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Cultura

Le parole che salvano l’anima: intervista a Giuseppe Storti, l’avvocato-scrittore che dà voce alle periferie umane

“Chi legge avrà vissuto 5000 anni”: la meravigliosa intervista ad Angela Kosta allo scrittore e giurista Giuseppe Storti, l’uomo che dà voce a chi non ce l’ha! 📚 ⚖️ C’è chi usa le parole per fare rumore, e chi le usa per salvare l’anima delle persone. Giuseppe Storti appartiene senza dubbio a questa seconda, rarissima categoria. In una splendida intervista rilasciata ad Angela Kosta, Storti racconta la sua incredibile tripla vita: Avvocato amministrativista, giornalista dal 1982 e scrittore pluripremiato! Tre mondi che lui fa dialogare in modo perfetto. Al centro della sua letteratura ci sono le “periferie umane”: le storie di chi sta ai margini. Il suo libro “Con orgoglio, da Scampia” ha fatto incetta di premi nazionali proprio perché ha saputo guardare oltre i soliti cliché criminali, raccontando la voglia di riscatto sociale della povera gente! E poi le malattie rare (con il racconto Rara Avis) e l’inclusione scolastica: la scrittura per Storti è una missione civile. A gennaio 2026 è uscito il suo ultimo commovente romanzo, “Le vie del cuore – Perdersi per ritrovarsi” (Astra Editori), la storia di un avvocato napoletano alle prese con un amore impossibile nato sui banchi di scuola e spazzato via da un tragico destino. E ai giovani scrittori Storti lascia un consiglio d’oro: “Studiate, abbiate umiltà e non cercate subito il successo. Costruite prima la vostra voce!”. Leggi i passaggi più belli della sua intervista nel nostro articolo! 👇 📖 Qual è il libro che avete letto che vi ha “cambiato la vita” facendovi emozionare di più?

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Giuseppe Storti

Redazione – Esistono figure professionali in grado di attraversare mondi apparentemente distanti tra loro, unendo il rigore della logica all’immensa profondità delle emozioni umane. Giuseppe Storti è senza dubbio una di queste figure: giurista di grande spessore (avvocato specialista in Diritto Amministrativo), giornalista di lunghissimo corso (iscritto all’Albo dal 1982 e firma storica de Il Mattino di Napoli) e scrittore pluripremiato. Tre vite distinte, ma tenute saldamente insieme da un unico, potentissimo filo conduttore: il peso, la responsabilità e la bellezza della Parola.
La scrittrice e intervistatrice Angela Kosta lo ha incontrato per un dialogo intimo e profondo, capace di svelare i segreti della sua prolifica produzione letteraria e il suo viscerale attaccamento agli “ultimi” e alle tematiche del riscatto sociale.

Diritto, giornalismo e letteratura: tre mondi in dialogo

Rispondendo alle domande di Angela Kosta su come riesca a far convivere tre professioni così diverse, Storti ha offerto una chiave di lettura meravigliosa: «La scrittura e la comunicazione rappresentano strumenti fondamentali di conoscenza. Il diritto mi ha insegnato il valore della precisione e della responsabilità della parola; il giornalismo mi ha insegnato a osservare la realtà e a raccontarla; la letteratura, invece, mi permette di esplorare l’animo umano e di dare voce a emozioni, esperienze e problematiche sociali. Vivere queste tre dimensioni significa farle dialogare tra loro per costruire un percorso unitario di ricerca e conoscenza».

Oltre il pregiudizio: il miracolo di Scampia e le fragilità

Uno dei temi centrali della produzione letteraria di Giuseppe Storti (consacrata dal grande successo del libro “Con orgoglio, da Scampia”, uscito a gennaio 2024 e pluripremiato) è l’attenzione spasmodica verso le periferie esistenziali.
«Le periferie non sono soltanto luoghi geografici: possono essere condizioni dell’anima», ha spiegato lo scrittore ad Angela Kosta. «Scampia è spesso raccontata attraverso stereotipi negativi. Io ho voluto guardare oltre, raccontando le persone, le loro difficoltà e soprattutto la possibilità di un riscatto. La letteratura può raggiungere il cuore delle persone in maniera diversa rispetto a un semplice articolo. Raccontare una storia significa permettere al lettore di immedesimarsi. Per questo considero la scrittura uno strumento di sensibilizzazione civile, come ho fatto con i miei racconti sulle malattie rare (Rara Avis) o sull’inclusione scolastica (Professori si nasce, non si diventa), temi che riguardano la dignità della persona e ci ricordano quanto sia importante non lasciare mai indietro nessuno».

