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Cultura

Le radici, il viaggio e l’anima Rom: la poesia di Ibraim Džemail “Scarabeo” ci insegna il senso profondo dell’identità

Il dolore, le radici e la grandezza del popolo Rom. Grazie ad Angela Kosta scopriamo la meravigliosa poesia di Ibraim Džemail! 📜 🌍 Ci sono popoli raccontati solo attraverso i pregiudizi, ed è per questo che la Poesia diventa uno strumento fondamentale per restituire loro dignità e voce! Oggi, grazie al preziosissimo lavoro di traduzione della scrittrice Angela Kosta, vi portiamo alla scoperta di Ibraim Džemail (noto come “Scarabeo”), il più importante e pluripremiato poeta contemporaneo della letteratura Rom! Nato in Macedonia e autore di decine di libri, quest’anno ha festeggiato i 45 anni di carriera entrando nell’Associazione degli Scrittori di Serbia. Le sue poesie sono un viaggio struggente nell’identità di un popolo eterno. In questi tre testi meravigliosi (che vi invitiamo a leggere), Džemail dialoga con Günter Grass ricordando “gli anni orribili” dei campi di sterminio, si rivolge all’India (madrepatria ancestrale di tutti i Rom) ricordando la bellezza dell’inno “Djelem Djelem”, e trasforma in versi la “Sinfonia della fame” di chi non ha mai smesso di camminare verso il futuro, nonostante le maledizioni e l’odio. Leggi la sua biografia e le tre poesie tradotte in italiano nel nostro articolo! 👇 📖 La cultura e la poesia abbattono ogni muro di odio razziale. Qual è il verso di queste poesie che vi ha colpito maggiormente dritto al cuore?

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Ibraim Džemail

Redazione – Esiste una letteratura capace di farsi carne, sangue e memoria. Una letteratura che non si limita a giocare con l’estetica delle parole, ma che si assume l’immane responsabilità di farsi portavoce di un intero popolo, della sua storia millenaria, delle sue tragedie taciute e della sua inestinguibile sete di libertà. È esattamente questa la missione umana e artistica che traspare dalla straordinaria produzione poetica di Ibraim Džemail (conosciuto nel panorama letterario con lo pseudonimo di “Scarabeo”), una delle voci più alte, potenti e significative della letteratura rom contemporanea, presentata oggi ai lettori italiani grazie al prezioso lavoro di cura e traduzione della scrittrice Angela Kosta.

Ibraim Džemail: 45 anni dedicati alla letteratura Rom

Nato a Skopje, nel cuore della Macedonia, e formatosi presso l’Accademia Pedagogica “San Clemente di Ocrida”, Ibraim Džemail ha trasformato la sua intera esistenza in un monumentale ponte culturale.
Il suo lungo e glorioso percorso letterario prende il via nel 1980 con la pubblicazione della raccolta “Scarabeo notturno”, per poi arricchirsi negli anni di opere fondamentali come “Ritorno alle radici” (2015), “Sentimenti arcaici”, “Dei sul rogo” e “Le chiavi del paradiso” (2018), fino ad arrivare alla recente fatica “Il sogno del passato”, presentata trionfalmente a Sarajevo nell’aprile del 2026 per celebrare i suoi 45 anni di carriera. Un cammino costellato di trionfi, tra cui spiccano ben due Premi alla Carriera, l’ingresso nell’Associazione degli Scrittori del Nord Reno-Westfalia e l’ammissione ufficiale (lo scorso 9 aprile 2026, in occasione della Giornata internazionale dei Rom) nell’Associazione degli Scrittori di Serbia (DPS).

