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Sport

Nadia Battocletti nella leggenda dell’atletica: a Birmingham trionfa nei 10.000 ed è la prima donna nella storia a centrare la doppia doppietta. “La mia forza siete voi”

Semplicemente I-M-M-E-N-S-A! 🥇 🇮🇹 Nadia Battocletti riscrive la storia e ci fa impazzire d’orgoglio ai Campionati Europei di Birmingham 2026! Tre giorni dopo l’oro nei 5000 metri, la fuoriclasse trentina sbaraglia la concorrenza e vince anche la gara dei 10.000 metri (in 31’41″17). È un record PAZZESCO: Nadia è la PRIMA DONNA NELLA STORIA a conquistare la doppia doppietta in due edizioni europee consecutive (Roma 2024 e Birmingham 2026)! Bravissime anche le italiane Elisa Palmero e Federica Del Buono (rispettivamente 5° e 6°). Ma oltre alle gambe d’oro, c’è un cuore grande. L’intervista a caldo: “I record? Sono felice solo perché rendo felice la gente. Tanti anziani e bimbi mi scrivono che trovano la forza guardandomi. Ma la verità è che sono io che trovo la forza grazie a voi!”. Facciamo un applauso infinito alla regina d’Europa nel nostro articolo! 👇 💙

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Nadia Battocletti

Sport (Birmingham) – Ci sono campioni che vincono le medaglie e finiscono negli annali, e poi ci sono leggende viventi che riscrivono letteralmente i libri di storia, conquistando non solo i podi, ma anche il cuore di un’intera Nazione. Nadia Battocletti appartiene, senza ombra di dubbio, a quest’ultima e rarissima categoria di fuoriclasse. Sulla gloriosa pista di Birmingham 2026, la fuoriclasse trentina si è appena confermata l’indiscussa e assoluta regina d’Europa del mezzofondo prolungato, conquistando una monumentale medaglia d’oro nei 10.000 metri, ad appena tre giorni di distanza dal trionfo mozzafiato registrato nei 5.000 metri. Con questa clamorosa vittoria, il tricolore italiano sventola più alto che mai nel cielo britannico.

La regina d’Europa è ancora azzurra: un record storico e ineguagliabile

Ciò che ha compiuto Nadia Battocletti nella serata di Birmingham va ben oltre il semplice e pur straordinario gesto atletico, proiettandola direttamente nel gotha mondiale dell’atletica leggera femminile. Ripetendo l’esatta, trionfale impresa compiuta in casa, sotto il cielo magico di Roma 2024, la mezzofondista trentina è diventata la prima donna in assoluto nella storia dell’atletica continentale a centrare due formidabili doppiette (oro nei 5.000 e oro nei 10.000 metri) in due edizioni consecutive dei Campionati Europei. Una supremazia tecnica, fisica e tattica che al momento non conosce rivali nel vecchio continente e che testimonia una solidità mentale fuori dal comune.

La gara perfetta e i piazzamenti delle altre straordinarie azzurre

La gara dei 10.000 metri è stata un capolavoro di intelligenza tattica e gestione delle energie. Battocletti ha saputo attendere il momento propizio per sferrare l’attacco decisivo, imponendosi sul traguardo con il formidabile crono di 31’41″17. Un tempo che ha lasciato il vuoto alle sue spalle, costringendo alla resa due fortissime avversarie: la tenace olandese Maureen Koster (che si è dovuta accontentare della medaglia d’argento chiudendo in 31’45″76) e la belga Jana van Lent, che si è messa al collo la medaglia di bronzo fermando il cronometro sul 31’47″81.

Ma la serata magica di Birmingham non si esaurisce solo con l’oro di Nadia, confermando lo straordinario stato di salute di tutto il movimento del mezzofondo azzurro. Le altre atlete italiane in gara hanno infatti disputato una prova maiuscola: la bravissima Elisa Palmero ha conquistato uno splendido e prezioso quinto posto (32’00″06), seguita a ruota dalla grintosissima Federica Del Buono, che ha tagliato il traguardo in sesta posizione (32’01″42). Una vera e propria marea azzurra che ha inondato le prime posizioni della classifica europea.