Il nuovo romanzo: “Le Vie del Cuore” e gli amori impossibili

L’inarrestabile vena creativa dell’autore ha portato alla pubblicazione, nel gennaio 2026, della sua quarta opera letteraria, edita da Astra Editori: “Le vie del cuore – Perdersi per ritrovarsi”. Un romanzo struggente che ruota attorno alla figura di Giuseppe Ingenito, un avvocato di successo di Napoli che custodisce nel petto, come una sacra reliquia, il segreto doloroso di un grande e unico amore nato sui banchi di scuola e spazzato via da un tragico destino. Ma, come ci ricorda l’autore, “le vie del cuore seguono percorsi imperscrutabili” e il protagonista andrà incontro a un nuovo, strano amore capace di cambiargli totalmente la vita, confermando la celebre massima di Ferzan Özpetek: “Gli amori impossibili non finiscono mai, sono quelli che durano per sempre”.

Il messaggio ai giovani: “Leggere per vivere 5000 anni”

La lunga e ricca bacheca di premi letterari ottenuti da Storti negli ultimi anni (culminati con i recentissimi riconoscimenti del luglio 2026 al Concorso Internazionale di Logopesole) non hanno minimamente intaccato la sua umiltà, qualità che cerca di trasmettere alle nuove generazioni.
A conclusione della splendida intervista di Angela Kosta, Giuseppe Storti lancia infatti un monito ai giovani che vogliono avvicinarsi alla scrittura in questa epoca dominata dai social e dalla velocità estrema: «La tecnologia offre strumenti straordinari, ma non può sostituire il pensiero. Ai giovani dico di leggere, osservare e non avere paura di raccontare ciò che sentono. La scrittura richiede pazienza e umiltà. Non bisogna cercare immediatamente il successo: bisogna prima costruire la propria voce».
E sul valore inestimabile della lettura, lo scrittore si affida a una massima eterna di Umberto Eco, diventata la sua bussola di vita: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni”.

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Cultura

Le radici, il viaggio e l’anima Rom: la poesia di Ibraim Džemail “Scarabeo” ci insegna il senso profondo dell’identità

Il dolore, le radici e la grandezza del popolo Rom. Grazie ad Angela Kosta scopriamo la meravigliosa poesia di Ibraim Džemail! 📜 🌍 Ci sono popoli raccontati solo attraverso i pregiudizi, ed è per questo che la Poesia diventa uno strumento fondamentale per restituire loro dignità e voce! Oggi, grazie al preziosissimo lavoro di traduzione della scrittrice Angela Kosta, vi portiamo alla scoperta di Ibraim Džemail (noto come “Scarabeo”), il più importante e pluripremiato poeta contemporaneo della letteratura Rom! Nato in Macedonia e autore di decine di libri, quest’anno ha festeggiato i 45 anni di carriera entrando nell’Associazione degli Scrittori di Serbia. Le sue poesie sono un viaggio struggente nell’identità di un popolo eterno. In questi tre testi meravigliosi (che vi invitiamo a leggere), Džemail dialoga con Günter Grass ricordando “gli anni orribili” dei campi di sterminio, si rivolge all’India (madrepatria ancestrale di tutti i Rom) ricordando la bellezza dell’inno “Djelem Djelem”, e trasforma in versi la “Sinfonia della fame” di chi non ha mai smesso di camminare verso il futuro, nonostante le maledizioni e l’odio. Leggi la sua biografia e le tre poesie tradotte in italiano nel nostro articolo! 👇 📖 La cultura e la poesia abbattono ogni muro di odio razziale. Qual è il verso di queste poesie che vi ha colpito maggiormente dritto al cuore?

