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“Discaricart” – La ricerca di Maria Cappellini, fra mito e denuncia della crisi del senso

Il riscatto decorativo e la riflessione, in particolare dal corso del Novecento a tutt’oggi, nell’epoca delle megalopoli, hanno segnato con intensità, inquietandoli, i percorsi dell’arte, della teoria dell’arte e dell’estetica, posto nuovi interrogativi, cercato altrettante risposte.

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MARIA CAPPELLINI_Nellonda lunga del polimero, 2016, tecnica assemblaggio di polistirolo, plexiglass, frammenti di ferro e marmo, dimensioni48x46x7

Redazione-  Il riscatto decorativo e la riflessione, in particolare dal corso del Novecento a tutt’oggi, nell’epoca delle megalopoli, hanno segnato con intensità, inquietandoli, i percorsi dell’arte, della teoria dell’arte e dell’estetica, posto nuovi interrogativi, cercato altrettante risposte.

Dal lontano concetto di bellezza razionale, che è stato di Van de Velde[1] si è approdati a formulare l’idea dell’ornamento di massa, aprendo a un itinerario decisivo per i rapporti dell’arte con la manipolazione dell’oggetto e l’ornamento cercato, e quel che più conta, al porsi stesso dell’arte nella società di massa.

Più di recente, nel mutamento dei concetti di “essenza” e di “bello”, è anche con l’arte del riciclo nelle sue manifestazioni più alte che si arriva a recuperare paradossalmente alcuni tratti come l’unicità, l’originalità, l’autenticità consumati dalla società e dalla cultura occidentali nel loro lavoro di riproducibilità dell’opera d’arte, dettando le specifiche determinazioni quali si configura oggi nell’epoca della megalopoli.

Si prova dunque ad analizzare le ragioni teoriche e critiche dello sfaldarsi del sistema dell’arte della modernità, della sua corrosione e collasso, e a comprendere la storia dell’arte, la teoria e la pratica critica, nonché la stessa forma di museo, che hanno saputo rimodellare il profilo, i contorni e i nessi dei loro saperi, dal momento che il post-moderno ha segnato – indicando il suo compimento – una frattura e una discontinuità con il moderno e con l’umano e nessun stile unitario.

Non per questo si può declinare di nuovo la fine dell’arte, anche se forgiata dalla spazzatura!

L’arte è oggi nella sua vitalità modello di decostruzione e costruzione di altri linguaggi, dall’antropologia del cyberspazio dell’architettura[2] dei musei di terza generazione, o della stessa critica scesa dal trono dell’alta teoria, per essere sommo momento di analisi di compiti, in un rimescolamento di funzioni e di ruoli degli addetti ai lavori (mercanti, collezionisti, curatori).

Proiettato su questo scenario il sistema dell’arte intende porre l’accento sull’erosione delle metropoli e sulle megalopoli, spazi deterritorializzati, disomogenei e selvaggi della post-modernità, in cui l’artista si trova a praticare una sorta di nomadismo interiore, nella ricerca continua di un senso da vivere e comunicare.

Studiosi come Jameson[3], nel distinguere il post-moderno come stile, dalla post-modernità come periodo storico, ha precisato che “globalizzazione” e “post-modernità” sono due appellativi diversi per descrivere lo stesso fenomeno storico e lo stesso fenomeno economico, evidenziando che “uno sottolinea la sua espansione economica, l’approssimarsi a un mercato mondiale definitivo; l’altro mette a fuoco le strutture e le forme culturali nelle quali è giunta ad esprimersi questa mutazione, prodotta dalla terza fase del capitalismo”.

Se Jameson legando post-modernità e globalizzazione conferma il ruolo strategico della megalopoli, delle sue contraddizioni e delle sue possibilità, è Bauman a ribadire i concetti di “tempo puntinizzato”, dove si pensa solo al presente, perché il futuro non esiste, o tutt’al più può essere pensato come un presente che sta arrivando, e a definire la mercificazione di ogni cosa, persino dei sentimenti e di noi stessi. Ma è soprattutto la sua analisi sociopolitica a sostenere che le megalopoli sono “discariche” prodotte dalla modernità che ha vinto imponendo il suo modello di  “libero scambio, libera economia, libero consumo” e generato una popolazione di “underclass” (fuori luogo, esclusi, incapaci).

Oggi le città del mondo sono delle immense discariche, perché (per dirla con Fanon) “ai dannati della terra” si aggiungono anche i rifiuti dei consumi di massa. Le discariche, tuttavia, oltre a luoghi di battaglia sono anche potenziali laboratori di idee e di esperienze, e tutto ciò che di obsoleto e abbandonato ci circonda è un dono prezioso che ci viene restituito dal mare, dalla terra, o resta davvero un grande, inarrestabile rigurgito.

