“Discaricart” – La ricerca di Maria Cappellini, fra mito e denuncia della crisi del senso
Il riscatto decorativo e la riflessione, in particolare dal corso del Novecento a tutt’oggi, nell’epoca delle megalopoli, hanno segnato con intensità, inquietandoli, i percorsi dell’arte, della teoria dell’arte e dell’estetica, posto nuovi interrogativi, cercato altrettante risposte.
Redazione- Il riscatto decorativo e la riflessione, in particolare dal corso del Novecento a tutt’oggi, nell’epoca delle megalopoli, hanno segnato con intensità, inquietandoli, i percorsi dell’arte, della teoria dell’arte e dell’estetica, posto nuovi interrogativi, cercato altrettante risposte.
Dal lontano concetto di bellezza razionale, che è stato di Van de Velde[1] si è approdati a formulare l’idea dell’ornamento di massa, aprendo a un itinerario decisivo per i rapporti dell’arte con la manipolazione dell’oggetto e l’ornamento cercato, e quel che più conta, al porsi stesso dell’arte nella società di massa.
Più di recente, nel mutamento dei concetti di “essenza” e di “bello”, è anche con l’arte del riciclo nelle sue manifestazioni più alte che si arriva a recuperare paradossalmente alcuni tratti come l’unicità, l’originalità, l’autenticità consumati dalla società e dalla cultura occidentali nel loro lavoro di riproducibilità dell’opera d’arte, dettando le specifiche determinazioni quali si configura oggi nell’epoca della megalopoli.
Si prova dunque ad analizzare le ragioni teoriche e critiche dello sfaldarsi del sistema dell’arte della modernità, della sua corrosione e collasso, e a comprendere la storia dell’arte, la teoria e la pratica critica, nonché la stessa forma di museo, che hanno saputo rimodellare il profilo, i contorni e i nessi dei loro saperi, dal momento che il post-moderno ha segnato – indicando il suo compimento – una frattura e una discontinuità con il moderno e con l’umano e nessun stile unitario.
Non per questo si può declinare di nuovo la fine dell’arte, anche se forgiata dalla spazzatura!
L’arte è oggi nella sua vitalità modello di decostruzione e costruzione di altri linguaggi, dall’antropologia del cyberspazio dell’architettura[2] dei musei di terza generazione, o della stessa critica scesa dal trono dell’alta teoria, per essere sommo momento di analisi di compiti, in un rimescolamento di funzioni e di ruoli degli addetti ai lavori (mercanti, collezionisti, curatori).
Proiettato su questo scenario il sistema dell’arte intende porre l’accento sull’erosione delle metropoli e sulle megalopoli, spazi deterritorializzati, disomogenei e selvaggi della post-modernità, in cui l’artista si trova a praticare una sorta di nomadismo interiore, nella ricerca continua di un senso da vivere e comunicare.
Studiosi come Jameson[3], nel distinguere il post-moderno come stile, dalla post-modernità come periodo storico, ha precisato che “globalizzazione” e “post-modernità” sono due appellativi diversi per descrivere lo stesso fenomeno storico e lo stesso fenomeno economico, evidenziando che “uno sottolinea la sua espansione economica, l’approssimarsi a un mercato mondiale definitivo; l’altro mette a fuoco le strutture e le forme culturali nelle quali è giunta ad esprimersi questa mutazione, prodotta dalla terza fase del capitalismo”.
Se Jameson legando post-modernità e globalizzazione conferma il ruolo strategico della megalopoli, delle sue contraddizioni e delle sue possibilità, è Bauman a ribadire i concetti di “tempo puntinizzato”, dove si pensa solo al presente, perché il futuro non esiste, o tutt’al più può essere pensato come un presente che sta arrivando, e a definire la mercificazione di ogni cosa, persino dei sentimenti e di noi stessi. Ma è soprattutto la sua analisi sociopolitica a sostenere che le megalopoli sono “discariche” prodotte dalla modernità che ha vinto imponendo il suo modello di “libero scambio, libera economia, libero consumo” e generato una popolazione di “underclass” (fuori luogo, esclusi, incapaci).
Oggi le città del mondo sono delle immense discariche, perché (per dirla con Fanon) “ai dannati della terra” si aggiungono anche i rifiuti dei consumi di massa. Le discariche, tuttavia, oltre a luoghi di battaglia sono anche potenziali laboratori di idee e di esperienze, e tutto ciò che di obsoleto e abbandonato ci circonda è un dono prezioso che ci viene restituito dal mare, dalla terra, o resta davvero un grande, inarrestabile rigurgito.