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Ibraim Džemail

Redazione – Esiste una letteratura capace di farsi carne, sangue e memoria. Una letteratura che non si limita a giocare con l’estetica delle parole, ma che si assume l’immane responsabilità di farsi portavoce di un intero popolo, della sua storia millenaria, delle sue tragedie taciute e della sua inestinguibile sete di libertà. È esattamente questa la missione umana e artistica che traspare dalla straordinaria produzione poetica di Ibraim Džemail (conosciuto nel panorama letterario con lo pseudonimo di “Scarabeo”), una delle voci più alte, potenti e significative della letteratura rom contemporanea, presentata oggi ai lettori italiani grazie al prezioso lavoro di cura e traduzione della scrittrice Angela Kosta.

Ibraim Džemail: 45 anni dedicati alla letteratura Rom

Nato a Skopje, nel cuore della Macedonia, e formatosi presso l’Accademia Pedagogica “San Clemente di Ocrida”, Ibraim Džemail ha trasformato la sua intera esistenza in un monumentale ponte culturale.
Il suo lungo e glorioso percorso letterario prende il via nel 1980 con la pubblicazione della raccolta “Scarabeo notturno”, per poi arricchirsi negli anni di opere fondamentali come “Ritorno alle radici” (2015), “Sentimenti arcaici”, “Dei sul rogo” e “Le chiavi del paradiso” (2018), fino ad arrivare alla recente fatica “Il sogno del passato”, presentata trionfalmente a Sarajevo nell’aprile del 2026 per celebrare i suoi 45 anni di carriera. Un cammino costellato di trionfi, tra cui spiccano ben due Premi alla Carriera, l’ingresso nell’Associazione degli Scrittori del Nord Reno-Westfalia e l’ammissione ufficiale (lo scorso 9 aprile 2026, in occasione della Giornata internazionale dei Rom) nell’Associazione degli Scrittori di Serbia (DPS).

Dal dolore alla poesia: il grido di un popolo in cammino

La poetica di Džemail è un meraviglioso, e a tratti doloroso, incontro frontale tra la memoria e il presente, tra le radici indiane del popolo Rom e il suo eterno, drammatico viaggio attraverso l’Europa. Leggere i suoi versi significa addentrarsi nelle ferite di un’etnia perseguitata e decimata dai pregiudizi, ma sempre capace di rialzarsi.
Di seguito, proponiamo tre delle sue liriche più intense e rappresentative, magistralmente tradotte in italiano da Angela Kosta. Nella prima, dedicata al Premio Nobel Günter Grass, il poeta invoca Dio per trovare risposte sugli “anni orribili” della persecuzione. Nella seconda, si rivolge con struggente nostalgia all’India (madrepatria ancestrale del popolo Rom), evocando il celebre inno “Djelem, djelem”. Nell’ultima, la “maledizione” della fame e della sofferenza si dissolve in un cammino aperto verso il futuro.

Tre poesie di Ibraim Džemail (Traduzione di Angela Kosta)

LA LETTERA DI GRASS A DIO
(A Günter Grass)

Günter Grass è deceduto!
Forse ha lasciato questo mondo
perché non era come lo immaginava,
eppure non morirà mai!

Mentre l’alba svaniva,
ho sognato di essermi svegliato
e, con sette paia di zurle e tamburi,
di aver seguito il Sole per addormentarmi.

Mentre nel fango camminavo
e nella terra desolata,
vidi la Notte:
non aveva occhi!

Ho acceso le lanterne
fatte di ciottoli bianchi.

Le zurle e i tamburi,
li sento lamentarsi!

Grass scrive una lettera a Dio
sui Rom!

Mi chiede:
«Arriverà la risposta?»

Sono nel nido sacro,
mi bagno al chiaro di luna.
Cerco di aprire la bocca,
ma ho perso la lingua!

Gli anni orribili
non sembravano essere passati!

Günter Grass e la sua pipa,
insieme agli Dei
che ardevano alla stazione,
sono i miei unici testimoni!
(Bruxelles, 2016)

OH, INDIA!