L’intervista: “La vera vittoria è l’amore della gente”

Tuttavia, ciò che rende Nadia Battocletti una campionessa immensa, amata da milioni di italiani, non è soltanto la bacheca piena di ori europei, ma l’incredibile profondità del suo animo. Pochi minuti dopo aver tagliato il traguardo, ancora madida di sudore e con l’oro al collo, la ragazza trentina ha rilasciato dichiarazioni da brividi ai microfoni di Sky Sport: «Vi dico la verità, al di là dei risultati sportivi, ciò che mi rende davvero felice è riuscire a rendere felici le altre persone», ha confessato con il suo inconfondibile sorriso umile e luminoso.

«Ogni giorno mi scrivono centinaia di persone, dai bambini piccoli fino agli anziani. Molti di loro mi dicono che trovano la forza di superare le difficoltà della vita di tutti i giorni semplicemente guardandomi correre. Ma la verità», ha concluso l’azzurra emozionando l’intervistatore, «è che sono io a trovare la forza e il coraggio leggendo le loro parole».

Il simbolo di un’Italia che vince col sorriso

Nadia Battocletti è il volto pulito di uno sport fatto di fatica vera, sacrificio estremo e valori autentici. Mentre si gode il doppio tetto d’Europa a Birmingham, ci ricorda una lezione meravigliosa: le medaglie si possono vincere o perdere, i record sportivi sono fatti per essere prima o poi superati, ma l’amore, il rispetto e l’empatia che un’atleta riesce a trasmettere alla gente restano incisi nella memoria collettiva per l’eternità. Grazie, immensa Nadia!

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Sport

Prigionieri dello smartphone: come lo sport e il movimento consapevole riattivano il cervello dallo stress da iperconnessione. Parla lo psicologo Claudio Belardo

Smartphone e iperconnessione digitale: come l’eccesso di notifiche e intelligenza artificiale altera il cervello e disconnette il corpo. Lo psicologo clinico e dello sport Claudio Belardo spiega il legame tra dopamina dei social, cortisolo cronico e dissociazione corporea, indicando nel movimento consapevole la vera cura neurobiologica. Tutti i dettagli nell’articolo completo 👇

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Claudio Belardo

Roma – Mani incollate al display, occhi perennemente affaticati dalla luce blu degli schermi e una cascata ininterrotta di notifiche social, messaggi istantanei, email professionali e aggiornamenti algoritmici governati dall’intelligenza artificiale. L’umanità del ventunesimo secolo si trova imprigionata in una condizione di sovraccarico cognitivo e informativo permanente, che sta mettendo a durissima prova la resilienza biologica del sistema nervoso centrale. Questa iperattivazione cronica non genera soltanto stati diffusi di ansia, insonnia e calo dell’attenzione, ma alimenta una progressiva e alienante «disconnessione corporea»: una frattura silenziosa tra la mente, costantemente proiettata nel flusso immateriale del web, e i bisogni primari del corpo fisico. A fare chiarezza sulle dinamiche neuropsicologiche della dipendenza da smartphone e a indicare la via d’uscita terapeutica è il dottor Claudio Belardo, psicologo clinico e dello sport.

La trappola dell’iperconnessione: il sovraccarico informativo tra social e intelligenza artificiale

La rivoluzione digitale ha trasformato gli smartphone da utili strumenti di lavoro e comunicazione in veri e propri prolungamenti protesici della nostra identità biologica. La mediazione tecnologica è ormai pervasiva: dal risveglio al momento di coricarsi, il cervello umano viene bombardato da migliaia di micro-sollecitazioni sensoriali ogni ora, senza mai concedersi quegli intervalli di decompressione e noia feconda che hanno storicamente consentito alla specie umana di consolidare la memoria a lungo termine e stimolare la riflessione introspettiva.