Dal dolore alla poesia: il grido di un popolo in cammino

La poetica di Džemail è un meraviglioso, e a tratti doloroso, incontro frontale tra la memoria e il presente, tra le radici indiane del popolo Rom e il suo eterno, drammatico viaggio attraverso l’Europa. Leggere i suoi versi significa addentrarsi nelle ferite di un’etnia perseguitata e decimata dai pregiudizi, ma sempre capace di rialzarsi.
Di seguito, proponiamo tre delle sue liriche più intense e rappresentative, magistralmente tradotte in italiano da Angela Kosta. Nella prima, dedicata al Premio Nobel Günter Grass, il poeta invoca Dio per trovare risposte sugli “anni orribili” della persecuzione. Nella seconda, si rivolge con struggente nostalgia all’India (madrepatria ancestrale del popolo Rom), evocando il celebre inno “Djelem, djelem”. Nell’ultima, la “maledizione” della fame e della sofferenza si dissolve in un cammino aperto verso il futuro.

Tre poesie di Ibraim Džemail (Traduzione di Angela Kosta)

LA LETTERA DI GRASS A DIO
(A Günter Grass)

Günter Grass è deceduto!
Forse ha lasciato questo mondo
perché non era come lo immaginava,
eppure non morirà mai!

Mentre l’alba svaniva,
ho sognato di essermi svegliato
e, con sette paia di zurle e tamburi,
di aver seguito il Sole per addormentarmi.

Mentre nel fango camminavo
e nella terra desolata,
vidi la Notte:
non aveva occhi!

Ho acceso le lanterne
fatte di ciottoli bianchi.

Le zurle e i tamburi,
li sento lamentarsi!

Grass scrive una lettera a Dio
sui Rom!

Mi chiede:
«Arriverà la risposta?»

Sono nel nido sacro,
mi bagno al chiaro di luna.
Cerco di aprire la bocca,
ma ho perso la lingua!

Gli anni orribili
non sembravano essere passati!

Günter Grass e la sua pipa,
insieme agli Dei
che ardevano alla stazione,
sono i miei unici testimoni!
(Bruxelles, 2016)

OH, INDIA!

Tu conoscevi tutte le maledizioni,
India, nostra madre!
Eppure nessuno hai mai dannato!
Hai augurato pace e felicità a chiunque.

Noi, tuoi figli,
siamo stati sfoltiti dalla guerra
e dispersi in tutto il mondo.

I nostri passi possono raggiungere il cielo,
eppure le disgrazie ci minacciano continuamente!

Cantiamo:
«Djelem, djelem, lungone dromesa —
Maladilem e chache djenesa!»

«Cammino, cammino, per lunghe strade,
incontro persone belle e felici!»

Stiamo cantando,
eppure ci stanno profanando!

Stiamo danzando,
eppure ci stanno preparando il rogo!

Oh, India, madre della saggezza!

Manda loro Brgoy,
il nostro Dio del fuoco,
a lasciarli senza fiamma!

Lascia che Vaya,
il nostro Dio del vento,
li sconfigga!

Dì a Kama di preparare le frecce.

Lascia che insegni loro
l’amore e la saggezza!
(Skopje, 2018)

LA SINFONIA DELLA FAME

Ai nidi della Luna
abbiamo offerto la nostra pace.
Ma una maledizione primordiale
diffonde l’attesa.

Qualcuno
raccoglie la nostra sofferenza,
urlandoci contro.

Lei fugge, annaffiandola con il latte
lungo l’oscuro sentiero.

Con le nostre lacrime
abbiamo lavato il percorso,
bevendo il latte,
ed è tutto svanito,
tranne la maledizione.

Ci siamo fermati…
abbracciando un albero.

Abbiamo baciato la nostra ombra,
e la maledizione si è ammutolita.