Tu conoscevi tutte le maledizioni,
India, nostra madre!
Eppure nessuno hai mai dannato!
Hai augurato pace e felicità a chiunque.

Noi, tuoi figli,
siamo stati sfoltiti dalla guerra
e dispersi in tutto il mondo.

I nostri passi possono raggiungere il cielo,
eppure le disgrazie ci minacciano continuamente!

Cantiamo:
«Djelem, djelem, lungone dromesa —
Maladilem e chache djenesa!»

«Cammino, cammino, per lunghe strade,
incontro persone belle e felici!»

Stiamo cantando,
eppure ci stanno profanando!

Stiamo danzando,
eppure ci stanno preparando il rogo!

Oh, India, madre della saggezza!

Manda loro Brgoy,
il nostro Dio del fuoco,
a lasciarli senza fiamma!

Lascia che Vaya,
il nostro Dio del vento,
li sconfigga!

Dì a Kama di preparare le frecce.

Lascia che insegni loro
l’amore e la saggezza!
(Skopje, 2018)

LA SINFONIA DELLA FAME

Ai nidi della Luna
abbiamo offerto la nostra pace.
Ma una maledizione primordiale
diffonde l’attesa.

Qualcuno
raccoglie la nostra sofferenza,
urlandoci contro.

Lei fugge, annaffiandola con il latte
lungo l’oscuro sentiero.

Con le nostre lacrime
abbiamo lavato il percorso,
bevendo il latte,
ed è tutto svanito,
tranne la maledizione.

Ci siamo fermati…
abbracciando un albero.

Abbiamo baciato la nostra ombra,
e la maledizione si è ammutolita.

La vita ci ha teso la mano,
perciò ci siamo rialzati,
attraversiamo il cammino.
Dove ci condurrà la strada,
lo vedremo!
(Traduzione: Angela Kosta)

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Cultura

“Sono impotente, ma non senza speranza”: i versi strazianti di Menda Vreto per un mondo ferito dalla guerra

Quante volte vi siete sentiti schiacciati e inutili di fronte alle tragedie del mondo? Questa poesia meravigliosa è per voi: vi scalderà il cuore! ❤️ 🕊️ Quando guardiamo in TV le immagini terribili delle guerre, delle bombe e dei bambini orfani in fuga, proviamo tutti lo stesso devastante senso di vuoto allo stomaco: l’impotenza. Vorremmo ricostruire le case, fermare i missili e sfamare il mondo intero, ma sappiamo di non poterlo fare, e questo ci schiaccia l’anima. La scrittrice Menda Vreto ha preso questo enorme dolore umano e lo ha trasformato in una poesia che è un vero e proprio capolavoro! S’intitola “Sono impotente, ma non senza speranza”, ed è un manifesto potentissimo contro l’indifferenza. La poetessa ci ricorda che, anche se non possiamo fermare le guerre decise dai potenti, abbiamo un potere rivoluzionario e immenso: “Possiamo scegliere di NON diventare indifferenti. Forse non posso costruire tutte le scuole o sfamare il mondo, ma posso costruire un piccolo gesto d’amore ogni singolo giorno, e quando le forze finiscono rimane la preghiera”. Perché la pace vera non si firma sui tavoli dei politici, ma inizia da una mano che si tende nel quotidiano. Leggi questa stupenda riflessione e il testo integrale della poesia nel nostro articolo, ti commuoverai! 👇 🌹 Condividete queste parole affinché il cinismo e la rassegnazione non abbiano mai la meglio sui nostri cuori.