L’integrazione sempre più capillare dell’intelligenza artificiale generativa nella vita quotidiana ha moltiplicato la velocità dei flussi lavorativi, cancellando ogni residuo confine tra tempo professionale e spazio privato. Questo stato di allerta costante attiva in modo anomalo l’amigdala e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, costringendo l’organismo a vivere in un perenne assetto di emergenza, come se dovesse difendersi da un predatore invisibile che non concede alcuna tregua.

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Il loop neurobiologico dello stress: dopamina da «like», cortisolo cronico e dissociazione corporea

Nel decodificare i processi cerebrali che alimentano la dipendenza dai dispositivi, il dottor Claudio Belardo punta il dito sul corto circuito biochimico orchestrato dalle piattaforme social: «L’esposizione prolungata e passiva agli schermi e la spasmodica ricerca di gratificazione digitale, legata ai meccanismi dopaminergici della ricompensa a intervalli variabili dei like, dei commenti e delle visualizzazioni, rischiano di allontanare progressivamente l’individuo dalla percezione consapevole del proprio corpo».

Questo meccanismo innesca una reazione tossica a catena: «La mancata corrispondenza tra l’iperstimolazione mentale e l’immobilità fisica favorisce un massiccio accumulo di cortisolo, il principale ormone dello stress, senza che l’organismo riesca a trovare una corretta via di scarico biologico e di autoregolazione somatica». L’individuo sperimenta così quella che la psicologia clinica definisce disconnessione propriocettiva: la mente naviga tra centinaia di video veloci e messaggi, mentre il corpo resta inchiodato alla sedia o al divano con muscoli contratti, respirazione toracica corta e tachicardia latente.

L’analisi clinica del dottor Claudio Belardo: superare il fallimento del «digital detox» passivo

La soluzione a questa spirale di logoramento non può risiedere nelle ricette semplicistiche del cosiddetto «digital detox» passivo. Spegnere semplicemente lo smartphone o imporsi ore di isolamento rigido genera spesso l’effetto opposto, alimentando la cosiddetta FOMO (Fear of Missing Out, la paura angosciosa di essere tagliati fuori) e un senso di vuoto che spinge rapidamente alla ricaduta.

«Il vero problema clinico – rimarca il dottor Belardo – non risiede affatto nello strumento tecnologico in sé, che conserva straordinarie potenzialità di sviluppo e connessione, ma nell’uso disfunzionale e inconsapevole che ne isola la mente dalle risposte somatiche e sensoriali primarie». Per disinnescare la dipendenza non basta sottrarre lo schermo: occorre sostituire il flusso virtuale con un’esperienza corporea reale, intensa e gratificante, capace di rimettere in dialogo il cervello con i muscoli, i polmoni e il battito cardiaco.

Il movimento come cura: come l’attività sportiva consapevole riprogramma il cervello

La risposta scientificamente più solida risiede nell’attività motoria consapevole e nello sport outdoor. L’esercizio fisico strutturato agisce come un potente mediatore neurochimico, capace di ristabilire l’equilibrio tra il sistema nervoso simpatico (deputato all’azione e all’allerta) e quello parasimpatico (deputato al recupero e alla quiete). Quando ci muoviamo, corriamo, nuotiamo o pratichiamo discipline a contatto con la natura, il cervello interrompe il loop della reattività digitale e rilascia endorfine, serotonina e BDNF (fattore neurotrofico cerebrale), che promuovono la neurogenesi e rigenerano la concentrazione.

«Muoversi con consapevolezza – conclude il dottor Claudio Belardo – non risponde soltanto a un banale bisogno di forma estetica o di benessere muscolare, ma offre alla mente quello spazio di silenzio e presenza indispensabile per smaltire il sovraccarico cognitivo accumulato». L’integrazione virtuosa tra scienze motorie, psicologia clinica e riscoperta della corporeità si afferma così come la frontiera più autorevole e necessaria per riappropriarsi del proprio tempo e tornare a vivere da uomini liberi, e non da prigionieri di un display.