La forma d’intreccio della postmodernità con la globalizzazione, letto nelle diverse prospettive di Jameson e Bauman (ma anche di Derrida) impone una domanda sul possibile destino dell’arte e del sistema dell’arte. Se è necessario distinguere la postmodernità (o globalizzazione) dal postmoderno come stile, forse è altrettanto necessario costruire uno stile postmoderno, una molteplicità di livelli fuori dal campo di uno stratificato sistema dell’arte irriducibile a uno stile unitario e unico, per dar voce ad artisti come Maria Capellini, condannati diversamente a  popolare l’underclass, e congedare la riflessione di pensanti che in tempi diversi e nella logica progressiva della modernità hanno tracciato una linea continua scandita dalla sequenza luttuosa avanguardia-postmoderno-morte dell’arte (Trimarco).

Le opere di Maria Capellini si collocano ben più al di là di un semplice ed occasionale assemblaggio di oggetti: non sono semplici tracce lasciate dal mare delle Cinque Terre sulla sabbia o sulle rocce, o lamiere corrose e derelitte, spogliate di ogni funzione originaria.

Diventa quasi d’obbligo ri-citare il primo artefatto artistico della “Ruota di bicicletta” di Duchamp, gli ornamenti stampigliati sui collages di Picasso, o la magia degli oggetti senza senso traslati dalla produzione del mercato dai surrealisti, per trovare il loro punto d’origine e al tempo stesso il suo superamento. Un modo per comunicare la possibile nuova vita di un materiale rivisitato in senso artistico, animato dell’amore, della memoria, del potere visionario e poetico del mondo interiore dell’artista (La ruggine del cercare, Nell’onda lunga del polimero).

A specchio dei conflitti e dei quesiti lancinanti posti dalla modernità, l’incontro fortuito del “discaricart” con oggetti incompossibili colti in nuove posture o assemblamenti pensati naturali, rinviano allo sguardo che interroga un disordine sistematicamente organizzato, il cui risultato trova validità in qualcosa di non scontato a priori, ma singolarmente cercato entro un contesto consapevolmente problematico: anche in una tematica, come il meraviglioso, ispirato alla diversa natura demiurgica di un oggetto riciclato, scelta come proprio campo di ricerca in qualsiasi materia in cui sia stato selezionato il campo del proprio rapporto con il mondo (cfr: A ruota libera, Capovolta all’indietro).

Nelle sculture e nelle tavole di Maria Capellini c’è molto di più e di profondo. Accanto alla narrazione affidata al simbolismo dei “cicli” vige il principio della dualità che si alterna sistematicamente e si compensa, alla perenne ricerca di oggetti compossibili che non trasmuta mai in stasi, ma è energia e slancio verso il conseguimento di nuovi equilibri. A stagliarsi sono i due elementi, il maschile e il femminile, il sole e la luna, quest’ultima presente spesso nella sua fase nascente (cfr: Buongiorno Luna, buonanotte Sole). E compaiono le costellazioni e le stagioni e i mesi: aprile, mese magico del Toro, Orione, che apre verso la Porta del cielo, o Spicca e il ciclo della fertilità. Ma anche stelle splendenti come Sirio o il Carro dell’Orsa Minore e la Stella Polare, guida di naviganti, di infelici o di innocenti: finestra aperta sulla tematica sociale delle grandi immigrazioni, affidata al valore simbolico di uno sguardo sperduto e lontano (Forse un posto ci sarà), di una valigia, unico elemento certo di un viaggio verso l’ignoto (Partire), o a una “Sirena del Mediterraneo”, che con un colpo di coda spinge fuori dalle onde un bambino da salvare.

Su tutto sembra dominare Cassiopea, incarnazione della dea dell’effimero.

Questo e tant’altro sullo sfondo di carte nautiche e dilatazioni incise o dipinte a mano.

Al di là del singolo racconto, nel connubio perfetto tra pensiero e intuizione squisitamente femminile, domina il principio di rinascita del seme-oggetto custodito nel ventre della terra, diversamente restituito dal mare, o incastonato nel profondo del cielo. Vive cioè nel mito greco, talora di Dioniso, più sovente in quello della Grande Madre, testimonianza della fecondità e massima divinità, in grado di generare la vita da se stessa (Sizigia).

Nelle sue composizioni Maria Capellini rivisita il mito della Dea Madre, cui è associato il ciclo lunare, e per analogia i cicli rigenerativi delle fasi lunari, per i quali la morte è momento necessario alla rinascita della vita.

Un oggetto sepolto e ripescato tra le onde o le sabbie è un essere messo nel ventre della Grande Madre, dalla quale un giorno è destinato a rinascere, come avviene per il ciclo vegetale. Così nel ciclo del cielo ripropone la venerazione della dea nella sua forma trinitaria di fanciulla, di donna gravida e di anziana, tre figure femminili destinate a identificarsi con le tre fasi lunari mensili, prima e autentica trinità nella storia religiosa dell’uomo, perché l’unica che riunisce in una sola persona divina tre diverse manifestazioni divine: la femmina impubere (Luna crescente), la femmina fertile (Luna piena), la femmina infeconda (Luna calante).