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Bambino

Redazione – Quante volte, guardando i telegiornali o scorrendo le crudeli e sanguinose immagini che affollano i nostri smartphone, ci siamo sentiti letteralmente schiacciati dal peso del mondo? Quante volte, di fronte alle macerie fumanti di un palazzo sventrato dai missili o agli occhi terrorizzati di un bambino in fuga, abbiamo provato un senso di vuoto allo stomaco e una desolante, profonda inadeguatezza?
La risposta è racchiusa in una parola durissima ma reale: impotenza. L’impossibilità fisica di allungare un braccio oltre lo schermo per fermare una bomba, per dare un tozzo di pane a chi muore di fame o per consolare chi ha perso tutto. Questo dolorosissimo e universale sentimento umano è stato trasformato in pura e sublime poesia dalla scrittrice Menda Vreto, che con la sua lirica intitolata “Sono impotente, ma non senza speranza” ha firmato un vero e proprio manifesto spirituale contro l’indifferenza e il cinismo del nostro tempo.

Il dolore dei bambini e il peso dell’inutilità

L’inizio del componimento di Menda Vreto è un elenco disperato e viscerale di tutto il bene che vorremmo, e dovremmo, fare ma che ci è precluso. Il pensiero primario e straziante va alle vittime più innocenti e insopportabili di ogni conflitto: i bambini. “Quelli che conoscono la guerra prima ancora di conoscere la pace, quelli che hanno imparato a piangere prima ancora di imparare a giocare”.
L’autrice elenca desideri immensi, utopistici e meravigliosi: raccogliere piccole mani dalle macerie, ricostruire gambe, donare acqua ai deserti, pane agli affamati e scuole a chi non ha futuro. Ma la conclusione di questa prima, struggente parte si schianta contro il muro inossidabile della realtà: “Vorrei fare tutto questo. Ma sono impotente. E a volte mi sembra che il mio cuore sia troppo piccolo per contenere tutto il dolore del mondo”.

La ribellione dell’anima: l’antidoto contro l’indifferenza

È proprio nel momento in cui l’oscurità sembra totale e la rassegnazione rischia di divorare l’anima, che la poesia di Menda Vreto compie un capolavoro di resilienza spirituale ed emotiva. Il vuoto dell’impotenza viene riempito dalla luce formidabile della speranza e dell’azione quotidiana.
Non possiamo fermare le guerre decise dai potenti, non possiamo sfamare l’intera umanità e non possiamo costruire case per tutti i rifugiati. Ma abbiamo il potere immenso e rivoluzionario del nostro libero arbitrio: possiamo scegliere di non diventare indifferenti. Possiamo costruire un piccolo, apparentemente insignificante gesto d’amore ogni singolo giorno, condividendo il poco che abbiamo con chi ci sta vicino.

Il rifugio della preghiera e l’amore che accende la luce

E quando le mani non arrivano e le forze fisiche si esauriscono, Menda Vreto ci ricorda l’arma più antica e potente a disposizione del genere umano: la preghiera. Una preghiera che l’autrice descrive in modo laico e universale, capace di abbattere confini geografici, nazioni e religioni diverse, per arrivare dritta al cuore pulsante dell’umanità.
La pace non è un trattato firmato su un pezzo di carta da uomini in giacca e cravatta. La pace, ci insegna questa lirica meravigliosa, comincia dalle piccole cose: “Da un cuore che non si arrende, da una mano che si tende”. Finché esisterà sulla faccia della terra anche una sola persona capace di provare amore, il mondo non sarà mai perduto.
Di seguito vi proponiamo il testo integrale di questo capolavoro poetico, invitandovi a leggerlo nel silenzio e a farne tesoro.

“Sono impotente, ma non senza speranza” di Menda Vreto

“Sono impotente.
Eppure vorrei proteggere tutti i bambini del mondo,
quelli che conoscono la guerra prima ancora di conoscere la pace,
quelli che hanno imparato a piangere prima ancora di imparare a giocare.
Vorrei raccogliere dalle macerie le loro piccole mani,
ridare gambe a chi le ha perdute sotto il fragore delle bombe,
e restituire un abbraccio a chi non ha più le braccia dei genitori intorno al cuore.