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Sport

Sport inclusivo e disabilità, la Fondazione Baroni stanzia 400mila euro: al via il bando 2026 per l’autonomia e la ricerca a Roma e nel Lazio

La Fondazione G.B. Baroni ETS lancia il Bando 2026 stanziando 400mila euro a sostegno dell’autonomia e dell’inclusione per la disabilità motoria e neuromotoria a Roma e nel Lazio. Contributi fino a 40mila euro per sport inclusivi, assistenza e ricerca scientifica. Il presidente Giuseppe Signoriello: «Sosteniamo i progetti di vita». Requisiti e scadenze nell’articolo completo 👇

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Bandi Baroni Sport Inclusivo

Roma – Abbattere le barriere fisiche, culturali e burocratiche che ancora limitano la piena partecipazione sociale delle persone con disabilità motoria e neuromotoria, trasformando i principi di dignità e autodeterminazione in percorsi di vita concreti e duraturi. Con questo impegno etico e civile, la Fondazione G. B. Baroni ETS – Ente Filantropico ha annunciato il lancio ufficiale del Bando 2026, mettendo a disposizione un plafond complessivo di 400mila euro interamente destinato a finanziare progetti di inclusione sociale, promozione dello sport adattato, assistenza solidale alle famiglie fragili e ricerca scientifica d’avanguardia. L’iniziativa, radicata in modo prioritario nella Città Metropolitana di Roma Capitale e nell’intero territorio regionale del Lazio, si ispira direttamente ai dettami della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, riaffermando come la disabilità non sia un limite biologico isolato, bensì il risultato dell’interazione penalizzante tra la persona e gli ostacoli ambientali e relazionali che la società frappone al suo cammino.

La missione filantropica della Fondazione Baroni: 400mila euro per abbattere le barriere

Fondata nel lontano 1972, la Fondazione Giovan Battista Baroni rappresenta da oltre mezzo secolo uno dei pilastri più solidi della filantropia italiana nel campo del sostegno ai soggetti con lesioni e deficit neurologici e neuromotori, avendo destinato nella sua lunga storia oltre nove milioni di euro a iniziative benefiche e borse di ricerca. L’edizione 2026 del bando giunge in una fase storica di profonda trasformazione normativa, caratterizzata dall’attuazione della riforma della disabilità e dall’introduzione progressiva del Progetto di Vita individuale e personalizzato, concepito come un diritto esigibile per ciascun cittadino.

Le risorse stanziate mirano a fornire ossigeno e progettualità alle organizzazioni del Terzo Settore che operano quotidianamente sul campo, supportando la transizione verso un modello assistenziale che non consideri la persona con disabilità un mero fruitore passivo di cure, ma un protagonista a pieno titolo delle proprie scelte scolastiche, lavorative, sportive e relazionali, scongiurando il rischio dell’isolamento e della marginalità sociale.

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I tre pilastri del Bando 2026: sport inclusivo, assistenza sociale e ricerca scientifica

Il bando approvato dal consiglio direttivo della Fondazione articola il budget complessivo di 400mila euro su tre macro-direttrici d’intervento altamente specializzate. La prima area è dedicata agli «Sport inclusivi», con una dotazione di 125mila euro riservata ad associazioni sportive dilettantistiche (ASD), Onlus ed enti che impiegano l’attività motoria e la pratica sportiva paralimpica come insostituibile strumento terapeutico, relazionale e di aggregazione giovanile.

La seconda linea riguarda «Assistenza e solidarietà sociale», per la quale sono stanziati ulteriori 125mila euro. I contributi saranno erogati a favore di percorsi mirati all’autonomia abitativa, all’inserimento occupazionale, al sollievo dei caregiver familiari e all’abbattimento delle barriere digitali per persone in condizioni di particolare vulnerabilità socio-economica. Infine, ben 150mila euro saranno canalizzati verso la «Ricerca scientifica»: una leva strategica per sostenere studi clinici, protocolli riabilitativi sperimentali e l’adozione di ausili bioingegneristici avanzati capaci di contrastare gli esiti invalidanti di malattie rare o patologie neurologiche degenerative.

