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Cultura

I versi dell’anima di Maria Caputo: un emozionante viaggio poetico tra la rinascita della Primavera, gli orrori della guerra e il grido silenzioso della Terra

“Vorrei essere pioggia, per cancellare le bombe e questa stupida guerra… vorrei colorare i sogni di un bimbo col rumore di mille carezze!”. Le commoventi e meravigliose Poesie di Maria Caputo 🖋️ ❤️ Oggi, nella nostra rubrica dedicata alla Cultura e alla Poesia, abbiamo l’immenso piacere di ospitare e farvi leggere tre componimenti davvero straordinari. L’autrice è Maria Caputo, talentuosa poetessa e scrittrice originaria del bellissimo borgo di Villamaina, in provincia di Avellino! I suoi tre componimenti esplorano le emozioni più estreme e attuali del genere umano. Si parte con “Fiore di Primavera”, un dolcissimo inno bucolico al risveglio della natura e al miracolo sbocciante dell’Amore infinito; poi si sprofonda purtroppo nella crudele attualità con la meravigliosa “E rumore di mille carezze”, dove l’autrice urla il suo disperato disprezzo contro la guerra, sperando di diventare nuvola e vento per poter spazzare via l’orrore delle bombe e il sangue dal volto dei bambini. Infine c’è “Ci odia la Terra”, una severa e lucida lezione di vita su come l’avidità umana stia lentamente distruggendo l’ambiente, con un finale a sorpresa davvero profondo. Leggi la nostra analisi letteraria e il testo integrale delle tre Poesie nel nostro nuovo articolo! 👇 📖 La poesia, in un mondo che va sempre troppo di fretta sui social network, ci insegna a fermarci e a riflettere davvero sulle cose importanti della vita! Quale di queste tre meravigliose poesie (“Fiore di Primavera”, “E rumore di mille carezze” o “Ci odia la Terra”) vi ha colpito di più e ha fatto vibrare le corde del vostro cuore? Ditecelo nei commenti per ringraziare l’autrice e condividete questi versi sulle vostre bacheche!

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Maria Caputo

Redazione – Esistono voci poetiche capaci di catturare le mille sfaccettature dell’esistenza umana con una delicatezza disarmante, utilizzando le parole come se fossero i pennelli di un pittore. Una di queste voci, intensa e preziosissima, appartiene a Maria Caputo. Originaria del suggestivo borgo di Villamaina (in provincia di Avellino, Campania), Maria coltiva la sua smisurata passione per la scrittura fin da quando era solo una ragazza. Poetessa, brillante scrittrice e autrice di canzoni, vanta all’attivo numerose e proficue collaborazioni artistiche e diverse pubblicazioni letterarie che hanno già fatto breccia nel cuore dei lettori.
Oggi, sulle nostre colonne, abbiamo il privilegio di ospitare e analizzare tre dei suoi componimenti più belli e profondi. Un vero e proprio “trittico” delle emozioni, che esplora tre temi universali e attualissimi: il miracolo dell’Amore, il dolore dilaniante per la guerra e il rapporto tormentato tra l’umanità e l’ambiente.