La forma d’intreccio della postmodernità con la globalizzazione, letto nelle diverse prospettive di Jameson e Bauman (ma anche di Derrida) impone una domanda sul possibile destino dell’arte e del sistema dell’arte. Se è necessario distinguere la postmodernità (o globalizzazione) dal postmoderno come stile, forse è altrettanto necessario costruire uno stile postmoderno, una molteplicità di livelli fuori dal campo di uno stratificato sistema dell’arte irriducibile a uno stile unitario e unico, per dar voce ad artisti come Maria Capellini, condannati diversamente a popolare l’underclass, e congedare la riflessione di pensanti che in tempi diversi e nella logica progressiva della modernità hanno tracciato una linea continua scandita dalla sequenza luttuosa avanguardia-postmoderno-morte dell’arte (Trimarco).
Le opere di Maria Capellini si collocano ben più al di là di un semplice ed occasionale assemblaggio di oggetti: non sono semplici tracce lasciate dal mare delle Cinque Terre sulla sabbia o sulle rocce, o lamiere corrose e derelitte, spogliate di ogni funzione originaria.
Diventa quasi d’obbligo ri-citare il primo artefatto artistico della “Ruota di bicicletta” di Duchamp, gli ornamenti stampigliati sui collages di Picasso, o la magia degli oggetti senza senso traslati dalla produzione del mercato dai surrealisti, per trovare il loro punto d’origine e al tempo stesso il suo superamento. Un modo per comunicare la possibile nuova vita di un materiale rivisitato in senso artistico, animato dell’amore, della memoria, del potere visionario e poetico del mondo interiore dell’artista (La ruggine del cercare, Nell’onda lunga del polimero).
A specchio dei conflitti e dei quesiti lancinanti posti dalla modernità, l’incontro fortuito del “discaricart” con oggetti incompossibili colti in nuove posture o assemblamenti pensati naturali, rinviano allo sguardo che interroga un disordine sistematicamente organizzato, il cui risultato trova validità in qualcosa di non scontato a priori, ma singolarmente cercato entro un contesto consapevolmente problematico: anche in una tematica, come il meraviglioso, ispirato alla diversa natura demiurgica di un oggetto riciclato, scelta come proprio campo di ricerca in qualsiasi materia in cui sia stato selezionato il campo del proprio rapporto con il mondo (cfr: A ruota libera, Capovolta all’indietro).
Nelle sculture e nelle tavole di Maria Capellini c’è molto di più e di profondo. Accanto alla narrazione affidata al simbolismo dei “cicli” vige il principio della dualità che si alterna sistematicamente e si compensa, alla perenne ricerca di oggetti compossibili che non trasmuta mai in stasi, ma è energia e slancio verso il conseguimento di nuovi equilibri. A stagliarsi sono i due elementi, il maschile e il femminile, il sole e la luna, quest’ultima presente spesso nella sua fase nascente (cfr: Buongiorno Luna, buonanotte Sole). E compaiono le costellazioni e le stagioni e i mesi: aprile, mese magico del Toro, Orione, che apre verso la Porta del cielo, o Spicca e il ciclo della fertilità. Ma anche stelle splendenti come Sirio o il Carro dell’Orsa Minore e la Stella Polare, guida di naviganti, di infelici o di innocenti: finestra aperta sulla tematica sociale delle grandi immigrazioni, affidata al valore simbolico di uno sguardo sperduto e lontano (Forse un posto ci sarà), di una valigia, unico elemento certo di un viaggio verso l’ignoto (Partire), o a una “Sirena del Mediterraneo”, che con un colpo di coda spinge fuori dalle onde un bambino da salvare.
Su tutto sembra dominare Cassiopea, incarnazione della dea dell’effimero.
Questo e tant’altro sullo sfondo di carte nautiche e dilatazioni incise o dipinte a mano.
Al di là del singolo racconto, nel connubio perfetto tra pensiero e intuizione squisitamente femminile, domina il principio di rinascita del seme-oggetto custodito nel ventre della terra, diversamente restituito dal mare, o incastonato nel profondo del cielo. Vive cioè nel mito greco, talora di Dioniso, più sovente in quello della Grande Madre, testimonianza della fecondità e massima divinità, in grado di generare la vita da se stessa (Sizigia).
Nelle sue composizioni Maria Capellini rivisita il mito della Dea Madre, cui è associato il ciclo lunare, e per analogia i cicli rigenerativi delle fasi lunari, per i quali la morte è momento necessario alla rinascita della vita.
Un oggetto sepolto e ripescato tra le onde o le sabbie è un essere messo nel ventre della Grande Madre, dalla quale un giorno è destinato a rinascere, come avviene per il ciclo vegetale. Così nel ciclo del cielo ripropone la venerazione della dea nella sua forma trinitaria di fanciulla, di donna gravida e di anziana, tre figure femminili destinate a identificarsi con le tre fasi lunari mensili, prima e autentica trinità nella storia religiosa dell’uomo, perché l’unica che riunisce in una sola persona divina tre diverse manifestazioni divine: la femmina impubere (Luna crescente), la femmina fertile (Luna piena), la femmina infeconda (Luna calante).