La vita ci ha teso la mano,
perciò ci siamo rialzati,
attraversiamo il cammino.
Dove ci condurrà la strada,
lo vedremo!
(Traduzione: Angela Kosta)

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Cultura

Lingua arbëreshë, un patrimonio storico a rischio scomparsa: l’appello di Caterina Adduci a Radio Radicale per salvare l’identità italo-albanese

Ai microfoni di Radio Radicale, la studiosa Caterina Adduci, delegata culturale del Comune di Frascineto, lancia l’allarme sulla lingua arbëreshë: un patrimonio a rischio estinzione che richiede la riscoperta dell’uso in famiglia, docenti qualificati a scuola secondo la legge 482 e la definizione di una koinè comune senza snaturare l’identità italo-albanese. 👇

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Caterina Adduci

Frascineto (Cosenza) – Custode silenziosa di oltre cinque secoli di storia, ponte vivente tra le due sponde dell’Adriatico e monumento immateriale di straordinaria ricchezza etnica: la lingua arbëreshë rappresenta una delle gemme più preziose e originali del mosaico culturale italiano. Eppure, nonostante la secolare resilienza che ha consentito a decine di comunità del Mezzogiorno di preservare le proprie radici dopo l’epopea di Giorgio Castriota Scanderbeg nel XV secolo, questo patrimonio linguistico si trova oggi ad affrontare la sfida più ardua della sua esistenza: quella della sopravvivenza nell’era digitale e della trasmissione alle nuove generazioni.

A lanciare un accorato e documentato grido d’allarme è stata la dottoressa Caterina Adduci, studiosa della cultura italo-albanese e delegata alle politiche culturali, alle minoranze linguistiche e al patrimonio museale del Comune di Frascineto, incantevole borgo calabrese ai piedi del Pollino. Intervenuta ai microfoni della storica rubrica «Albania italianofona» di Radio Radicale, la studiosa ha tracciato un quadro lucido e senza sconti sulle criticità attuali, indicando le direttrici operative irrinunciabili per scongiurare l’estinzione di un idioma che definisce l’anima di intere comunità.

Il valore storico di Frascineto e la ferita della trasmissione familiare

Frascineto costituisce da sempre uno dei cuori pulsanti dell’Arberia: una comunità dove la lingua della tradizione si intreccia a una secolare spiritualità bizantina di rito greco, a costumi tradizionali intessuti d’oro e a una raffinata produzione letteraria che nei secoli ha formato docenti universitari, poeti e ricercatori. Tuttavia, come ha spiegato Caterina Adduci — cresciuta parlando arbëreshë in famiglia prima di laurearsi in albanese all’Università della Calabria —, il meccanismo naturale di passaggio generazionale ha subito un brusco rallentamento anche nelle roccaforti storiche.

Nel corso del secondo Novecento, complici i modelli omologanti della televisione di massa e un diffuso quanto errato pregiudizio pedagogico, molte famiglie hanno progressivamente smesso di parlare la lingua natia ai propri figli. Si temeva falsamente che il bilinguismo precoce potesse compromettere la padronanza della lingua italiana e penalizzare il percorso scolastico dei ragazzi. Il risultato di questa scelta è stato drammatico: una frattura comunicativa che oggi porta molti adolescenti a percepire l’arbëreshë quasi come una lingua straniera, privandosi di un capitale cognitivo ed identitario inestimabile.

Consigliato dalla Redazione
Linguistica & Tradizioni Storiche

Storia degli Arbëreshë: Lingua, Tradizioni e Identità delle Comunità Italo-Albanesi

Un viaggio affascinante tra documenti storici, canti popolari, rito bizantino e strutture grammaticali: il volume fondamentale per comprendere e tutelare l’eredità degli italo-albanesi.

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Scuola e legge 482/1999: il bisogno di docenti qualificati e continuità

Se la prima linea di difesa resta il focolare domestico — dove genitori e nonni hanno il dovere morale di continuare a parlare l’arbëreshë con orgoglio —, l’istituzione scolastica è il perno su cui deve fondarsi la rinascita dell’idioma. La studiosa ha richiamato l’importanza della Legge quadro n. 482 del 1999 sulle minoranze linguistiche storiche, evidenziando tuttavia i limiti con cui è stata spesso recepita sul territorio.