La visione del presidente Giuseppe Signoriello: «Sostenere il Progetto di Vita individuale»

A chiarire lo spirito civico che anima l’avviso pubblico sono le parole di Giuseppe Signoriello, Presidente della Fondazione Baroni: «La libertà di scegliere è la misura autentica della dignità di ogni persona. Oggi, mentre il Progetto di Vita individuale si fa strada nei territori preparandosi a diventare un diritto esigibile per tutti, sentiamo la responsabilità di continuare a contribuire in modo tangibile. I nostri bandi sono concepiti per finanziare percorsi su misura che nascono dall’ascolto empatico dei desideri di ciascuno: le risorse economiche acquistano un senso profondo soltanto quando si traducono in reali e tangibili opportunità di vita».

Signoriello pone inoltre l’accento sulla necessità di non lasciare sole le famiglie davanti alle novità introdotte dalla digitalizzazione sanitaria: «Il nuovo modello di accertamento della disabilità promette tempi più brevi e minori passaggi burocratici. Tuttavia, la semplificazione disegnata sulla carta non basta se non vi è nessuno che accompagni concretamente i nuclei familiari e gli enti nella transizione. La Fondazione intende fare la propria parte sostenendo chi rende luoghi, servizi e piattaforme online pienamente accessibili, affinché nessun diritto fondamentale si perda tra moduli, cavilli e procedure telematiche».

Requisiti RUNTS, contributi fino a 40mila euro e scadenze per presentare domanda

Al Bando 2026 possono candidarsi gli Enti del Terzo Settore regolarmente iscritti al RUNTS (Registro Unico Nazionale del Terzo Settore) e gli enti privati senza scopo di lucro costituiti e operanti negli ambiti previsti. Ciascuna proposta progettuale dovrà prevedere un budget di spesa non inferiore a 25mila euro e un cronoprogramma di svolgimento non superiore ai 12 mesi. Il contributo massimo a fondo perduto concedibile dalla Fondazione è fissato in 40mila euro a progetto, erogato per il 70 per cento entro un mese dalla sottoscrizione della convenzione e per il restante 30 per cento a saldo, previa verifica della rendicontazione finale.

Mentre i progetti di sport e assistenza dovranno svolgersi nell’area metropolitana di Roma o nel Lazio, le candidature per la ricerca scientifica sono aperte a organismi su scala nazionale. Le domande dovranno essere inviate telematicamente entro il 30 novembre 2026 attraverso il portale ufficiale www.fondazionebaroni.it nella sezione Bandi, trasmettendo la documentazione e la ricevuta di presentazione via PEC all’indirizzo info@pec.fondazionebaroni.it. La graduatoria dei progetti ammessi a finanziamento sarà resa nota entro il 31 gennaio 2027.

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Sport

Volley Carsoli, cuore, sacrifici e sogno playoff: l’intervista esclusiva alla coach Marilena Cimei tra Prima Squadra e Under 17

Il Volley Carsoli scalda i motori per una stagione ricca di sfide tra il debutto dell’Under 17 e la Prima Divisione. In questa intervista esclusiva, la coach Marilena Cimei svela i segreti del gruppo: nessun alibi contro le corazzate romane, valorizzazione dei talenti locali, sacrifici quotidiani e il sogno playoff. E per tutti gli atleti e gli appassionati di pallavolo, scoprite il pallone ufficiale Mikasa e le migliori protezioni sportive in offerta su Amazon. Leggete l’intervista integrale sul nostro giornale 👇