Tutta l’opera di Maria Capellini guarda al culto primitivo della Grande Madre; la donna, immagine vivente della Dea, simile alla Luna, cresceva e decresceva, dall’adolescenza alla senilità, senza risoluzione di continuità e la sua perpetuità non era in discussione, perché la fanciulla-luna-crescente diveniva madre-luna-piena, e infine vecchia-luna-calante, per sparire dal cielo per qualche giorno e ritornare sotto forma di nuova fanciulla.
Proiettato nella rivisitazione del mito, l’oggetto-seme della terra non è più un rigurgito. Il valore demiurgico, il simbolismo di cui è caricato vivono grazie alla grande capacità d’astrazione e di comunicazione legate ad una manualità artigianale di alto spessore artistico.
Nel fare come processo dell’arte (da “Art” che nell’accezione più comune significa “arto – mano”), artista è colei (o colui) che lavora con le mani. Il senso cercato si cala nel fare come processo che non può prescindere dalla ragione o da un pensiero riflesso.
Maria Capellini non solo racconta, sa soprattutto dotare di senso una materia apparentemente esanime, e denunciare con voce stentorea i soprusi e gli obbrobri di una visione metafisica corrente, momento esemplare dell’oggettivazione artistica della crisi del senso, che è in realtà dissolvimento del senso e area di conflitti tra diversi orizzonti di senso (come nella denuncia di Dis-equilibrio).
All’”essenzialismo” o “discaricart”, movimento del quale ha palesemente dichiarato la sua appartenenza, l’artista ha saputo dare molto di più di un piacevole assemblaggio di piccole cose rigettate e inutili. E non si è nemmeno smarrita nella meravigliosa isola di Lipsi, dove la mente si perde nella fascinosa e rapinosa avventura di effimere emozioni. Il mondo sommerso e onirico dal quale sa alfine attingere per dar vita alle sue creature rivela la sua capacità di rifugiarsi in un gioco di solitudine e di confronto costante con se stessa, nella ripetitività quasi ossessiva, ma mai monotona che manda i segnali di un inconscio nascosto e rivelato ogni volta come la prima volta (cfr: Ordine crescente, Tursiops).
La luce di sogni surreali emerge a rappresentare una nuova realtà. La discarica, come recita il suo manifesto, “insegna a non dimenticare le piccole cose che ieri abbiamo amato e oggi abbiamo perduto o rigettato”, perché nell’osservazione e nella ricerca di un microcosmo materico il cercatore si ritrova e riscopre una realtà che lo conduce a frequentare quella parte di sé che soltanto ieri sonnecchiava dimenticata.
Non è semplice incasellare il lavoro di Maria tra i tanti artisti dell’arte ecosostenibile; non c’è in esso alcunché di scontato, né di occasionale. E non è neppure un semplice ossimoro, anche se animato da momenti onirici e contemporanee grida di denuncia; è piuttosto l’esito di una lettura socio-esistenziale che rende feconda l’unità di mondi apparentemente incompossibili e sa proporre una nuova iconografia dov’è il ruolo nel quale la materia è trasformata ad assumere una valenza di riscatto su quanto appare inerte.
[1] Per Henry van de Velde l’aspetto esteriore di un manufatto deve derivare in modo diretto dal suo utilizzo e dalla sua natura intrinseca. La decorazione non è un elemento aggiunto, ma deve integrarsi in modo organico nella struttura dell’oggetto. Con il passaggio alla produzione moderna, la bellezza si fonda sulla geometria, sulla linea pura e sulla sincerità del materiale.
[2] Il cyberspazio dell’architettura è il campo che studia come gli spazi virtuali, le reti digitali e i metaversi ridefiniscono il progetto dello spazio. L’architetto non crea solo edifici fisici, ma organizza anche ambienti digitali tridimensionali e interazioni sociali online. Principalmente cadono i limiti della prospettiva euclidea e della materia pesante. Le città diventano reti di comunione culturale e intellettuale prima che vicinanza fisica. Il progettista esperto di spazio organizza la comunicazione visiva e i percorsi di navigazione online.
[3] Per Fredric Jameson il postmoderno non è un semplice stile artistico, ma la logica culturale del tardo capitalismo. È il modo in cui l’economia e la società globale si riflettono nell’arte, nella moda e nel pensiero. Lo stile postmoderno nasce quando il mercato domina ogni cosa.