Dall’incanto della Natura alla preghiera per la Pace

Il viaggio poetico inizia con “Fiore di Primavera”, un inno gioioso e vitale alla rinascita. Maria Caputo descrive il passaggio salvifico dall’inverno alla bella stagione con tratti bucolici: la natura smorta che si “intinge di verde”, il tripudio degli uccelli che festeggiano l’arrivo del calore. Ma la vera protagonista è la maturazione dell’essere umano: il bimbo che diventa uomo, col cuore riscaldato, finalmente pronto per accogliere il miracolo dell’amore in una stagione della vita che, per fortuna, “ci sembra davvero infinita”.
Dalla luce della Primavera, si passa però all’oscurità del presente con “E rumore di mille carezze”. Qui, la penna dell’autrice si trasforma in un urlo disperato contro la barbarie dei conflitti armati che insanguinano il mondo. La poetessa esprime il desiderio viscerale di trasformarsi in vento, in nuvola, in pioggia, per poter spazzare via “questa stupida guerra” e cancellare le bombe. È straziante il suo desiderio di “colorare i sogni di un bimbo daccapo” per salvarlo dall’orrore. Il finale, purtroppo, è un pugno allo stomaco intriso di amara realtà: il sangue continua inesorabilmente a scorrere e il freddo si impadronisce del cuore.
La terza e ultima opera, “Ci odia la terra”, è invece uno spaccato durissimo sull’ecologia e sull’avidità umana. La Terra viene descritta come una sorella tradita che trema, mentre l’uomo, come un gregge sordo, divora avidamente ogni prato senza accorgersi del dolore del pianeta. Eppure, nel bellissimo e commovente verso finale, c’è lo spiraglio della misericordia naturale: la terra ci ama nonostante tutto, comportandosi come una spugna che assorbe l’odio e i rifiuti per ripulirci dai nostri peccati.
Di seguito, vi riportiamo integralmente le tre opere dell’autrice.

FIORE DI PRIMAVERA (di Maria Caputo)

Con la dolce stagione,
L’acqua, cede il posto al sole…
la natura, smorta,
s’intinge di verde,
sprizzato del colore dei fiori!
E’ tripudio sotto il manto
prodigioso…
Festeggiano, con il cinguettar
gli uccelli!
Iniziano le corti e
gli amoreggiamenti!
Il regno animale si addolcisce…
Nel frattempo, un bimbo cresce e
diventa uomo,
calato nell’armonia e
nella pace dei sensi,
con il cuore, sempre più
riscaldato!
E’ anche lui pronto per amare…
in una stagione della vita,
dove la primavera,
ci sembra, davvero infinita!

E RUMORE DI MILLE CAREZZE (di Maria Caputo)

Vorrei essere vento,
per sbattere la pace ovunque…
Farla arrivare, più in là, della linea del confine…
Vorrei essere,
una nuvola,
di pioggia,
che cancella,
questa stupida
guerra…
Vorrei essere,
quel colore,
sbiadito
dal tempo,
che cancella
il dolore e le bombe…
Vorrei colorare, i sogni, di un bimbo, daccapo,
con il rumore,
di mille carezze…
Intanto,
il cielo si fa grigio,
piove, sui vivi e sui morti,
altro sangue scorre,
nel fiume
della discordia…
Quanto freddo, al cuore,
e quanto freddo ancora…

CI ODIA LA TERRA (di Maria Caputo)

Ci odia la terra,
mentre ascolta
i nostri pensieri.
Come una sorella
ci abbraccia
e trema,
mentre come
pecore miti,
mangiamo
tutta
l’erba
di un prato
e sordi non
sentiamo
ogni
piccolo
sussulto.
Ci odia la terra,
quando di eleganza
si dipinge
il suo
manto,
con il sottile
filo della cattiveria,
con una sola
mano.
Ci odia la terra,
assorbe tutto
il male,
come una
spugna,
ci ripulisce,
mentre sotterra
con amarezza
i rifiuti
nella
sua crosta.
Ci ama la terra
e si mangia
tutto
l’odio
del mondo
in un
millesimo
di secondo.

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Cultura

La voce poetica del Kirghizistan: le opere di Eralieva Umutkan Polotovna a cura di Angela Kosta

Continua il nostro affascinante viaggio letterario mondiale grazie alla curatela della scrittrice Angela Kosta. Oggi voliamo in Asia Centrale per scoprire l’immensa bellezza dei versi di Eralieva Umutkan Polotovna, una delle voci più autorevoli e premiate del Kirghizistan. Tradotta in oltre 65 lingue e insignita della medaglia al valore culturale dal Presidente della sua Repubblica, la poetessa ci regala oggi tre liriche meravigliose dedicate alla gratitudine verso la natura, alla riscoperta dei sentimenti nell’età matura e al potere curativo del perdono in amore. Leggi la biografia di questa straordinaria intellettuale eurasiatica e lasciati cullare dalla magia delle sue poesie nel nostro approfondimento esclusivo 👇