Tutta l’opera di Maria Capellini guarda al culto primitivo della Grande Madre; la donna, immagine vivente della Dea, simile alla Luna, cresceva e decresceva, dall’adolescenza alla senilità, senza risoluzione di continuità e la sua perpetuità non era in discussione, perché la fanciulla-luna-crescente diveniva madre-luna-piena, e infine vecchia-luna-calante, per sparire dal cielo per qualche giorno e ritornare sotto forma di nuova fanciulla.

Proiettato nella rivisitazione del mito, l’oggetto-seme della terra non è più un rigurgito. Il valore demiurgico, il simbolismo di cui è caricato vivono grazie alla grande capacità d’astrazione e di comunicazione legate ad una manualità artigianale di alto spessore artistico.

Nel fare come processo dell’arte (da “Art” che nell’accezione più comune significa “arto – mano”), artista è colei (o colui) che lavora con le mani. Il senso cercato si cala nel fare come processo che non può prescindere dalla ragione o da un pensiero riflesso.

Maria Capellini non solo racconta, sa soprattutto dotare di senso una materia apparentemente esanime, e denunciare con voce stentorea i soprusi e gli obbrobri di una visione metafisica corrente, momento esemplare dell’oggettivazione artistica della crisi del senso, che è in realtà dissolvimento del senso e area di conflitti tra diversi orizzonti di senso (come nella denuncia di Dis-equilibrio).

All’”essenzialismo” o “discaricart”, movimento del quale ha palesemente dichiarato la sua appartenenza, l’artista ha saputo dare molto di più di un piacevole assemblaggio di piccole cose rigettate e inutili. E non si è nemmeno smarrita nella meravigliosa isola di Lipsi, dove la mente si perde nella fascinosa e rapinosa avventura di effimere emozioni. Il mondo sommerso e onirico dal quale sa alfine attingere per dar vita alle sue creature rivela la sua capacità di rifugiarsi in un gioco di solitudine e di confronto costante con se stessa, nella ripetitività quasi ossessiva, ma mai monotona che manda i segnali di un inconscio nascosto e rivelato ogni volta come la prima volta (cfr: Ordine crescente, Tursiops).

La luce di sogni surreali emerge a rappresentare una nuova realtà. La discarica, come recita il suo manifesto, “insegna a non dimenticare le piccole cose che ieri abbiamo amato e oggi abbiamo perduto o rigettato”, perché nell’osservazione e nella ricerca di un microcosmo materico il cercatore si ritrova e riscopre una realtà che lo conduce a frequentare quella parte di sé che soltanto ieri sonnecchiava dimenticata.

Non è semplice incasellare il lavoro di Maria tra i tanti artisti dell’arte ecosostenibile; non c’è in esso alcunché di scontato, né di occasionale. E non è neppure un semplice ossimoro, anche se animato da momenti onirici e contemporanee grida di denuncia; è piuttosto l’esito di una lettura socio-esistenziale che rende feconda l’unità di mondi apparentemente incompossibili e sa proporre una nuova iconografia dov’è il ruolo nel quale la materia è trasformata ad assumere una valenza di riscatto su quanto appare inerte.

[1] Per Henry van de Velde l’aspetto esteriore di un manufatto deve derivare in modo diretto dal suo utilizzo e dalla sua natura intrinseca. La decorazione non è un elemento aggiunto, ma deve integrarsi in modo organico nella struttura dell’oggetto. Con il passaggio alla produzione moderna, la bellezza si fonda sulla geometria, sulla linea pura e sulla sincerità del materiale.

[2] Il cyberspazio dell’architettura è il campo che studia come gli spazi virtuali, le reti digitali e i metaversi ridefiniscono il progetto dello spazio. L’architetto non crea solo edifici fisici, ma organizza anche ambienti digitali tridimensionali e interazioni sociali online. Principalmente cadono i limiti della prospettiva euclidea e della materia pesante. Le città diventano reti di comunione culturale e intellettuale prima che vicinanza fisica. Il progettista esperto di spazio organizza la comunicazione visiva e i percorsi di navigazione online.

[3] Per Fredric Jameson il postmoderno non è un semplice stile artistico, ma la logica culturale del tardo capitalismo. È il modo in cui l’economia e la società globale si riflettono nell’arte, nella moda e nel pensiero. Lo stile postmoderno nasce quando il mercato domina ogni cosa.