Il dolore della guerra e l’urlo delle madri: la poesia di Teuta Anif Muji che dà voce all’anima ferita del Kosovo
“Dedicatela alla Madre, a Colei che le montagne sulle spalle porterà…”. 📖 🕊️ La poesia può essere un atto di sopravvivenza? Nel caso del Kosovo, sì. Oggi vi portiamo alla scoperta della poetessa kosovara Teuta Anif Muji (giudicata “Miglior Letteraria del 2023” a Prizren) e dei suoi versi struggenti. Figlia di un Martire della Nazione, Teuta trasforma il dolore in inchiostro, cantando lo strazio delle madri in lutto perenne che hanno perso i figli per difendere la Patria, ma che restano il simbolo dell’orgoglio di un intero popolo. Fermatevi un attimo a leggere le due meravigliose poesie che vi proponiamo oggi nel nostro approfondimento culturale. Toccano davvero l’anima! 👇 ✒️
Redazione – Ci sono terre in cui la poesia non è soltanto un mero esercizio di stile letterario, ma un vero e proprio atto di sopravvivenza. Terre in cui l’inchiostro si mescola inevitabilmente con il sangue della Storia e in cui i versi servono a curare ferite generazionali che nessuna pace politica potrà mai rimarginare del tutto. Il Kosovo è una di queste terre, e la poetessa Teuta Anif Muji ne è una delle voci contemporanee più autentiche, dolorose e necessarie.
Nelle sue opere, il dramma intimo e collettivo della guerra balcanica riemerge con una potenza devastante, declinato soprattutto al femminile. Le sue liriche sono un monumento innalzato non ai generali o ai condottieri, ma alle madri dei martiri. A quelle donne silenziose, avvolte nel lutto perenne delle loro bandane nere, che hanno sacrificato i propri figli per difendere la casa e la Patria. Ma accanto al fragore del dolore, la poesia di Teuta esplora anche la dimensione più intima della creazione artistica, quel “verso che rimane in gola” e che lotta per prendere vita. Oggi ospitiamo sulle nostre pagine la sua storia e due delle sue poesie più struggenti.
Chi è Teuta Anif Muji
La poetessa kosovara Teuta Anif Muji ha studiato Giurisprudenza presso l’Università “Ukshin Hoti” di Prizren, la città in cui è nata e cresciuta. È un membro attivo e stimato dell’Associazione degli Scrittori del Kosovo e dell’Associazione per la Cultura e l’Arte “Fidani” di Prizren. Teuta è cresciuta respirando lo spirito e l’esempio altissimo del padre, Anif Muji, già professore e preside nella scuola del suo paese natale, Struzhe, e oggi solennemente considerato Martire della Nazione. Da questa eredità familiare tanto pesante quanto preziosa, Teuta ha ereditato l’amore viscerale per lo studio e per la Patria. Questo legame profondo si riflette in ogni passo del suo percorso, che la vede oggi affermarsi come poetessa e autrice di spicco nel panorama letterario contemporaneo.
Ha iniziato a scrivere fin da bambina per dare forma ai propri pensieri e, nel corso degli anni, ha pubblicato due apprezzate raccolte di poesie: “A Lui Cosa Donargli” e “Melodia Silenziosa”. Il suo indubbio talento è stato recentemente celebrato con il conferimento del titolo di “Miglior Letteraria del 2023”, un prestigioso riconoscimento istituzionale assegnatole dalla Direzione della Cultura, della Gioventù e dello Sport del Comune di Prizren (Kosovo).
LE POESIE
Alla moglie del martire
Dedicate una giornata, a Colei
che il fiocco bianco
con la bandana rossa e nera sostituì.
Dedicala alla Madre, a Colei
che le mani al seno le rimasero.
Dedicatela a quella Fata
che le montagne sulle spalle porterà
e il sole più vedere non vorrà.
Alla Madre, Colei che con il suo seno
il valoroso dei monti allattò
per proteggere la casa di suo nonno.
A quella casa che in piena luce
durante ai tempi barbari fu bruciata
solamente che il futuro brillasse.
Non fosse Lei l’eroina
che con l’andare dei tempi
il dolore nell’anima visse?
E oggi quando alla gloria cantiamo
pure un altro giorno celebriamo
poiché non è troppo
una giornata di festa
per le madri con la bandana nera.
A Coloro che
simbolo d’orgoglio rimasero.
Melodia senza voce
Melodia silenziosa
è il mio verso
che in gola mi rimane
e vita non prende.
Si elabora, si sventola, si rannicchia
cresce, si ripete, pensa,
a volte si scrive
a volte si dimentica
a volte tace
nel cassetto rimane.
A volte riprende vita
e forte suona.
