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Attualità

Caccia, scatta la preapertura in 14 Regioni italiane: tra il fascino della tradizione, la guerra dei ricorsi al TAR e le grandi esclusioni

Fucili in spalla (ma attenti ai Giudici!): scatta ufficialmente la PREAPERTURA della Caccia in 14 Regioni italiane, ma fioccano i divieti! 🦆 🍂 Il rumore degli scarponi sulle foglie e l’alba vissuta insieme al proprio cane: da ieri è ufficialmente partita la Stagione Venatoria 2026/2027! Le primissime giornate di “Preapertura” stanno interessando 14 regioni in tutta Italia, ma quest’anno le vere battaglie non si combattono nei boschi, bensì nelle aule dei Tribunali! Le associazioni ambientaliste hanno infatti inondato l’Italia di ricorsi al TAR. Il risultato? In SICILIA l’intero calendario è stato clamorosamente sospeso (e si attende l’udienza di oggi per capire se si potrà sparare), in PIEMONTE è stata vietata all’ultimo minuto la caccia al Colombaccio, e ovunque nel Paese (senza eccezioni) è stata vietata la caccia alla Tortora Selvatica! Non ci sarà preapertura in Veneto, Lazio, Umbria, Valle d’Aosta e Liguria, mentre la TOSCANA si dedicherà esclusivamente a tre particolarissime specie “in deroga” (Storni, Piccioni e Tortore dal Collare). Tra le specie più cacciate di settembre restano i classici Corvidi (Cornacchie e Gazze) e il Colombaccio (consentito in 8 regioni, tra cui il grande ritorno della Sardegna). Via libera, ma con ferree limitazioni regionali, anche per la Quaglia, gli Anatidi e il Beccaccino! Unica regola generale per quasi tutti: caccia solo ed esclusivamente da appostamento fisso o temporaneo, vietato camminare con il fucile sbloccato. Nel nostro articolo trovate tutte le regole, gli orari e le specie cacciabili divise Regione per Regione! 👇 🐕 Che voi siate accaniti cacciatori o fieri animalisti, come giudicate questa infinita valzer di ricorsi al TAR e divieti regionali? Ritenete giusto che i Tribunali decidano le sorti dell’attività venatoria, o le Regioni dovrebbero avere più autonomia? Diteci la vostra nei commenti e accendete il dibattito!

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Cane da Caccia

Redazione – Il rumore degli scarponi sulle foglie secche, l’attesa silenziosa alle prime luci dell’alba, il legame viscerale e indissolubile con il proprio cane. Per centinaia di migliaia di appassionati italiani, l’inizio della stagione venatoria non è una semplice data segnata sul calendario, ma un vero e proprio rito che si tramanda di padre in figlio. Da ieri, con l’inizio ufficiale del mese di settembre, questa antica tradizione si è rimessa in moto: ha infatti preso ufficialmente il via la stagione venatoria 2026/2027 con le accesissime e tanto attese giornate di preapertura.
Attualmente, l’attività venatoria anticipata è partita in Calabria, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Molise, Piemonte, Puglia e Toscana. Nei prossimi giorni, tuttavia, la mappa dell’Italia con il fucile in spalla si allargherà, portando a 14 il numero complessivo delle regioni interessate dalla preapertura. Ma quest’anno, ancor più delle stagioni passate, i cacciatori hanno dovuto fare i conti non solo con la selvaggina, ma con i tribunali.

La guerra dei Ricorsi: il caos nei Tribunali Amministrativi

La stagione 2026/2027 sarà ricordata come quella segnata dalla “guerra dei ricorsi”. Le associazioni animaliste e ambientaliste hanno dato battaglia in ogni regione, influenzando pesantemente i calendari venatori stilati dalle giunte regionali.
Il caso più emblematico è sicuramente quello della Sicilia: sull’Isola, l’intero calendario venatorio è stato temporaneamente bloccato dal TAR in attesa dell’udienza del CGA (Consiglio di Giustizia Amministrativa) fissata proprio per oggi. Anche in Piemonte la preapertura è stata mutilata, con la sospensione precauzionale della caccia al Colombaccio. Vittorie a metà, invece, in Lombardia ed Emilia-Romagna, dove i giudici hanno respinto le istanze cautelari, permettendo ai cacciatori di scendere in campo. Non ci sarà invece alcuna preapertura (per scelta politica o per divieti consolidati) in Valle d’Aosta, Liguria, Umbria, Lazio e Veneto.