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L’apoteosi dentellata della divina del cinema mondiale che ha incantato i registi dello Stato: Poste Italiane lancia il francobollo per Claudia Cardinale

Il mito senza tempo del grande cinema italiano si fa scudo d’arte e conquista le lettere dello Stato! Entra in circolazione da oggi, mercoledì 23 settembre 2026, lo straordinario francobollo commemorativo ufficiale emesso dal Ministero delle Imprese (MIMIT) e dedicato alla leggendaria diva Claudia Cardinale. Realizzato in 300.015 esemplari dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, il rettangolo dentellato tariffa B zona 1 mostra un travolgente ritratto fotografico della soprano dello schermo, interprete immortale del Gattopardo e di Sergio Leone. L’annullo primo giorno è attivo in totale gratuità logistica presso lo Spazio Filatelia di via delle Grazie a Roma, mentre le cartoline d’autore sono disponibili sul sito di Poste Italiane per sconfiggere l’isolamento digitale. Tutti i dettagli e i costi nel nostro articolo! 👇

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Claudia Cardinale

Roma – Un’icona di intramontabile splendore visivo, temperamento drammatico e fiera onestà intellettuale sbarca solennemente nei registri del collezionismo dello Stato, trasformando un piccolo rettangolo di carta gommata in un’autentica officina di memoria storica, risorsa terapeutica ed educazione permanente all’immagine. Il grande cinema d’autore e i volti della commedia all’italiana, quando si spogliano dei vecchi e polverosi cliché della finzione hollywoodiana di plastica e dei filtri artificiali degli smartphone, si riscoprono l’unico vero specchio trasparente capace di radiografare il carattere e l’evoluzione dei costumi della nostra penisola, offrendo alle famiglie e alle nuove generazioni un’oasi di spensieratezza colta. Nella giornata di oggi, mercoledì 23 settembre 2026, i locali monumentali del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) hanno tenuto a battesimo un’emissione filatelica dal dirompente valore civile: è ufficialmente disponibile per il pubblico il francobollo commemorativo dello Stato dedicato a Claudia Cardinale.

La sfolgorante carta valore postale, elargita sul mercato con una tiratura millimetrica e protetta di ben 300.015 esemplari unici distribuiti in fogli da quarantacinque pezzi ciascuno, appartiene alla categoria logistica della tariffa B zona 1. L’architettura e l’ingegneria del bozzetto grafico sono state interamente pianificate e curate con assoluto rigore filologico e saggistico dai maestri incisori del Centro Filatelico dell’Officina Carte Valori e Produzioni Tradizionali dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A.. Un’opera di squadra eccezionale e priva di filtri burocratici programmata per premiare il merito di un’attrice di razza andata già rubata negli occhi del mondo intero per la sua straripante intensità interpretativa e per i suoi soft skill espressivi, taccuino alla mano e passioni calde.

Dall’obiettivo fotografico alla leggenda di C’era una volta il West: i dettagli della vignetta

La vignetta del francobollo mostra un primo piano fotografico d’altissimo profilo artistico della divina Claudia Cardinale (nata a Tunisi nel 1938 e scomparsa nel 2025), una delle figure più emblematiche, colte e celebrate della cinematografia transnazionale. Simbolo immortale di eleganza innata, fascino mediterraneo e determinazione civile, la Cardinale ha prestato la propria carne e la propria voce a personaggi memorabili entrati a pieno titolo nella storia universale della settima arte, lavorando nei laboratori cinematografici dei più grandi registi dello Stato come Federico Fellini in Otto e mezzo, Luchino Visconti nel monumentale Il Gattopardo e Sergio Leone nello struggente capolavoro C’era una volta il West.

I dati tecnici del bulino parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi: il disegno d’avanguardia del francobollo blinda la postura fiera e spavalda dell’attrice, scacciando il torpore e le nevrosi della modernità liquida per offrire ai collezionisti un comfort funzionale perfetto. A completare l’ordito geometrico del rettangolo dentellato intervengono le legali scritte in totale trasparenza che recano la dicitura in lettere maiuscole del nome dell’artista, le date cronologiche del suo arco vitale, la scritta istituzionale dell’appartenenza allo Stato “ITALIA” e l’indicazione tecnica della sintonizzazione tariffaria. I Criteri di stampa rifiutano i moralismi commerciali per rimettere al centro il talento verace e la coesione sociale della cultura tricolore.

L’annullo primo giorno a via delle Grazie: info e scadenze per i collezionisti

La macchina organizzativa di Poste Italiane comunica che il solenne fischio d’inizio per la vidimazione dei primi documenti postali e delle buste primo giorno (FDC) si consumerà questa mattina a Roma. Lo speciale e attesissimo annullo primo giorno di emissione sarà stanziale e a disposizione gratuita dei passeggeri del sogno filatelico presso gli sportelli d’élite dello Spazio Filatelia Roma 1, situato precisamente nei locali restaurati di via delle Grazie 8, a ridosso delle mura del Vaticano. I controlli logistici sui database confermano che il timbro speciale riprodurrà i Criteri estetici della vignetta, per azzerare le nevrosi delle code al botteghino e garantire risposte flessibili alle richieste degli appassionati della provincia rionale.