“Secondi al mondo solo ai Rolling Stones”: Beppe Carletti festeggia 80 anni in tv e fa piangere e cantare l’Italia intera
“Siamo secondi al mondo solo ai Rolling Stones… e mi sta bene così!”. 🎸 🎂 Che traguardo leggendario per Beppe Carletti! Lo storico fondatore e leader de I NOMADI ha compiuto 80 anni ed è stato festeggiato in diretta su Rai 1 da Manuela Moreno. Un’intervista meravigliosa e commovente, in cui Carletti ha ricordato l’indissolubile e fraterna amicizia con la voce indimenticabile di Augusto Daolio e ha reso un toccante omaggio al Maestro Francesco Guccini. Ma Carletti non guarda solo al passato: “I Måneskin? Mi piacciono tantissimo, ho esultato quando hanno vinto!”. La passione per il palcoscenico non invecchia mai. Leggi l’articolo e lascia i tuoi auguri a questo immenso pezzo di storia della musica italiana! 👇 🎶
Roma – Ci sono traguardi anagrafici che non sono soltanto candeline da spegnere su una torta, ma veri e propri monumenti eretti alla storia della cultura popolare di un intero Paese. È esattamente quello che è andato in scena nel salotto televisivo di “La Vita in Diretta”, dove la padrona di casa Manuela Moreno ha celebrato in grande stile l’ottantesimo compleanno di una leggenda vivente della musica italiana: Beppe Carletti, storico fondatore, tastierista e leader incontrastato de I Nomadi. Visibilmente emozionato, ma con la grinta e la lucidità di un ragazzino che ha appena fondato la sua prima garage-band, Carletti ha regalato al pubblico di Rai 1 un’intervista meravigliosa, un viaggio intimo tra ricordi, rimpianti, amicizie immortali e un amore viscerale per il palcoscenico che non accenna a spegnersi.
Un record planetario: “Siamo secondi solo ai Rolling Stones, e mi sta bene”
La statistica, di per sé, fa venire i brividi a chiunque ami la musica suonata. I Nomadi, nati nell’ormai lontanissimo 1963 nelle nebbie e nel fermento della provincia emiliana, sono oggi la band più longeva dell’intero panorama musicale italiano e la seconda in assoluto a livello mondiale. «Nel mondo siamo secondi solo ai Rolling Stones, ed è un secondo posto che mi sta assolutamente bene!», ha scherzato Carletti con gli occhi che brillavano di orgoglio. Ed è vero: mentre le mode passavano, i governi cadevano e le tecnologie stravolgevano il mondo, I Nomadi sono rimasti lì, aggrappati ai loro strumenti, continuando a suonare per un pubblico sterminato e transgenerazionale che non li ha mai traditi.
Il ricordo struggente di Augusto Daolio: un vuoto impossibile da colmare
Impossibile, ripercorrendo questi sessantatré anni di carriera inarrestabile, non fermarsi a piangere l’altra metà del cielo della band. Il ricordo del compianto Augusto Daolio, co-fondatore e voce inarrivabile del gruppo, è ancora una ferita aperta nel cuore di Carletti. «Io e Augusto eravamo estremamente affini. Ci siamo incontrati che avevamo appena 16 anni e, di fatto, siamo diventati uomini insieme», ha ricordato il tastierista con la voce incrinata dalla commozione. «Aveva una voce incredibile, unica, e un carisma magnetico. Ancora oggi, sinceramente, non so come abbiamo fatto a trovare la forza di continuare senza di lui».
L’omaggio a Francesco Guccini: “Senza di lui ci sentiamo tutti più piccoli”
La storia dei Nomadi è indissolubilmente legata a quella dei più grandi cantautori italiani, primo fra tutti il Maestro Francesco Guccini, autore di inni immortali portati al successo dalla band emiliana (da “Dio è morto” a “Canzone per un’amica”). «La sua morte», ha dichiarato Carletti in un passaggio profondamente toccante dell’intervista, riferendosi alla scomparsa del cantautore, «ci ha fatto diventare improvvisamente tutti un po’ più piccoli. È stato un gigante, un grande poeta del Novecento. Custodisco tantissimi ricordi insieme a lui, c’era una stima incredibile e reciproca che ci legava».
Dalla provincia ai Måneskin: la musica suona sempre allo stesso modo
Ma I Nomadi non sono mai stati artisti con la “puzza sotto il naso”. Hanno sempre evitato il divismo da rockstar, preferendo rimanere ben ancorati alla loro terra. «Siamo sempre stati abbastanza schivi», ha spiegato Carletti, «abbiamo continuato a vivere tranquilli nei nostri paesi, tra la nostra gente. E proprio da lì ci siamo tolti la soddisfazione immensa di cantare canzoni impegnate che hanno girato il mondo».
Oggi, a 80 anni compiuti, Beppe Carletti guarda alla musica contemporanea senza pregiudizi, con la curiosità di un vero appassionato. E spiazza tutti facendo un grande complimento alla rock-band italiana del momento: «I Måneskin mi piacciono tantissimo, ho gioito in modo sincero quando hanno vinto Sanremo». Perché, in fondo, l’energia del rock è universale. «Mi diverto ancora un mondo a salire sul palco», ha rassicurato infine il suo sterminato pubblico. «Per quanto riguarda I Nomadi, ve lo garantisco: la musica suona e suonerà sempre allo stesso modo».