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Eralieva Umutkan Polotovna

Roma – Continua con grandissimo successo e partecipazione di pubblico il nostro affascinante viaggio letterario intorno al mondo, un percorso culturale reso possibile grazie al preziosissimo e instancabile lavoro di ricerca e traduzione della scrittrice e giornalista Angela Kosta. Oggi la nostra redazione ha il grandissimo privilegio e l’onore di ospitare e presentare ai propri affezionati lettori una delle voci femminili più potenti, raffinate e autorevoli dell’Asia Centrale: la poetessa, scrittrice, giornalista e direttrice editoriale Eralieva Umutkan Polotovna, fiera rappresentante del Kirghizistan.
Nata il 12 luglio 1968 nel pittoresco villaggio di Kok-Zhar (situato nel distretto montuoso di Nookat, all’interno della regione di Osh), l’autrice è cresciuta in una stimolante famiglia di intellettuali che le ha trasmesso fin dalla più tenera età l’amore incondizionato per le lettere e la scrittura. Oggi Eralieva è unanimemente considerata un’operatrice culturale di altissimo livello all’interno della Repubblica del Kirghizistan, un ponte vivente capace di unire la profonda saggezza delle tradizioni orientali con la sensibilità letteraria globale contemporanea.

Una vita per la letteratura: i riconoscimenti di Eralieva Polotovna

Il percorso professionale e artistico di questa straordinaria autrice è semplicemente impressionante e merita di essere celebrato. Per il suo eccellente e ininterrotto lavoro svolto nell’ambito dell’istruzione giovanile e per la magistrale opera di traduzione dalla lingua kirghisa, ha ricevuto la prestigiosa medaglia «Lingua Kirghisa» direttamente dalla Commissione Statale, un onore consegnatole personalmente dalle mani del Presidente della Repubblica in persona.
La statura internazionale di Eralieva Polotovna è testimoniata dai suoi innumerevoli ruoli istituzionali: è membro attivissimo dell’Unione degli Scrittori della Repubblica del Kirghizistan, dell’Unione dei Giornalisti del suo Paese, della prestigiosa Unione degli Scrittori del Nord America e della rinomata Eurasian Creative Guild di Londra. Inoltre, ricopre il delicato ruolo di direttrice nazionale per l’Organizzazione Internazionale degli Scrittori e degli Artisti Ciesart di Barcellona, ed è redattrice letteraria di innumerevoli riviste globali (dal Bangladesh agli Stati Uniti, fino al Brasile). Con oltre 250 premi internazionali vinti in carriera, dieci libri pubblicati e opere tradotte in più di 65 lingue in tutto il mondo, la poetessa kirghisa, felicemente madre e nonna di otto nipoti, rappresenta un autentico gigante della poesia contemporanea.

“Andiamo verso l’amore”: un inno cosmico alla gratitudine

La prima lirica che abbiamo il piacere di proporre è un potentissimo e commovente inno alla vita e alla gratitudine terrena. In questa poesia, l’autrice celebra la meraviglia di essere venuti al mondo, fondendo l’esistenza umana con i ritmi perfetti e immutabili della natura. Ogni avversità viene dolcemente accettata come parte di un grande e misterioso disegno cosmico in cui l’amore rappresenta l’unica, vera bussola capace di orientare i nostri passi verso la serenità assoluta dell’anima.

ANDIAMO VERSO L’AMORE

Sono felice di essere venuta al mondo
Nelle notti di luna dorata,
adagiata nella mia culla.

Conosco senza parole
Le leggi della vita,
che esistono nelle nostre menti:
perseveranti, stabili.

Le condizioni della vita
Devono essere rispettate
E, allo stesso tempo, salvaguardate
Con tutto ciò che la natura ci ha donato.

Allora, immergiamoci
Nel mondo di un’onda colma d’amore;
andiamo in estasi
verso il luogo dei sogni,
in modi diversi,
vivendo nel mondo sublunare,
assaporando le bacche
che la natura ci offre.

A volte dobbiamo sopportare
Molte avversità,
ma i capricci della vita
sono naturali.