Il francobollo e l’intera parata dei prodotti filatelici correlati e coordinati da Marco Iezzi — tra cui spiccano cartoline artistiche a tiratura limitata, tessere raccoglitrici in plastica biologica e bollettini illustrativi saggistici — saranno acquistabili in totale trasparenza a partire da oggi pomeriggio. I prodotti abboneranno i cittadini alla bellezza in tutti gli uffici postali dello Stato dotati di sportello filatelico e sul portale web della rete all’indirizzo filatelia.poste.it, un programma di prossimità nato per contrastare lo spopolamento culturale delle aree interne delle nostre province, limitando al massimo l’esodo della memoria storica. Questo fine settimana spegnete per un’ora gli smartphone e andate alle Poste: il volto di Claudia Cardinale vi aspetta a braccia aperte per ricordarvi che finché lo Stato saprà stampare la grande bellezza per difendere la memoria del talento, il domani della nostra nazione sarà per sempre un posto libero, protetto, fiero e profondamente umano.

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Salvo D’Acquisto nell’arte di Mario Vespasiani: il ritratto di un eroe senza tempo

Oggi l’Italia si ferma per non dimenticare uno dei gesti più alti della sua storia: il 23 settembre 1943 il vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto si sacrificò offrendo la propria vita per salvare 22 innocenti dalla fucilazione nazista. Per commemorare questa figura immensa, diventata “Venerabile” per la Chiesa e Medaglia d’Oro al Valor Militare, il maestro marchigiano dell’arte contemporanea Mario Vespasiani ha realizzato un dipinto straordinario, in grado di trasfigurare l’eroe in un simbolo senza tempo fatto di luce e colore. L’opera si inserisce in un nobile percorso civico dell’artista, che ha omaggiato anche il Generale Dalla Chiesa e la Virgo Fidelis, valendogli il conferimento di un premio da parte dell’Associazione Medaglie d’Oro d’Italia. Scopri come l’arte può difendere la Memoria Nazionale e trasmettere il coraggio alle nuove generazioni nel nostro esclusivo approfondimento 👇

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Salvo D'Acquisto

Roma – Il calendario della Repubblica Italiana è costellato di date scolpite nella pietra, giorni in cui il dolore e la tragedia si sono innalzati a vette di eroismo purissimo e ineguagliabile. Oggi, 23 settembre, la nazione intera e l’Italia che si rifiuta categoricamente di dimenticare le proprie radici, si ferma in un rispettoso silenzio per commemorare e onorare uno dei gesti più alti, altruisti e commoventi della sua travagliata storia recente.
Stiamo parlando dell’estremo e volontario sacrificio del vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto. Esattamente in questo stesso, fatidico giorno dell’ormai lontano e drammatico 1943, nella frazione di Torre di Palidoro, il giovane militare offrì deliberatamente e consapevolmente la propria vita, autoaccusandosi di un attentato che non aveva mai commesso, pur di riuscire a salvare da morte certa ben ventidue ostaggi civili innocenti, sottratti così alla cieca e spietata furia della rappresaglia nazista. In questa odierna giornata di profonda e doverosa memoria istituzionale e civile, assume tuttavia una rilevanza estetica e spirituale assolutamente straordinaria l’opera d’arte contemporanea che il giovane, apprezzatissimo e geniale maestro marchigiano Mario Vespasiani ha voluto dedicare proprio al grande eroe in divisa. Questo dipinto, intenso e magnetico, è diventato in brevissimo tempo un vero e proprio e ineludibile punto di riferimento visivo, culturale e valoriale per tutte le celebrazioni odierne organizzate da nord a sud della penisola.

L’opera del 2023: la luce morale e i colori vibranti del maestro marchigiano

Il bellissimo e struggente dipinto commemorativo, svelato in via ufficiale al pubblico e alla critica per la prima volta nel corso dell’anno 2023, conserva e sprigiona in ogni sua singola pennellata una potente e indiscutibile carica morale e spirituale, capace di scuotere l’animo di chiunque vi posi lo sguardo.
Attraverso l’utilizzo sapiente del suo inconfondibile, dinamico e originalissimo linguaggio pittorico (che si compone magistralmente di accostamenti cromatici audaci, contrasti netti e pennellate materiche e vibranti), il maestro Mario Vespasiani è riuscito in una vera e propria impresa artistica. È riuscito, cioè, a catturare e cristallizzare sulla tela l’essenza pura, cristallina ed esemplare di un giovane uomo di soli 22 anni che, nel fiore degli anni, avendo un’intera esistenza ancora davanti a sé, ha scelto consapevolmente e senza alcun rimpianto la tremenda via del martirio per amore del prossimo. La vivida luce che sembra emergere prepotentemente e irradiare dall’interno della tela sembra voler volutamente e metaforicamente trasfigurare la tradizionale divisa dell’Arma dei Carabinieri, elevando definitivamente la figura terrena di Salvo D’Acquisto, trasformandolo da semplice uomo vittima del suo tragico tempo storico a vero e proprio e incancellabile simbolo universale di altruismo disinteressato, purezza d’animo e coraggio civile.