Un viaggio tra storia, arte e simboli per riscoprire il misterioso alfabeto delle immagini. Dai Tarocchi delle corti rinascimentali alla cartomante contemporanea, un racconto che attraversa i secoli e arriva fino a noi.
Ci sono immagini che non invecchiano.
Restano lì, immobili e silenziose, mentre intorno cambiano gli uomini, le mode, le città, persino il modo di guardare il mondo. Eppure, quando torniamo a osservarle, quelle immagini sembrano sapere ancora qualcosa di noi.
Redazione- Un viaggio tra storia, arte e simboli per riscoprire il misterioso alfabeto delle immagini. Dai Tarocchi delle corti rinascimentali alla cartomante contemporanea, un racconto che attraversa i secoli e arriva fino a noi.
Ci sono immagini che non invecchiano.
Restano lì, immobili e silenziose, mentre intorno cambiano gli uomini, le mode, le città, persino il modo di guardare il mondo. Eppure, quando torniamo a osservarle, quelle immagini sembrano sapere ancora qualcosa di noi.
È forse questo il segreto degli Arcani Maggiori: non raccontano soltanto una storia antica, ma continuano a suggerirne una nuova ogni volta che qualcuno posa lo sguardo su di loro.
“Dalla strega alla cartomante: il viaggio degli Arcani nell’anima” nasce proprio da questa suggestione. Una conferenza storico-simbolica che attraversa la storia dei Tarocchi per arrivare al loro significato contemporaneo, là dove il simbolo incontra la letteratura, l’arte, la psicologia, la memoria e quella parte misteriosa dell’essere umano che ancora oggi abbiamo difficoltà a chiamare per nome.
Non è un viaggio nel futuro. È, semmai, un viaggio dentro il presente.
Prima ancora di essere interpretati, gli Arcani sono stati guardati. E guardare un’immagine significa già cominciare a raccontare.
La storia dei Tarocchi può essere letta anche come la storia di una straordinaria letteratura senza parole, costruita attraverso volti, gesti, paesaggi, animali, colori, corone, stelle, torri e sentieri.
Le loro figure appartengono a un immaginario che ha attraversato pittura, teatro, narrativa e cultura popolare. Sono diventate personaggi prima ancora che qualcuno decidesse di chiamarli archetipi.
Il percorso storico conduce alle corti italiane del XV secolo, quando nascono alcuni dei più importanti esempi della tradizione tarologica. I preziosi mazzi Visconti-Sforza raccontano già un mondo nel quale l’immagine non è semplice ornamento, ma rappresentazione di valori, potere, destino e condizione umana.
Poi arriveranno altre tradizioni, altri linguaggi, altre interpretazioni: il Tarot de Marseille, fino alla rivoluzione iconografica del Rider-Waite e alle molteplici riletture contemporanee.
Il mazzo cambia. Il bisogno dell’uomo di interrogare le immagini, invece, rimane.
Dentro questa lunga storia c’è anche una storia tutta femminile. È quella della donna che conosce ciò che gli altri temono di conoscere.
La strega, per secoli, è stata una figura sospesa tra paura e fascinazione, tra conoscenza popolare e persecuzione. La cartomante ne raccoglie, in parte, l’eredità simbolica trasformandola in un’altra figura dell’immaginario: la donna che osserva, interpreta, ascolta.
Non più necessariamente colei che possiede una verità assoluta, ma colei che custodisce un linguaggio.
Un linguaggio fatto di simboli.
Ed è forse proprio qui che la figura della cartomante acquista una dimensione culturale più ampia: diventa una sorta di narratrice dell’invisibile, una mediatrice tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo.
La domanda più interessante, allora, diventa inevitabile: a cosa servono davvero gli Arcani?
La risposta di questo percorso è affidata a una prospettiva precisa: non alla certezza della predizione, ma alla possibilità dell’interpretazione.
Una carta non deve necessariamente dirci cosa accadrà. Può aiutarci a capire come stiamo guardando ciò che accade.
Può diventare uno specchio emotivo. Una finestra. Talvolta persino una domanda.
Il simbolo, infatti, non impone una risposta: apre uno spazio. Ed è in quello spazio che ciascuno può riconoscere qualcosa di sé.
L’Eremita può diventare il racconto della solitudine, ma anche della ricerca. La Torre può evocare la distruzione, ma anche la liberazione da ciò che non regge più. La Stella può parlare di speranza, mentre la Morte, forse la più fraintesa delle immagini, può diventare metafora di trasformazione e rinascita.
Sono immagini che non hanno una sola voce. E forse proprio per questo continuano a parlarci.
Il grande fascino degli Arcani è anche nella loro capacità di dialogare con la creatività.
Uno scrittore può osservare una carta e trovarvi un personaggio. Un pittore può trovarvi un paesaggio. Un lettore può riconoscervi una parte della propria vita. Un autore può trasformarla nell’inizio di un racconto.
È qui che il simbolo diventa letteratura.
