una verità universale.
Sta nell’avere formulato e documentato un’ipotesi clinica che meritava di essere studiata.
È una distinzione fondamentale, soprattutto quando si parla di medicina.
La ricerca procede anche attraverso osservazioni inattese, casi singoli, ipotesi controintuitive e domande che, prima di poter diventare conclusioni, devono essere sottoposte a verifica.
È proprio questa prudenza, a mio avviso, a rendere ancora più interessante il percorso scientifico di mio padre.
La stessa curiosità emerge negli studi sulle epilessie focali dell’infanzia e, in particolare, sull’epilessia rolandica.
Nel 2006 Andrea Pelliccia e i suoi collaboratori presentarono a Epilepsia un lavoro intitolato “Rolandic epilepsy: comparison of allergen-free diet and conventional treatments”.
Il lavoro confrontava bambini trattati con valproato, bambini trattati con carbamazepina e bambini sottoposti a dieta priva di allergeni.
È importante precisare un elemento che potrebbe generare un equivoco leggendo la sigla presente nella documentazione.
In quel lavoro, “CBZ” indicava carbamazepina, non cannabidiolo.
Il cannabidiolo, invece, viene indicato abitualmente con la sigla CBD.
E proprio il CBD rappresenta uno degli aspetti più sorprendenti e, per certi versi, più precoci della ricerca di mio padre.
Andrea Pelliccia si interessò infatti anche all’impiego dei cannabinoidi nelle epilessie pediatriche farmacoresistenti in un periodo nel quale l’argomento era ancora molto lontano dall’attenzione che avrebbe ricevuto negli anni successivi.
Nel 2005 presentò alla III Conference on Cannabinoids in Medicine dell’International Association for Cannabinoid Medicines, a Leiden, il contributo “Treatment with CBD in oily solution of drug-resistant paediatric epilepsies”.
Quella data, 2005, merita di essere ricordata.
Oggi il cannabidiolo è conosciuto anche attraverso farmaci autorizzati per alcune specifiche forme di epilessia farmacoresistente dell’infanzia.
All’epoca, invece, la situazione scientifica e regolatoria era profondamente diversa.
Mio padre si confrontò quindi con un territorio nel quale la ricerca clinica, l’esperienza terapeutica e gli ostacoli normativi si intrecciavano continuamente.
Un documento giornalistico dell’epoca racconta inoltre il suo interesse per l’utilizzo dei cannabinoidi in una bambina affetta da una forma grave di epilessia e riferisce di esperienze prima con il THC sintetico e successivamente con una soluzione contenente cannabidiolo.
Questa testimonianza va naturalmente distinta dalla letteratura scientifica sottoposta a revisione tra pari, ma è significativa per ricostruire storicamente la precocità del suo interesse verso il CBD.
Non è corretto trasformare quelle prime esperienze in una dimostrazione definitiva dell’efficacia terapeutica del cannabidiolo.
È corretto, invece, riconoscere che Andrea Pelliccia studiò e sperimentò precocemente un approccio che sarebbe diventato negli anni successivi oggetto di una ricerca internazionale molto più ampia.
La sua attività non si limitò all’alimentazione e ai cannabinoidi.
La sua produzione scientifica comprendeva anche studi sulle epilessie focali dell’infanzia, sulle epilessie occipitali, sulle manifestazioni visive, sulle relazioni tra sonno ed epilessia e su particolari sindromi epilettiche dell’età pediatrica.
Nel 2006, insieme a Pasquale Parisi, pubblicò su Developmental Medicine & Child Neurology una riflessione sul consenso diagnostico relativo alla sindrome di Panayiotopoulos.
Nel 2007 partecipò a uno studio pubblicato su Epilepsia dedicato a un caso di epilessia occipitale atipica dell’infanzia associata a una manifestazione emicranica.
Nel 2008 pubblicò inoltre con i suoi collaboratori un caso riguardante il rapporto tra apnea ostruttiva del sonno, trattamento con CPAP ed epilessia frontale notturna in un bambino.
Sempre nel 2008 partecipò a una ricerca epidemiologica sull’epilessia in una popolazione del Camerun.
Questi lavori restituiscono l’immagine di un medico che non considerava l’epilessia come un settore chiuso e immutabile, ma come un campo nel quale neurologia, neuropsichiatria infantile, genetica, sonno, metabolismo, alimentazione e ambiente potevano entrare in relazione.
È questo, probabilmente, l’aspetto della sua eredità scientifica che sento più vicino.
Mio padre non cercava semplicemente di classificare una crisi.
Cercava di capire il bambino che aveva davanti.
E questa differenza, in medicina, può cambiare completamente il modo di guardare una malattia.
Il documento intitolato “Rapporti tra alimentazione ed epilessia”, realizzato da Andrea Pelliccia, Sonia Lucarelli e Tiziana Frediani, si inserisce precisamente in questo percorso di ricerca.
La sua esatta collocazione editoriale originaria richiede ancora una verifica filologica sulle fonti bibliografiche e documentarie disponibili, ma il titolo e gli autori sono coerenti con una linea di studi che il gruppo aveva già sviluppato negli anni precedenti.
Non voglio attribuire a mio padre conclusioni che la letteratura scientifica non consente di attribuirgli.
Non voglio nemmeno trasformare una storia familiare in una celebrazione priva di rigore.
Vorrei fare qualcosa di più difficile e, proprio per questo, più rispettoso.
Vorrei restituire il percorso di uno scienziato attraverso le domande che ha avuto il coraggio di porsi.
Andrea Pelliccia apparteneva a una generazione di medici che lavorava quando molte delle possibilità terapeutiche oggi considerate normali erano ancora lontane dall’essere disponibili.
Ha studiato l’epilessia infantile quando l’osservazione clinica e l’elettroencefalografia rappresentavano strumenti fondamentali per comprendere la malattia.
Ha esplorato il possibile ruolo dell’alimentazione e delle allergie quando il rapporto tra intestino, immunità e sistema nervoso era ancora un terreno molto meno esplorato di oggi.
Ha rivolto la propria attenzione ai cannabinoidi quando il tema era scientificamente e culturalmente controverso.
E lo ha fatto mantenendo, almeno nei lavori che oggi possiamo ricostruire, la domanda al centro del percorso: capire se ciò che si osservava nei bambini potesse indicare una strada terapeutica diversa.
Per me, però, Andrea Pelliccia non è soltanto il nome che compare negli articoli scientifici.
È mio padre.
Ed è anche per questo che oggi sento la responsabilità di raccontarlo con precisione.
La memoria di uno scienziato non dovrebbe essere costruita soltanto attraverso gli aggettivi.
Dovrebbe essere ricostruita attraverso le domande che ha posto, i pazienti che ha seguito, i colleghi con cui ha lavorato, le ipotesi che ha formulato e le tracce che ha lasciato nella ricerca.
Quella di Andrea Pelliccia è una storia che merita di essere riletta proprio così.
Non come la storia di un uomo che aveva già tutte le risposte.
Ma come quella di un medico che continuava a cercare nuove domande quando gli altri avrebbero potuto accontentarsi di quelle già conosciute.
E forse è questa, oggi, la definizione che sento più vera per mio padre: un medico che cercava oltre la crisi.

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