Un trittico d’autore: dal generale Dalla Chiesa alla Virgo Fidelis

Oggi più che mai, specialmente in un’epoca dominata dal cinismo imperante e dalla preoccupante superficialità veicolata dai social network, l’opera su tela del maestro Vespasiani dimostra con forza inaudita come l’arte contemporanea, quando è autentica, sincera e svincolata dalle logiche puramente commerciali, possa realmente farsi gelosa custode della grande memoria storica nazionale.
Il magnifico ritratto del vicebrigadiere martire ne è, indubbiamente, l’esempio più fulgido e tangibile. Questo specifico lavoro pittorico, infatti, non rappresenta un episodio artistico isolato, ma costituisce il nucleo centrale e fondamentale di un nobile, profondo e articolato percorso artistico e civile intrapreso coraggiosamente dal maestro marchigiano negli ultimi anni. Un cammino etico e creativo che comprende, tra i suoi capolavori più amati, anche lo straordinario ritratto in omaggio al coraggio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa (vittima della mafia) e la commovente tela devozionale dedicata espressamente alla Virgo Fidelis, la celebre santa patrona e protettrice di tutti i Carabinieri d’Italia. Questo fil rouge pittorico e valoriale finisce inevitabilmente per confermare lo status di Mario Vespasiani come una delle voci artistiche italiane più sensibili, attente e predisposte nel saper dialogare in maniera paritetica, solenne e profonda con le massime Istituzioni dello Stato e con la complessa storia sociale della nostra amata Nazione.

Memoria storica, il titolo di Venerabile e la targa al Valor Militare

Celebrare oggi il sacrificio incommensurabile di Salvo D’Acquisto attraverso gli occhi esperti, la tavolozza cromatica e la grandissima sensibilità umana di Mario Vespasiani significa, all’atto pratico, compiere un gesto civico di enorme portata: significa sottrarre fisicamente il suo doveroso ricordo alla polvere, all’usura del tempo e alla retorica di rito.
Significa, per dirla in parole ancora più semplici, invitare tutti noi a guardare a quel giovane volto fiero e sereno non come a una semplice e sbiadita immagine proveniente da un tragico passato in bianco e nero, ma come a un inesauribile faro, una fonte di luce viva e terribilmente attuale, capace di parlare in maniera diretta, chiara e inequivocabile alle nuove generazioni di studenti. D’Acquisto ci ricorda costantemente la centralità di alcuni valori umani immutabili e inderogabili: il ferreo senso del dovere, lo sconfinato amore per il prossimo e l’instancabile difesa della dignità e della vita umana di fronte a qualsiasi barbarie. Proprio per la vastità morale del suo gesto supremo, il vicebrigadiere è stato ufficialmente riconosciuto, nel corso dell’anno 2025, come “Venerabile” da parte della Chiesa cattolica, oltre ad essere stato insignito in passato della massima onorificenza della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Ed è proprio in questo solco di grandissima rispettabilità istituzionale che si inserisce una delle convergenze più significative per l’artista: nel dicembre del 2023 è stata infatti consegnata, proprio nella storica e prestigiosa sede del M.O.V.M., una speciale targa onorifica al maestro Mario Vespasiani. Un premio prestigiosissimo, conferito espressamente dal Gruppo delle Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia, per riconoscere ufficialmente non solo i suoi altissimi meriti artistici, ma anche la sua incommensurabile e ammirevole levatura umana e patriottica.

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Andrea Pelliccia, il medico che cercava oltre la crisi

Mio padre, il professor Andrea Pelliccia, è stato un neuropsichiatra infantile, ricercatore universitario alla Sapienza di Roma e studioso dell’epilessia.
Ma ridurre la sua storia professionale a un elenco di incarichi, pubblicazioni e specializzazioni significherebbe raccontarne soltanto una parte.
La sua cifra scientifica, quella che oggi considero più importante, era la capacità di non fermarsi alla manifestazione della malattia, ma di cercare ciò che poteva trovarsi oltre la crisi.
L’epilessia, per lui, non era soltanto un fenomeno elettrico da registrare attraverso un elettroencefalogramma, né esclusivamente una diagnosi alla quale associare un farmaco.
Era una condizione complessa, soprattutto quando riguardava un bambino, e richiedeva di osservare la persona nella sua interezza.

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Valentina Pelliccia

La storia scientifica di un neuropsichiatra infantile italiano tra epilessia, ricerca, alimentazione, allergie e le prime esperienze con il cannabidiolo