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Marilena Cimei

Carsoli – Entusiasmo contagioso, spirito di sacrificio e un senso di appartenenza che va ben oltre i confini del rettangolo di gioco. Il Volley Carsoli si appresta a vivere una stagione agonistica intensa e ricca di stimoli, forte di un progetto tecnico e umano che punta con decisione sulla valorizzazione dei talenti del territorio. Al timone di questa duplice avventura c’è Marilena Cimei, chiamata al gravoso ma stimolante compito di guidare sia la Prima Squadra nel campionato di Prima Divisione, sia la formazione giovanile Under 17, all’esordio assoluto nella categoria. Un impegno a trecentosessanta gradi che unisce la maturità delle atlete più esperte alla freschezza delle giovani promesse, affrontando a testa alta realtà sportive blasonate dei gironi romani. Abbiamo incontrato la coach per fare il punto sulla preparazione, sulle motivazioni del gruppo e sugli obiettivi stagionali.

Un unico grande gruppo tra settore giovanile e prima squadra

Allenare sia la Prima Squadra che l’Under 17 significa guidare la fascia più alta del nostro settore giovanile e la vetrina della società. Come riesci a gestire le esigenze di due gruppi così importanti?

«In realtà il mio obiettivo non è mai stato quello di gestire due gruppi separati. Molte ragazze dell’Under 17 sono già parte integrante della Prima Squadra: la vera sfida è quindi quella di creare un gruppo unico in cui ciascuna, a partire dalle più giovani, possa esprimersi al massimo e crescere costantemente. Chiaramente non mancano le difficoltà, soprattutto nel gestire età, impegni e stili di vita differenti. Fortunatamente il supporto delle mie compagne di squadra più esperte non manca: sono le prime a mettersi a disposizione delle più giovani, guidandole e incoraggiandole ogni giorno in palestra. Tutto questo funziona perché le ragazze, esattamente come la società, condividono un obiettivo unico: valorizzare il vivaio locale e dare spazio e fiducia alle nostre atlete ogni volta che se ne presenta l’opportunità».

La transizione verso la pallavolo delle grandi: tecnica e forza mentale

L’Under 17 rappresenta un momento cruciale di passaggio verso la pallavolo “dei grandi”. Su quali aspetti mentali e tecnici basi la preparazione delle atlete per questo salto?

«Essendo la nostra una realtà di paese, per molte di loro questo salto non è una novità assoluta: già dalla scorsa stagione diverse ragazze sono state inserite nella rosa della Prima Squadra e hanno risposto presente con grande maturità. Dal punto di vista tecnico il percorso è chiaro: lavorano sodo in palestra e il miglior modo per crescere è stare in campo e accumulare esperienza. La vera sfida è quella mentale: aiutarle a non avere paura del confronto, a gestire la pressione e a sentirsi a tutti gli effetti parte integrante di un gruppo di atlete più grandi. Con le ragazze ho un legame sincero, sono un punto di riferimento anche fuori dal campo, e questo crea una base solida di fiducia reciproca. Per me è proprio questa la chiave di volta: quando sanno che ogni scelta tecnica viene fatta per il bene della società ma con profondo rispetto per la crescita personale di ciascuna di loro, scendono in campo più serene, senza il timore di sbagliare o di sentirsi inadeguate».

Il valore del carattere e della grinta su ogni pallone

Quali sono le caratteristiche fondamentali che richiedi sempre alle tue giocatrici quando scendono in campo per una partita ufficiale?

«Come ripeto sempre alle ragazze, le partite si vincono durante la settimana con l’impegno, il sudore e la concentrazione in ogni singolo allenamento. In gara, quindi, non chiedo la giocata perfetta o qualcosa di puramente accademico, ma grinta, carattere e spirito di squadra. Sono fermamente convinta che una squadra meno perfetta tecnicamente, ma unita e determinata su ogni pallone, possa ottenere risultati incredibili rispetto a un gruppo di individualità eccellenti che però giocano ciascuna per conto proprio. Quello che pretendo è che siano una squadra vera, sempre: quando si vince e, soprattutto, quando si perde. Non si può vincere ogni partita; l’importante è saper riconoscere con razionalità il valore dell’avversario quando merita di più, accettare la sconfitta, rialzarsi insieme e tornare subito in palestra con la voglia di migliorarsi».