Adduci ha ricordato l’esperienza virtuosa dei primi anni Duemila con il progetto interregionale «Le quattro stelle del carro minore», che vide Frascineto lavorare a stretto contatto con altre storiche minoranze italiane quali i friulani, i griki del Salento e i walser della Valle d’Aosta. Quell’iniziativa pionieristica dimostrò la forza del dialogo interculturale, ma venne bruscamente interrotta con l’avvicendamento delle dirigenze scolastiche, evidenziando il tallone d’Achille della frammentazione progettuale.

Un nodo centrale riguarda l’assenza di una specifica classe di concorso e di un profilo professionale dedicato all’insegnamento dell’arbëreshë. «Conoscere la lingua materna non significa automaticamente saperla insegnare», ha ribadito la studiosa, sollecitando percorsi di formazione didattica universitaria specialistica, libri di testo moderni e risorse economiche stabili per garantire corsi continuativi fin dalla scuola dell’infanzia.

La sfida della standardizzazione e il divario con l’albanese di Tirana

Un capitolo di straordinario interesse scientifico affrontato nell’intervista riguarda la dialettologia interna dell’Arberia e il rapporto con l’albanese standard. L’arbëreshë è frammentato in decine di varianti locali distribuite tra Calabria, Sicilia, Basilicata, Puglia, Molise e Campania. Questa polifonia è una ricchezza antropologica, ma complica la redazione di manuali scolastici uniformi e la comunicazione nei media.

La proposta di Caterina Adduci è l’istituzione di una commissione autorevole di linguisti incaricata di definire una koinè condivisa per i testi didattici e per le trasmissioni radiotelevisive (come quelle curate dalla sede regionale di Rai Calabria), salvaguardando al contempo le sfumature vernacolari dei singoli paesi.

Altrettanto netta è la distinzione tracciata rispetto all’albanese standard dei Balcani. Sebbene condividano il medesimo ceppo tosco arcaico, le due lingue hanno imboccato binari evolutivi profondamente diversi: mentre l’albanese contemporaneo ha subito le stratificazioni dell’occupazione ottomana e le riforme dell’Accademia delle Scienze di Tirana del 1972, l’arbëreshë ha conservato arcaismi fonetici unici, innestando su di essi prestiti dai dialetti romanzi e dall’italiano. Insegnare la lingua standard d’Oltreoceano non equivale quindi a tramandare l’arbëreshë, la cui unicità risiede precisamente in questa contaminazione secolare.

La responsabilità condivisa tra Italia e Albania per il futuro

In chiusura dell’intervista, Caterina Adduci ha rivolto un appello corale alle istituzioni repubblicane, al Ministero dell’Istruzione e della Cultura e alla diplomazia albanese per coordinare una strategia di cooperazione accademica e finanziaria permanente. La tutela delle minoranze linguistiche non può ridursi a mere celebrazioni folkloristiche o sagre di paese una volta all’anno, ma deve tradursi in politiche pubbliche coraggiose.

Salvare l’arbëreshë significa scongiurare la perdita irrimediabile di un patrimonio che appartiene a tutti gli italiani, testimonianza vivente di un’accoglienza che nel Rinascimento seppe trasformare l’esilio in una splendida e feconda civiltà dell’incontro.

 

Intervista di Artur Nura

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Cultura

«Scriviamo più che mai, ma stiamo ancora leggendo?»: la riflessione di Menda Vreto sull’illusione dei social e la riscoperta della lentezza

Nell’era dei social e dell’attenzione frammentata, Menda Vreto si interroga sul valore della lettura profonda: il piacere di fermarsi e seguire un pensiero fino in fondo oltre le metriche dei like, riscoprendo il legame vitale tra chi scrive con verità e chi legge in silenzio. 👇

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Libro

Roma – C’è stato un tempo non troppo lontano in cui salire su un treno per un viaggio di lavoro o passeggiare tra i viali alberati di un parco cittadino significava imbattersi in un paesaggio umano profondamente diverso da quello odierno. Bastava volgere lo sguardo intorno per scorgere decine di viaggiatori con un libro aperto tra le mani, assorti tra le pagine di un romanzo, intenti a sfogliare le colonne di un quotidiano cartaceo o seduti su una panchina a contemplare la quiete circostante. Ognuno appariva custodito all’interno del proprio universo interiore, momentaneamente al riparo dalla fretta, dai rumori della città e dall’ansia della prestazione quotidiana.