Redazione-  Mio padre, il professor Andrea Pelliccia, è stato un neuropsichiatra infantile, ricercatore universitario alla Sapienza di Roma e studioso dell’epilessia.
Ma ridurre la sua storia professionale a un elenco di incarichi, pubblicazioni e specializzazioni significherebbe raccontarne soltanto una parte.
La sua cifra scientifica, quella che oggi considero più importante, era la capacità di non fermarsi alla manifestazione della malattia, ma di cercare ciò che poteva trovarsi oltre la crisi.
L’epilessia, per lui, non era soltanto un fenomeno elettrico da registrare attraverso un elettroencefalogramma, né esclusivamente una diagnosi alla quale associare un farmaco.
Era una condizione complessa, soprattutto quando riguardava un bambino, e richiedeva di osservare la persona nella sua interezza.
Questa impostazione emerge già dalla sua attività scientifica degli anni Novanta, quando Andrea Pelliccia partecipò a studi sull’epilessia pediatrica, sulla fotosensibilità e sulle forme di epilessia visivamente indotta, pubblicati anche su Epilepsia.
In quegli anni la ricerca neurologica pediatrica stava approfondendo il rapporto tra caratteristiche elettroencefalografiche, predisposizione individuale e manifestazioni cliniche.
Mio padre si muoveva all’interno di questo ambito con un interesse particolare per le forme dell’epilessia infantile e per ciò che poteva spiegare la variabilità delle crisi.
Un altro capitolo della sua attività scientifica riguarda il rapporto tra alimentazione, allergia e manifestazioni epilettiche.
È in questo contesto che si collocano i lavori realizzati insieme a Sonia Lucarelli, Tiziana Frediani e ad altri ricercatori del gruppo di Neuropsichiatria Infantile della Sapienza.
Nel 1997 venne presentato un lavoro su quattro bambini con epilessia parziale idiopatica nei quali era stata osservata un’evoluzione favorevole dopo l’eliminazione delle proteine del latte vaccino dalla dieta.
Nel 1999, sulla rivista Minerva Pediatrica, Pelliccia, Lucarelli, Frediani e i loro collaboratori pubblicarono il lavoro intitolato “Partial cryptogenetic epilepsy and food allergy/intolerance: a causal or a chance relationship? Reflections on three clinical cases”.
Già il titolo è significativo.
Non affermava dogmaticamente un rapporto causale, ma poneva una domanda scientifica: quello osservato nei pazienti rappresentava una relazione reale oppure una coincidenza?
Era esattamente il tipo di interrogativo che caratterizzava il metodo di mio padre.
Nel 2000 fu inoltre presentato a un congresso il caso di un bambino con epilessia parziale criptogenetica che aveva mostrato un miglioramento dopo una dieta priva di allergeni.
Nel 2001 arrivò un ulteriore contributo su Acta Neurologica Scandinavica, “Allergy and childhood epilepsy: a close relationship?”, realizzato da Tiziana Frediani, Sonia Lucarelli, Andrea Pelliccia e altri ricercatori.
Lo studio prendeva in esame bambini con epilessia e soggetti di controllo, valutando la presenza di manifestazioni allergiche nei bambini e nelle loro famiglie.
Nel 2004, sulla rivista Pediatria Medica e Chirurgica, venne pubblicato “Partial idiopathic epilepsy: recovery after allergen-free diet”.
Si trattava del caso di un bambino di nove anni nel quale la scomparsa delle manifestazioni epilettiche era stata osservata dopo l’introduzione di una dieta priva di proteine del latte vaccino.
Anche in questo caso, il valore scientifico del lavoro non sta nel trasformare un singolo caso in una verità universale.
Sta nell’avere formulato e documentato un’ipotesi clinica che meritava di essere studiata.
È una distinzione fondamentale, soprattutto quando si parla di medicina.
La ricerca procede anche attraverso osservazioni inattese, casi singoli, ipotesi controintuitive e domande che, prima di poter diventare conclusioni, devono essere sottoposte a verifica.
È proprio questa prudenza, a mio avviso, a rendere ancora più interessante il percorso scientifico di mio padre.
La stessa curiosità emerge negli studi sulle epilessie focali dell’infanzia e, in particolare, sull’epilessia rolandica.
Nel 2006 Andrea Pelliccia e i suoi collaboratori presentarono a Epilepsia un lavoro intitolato “Rolandic epilepsy: comparison of allergen-free diet and conventional treatments”.
Il lavoro confrontava bambini trattati con valproato, bambini trattati con carbamazepina e bambini sottoposti a dieta priva di allergeni.
È importante precisare un elemento che potrebbe generare un equivoco leggendo la sigla presente nella documentazione.
In quel lavoro, “CBZ” indicava carbamazepina, non cannabidiolo.
Il cannabidiolo, invece, viene indicato abitualmente con la sigla CBD.
E proprio il CBD rappresenta uno degli aspetti più sorprendenti e, per certi versi, più precoci della ricerca di mio padre.
Andrea Pelliccia si interessò infatti anche all’impiego dei cannabinoidi nelle epilessie pediatriche farmacoresistenti in un periodo nel quale l’argomento era ancora molto lontano dall’attenzione che avrebbe ricevuto negli anni successivi.
Nel 2005 presentò alla III Conference on Cannabinoids in Medicine dell’International Association for Cannabinoid Medicines, a Leiden, il contributo “Treatment with CBD in oily solution of drug-resistant paediatric epilepsies”.
Quella data, 2005, merita di essere ricordata.