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La filosofia contro le corazzate romane: zero alibi e identità

Come definisci l’identità e la filosofia di gioco che cerchi di dare alle tue squadre durante la settimana?

«La nostra identità nasce dalla piena consapevolezza di chi siamo e delle sfide che affrontiamo. Nei campionati di Roma ci misuriamo regolarmente con realtà sportive che hanno bacini d’utenza, strutture e numeri con cui chiaramente non possiamo competere a livello numerico. Proprio per questo la nostra filosofia è chiarissima: massimizzare ciò che abbiamo, scendendo in campo senza cercare alcun alibi e dando sempre il cento per cento. Un esempio tangibile sono le ragazze più esperte della Prima Squadra, che negli anni hanno saputo reinventarsi in ruoli diversi pur di mettersi al servizio del collettivo nei momenti di necessità. È questa la mentalità vincente che cerco di trasmettere alle più giovani: lo spirito di sacrificio, la dedizione a una causa comune e l’amore viscerale per la pallavolo. Quando si varca la soglia della palestra, tutto ciò che non riguarda il gioco e la squadra deve restare rigorosamente fuori dalle righe del campo».

Superare la stanchezza: una seconda famiglia tra lavoro, studio e trasferte

Nel corso di un campionato lungo, come si gestiscono i momenti di difficoltà o i fisiologici cali di concentrazione?

«La stagione agonistica è lunga ed è inevitabile che arrivino momenti in cui le cose non girano per il verso giusto. La stanchezza e i cali fisiologici esistono, ma non ci hanno mai fermate. Penso alla Prima Squadra: parliamo di ragazze che mettono la sveglia alle 5 del mattino, chi stacca dal lavoro alle 20 di sera, le pendolari che macinano chilometri e chilometri ogni giorno sulle strade, gli esami universitari da preparare con scadenze serrate. Nonostante tutto questo enorme carico sulle spalle, quando si entra in palestra non si molla di un millimetro. È questo l’esempio concreto che vogliamo dare alle più giovani: quando c’è una passione vera, si trova sempre la forza di andare oltre la fatica e i sacrifici. Quanto ai momenti di sconforto, la risposta è una sola: quando la squadra diventa una seconda famiglia, il peso delle difficoltà si divide. La delusione dura poco e lascia subito spazio alla voglia di divertirsi insieme e di tornare a lavorare con il sorriso, cariche per la sfida successiva».

L’orgoglio di Carsoli e l’orizzonte playoff

Cosa significa per te rappresentare il Volley Carsoli su questi campionati e qual è il grande traguardo di questa stagione?

«Rappresentare il Volley Carsoli significa portare con orgoglio sul parquet i valori, la storia e la fiera determinazione della nostra comunità. Il grande obiettivo di questa stagione, come sempre, è la crescita costante delle ragazze. Per l’Under 17 sarà il debutto assoluto in questa categoria, ma le atlete hanno grinta da vendere e sono pronte a dimostrare tutto il loro valore sul campo. Per la Prima Squadra siamo al terzo anno in Prima Divisione in questo comitato: due stagioni fa abbiamo centrato una storica qualificazione ai playoff, mentre l’anno scorso ci sono sfuggiti davvero per un soffio. In piena sintonia con la società, abbiamo fatto scelte tecniche mirate a valorizzare e far maturare prima di tutto il settore giovanile, guardando oltre il mero risultato immediato. Sono convinta che investire sulla coesione del gruppo sia la strada migliore anche per raccogliere grandi soddisfazioni in classifica: continuando a lavorare sodo, chissà che la zona playoff non possa tornare a essere un traguardo ampiamente alla nostra portata anche quest’anno».

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