Il paradiso terrestre
È la nostra esistenza:
tutte le creature,
l’uomo e gli insetti,
vivono felici…

E tutto questo
Grazie alla vita!

Se la mia vita terrena
Fosse bella e gioiosa,
morirei con un’anima
serena e in pace.

I versi della maturità e l’eterna rinascita dei sentimenti

Nel secondo testo, “Alla soglia dei miei quarant’anni”, la poetessa affronta il tema universale dell’amore maturo, un sentimento che giunge inaspettato (o forse solo in forte ritardo) ma che ha la forza di stravolgere e ringiovanire completamente l’esistenza. Chiude la trilogia poetica la lirica intitolata “Perdonami”, una struggente e delicatissima richiesta di pace rivolta all’amato, in cui l’autrice supplica di non lasciare che un banale malinteso distrugga un amore puro e luminoso come un fiore prezioso. In entrambe le opere, magistralmente tradotte in italiano da Angela Kosta, emerge una voce femminile vibrante, dolce e coraggiosa.

ALLA SOGLIA DEI MIEI QUARANT’ANNI

È arrivato tardi
O si è perso?

Soltanto alla soglia
Del mio quarantesimo compleanno
È arrivato l’amore,
cambiando la mia vita.

Ogni giorno
Sento l’emozione nel mio cuore.

Vorrei ascoltare ancora
La tua voce vellutata,
guardarti dolcemente,
vedere il tuo splendore
come una luce infinita,
con il bellissimo bouquet
che ti ho regalato.

Con grande piacere
Respiro il profumo luminoso
Di un sentimento così appassionato,
immutabile,

cantando una canzone
per tutto l’universo,
ringiovanendo
con il passare del tempo.

E oltre ogni secolo
Celebro il vero amore
Nei miei versi.

PERDONAMI

Inimitabile mio,
ti prego, perdonami.

Non rinnegherò mai
Il nostro amore.

Ti prego, guardami
E non restare triste!

Non vorrei mai
Separarmi da te,
perché è stato soltanto
un malinteso.

Dunque, non incolparmi!

I fiumi non scorrono mai all’indietro.
Sii te stesso, senza tristezza!

Sei il mio fiore prezioso,
facciamo rifiorire
ancora una volta l’amore.

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Cultura

Il volto della Sindone nascosto nella Vergine delle Rocce: svelato il nuovo segreto di Leonardo

La geniale mente di Leonardo da Vinci non smette mai di stupirci! L’immenso capolavoro rinascimentale “La Vergine delle Rocce” (nella versione conservata a Londra) nasconde un clamoroso e inaspettato segreto mistico. Il noto ricercatore ed esperto d’arte brasiliano Átila Soares da Costa Filho ha individuato, analizzando accuratamente il dipinto, un “codice” visivo incredibile: proprio al centro della scena sacra, magistralmente dissimulato nei giochi di luce delle formazioni rocciose che fanno da sfondo, Leonardo avrebbe inciso e nascosto l’esatto volto di Cristo così come appare impresso sulla Sacra Sindone di Torino. Non un caso, ma un deliberato gioco psicologico e pittorico che l’artista teorizzava già nel suo celebre “Trattato della pittura”. Un omaggio silenzioso al mistero della redenzione e alla vittoria della vita sulla morte che sconvolge il mondo accademico internazionale. Leggi tutti i dettagli di questa strabiliante scoperta e chi è lo scienziato che l’ha decifrata nel nostro articolo 👇