Oggi quel paesaggio si è radicalmente metamorfizzato. Nelle carrozze ferroviarie come nei giardini pubblici, gli sguardi sono quasi monopolizzati dai bagliori degli schermi retroilluminati degli smartphone: c’è chi ascolta musica con le cuffie, chi scrolla compulsivamente la bacheca di un social network, chi risponde a raffiche di notifiche e chi consuma brevi frammenti testuali in pochi secondi. Da questo contrasto visivo ed esistenziale nasce la densa riflessione firmata da Menda Vreto, che pone un interrogativo scomodo e necessario per il nostro tempo: «Mentre scriviamo e condividiamo continuamente pensieri sui social, troviamo ancora il tempo di leggere davvero?». Un tema che interpella direttamente il dibattito contemporaneo su cultura, libri e trasformazioni sociali.

La dittatura dell’istante contro la pazienza della pagina scritta

L’analisi di Vreto rifugge con intelligenza dalla trappola della nostalgia fine a se stessa: il passato non era necessariamente migliore, né chi legge pochi volumi possiede per definizione minore sensibilità o intelligenza. La rivoluzione digitale ha democraticizzato l’accesso al sapere: oggi è possibile scaricare un’opera classica in un istante, consultare saggi internazionali o ascoltare audiolibri durante gli spostamenti quotidiani. Il vero mutamento ontologico non risiede nel supporto materiale (carta o pixel), bensì nel tempo qualitativo che concediamo alle parole.

Sulle piattaforme social la fruizione è guidata dalla frenesia: l’attenzione salta in una frazione di secondo da un’immagine a un commento sarcastico, da un flash d’agenzia a un video virale. Si consumano frasi isolate, slogan e sentenze perentorie. Al contrario, un libro impone un patto radicale con il lettore: esige la sospensione della fretta, richiede la disponibilità a seguire un ragionamento articolato dall’inizio alla fine, accetta il dubbio e costringe a fare i conti con la complessità del reale, recuperando quel valore della riflessione e del silenzio interiore che la velocità tecnologica tende costantemente a erodere.

Consigliato dalla Redazione
Sociologia & Cultura Digitale

La Civiltà della Fretta: Sociologia del Tempo e Lettura Profonda

Un saggio illuminante sull’era dell’attenzione frammentata: come ritrovare la concentrazione, difendere lo spazio del pensiero critico e riscoprire il valore della lettura lenta.

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L’inganno delle metriche: il valore segreto dei lettori silenziosi

Uno dei passaggi più profondi e fecondi del testo riguarda l’illusione ottica creata dagli algoritmi dei social media. Quando pubblichiamo una riflessione online, siamo immediatamente bombardati da contatori numerici: visualizzazioni, condivisioni, cuori e commenti. Ma questi numeri descrivono soltanto la superficie quantitativa dell’interazione, non la sua risonanza emotiva o intellettuale:

«Una persona può lasciare un like superficiale dopo aver scorso distrattamente due righe, mentre un’altra può leggere ogni singola parola in silenzio, senza lasciare alcun commento pubblico, e custodire quel pensiero dentro di sé per l’intera giornata. Il valore di ciò che scriviamo non può essere ridotto a una metrica di vanità: un testo letto da pochi può seminare una trasformazione indelebile, mentre un post ultra-condiviso viene spesso inghiottito dall’oblio dopo pochi minuti».