Le grandi esclusioni: addio definitivo alla Tortora selvatica

In tutta Italia saranno complessivamente 14 le specie attualmente cacciabili durante le giornate di preapertura, pur con grandissime e frammentate limitazioni territoriali. C’è però una grandissima assente, che farà certamente discutere: mancherà ovunque la Tortora selvatica. La Sicilia era stata l’unica regione in tutta Italia ad averne coraggiosamente autorizzato il prelievo, ma il blocco totale del calendario ha di fatto azzerato ogni possibilità di vederla nei carnieri.
Il nucleo principale dell’attività venatoria di inizio settembre resterà dunque concentrato sui Corvidi (Cornacchia grigia e nera, Gazza e Ghiandaia) e sul Colombaccio, quest’ultimo autorizzato in ben otto regioni (Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli, Marche, Puglia, Sardegna e Trentino). Presenti anche tre specie di Anatidi (Alzavola, Marzaiola e Germano reale) limitatamente a Friuli e Marche, e il Merlo in Trentino. Per gli amanti della caccia vagante con l’ausilio indispensabile del cane, gli occhi sono tutti puntati sulla Quaglia (Marche, Molise, Calabria e Friuli) e sul Beccaccino (solo in Friuli).

La mappa delle regole: appostamenti e specie “in deroga”

Oltre alle specie, anche le “regole d’ingaggio” cambiano drasticamente a seconda della latitudine. Tranne rare eccezioni (come per l’appunto la Quaglia e il Beccaccino), la caccia in preapertura è severamente consentita soltanto da appostamento (fisso o temporaneo), vietando di fatto la forma vagante. Un’altra regola ferrea che unisce quasi tutta l’Italia è l’esclusione territoriale: le doppiette dovranno restare in rigoroso silenzio all’interno delle Zone di Protezione Speciale (ZPS) e nei siti della rete Natura 2000.
Esistono poi le peculiarità territoriali assolute. È il particolarissimo caso della Toscana: nella culla del Rinascimento la preapertura riguarderà esclusivamente tre specie “in deroga” (Storno, Piccione e Tortora dal collare), con un limite regionale rigidissimo fissato a 20.000 esemplari per storni e piccioni e 10.000 per le tortore dal collare, monitorabili esclusivamente tramite l’uso obbligatorio del Tesserino Venatorio Digitale TosCaccia.
In Sardegna, invece, si festeggia il grande e atteso ritorno del Colombaccio (giovedì 3 e domenica 6 settembre), mentre in Abruzzo le doppiette potranno sparare solo nel weekend del 5 e 6 settembre ai Corvidi. Una babele di leggi, divieti e ricorsi che rende la vita del cacciatore italiano sempre più simile a un vero e proprio percorso a ostacoli burocratico.

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Esteri

Il ‘tradimento’ di Zelensky e le ombre dell’Iran: il calcolo politico di Trump tra elezioni e grandi potenze

“Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

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Zelensky

Redazione-  “Io manterrei la pressione sulla Russia… Non ho fiducia in Putin”. Questa è la reazione di Darline Graham, sorella del senatore Lindsey Graham, deceduto nel luglio scorso, e attualmente candidata al seggio del fratello in South Carolina. Graham ha preso le distanze dall’annuncio di Trump di sospendere le sanzioni previste da una legge approvata in larga misura grazie agli sforzi del fratello e dirette contro la Russia. Trump, però, ha deciso di agire in un modo che molti hanno interpretato come un tradimento nei confronti dell’Ucraina, Paese aggredito da Vladimir Putin in una guerra iniziata cinque anni fa.

Graham deve molto a Trump perché l’endorsement del presidente alle primarie le ha spianato la strada verso la candidatura del Partito Repubblicano. Allo stesso tempo, riconosce che l’inquilino della Casa Bianca ha fatto una scelta impopolare, poiché una netta maggioranza degli americani approva il sostegno all’Ucraina. Anche il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas e grande sostenitore del presidente Usa, ha giudicato l’azione di Trump “uno sbaglio”. Molto più duri i democratici. Il senatore Richard Blumenthal del Connecticut ha dichiarato che Trump ha tradito Volodymyr Zelensky e si è schierato con Putin, “un teppista sanguinario”, accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale.

Trump, però, ha addossato la colpa della guerra a Zelensky, asserendo che avrebbe dovuto accettare un accordo. Senza l’assistenza Usa e quella europea, i russi sarebbero già in controllo dell’intera Ucraina. Trump ha inoltre dichiarato che l’America ha fatto moltissimo per gli ucraini e non ha ricevuto nulla in cambio. In una delle sue dichiarazioni più recenti, Trump ha persino attribuito la durata della guerra a un generale russo, che avrebbe dovuto conquistare Kiev in un batter d’occhio. Trump, a differenza degli alleati europei, non riconosce che l’Ucraina è stata aggredita e che l’aggressore è proprio Putin. Nel mondo di Trump, i forti hanno il potere di fare quello che vogliono e i deboli devono solamente accettarne le conseguenze.