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Milano – Il fascino oscuro, inesauribile e magnetico che circonda le immense e inestimabili opere pittoriche di Leonardo da Vinci non smette mai di stupire il mondo accademico e i semplici appassionati. Ogni qualvolta si posa lo sguardo sulle pennellate del genio toscano, si ha la netta e inquietante sensazione che la tela stia disperatamente cercando di comunicarci un messaggio cifrato, un segreto ancestrale gelosamente custodito per oltre mezzo millennio.
Oggi, questa sensazione sembra aver trovato una clamorosa e straordinaria conferma scientifica. Se le recentissime e brillanti intuizioni del noto ricercatore e studioso brasiliano Átila Soares da Costa Filho dovessero rivelarsi esatte (come molti indizi lasciano ampiamente supporre), la celeberrima Vergine delle Rocce (nella sua specifica versione conservata oggi a Londra) nasconderebbe al suo interno un ulteriore, sconvolgente segreto esoterico e religioso. Questa sensazionale scoperta, tradotta per l’Italia dalla curatrice Valéria Vicentini, promette di accrescere a dismisura la già leggendaria fama di quest’opera, consacrandola definitivamente come uno dei dipinti più enigmatici, complessi e carichi di valenze mistiche dell’intera storia dell’arte mondiale.

Un enigma inciso nella pietra: il volto nascosto di Cristo

Ma in cosa consiste esattamente questo misterioso “codice” individuato e faticosamente decifrato dallo studioso brasiliano? L’incredibile scoperta riguarderebbe una precisissima allusione visiva, magistralmente incisa e dissimulata da Leonardo direttamente nelle fredde formazioni rocciose che fanno da sfondo e quinta teatrale alla scena sacra.
Osservando attentamente il dipinto proprio al centro della complessa composizione geometrica, un grosso blocco di roccia sembra inequivocabilmente suggerire all’occhio umano i delicati, sofferenti e ben noti lineamenti di un volto maschile. Non si tratterebbe, però, di un volto casuale, ma dell’esatta riproduzione pittorica del volto di Cristo così come appare impresso a fuoco nella Sacra Sindone, il celeberrimo lenzuolo funebre che, secondo la millenaria tradizione cristiana, avvolse il corpo martoriato di Gesù subito dopo la drammatica crocifissione sul Golgota e che oggi è gelosamente conservato e venerato nel Duomo di Torino. Le sottilissime e impalpabili sfumature, i giochi di luce e le minuzie geologiche (vera e inconfondibile cifra stilistica di Leonardo) richiamerebbero in modo impressionante le misteriose impronte ematiche del volto della sacra reliquia, un oggetto che era già al centro di furibonde controversie teologiche fin dalla sua prima, improvvisa comparsa in Europa nel lontano XIII secolo.

Le origini mistiche dell’opera: la vittoria della vita sulla morte

Per comprendere appieno la portata filosofica di questo clamoroso presunto inserimento pittorico, è necessario fare un salto indietro nel tempo e immergersi nelle radici letterarie che ispirarono il Maestro. La realizzazione della complessa Vergine delle Rocce (un travagliato capolavoro completato definitivamente solo nel 1506, dopo essere stato commissionato nel 1483 per la Cappella dell’Immacolata Concezione a Milano) affonda le sue profonde radici teologiche in un antico e misterioso manoscritto intitolato Apocalypsis Nova.
Il testo fu redatto dal noto mistico portoghese João Meneses da Silva (conosciuto dalla Chiesa come il Beato Amadeo). In quelle antiche pergamene viene narrato nel dettaglio un surreale “dialogo mistico” tra il figlio di Dio, Gesù, e San Giovanni Battista, collocato temporalmente in un istante imprecisato dell’eternità che precede incredibilmente la loro stessa nascita terrena. In questa particolarissima e vertiginosa prospettiva teologica, l’inserimento subliminale e nascosto del volto della Sindone da parte di Leonardo si configurerebbe come un ulteriore, geniale e potentissimo strumento visivo di riflessione sul più grande mistero della fede cristiana: la redenzione dell’umanità e l’eterna, luminosa vittoria della vita biologica e spirituale sull’oscurità della morte. Il telo di Torino, infatti, è indissolubilmente e dogmaticamente legato all’idea assoluta della resurrezione carnale.