Scrivere, osserva Vreto, non dovrebbe mai trasformarsi in una caccia affannosa al consenso o alla visibilità algoritmica, bensì rimanere un atto di sincerità e responsabilità etica. Nello stesso tempo, anche la reattività emotiva con cui oggi si interviene nel dibattito pubblico merita una pausa: basta una provocazione o una notizia non verificata per scatenare reazioni furiose. Eppure, sentire un’emozione istintiva e comprendere la dinamica profonda di un evento sono due processi cognitivi radicalmente diversi.

Leggere per cambiare idea: il patto indispensabile tra scrittura e ascolto

In questo scenario di sovraccarico informativo continuo, la lettura assume la funzione civile di un antidoto democratico. Leggere ci costringe a decentralizzarci, a guardare il mondo attraverso gli occhi di chi ha vissuto in epoche remote o proviene da contesti opposti ai nostri. Non si legge per esibire un’erudizione posticcia o per certificare un presunto status culturale, ma per coltivare la virtù più preziosa: la curiosità instancabile e la disponibilità ad ammettere i propri limiti intellettuali, fino ad avere il coraggio di cambiare opinione.

In conclusione, scrittura e lettura si confermano due polarità inscindibili della stessa esperienza umana: affidiamo alle parole le nostre inquietudini e le nostre speranze affinché, attraverso lo sguardo generoso e paziente del lettore, esse possano assumere significati inediti e fecondi. Fermarsi, aprire un libro o dedicarsi a un testo fino in fondo non è un nostalgico ritorno al passato, ma l’unico modo autentico per abitare il presente con consapevolezza e libertà interiore.

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Cultura

«I custodi del potere», a Roma il sequestro di un politico scatena il caos: l’Italia travolta dal nuovo political thriller di G. L. Barone

Un commando armato rapisce un deputato a Trastevere e l’Italia scivola nel caos: esce «I custodi del potere», l’atteso political thriller di G. L. Barone per Indomitus Publishing. Intrighi di palazzo, servizi segreti e le oscure trame dell’élite dei Tredici. 👇

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I custodi del potere,cover

Roma – Un commando armato che fa irruzione in un affollato ristorante di Trastevere, sparatorie nel cuore della Capitale e il rapimento fulmineo di un influente parlamentare della Repubblica. Si apre con un ritmo cinematografico e mozzafiato «I custodi del potere», il nuovo attesissimo political thriller di G. L. Barone pubblicato da Indomitus Publishing. Con questa nuova opera, l’autore riporta i lettori nell’universo narrativo de «I Tredici», la fortunata saga geopolitica tra le più seguite del panorama cospirazionista italiano, capace di intrecciare fantapolitica, spionaggio istituzionale e le ombre inquietanti del Deep State.

La vicenda prende il via quando l’onorevole Roberto Canova viene strappato alla vita civile sotto gli occhi attoniti della giornalista d’inchiesta Allegra Leone, proprio nell’istante in cui l’uomo stava per chiederle di sposarlo. Miracolosamente scampata all’agguato, la donna rientra nel proprio appartamento trovandolo completamente devastato: chi ha ordinato il sequestro di una figura chiave del Parlamento? E soprattutto, che cosa stanno cercando con tanta spietata determinazione proprio tra gli effetti personali della reporter?

Dal cuore di Roma alle ville del Gargano: la caccia a un nemico invisibile

Mentre il Paese precipita in una crisi istituzionale senza precedenti e l’opinione pubblica invoca a gran voce l’uomo della provvidenza per scongiurare il collasso democratico, Allegra si ritrova completamente isolata di fronte a una cospirazione di scala internazionale. Per tentare di salvare l’onorevole Canova, la giornalista è costretta a riallacciare i rapporti con Lorenzo Fossati, l’ex magistrato che riteneva di aver chiuso per sempre i conti con il proprio passato, e con Eva, una figura enigmatica depositaria di segreti indicibili.