Le antologie dedicate agli Arcani rappresentano, in questo senso, un interessante esempio di narrazione collettiva: uno stesso simbolo affidato a più autori può generare storie differenti, talvolta persino opposte.
La carta rimane la stessa. Cambiano gli occhi che la guardano. E cambia, con essi, la storia.
La conferenza potrà ospitare voci provenienti da mondi differenti: psicologi o counselor, autori e curatori di antologie tematiche, cartomanti professionisti.
Professioni ed esperienze diverse chiamate a confrontarsi sul medesimo territorio: quello del simbolo.
Non per trasformare gli Arcani in una formula magica, ma per comprenderne il fascino e la capacità di attivare domande, emozioni e percorsi narrativi.
Perché ogni simbolo, in fondo, è una piccola porta. E ogni porta presuppone qualcuno disposto ad attraversarla.
Poi, quando le parole della conferenza saranno finite, arriverà il momento più semplice e forse più suggestivo.
Una carta verrà estratta. E da quella carta nascerà un racconto improvvisato.
Sarà il simbolo a suggerire la strada, lasciando che l’immaginazione faccia il resto.
Un piccolo teatro dell’imprevisto. Un’immagine consegnata al pubblico come ultimo fotogramma di un viaggio.
E forse sarà proprio allora che gli Arcani mostreranno la loro natura più autentica: non quella di strumenti capaci di consegnarci un destino già scritto, ma quella di specchi nei quali possiamo provare a leggere le infinite possibilità della nostra storia.
A margine della conferenza potrà inoltre essere creato un piccolo spazio riservato al pubblico, nel quale offrire, a chi lo desidererà, brevi letture individuali gratuite della durata di circa dieci minuti.
Un momento intimo, organizzabile prima o dopo l’incontro, nel rispetto delle esigenze della manifestazione.
Non una sentenza sul domani. Piuttosto, un incontro con un’immagine.
Perché a volte basta una carta per cominciare un racconto. E a volte quel racconto parla proprio di noi.
Dalla strega alla cartomante, dunque. Dalle corti rinascimentali alle sale contemporanee. Dal gioco al simbolo, dal simbolo alla narrazione, dalla narrazione alla consapevolezza.
È questa la traiettoria degli Arcani: una strada lunga secoli che continua a sorprenderci perché, mentre pensiamo di osservare le carte, scopriamo che sono loro, in qualche modo, a osservare noi.
E forse il loro vero mistero non consiste nel dirci cosa ci aspetta domani.
Consiste nel ricordarci che il futuro, prima ancora di essere previsto, è una storia che deve ancora essere scritta.
CHIARA DE MAGISTRIS: «GLI ARCANI NON CI DICONO CHI SAREMO. CI AIUTANO A GUARDARE CHI SIAMO»
Intervista a Chiara De Magistris, responsabile centro di cartomanzia online TarotLuna.it e studia i Tarocchi per lavoro e per passione, sul viaggio degli Arcani nell’anima, tra storia, simboli, intuizione e consapevolezza
Buongiorno Chiara, partirei da una domanda apparentemente semplice, ma forse proprio per questo difficile: perché, dopo secoli, l’umanità continua ad avere bisogno delle carte?
Perché continuiamo ad avere bisogno di raccontarci e perché spesso il futuro e le scelte ci rendono insicuri. L’essere umano cambia strumenti, linguaggi e abitudini, ma rimane sempre alla ricerca di un significato. Gli Arcani parlano attraverso immagini e le immagini arrivano in luoghi nei quali le parole, qualche volta, non riescono ad arrivare. Una carta può suscitare una domanda, un ricordo, un’emozione. E già questo, secondo me, è un modo per entrare in contatto con una parte di noi.
Nel titolo della conferenza c’è un passaggio molto suggestivo: “dalla strega alla cartomante”. Che cosa racconta, secondo Lei, questa trasformazione?
Racconta soprattutto il cambiamento dello sguardo della società sulla figura femminile e sul sapere. La strega è stata spesso rappresentata come una donna pericolosa perché possedeva conoscenze che sfuggivano al controllo comune. La cartomante appartiene a un immaginario diverso, ma conserva quella figura femminile che osserva, interpreta e custodisce un linguaggio simbolico. È interessante perché dietro queste figure c’è una domanda antica: quanto siamo disposti ad accettare ciò che non comprendiamo completamente?
Lei pensa che oggi abbiamo più paura dell’ignoto o, al contrario, ne siamo ancora profondamente affascinati?
Credo entrambe le cose. L’ignoto ci spaventa perché non possiamo controllarlo, ma proprio per questo ci attrae. Viviamo in un’epoca nella quale abbiamo strumenti straordinari per conoscere e prevedere moltissime cose. Eppure rimane una parte dell’esistenza che non possiamo programmare. Gli Arcani abitano proprio quella zona di confine.