L’inganno visivo di Da Vinci: quando le macchie diventano arte

“Se davvero questa fosse stata un’intenzione volontaria e deliberata di Leonardo”, osserva acutamente il ricercatore Átila Soares, “questa inveterata consuetudine di celare riferimenti fortemente simbolici e messaggi nascosti nelle sue creazioni troverebbe un’ulteriore e definitiva conferma, come peraltro già ampiamente riconosciuto e dibattuto in ambito accademico mondiale”.
D’altronde, la riprova storica di questa tecnica illusionistica ci arriva direttamente dalla penna dello stesso genio toscano. Come ricordava e insegnava magistralmente lo stesso Leonardo all’interno del suo celeberrimo Trattato della pittura, è proprio nelle forme apparentemente confuse, disordinate e caotiche della natura che l’ingegno superiore e allenato del pittore deve trovare nuove e stimolanti invenzioni. L’osservazione prolungata e maniacale di vecchie macchie di umidità sui muri o di figure irregolari incise nella nuda pietra era, per Da Vinci, una fonte inesauribile e quotidiana di ispirazione (un fenomeno psicologico che oggi la scienza moderna definisce “pareidolia”). Ogni singolo elemento del paesaggio, nella sua immensa visione artistica, poteva e doveva trasformarsi in un difficilissimo esercizio di percezione ottica e di invenzione intellettuale. Nulla si rivela più autenticamente e intimamente ‘leonardesco’ di questo meraviglioso gioco di ombre, che il maestro eseguì avvalendosi della collaborazione dei fratelli Ambrogio ed Evangelista de Predis.

L’autore della scoperta: tra arte e Intelligenza Artificiale

Va infine sottolineato che la sensazionale scoperta si inserisce perfettamente in un filone di ricerca che il professor Soares conduce con successo da moltissimo tempo, una titanica indagine accademica volta a dimostrare le fortissime e storiche vicinanze intellettuali e geografiche del Maestro alla reliquia torinese. Un percorso già battuto in passato da altri celebri studiosi internazionali (come il medico Gabriele Montera e la storica Yasmin von Hohenstaufen), e che oggi viene potenziato dall’uso delle nuove tecnologie.
Átila Soares da Costa Filho, autore dell’attuale ricerca, non è un semplice appassionato d’arte, ma uno stimato esperto di Patrimonio, Paleontologia e Storia dell’Arte, nonché brillante CEO di Luminari, un avanzatissimo sistema tecnologico basato sull’Intelligenza Artificiale creato proprio per l’autenticazione scientifica delle antiche opere d’arte. Lo studioso è noto a livello globale per aver incredibilmente ricostruito al computer, sempre grazie all’uso incrociato dell’I.A., il probabile volto della Vergine Maria proprio a partire dall’impronta della Sacra Sindone. Oltre a essere un ricercatore di punta, Soares siede nei consigli scientifici delle più prestigiose fondazioni mondiali, dalla Mona Lisa Foundation di Zurigo alla Fondazione Leonardo da Vinci di Milano, ed è attualmente impegnato in nuovi studi che ipotizzano analoghi e clamorosi richiami alla Sindone persino nell’opera del grande Michelangelo Buonarroti, l’eterno e geniale “rivale” di Leonardo.

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Cultura

Il cinema internazionale incorona L’Aquila Capitale della Cultura: al festival CiAq trionfano la Romania e il documentario abruzzese sui rifugi del Gran Sasso

La prima spettacolare edizione del Premio Cinematografico dell’Aquila si chiude con un trionfo internazionale e un commovente omaggio alle montagne abruzzesi! Ieri sera, presso lo storico Teatro San Filippo, la giuria presieduta da Mariangela Sansone ha consegnato i premi ufficiali del “CiAq 2026”, la rassegna diffusa della Capitale della Cultura che ha proposto 79 opere da 9 nazioni del mondo. Il lungometraggio rumeno “On Our Own” vince come miglior film, mentre il documentario aquilano “Vita in quota” di Claudio Sponta e Andrea Maria Falzone conquista il Premio del Pubblico, portando sul grande schermo la fatica e i fragili equilibri dei rifugi del Gran Sasso contro il riscaldamento globale e l’overtourism. Il senatore Guido Liris e il vicesindaco Raffaele Daniele blindano il successo in asse con la neonata Abruzzo Film Commission per creare nuovi posti di lavoro. Tutti i dettagli e l’elenco completo dei vincitori nel nostro articolo! 👇