Vorrei portare il pane dove oggi c’è fame,
l’acqua dove la terra è arida,
un tetto dove il cielo non basta a proteggere dal freddo e dal caldo.
Vorrei costruire case con porte sempre aperte,
case dove le famiglie possano ritrovarsi,
dove nessun bambino debba più chiedersi dove sia finito il suo mondo.
Vorrei costruire scuole, con finestre grandi sulla vita,
perché ogni bambino possa imparare a leggere, a scrivere,
a sognare un futuro che non abbia il rumore delle armi.
Vorrei scavare pozzi dove oggi manca l’acqua,
costruire strade dove oggi ci sono soltanto ostacoli,
aprire sentieri perché ogni persona possa camminare verso una vita migliore.
Vorrei curare chi soffre, asciugare le lacrime degli ammalati,
tendere la mano agli anziani che non hanno più la forza nemmeno per chiedere aiuto.

Vorrei fare tutto questo.
Ma sono impotente.
E a volte mi sembra che il mio cuore sia troppo piccolo per contenere tutto il dolore del mondo.
Poi guardo un bambino e capisco che anche una piccola luce può vincere il buio.

Forse non posso fermare una guerra, ma posso scegliere di non diventare indifferente.
Forse non posso sfamare il mondo, ma posso condividere ciò che ho.
Forse non posso costruire tutte le case, tutte le scuole, tutti i pozzi,
ma posso costruire un gesto d’amore ogni giorno.
E quando le mie mani non bastano, quando le mie forze finiscono, rimane la preghiera.

Una preghiera che attraversi confini, religioni e nazioni,
e arrivi fino al cuore degli uomini:
che tutte le guerre finiscano, che nessun bambino debba più avere paura,
che la fame lasci posto al pane, che la miseria lasci posto alla dignità,
che ogni casa torni a riempirsi di voci, e che la pace non sia più un sogno, ma la casa di tutti.

Io sono impotente, ma non sono senza speranza.
Perché finché esisterà anche una sola persona capace di amare,
il mondo non sarà mai completamente perduto.
E forse la pace comincia proprio da qui:
da un cuore che non si arrende, da una mano che si tende,
da una preghiera che diventa amore,
e dall’amore che, un giorno, può diventare luce per il mondo.”

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Cultura

L’Aquila Capitale della Cultura: il progetto “99 Songs” si chiude a Palazzo de’ Nardis con un doppio omaggio al genio di John Dowland e al grande rock inglese

L’Aquila Capitale della Cultura saluta l’estate con due serate magiche a Palazzo de’ Nardis: un viaggio di quattro secoli dalla musica antica ai Led Zeppelin (ed è gratis)! 🎻 🎸 Il progetto “99 Songs” per L’Aquila 2026 chiude in bellezza celebrando il 400° anniversario della morte di John Dowland, il più grande compositore del Rinascimento inglese! Domenica 30 agosto (ore 21, Oratorio de’ Cavalieri de’ Nardis) assisteremo a un concerto unico al mondo: “Il Concerto delle Viole” suonerà musiche del 1604 utilizzando copie esatte degli antichi strumenti dell’epoca montati con vere corde di budello, per farci ascoltare il suono esattamente come lo sentivano 400 anni fa! Mercoledì 2 settembre (ore 21, Cortile del Palazzo) andrà invece in scena lo show pazzesco “Born in the U.K.” del collettivo The 10th Sense. Sarà un incredibile ponte musicale che partirà dal 1500 per arrivare fino all’elettronica e al rock britannico dei Genesis, Dire Straits, Kate Bush, Sting, Beatles e persino i Led Zeppelin! L’antico che si fonde con il rock! Entrambe le serate, organizzate in maniera superba dall’Associazione Euterpe, sono a INGRESSO LIBERO! Leggi il programma dettagliato di queste due notti magiche nel nostro articolo dedicato! 👇 🏛️ E voi preferite il fascino mistico della musica antica o l’energia immortale del grande rock inglese?