Oggi il cannabidiolo è conosciuto anche attraverso farmaci autorizzati per alcune specifiche forme di epilessia farmacoresistente dell’infanzia.
All’epoca, invece, la situazione scientifica e regolatoria era profondamente diversa.
Mio padre si confrontò quindi con un territorio nel quale la ricerca clinica, l’esperienza terapeutica e gli ostacoli normativi si intrecciavano continuamente.
Un documento giornalistico dell’epoca racconta inoltre il suo interesse per l’utilizzo dei cannabinoidi in una bambina affetta da una forma grave di epilessia e riferisce di esperienze prima con il THC sintetico e successivamente con una soluzione contenente cannabidiolo.
Questa testimonianza va naturalmente distinta dalla letteratura scientifica sottoposta a revisione tra pari, ma è significativa per ricostruire storicamente la precocità del suo interesse verso il CBD.
Non è corretto trasformare quelle prime esperienze in una dimostrazione definitiva dell’efficacia terapeutica del cannabidiolo.
È corretto, invece, riconoscere che Andrea Pelliccia studiò e sperimentò precocemente un approccio che sarebbe diventato negli anni successivi oggetto di una ricerca internazionale molto più ampia.
La sua attività non si limitò all’alimentazione e ai cannabinoidi.
La sua produzione scientifica comprendeva anche studi sulle epilessie focali dell’infanzia, sulle epilessie occipitali, sulle manifestazioni visive, sulle relazioni tra sonno ed epilessia e su particolari sindromi epilettiche dell’età pediatrica.
Nel 2006, insieme a Pasquale Parisi, pubblicò su Developmental Medicine & Child Neurology una riflessione sul consenso diagnostico relativo alla sindrome di Panayiotopoulos.
Nel 2007 partecipò a uno studio pubblicato su Epilepsia dedicato a un caso di epilessia occipitale atipica dell’infanzia associata a una manifestazione emicranica.
Nel 2008 pubblicò inoltre con i suoi collaboratori un caso riguardante il rapporto tra apnea ostruttiva del sonno, trattamento con CPAP ed epilessia frontale notturna in un bambino.
Sempre nel 2008 partecipò a una ricerca epidemiologica sull’epilessia in una popolazione del Camerun.
Questi lavori restituiscono l’immagine di un medico che non considerava l’epilessia come un settore chiuso e immutabile, ma come un campo nel quale neurologia, neuropsichiatria infantile, genetica, sonno, metabolismo, alimentazione e ambiente potevano entrare in relazione.
È questo, probabilmente, l’aspetto della sua eredità scientifica che sento più vicino.
Mio padre non cercava semplicemente di classificare una crisi.
Cercava di capire il bambino che aveva davanti.
E questa differenza, in medicina, può cambiare completamente il modo di guardare una malattia.
Il documento intitolato “Rapporti tra alimentazione ed epilessia”, realizzato da Andrea Pelliccia, Sonia Lucarelli e Tiziana Frediani, si inserisce precisamente in questo percorso di ricerca.
La sua esatta collocazione editoriale originaria richiede ancora una verifica filologica sulle fonti bibliografiche e documentarie disponibili, ma il titolo e gli autori sono coerenti con una linea di studi che il gruppo aveva già sviluppato negli anni precedenti.
Non voglio attribuire a mio padre conclusioni che la letteratura scientifica non consente di attribuirgli.
Non voglio nemmeno trasformare una storia familiare in una celebrazione priva di rigore.
Vorrei fare qualcosa di più difficile e, proprio per questo, più rispettoso.
Vorrei restituire il percorso di uno scienziato attraverso le domande che ha avuto il coraggio di porsi.
Andrea Pelliccia apparteneva a una generazione di medici che lavorava quando molte delle possibilità terapeutiche oggi considerate normali erano ancora lontane dall’essere disponibili.
Ha studiato l’epilessia infantile quando l’osservazione clinica e l’elettroencefalografia rappresentavano strumenti fondamentali per comprendere la malattia.
Ha esplorato il possibile ruolo dell’alimentazione e delle allergie quando il rapporto tra intestino, immunità e sistema nervoso era ancora un terreno molto meno esplorato di oggi.
Ha rivolto la propria attenzione ai cannabinoidi quando il tema era scientificamente e culturalmente controverso.
E lo ha fatto mantenendo, almeno nei lavori che oggi possiamo ricostruire, la domanda al centro del percorso: capire se ciò che si osservava nei bambini potesse indicare una strada terapeutica diversa.
Per me, però, Andrea Pelliccia non è soltanto il nome che compare negli articoli scientifici.
È mio padre.
Ed è anche per questo che oggi sento la responsabilità di raccontarlo con precisione.
La memoria di uno scienziato non dovrebbe essere costruita soltanto attraverso gli aggettivi.
Dovrebbe essere ricostruita attraverso le domande che ha posto, i pazienti che ha seguito, i colleghi con cui ha lavorato, le ipotesi che ha formulato e le tracce che ha lasciato nella ricerca.
Quella di Andrea Pelliccia è una storia che merita di essere riletta proprio così.
Non come la storia di un uomo che aveva già tutte le risposte.
Ma come quella di un medico che continuava a cercare nuove domande quando gli altri avrebbero potuto accontentarsi di quelle già conosciute.
E forse è questa, oggi, la definizione che sento più vera per mio padre: un medico che cercava oltre la crisi.

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