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PREMIAZIONE CIAQ 1

L’Aquila – Ci sono città che portano addosso i segni monumentali e dolorosi della storia patria, ma che proprio attraverso la forza dirompente dei linguaggi contemporanei dell’audiovisivo, dell’onestà intellettuale e della memoria collettiva sanno risorgere, trasformando le proprie piazze restaurate in autentiche officine di pensiero, presìdi di resistenza civile e risorsa terapeutica contro il torpore del nostro tempo. Il cinema, quando si spoglia delle asettiche logiche commerciali di plastica, si riscopre l’unico vero specchio trasparente capace di radiografare le grandi contraddizioni della società, offrendo alle famiglie e alle nuove generazioni un’oasi di spensieratezza colta e pura emozione dal vivo, lontana dall’asfissia dei dispositivi digitali individuali. Ieri sera, domenica 20 settembre 2026, la splendida e fiera cornice del Teatro San Filippo ha ospitato il solenne e straordinario fischio d’inizio dei verdetti per il gran finale della prima edizione di CiAq – Premio Cinematografico L’Aquila, il festival diffuso che ha letteralmente conquistato il capoluogo abruzzese nel suo anno più splendente come Capitale Italiana della Cultura.

La monumentale kermesse, svoltasi con fiera determinazione da giovedì 17 a ieri, ha proposto al pubblico un cartellone d’eccellenza di ben 79 opere in concorso, ripartite tra 12 lungometraggi, 24 documentari e 43 cortometraggi provenienti da 9 Paesi del mondo, tra cui Stati Uniti, Francia, Croazia, Argentina, Regno Unito, Albania e Svizzera. La macchina logistica del festival è stata interamente promossa e programmata dall’Associazione Culturale Innovahub con il sostegno del Gruppo Abivet Soc. Benefit e dei laboratori stanziali dello Spazio Indipendenza a Palazzo Ciccozzi. La direzione artistica e organizzativa, affidata al binomio familiare composto dal regista Maurizio Albano e da Francesco Albano (fondatori della casa di produzione SimonFilm), ha blindato un’alleanza di scopo transnazionale in totale trasparenza, nata per valorizzare il merito dei giovani autori ed evitare il doloroso esodo all’estero delle nostre migliori intelligenze creative, taccuino alla mano e passioni calde.

Dalla Romania alle scuole di Ravenna: i tre premi ufficiali delle giurie d’élite

Il ruolino di marcia delle premiazioni al Teatro San Filippo, condotto alla presenza solenne del senatore Guido Liris e del vicesindaco dell’Aquila Raffaele Daniele, ha visto sfilare i diamanti della cinematografia indipendente mondiale. Il premio come Miglior Lungometraggio è stato assegnato alla pellicola rumena “On Our Own”, diretta dal regista Tudor Cristian Jurgiu. L’opera, valutata dalla giuria presieduta dalla saggista e critica cinematografica Mariangela Sansone (affiancata da Anna Collabolletta, Stefano D’Amadio e Gianlorenzo Franzì), è stata lodata per lo stile disadorno, mai asettico e privo di filtri protettivi con cui fotografa la dolorosa e intima storia dei suoi giovani protagonisti, raccontando il farsi e il disfarsi del nucleo familiare inteso come perimetro di sentimenti o come luogo della loro drammatica assenza.

Il titolo di Miglior Documentario, esaminato dal giurato Riccardo Barbieri, è andato all’iper-emotivo e sognante “La vita segreta dei giocattoli”, firmato dalle registe Sara Zavarise e Alexandra D’Onofrio. Il film segue il viaggio pedagogico rionale e i laboratori dell’artigiano-poeta ravennate Roberto Papetti, impegnato a costruire balocchi a partire da materiali di riciclo per diffondere un manifesto di rispetto biologico dell’ambiente tra i bambini di tutta la penisola. Per la sezione Cortometraggi, la commissione formata da Francesca Laurenzi, Nicola Luigi Conti e Irina Tarvida ha incoronato l’onestà espressiva di “Il mio amico Karl” di Nikola Brunelli, un’opera ritmica che mette in scena le idee ribelli e rivoluzionarie della piccola Lucia, capace di scuotere il torpore e le ipocrisie del sistema scolastico ordinario.