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LucaFavoni Patxi Monterro

L’Aquila – Il lunghissimo e magico viaggio sonoro che ha accompagnato l’estate dell’Aquila (in veste di fierissima Capitale della Cultura 2026) sta per giungere al suo epilogo. Ma lo farà con due appuntamenti di una caratura artistica e storica assolutamente eccezionale. Il suggestivo progetto musicale “99 Songs”, inaugurato il 28 giugno scorso, chiude infatti il sipario celebrando i 400 anni dalla morte di John Dowland (1563-1626), universalmente riconosciuto come uno dei più grandi compositori e maestri liutisti del Rinascimento inglese.
I due attesissimi concerti finali, ospitati nella meravigliosa e suggestiva cornice di Palazzo de’ Nardis, non saranno però delle semplici e polverose esibizioni accademiche, ma si trasformeranno in un viaggio vertiginoso attraverso ben quattro secoli di musica inglese: dalle raffinate composizioni secentesche suonate con antichi strumenti di budello, fino ad arrivare alle più coraggiose contaminazioni elettroniche con il rock britannico del Novecento.

Domenica 30 agosto: la purezza del Rinascimento con “Il Concerto delle Viole”

Il primo dei due eventi si terrà Domenica 30 agosto alle ore 21:00, all’interno del mistico Oratorio de’ Cavalieri de’ Nardis. I protagonisti della serata saranno i maestri de “Il Concerto delle Viole” (formazione affermata a livello internazionale composta da Patxi Montero, Teresa Lion, Marco Angilella, Luca Favoni e Perikli Pite), che proporranno l’esecuzione integrale e rigorosa di “Lachrimae or Seaven Teares”, la celebre raccolta capolavoro pubblicata proprio da John Dowland a Londra nel lontano 1604.
La vera particolarità di questo concerto risiede nell’estrema ricerca filologica. Gli artisti utilizzeranno infatti copie fedelissime degli strumenti in uso all’epoca elisabettiana e giacomiana, montate rigorosamente con corde di solo budello non rivestito. Questa scelta estrema e coraggiosa è l’unica in grado di restituire al pubblico il timbro autentico, caldo e vibrante di una musica composta oltre quattro secoli fa, garantendo un tuffo al cuore e un viaggio reale indietro nel tempo.

Mercoledì 2 settembre: dal liuto antico ai Led Zeppelin e ai Genesis

Totalmente diversa, ma altrettanto affascinante, sarà invece l’atmosfera che si respirerà nel Cortile di Palazzo de’ Nardis nella serata di Mercoledì 2 settembre (ore 21:00). Qui andrà in scena il gran finale con la performance “Born In The U.K.”, curata dal geniale collettivo artistico The 10th Sense.
Questo progetto inedito (nato dalla formidabile collaborazione tra Massimo Felici, Maurizio Campo e Gabriele Panico “Larssen”) vedrà come protagonista assoluta la voce e la viola di Anne-Lise Binard, supportata da una band che fonde strumenti classici, moderni e sonorità elettroniche. Il concerto partirà dalle antiche melodie di Dowland (come “Flow My Tears” del 1597), attraverserà il genio novecentesco di Benjamin Britten, per poi esplodere clamorosamente ripercorrendo le radici secentesche della popular music britannica e del grande prog-rock.

Shakespeare e il Rock: l’eterno confronto tra antico e moderno

La scaletta del 2 settembre sarà un susseguirsi di emozioni fortissime in cui l’antico e il moderno si fonderanno indissolubilmente. Le atmosfere del teatro di William Shakespeare (come la celebre “Tempesta”) verranno accostate a brani iconici della storia della musica mondiale. Il pubblico dell’Aquila potrà ascoltare rivisitazioni oniriche e orchestrali di mostri sacri come i Genesis, la leggendaria “The Rain Song” dei Led Zeppelin, la poesia di Kate Bush, i Dire Straits, lo Sting più impegnato politicamente e persino il tagliente sarcasmo musicale di George Harrison estrapolato dal “White Album” dei Beatles.
Entrambi i meravigliosi eventi in programma saranno a ingresso completamente libero. Un regalo preziosissimo per la cittadinanza, reso possibile grazie al lavoro instancabile dell’Associazione Musicale Euterpe, realtà attiva da quarant’anni, che ha goduto del fondamentale patrocinio del Comune dell’Aquila, del Ministero della Cultura, dell’Associazione Angelo De’ Nardis ETS e di ADSI Abruzzo. Un appuntamento con la grande Musica a cui è impossibile mancare.

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