Il rapimento del politico non è infatti un fatto isolato, bensì la prima mossa di un domino globale destinato a stravolgere gli equilibri dell’intera Europa. Dalle stanze ovattate dei palazzi romani fino ai bunker blindati sulle scogliere del Gargano, il cammino dei protagonisti si incrocia con quello dell’enigmatico agente dei servizi segreti Modigliani. In un labirinto di specchi dove ogni alleato può rivelarsi un traditore e ogni certezza nasconde una trappola mortale, il nemico da abbattere porta un nome che evoca i vertici di una cupola invisibile: i Tredici, un’oligarchia senza volto pronta a riscrivere il destino dell’Italia, arricchendo il dibattito sulle novità editoriali e grandi uscite letterarie del panorama contemporaneo.

Consigliato dalla Redazione
Bestseller Thriller & Spionaggio

I custodi del potere – G. L. Barone (Indomitus Publishing)

Il nuovo avvincente political thriller della saga “I Tredici”: intrighi di palazzo, servizi segreti e una crisi di governo che tiene col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Disponibile in formato Kindle, Kindle Unlimited e copertina flessibile.

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Novità Editoriale Ottobre 2026

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L’interrogativo dell’autore: «Chi governa davvero chi ci governa?»

A spiegare la genesi e il retroterra concettuale dell’opera è lo stesso scrittore G. L. Barone, che affonda le radici della trama nelle inquietudini della contemporaneità: «L’idea da cui nasce “I custodi del potere” è una domanda che, negli ultimi anni, mi sono posto sempre più spesso. Vediamo quasi ogni giorno decisioni che ricadono sulla vita quotidiana di milioni di persone e che non sempre è facile comprendere fino in fondo: le scelte sulle armi e sui conflitti bellici, le sanzioni internazionali, le oscillazioni dei costi energetici e le recenti ripercussioni legate alla crisi dello Stretto di Hormuz».

«Da scrittore mi sono fatto la domanda più scomoda: e se non capissimo certe decisioni semplicemente perché chi le prende non risponde soltanto agli interessi del proprio Paese e dei propri cittadini, ma anche a quelli di qualcun altro?», prosegue Barone. «Nel romanzo immagino l’esistenza di un potere economico e finanziario gigantesco, che non si presenta alle elezioni, non compare nei notiziari e non occupa poltrone istituzionali, ma è capace di influenzare la politica senza mai apparire. Con gli ingredienti amati dai lettori – sparatorie, omicidi, rapimenti e indagini serrate – ho cercato di raccontare chi muove i fili dietro le quinte».

Sulla medesima linea si colloca il commento dell’editore Davide Radice di Indomitus Publishing: «La saga ha costruito il proprio fedele pubblico su un ritmo serrato, paragonabile al binge-watching delle grandi serie tv, e su intrecci di poteri forti e minacce globali sulla scia di maestri internazionali come Dan Brown, Tom Clancy e James Rollins, ma conservando un’ambientazione geografica italiana ed europea rigorosa, minuziosa e credibile. Questo nuovo capitolo spinge la tensione al massimo livello sul terreno dello spionaggio istituzionale».

Dati tecnici e profilo dell’autore G. L. Barone

Il romanzo, composto da 334 pagine ricche di colpi di scena, è disponibile dal 15 ottobre 2026 sia in formato digitale eBook (incluso nel catalogo Kindle Unlimited) sia in versione cartacea in libreria e su tutti i principali store online.

Nato a Varese nel 1974 e laureato in Giurisprudenza, G. L. Barone è una delle firme più solide e apprezzate della narrativa d’avventura italiana. Nel corso della sua carriera ha firmato numerosi bestseller per Newton Compton, tra cui «La cospirazione degli Illuminati», «Il sigillo dei tredici massoni», «La chiave di Dante» e la celebre saga del «Codice Fenice», oltre a «Il falso Messia» con AltreVoci. Tradotte in inglese, spagnolo e portoghese e distribuite in oltre venti Paesi, le sue storie continuano a conquistare migliaia di appassionati grazie alla perfetta fusione tra rigore documentale, mistero e pura adrenalina narrativa.

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