Il trionfo aquilano di “Vita in quota”: lo scudo del Gran Sasso contro il turismo di massa

Il momento di più travolgente e commosso interesse comunitario si è consumato quando i presentatori hanno svelato il verdetto del Premio del Pubblico, assegnato tramite il voto trasparente degli spettatori. A trionfare con spavaldo orgoglio è stato il documentario “Vita in quota”, diretto a quattro mani dai registi aquilani Claudio Sponta e Andrea Maria Falzone. Sponta, venticinquenne di immenso merito e fresco di diploma presso i laboratori stanziali del Centro Sperimentale di Cinematografia dell’Aquila, ha ritirato la targa tra gli applausi scroscianti della platea. La pellicola si configura come uno scavo antropologico spaventoso che radiografa una stagione vissuta all’interno dei storici rifugi Franchetti, Duca degli Abruzzi e Garibaldi sul Gran Sasso d’Italia, mettendo a nudo la fatica quotidiana, i soft skill dell’accoglienza ad alta quota e le risposte flessibili dei gestori di fronte all’imprevedibilità della montagna.

Il testo visivo di Sponta e Falzone non si limita alla contemplazione del paesaggio abruzzese, ma si erge come un severo manifesto civile e un promemoria etico contro i pericoli macroeconomici della contemporaneità. L’opera denuncia senza maschere gli effetti devastanti del cambiamento climatico globale, che prosciuga drammaticamente le risorse d’acqua delle vette, e l’asfissia causata dall’overtourism, una minaccia concreta per i fragili equilibri della smart land appenninica. «Siamo riusciti a trasmettere l’amore viscerale per le nostre montagne», ha spiegato con calore Claudio Sponta sul podio del San Filippo, ricordando l’onestà delle idee che ha guidato le riprese cinematografiche tra le rocce del massiccio d’Abruzzo.

L’Abruzzo Film Commission motore dello sviluppo: il bilancio dei fondatori Albano

Il successo di questa prima edizione del CiAq blinda il valore di una programmazione strategica e pluriennale volta a trasformare il territorio in un polo attrattivo per le grandi produzioni internazionali dello Stato. «Il buon cinema è un ingrediente fondamentale per la qualità della vita all’interno del processo di ricostruzione post-sismica», ha sottolineato con fermezza il senatore Guido Liris, capogruppo in commissione Bilancio, evidenziando come l’evento sia originale e coraggioso. Una tesi sposta con assoluto ottimismo dal vicesindaco Raffaele Daniele, che ha celebrato il ritorno del cinema in piazza come rito collettivo in controtendenza rispetto all’isolamento delle piattaforme domestiche individuali, esaltando il ruolo logistico della neonata Abruzzo Film Commission, un’alleanza istituzionale capace di creare posti di lavoro stabili e risposte flessibili per le maestranze locali della filmografia Rai.

Il solenne commiato della rassegna si è consumato a tarda notte nel salotto accogliente di Piazza del Teatro. Sotto le stelle del centro storico aquilano oramai ricostruito, lo schermo gigante ha ospitato le proiezioni speciali fuori concorso dei film “Piccola storia di un muro” e “Anatomia di un grande sogno”, entrambi firmati dal regista Federico Braconi e prodotti dalla SimonFilm della famiglia Albano. «Raccogliamo e proiettiamo al futuro una prestigiosa eredità», ha concluso visibilmente emozionato il direttore artistico Maurizio Albano, affiancato dal direttore organizzativo Francesco Albano, ringraziando i partner storici L’Aquila Young, il Gold Partner LGF Srl e il media partner Abruzzo Web. I proiettori del CiAq si spengono e i verbali delle giurie vengono sigillati, ma a L’Aquila le luci della cultura restano accese: spegnete gli smartphone e andate in piazza, perché il domani della grande bellezza ha appena battuto il suo primo, indimenticabile ciak.

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