C’è una differenza importante tra predire e interpretare. Perché è così importante sottolinearla?
Perché credo sia fondamentale restituire alle carte il loro valore simbolico. Io non vedo gli Arcani come sentenze. Non credo che una carta debba togliere a una persona la libertà di scegliere il libero arbitrio è comunque importante. Al contrario, può aiutarla a interrogarsi. Il futuro non è una pagina già stampata: è anche il risultato delle nostre decisioni. Una lettura dovrebbe aprire possibilità, non chiuderle.
Se gli Arcani sono uno specchio, che cosa rischiamo di vedere quando ci guardiamo davvero?
Potremmo vedere proprio ciò che per tanto tempo abbiamo cercato di evitare. Una paura, un desiderio, una scelta rimandata, una relazione che non ci appartiene più. Ma possiamo vedere soprattutto le nostre risorse. Lo specchio non serve soltanto a mostrarci le fragilità. Può ricordarci chi siamo e ciò che abbiamo dimenticato di essere.
Esiste un Arcano che, secondo Lei, viene particolarmente frainteso?
Sì. Sicuramente la Morte. Il nome può generare timore, ma nel linguaggio simbolico non deve essere necessariamente letto in senso letterale. Può rappresentare una conclusione, una trasformazione, la necessità di lasciare andare qualcosa perché possa nascere una fase nuova. A volte abbiamo paura della fine, quando quella fine è semplicemente una soglia.
E qual è, invece, il rapporto tra gli Arcani e la scrittura?
È un rapporto straordinario. Ogni Arcano contiene una storia potenziale sono pieni di simboli. Basta osservare un’immagine e chiedersi: chi è quella persona? Da dove viene? Che cosa ha perduto? Che cosa desidera? Che cosa accadrà dopo? Cosa rappresenta il simbolismo contenuto? Da una carta può nascere un racconto, una poesia, un personaggio. Per questo trovo molto interessante il dialogo con le antologie: più autori possono guardare lo stesso simbolo e restituirne mondi completamente differenti.
Quindi lo stesso Arcano può raccontare persone diverse?
Assolutamente sì. Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti. Il simbolo è comune, ma l’esperienza è individuale. Una stessa carta può parlare di amore a una persona, di solitudine a un’altra, di coraggio a una terza. Non è necessariamente la carta a cambiare: cambiamo noi mentre la osserviamo.
Se dovesse scegliere una sola parola per descrivere il rapporto tra una persona e i suoi Arcani, quale sceglierebbe?
Ascolto.
Perché proprio “ascolto”?
Perché siamo abituati a parlare molto e ad ascoltarci poco. Una carta ci obbliga, in qualche modo, a fermarci. A osservare. A lasciare emergere una sensazione prima ancora di cercare una spiegazione razionale. L’ascolto è il primo passo verso la consapevolezza.
Durante la conferenza è prevista anche l’estrazione di una carta e una narrazione improvvisata. Che cosa vorrebbe lasciare, attraverso quel momento, al pubblico?
Vorrei lasciare una sensazione. Non necessariamente una risposta. Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dalla sala con un’immagine nella mente, una frase, una domanda. Qualcosa che continui a lavorare dentro anche dopo la fine dell’incontro. Perché il simbolo, quando è autentico, non finisce quando termina la spiegazione: continua a vivere dentro di noi.
E nelle brevi letture individuali che saranno eventualmente proposte, che cosa dovrebbe cercare una persona?
Non una certezza sul domani. Cercherei piuttosto un momento di ascolto personale. Dieci minuti possono sembrare pochi, ma possono essere sufficienti per fermarsi e guardare una questione da una prospettiva diversa. La cosa importante è mantenere sempre il rispetto per la libertà e per la sensibilità di chi abbiamo davanti.
Vorrei chiudere con una domanda che non riguarda le carte, ma l’uomo. Secondo Lei, abbiamo ancora la capacità di stupirci?
Sì, ma dobbiamo concederci il tempo per farlo. Lo stupore nasce quando smettiamo, almeno per un momento, di pretendere di avere già tutte le risposte. Gli Arcani possono ricordarci proprio questo: che la vita conserva zone misteriose e che non tutto deve essere immediatamente spiegato, ascoltare il nostro io interiore è un grande passo e certamente potrebbe stupirci
Se potesse lasciare al pubblico una sola frase prima che venga voltata l’ultima carta, quale sarebbe?
Gli direi chiedete alla Carta cosa accadrà, perché spesso la risposta è già nel vostro cammino. Gli Arcani non predicono: rivelano. Sono il varco che illumina l’interiore e il compagno che guida nei momenti difficili, un percorso che si apre dentro di voi.”
L’appuntamento è fissato per il 13 settembre 2026 presso la sede della Riserva Naturale Regionale Nazzano, Tevere-Farfa.
“Dalla strega alla cartomante: il viaggio degli Arcani nell anima”
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