L’eliminazione delle sanzioni e le vendite di gasolio russo non avranno grandi effetti positivi per i consumatori americani, che già attribuiscono gli aumenti dei prezzi alla guerra in Iran. In effetti, l’azione di Trump serve a distogliere l’attenzione dal problema che contribuisce in misura significativa al caro vita, un fattore che influenzerà le elezioni di midterm. Trump, però, è molto abile a spostare l’attenzione mediatica e, infatti, proprio in questi giorni si parla poco dell’Iran. Gli Usa e Israele avrebbero in programma altri attacchi all’Iran, ma le elezioni alle porte in entrambi i Paesi hanno frenato queste azioni militari, nonostante le incursioni degli Houthi, specialmente in Arabia Saudita. Il Dipartimento di Stato americano ha infatti ordinato ad alcuni diplomatici e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita a causa degli attacchi quasi giornalieri contro aeroporti e pozzi di petrolio.

Gli americani, però, sembrano aver già maturato un’opinione, come confermano gli ultimissimi sondaggi: l’inquilino della Casa Bianca è impopolare e molti elettori associano i costi del caro vita e dei carburanti alla guerra in Iran. Ecco perché i candidati repubblicani fanno quasi di tutto per cercare di non identificarsi con il presidente, mentre i candidati democratici ne approfittano per richiamare l’attenzione degli elettori sulle sue responsabilità.

L’abbraccio di Trump a Putin e il “tradimento” di Zelensky non dovrebbero sorprendere. La politica del presidente Usa è spesso basata sui rapporti personali, che talvolta si intrecciano con i suoi affari. Sul piano personale, c’è da ricordare che Zelensky è stato al centro della vicenda che portò al primo impeachment di Trump. Nel 2019, durante il suo primo mandato, Trump promise in una telefonata al neoeletto presidente Zelensky di consegnargli le armi che gli erano state promesse. Trump chiese però a Zelensky un “favore”: iniziare un’indagine su potenziali legami con la corruzione di Joe Biden, il suo eventuale avversario nelle elezioni del 2020. Trump voleva creare un polverone sul candidato democratico, collegandolo al presunto tentativo di bloccare un’inchiesta in Ucraina per proteggere il figlio Hunter, che aveva legami con l’azienda Burisma. Una volta venuta alla luce la telefonata, il Congresso iniziò le indagini che condussero all’impeachment nel 2019, seguito nel 2020 dall’assoluzione di Trump al Senato.

Trump non dimentica, ma l’abbandono di Zelensky è dovuto anche alla sua visione politica, secondo cui i “piccoli” si devono piegare ai “forti”. I forti sono, per Trump, la Russia e la Cina. Putin avrebbe quindi già proposto un vertice tra i tre Paesi per discutere di relazioni internazionali, compresa la questione dell’Ucraina, senza la partecipazione di Zelensky. Un incontro fra questi tre “big” sarebbe una vittoria per Putin, anche perché la Russia verrebbe trattata come una potenza di pari livello rispetto a Stati Uniti e Cina. Il netto cambio di posizione di Trump nei confronti di Zelensky rappresenta un’ulteriore conferma dei dubbi sull’affidabilità americana agli occhi degli alleati tradizionali, costretti a prendere altre misure per la propria sicurezza.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Attualità

L’Elefante di Peter Gomez su Rai 3, ospiti Aldo Cazzullo e Mario Capanna: confronto generazionale, politica e satira con Campi, Francini e Vergassola

Nuovo appuntamento con «L’Elefante» di Peter Gomez sabato sera su Rai 3: faccia a faccia tra Aldo Cazzullo e Mario Capanna, i reportage di Chiara Francini e l’ironia tagliente di Dario Vergassola 👇

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Gomez LElefante

Roma – La riflessione critica sulla complessità del presente, l’analisi senza filtri della scena politica e il recupero della memoria storica tornano a essere protagonisti nel fine settimana del servizio pubblico. Sabato 24 ottobre 2026, alle ore 20:15 su Rai 3 e in streaming su RaiPlay, va in onda una nuova e attesissima puntata de L’Elefante, il format di approfondimento culturale, sociale e d’inchiesta ideato e condotto dal giornalista Peter Gomez. Un appuntamento collocato strategicamente nell’access prime time della terza rete che intende scardinare le semplificazioni del dibattito mediatico odierno, offrendo agli spettatori uno spazio di confronto aperto, rigoroso e plurale su scala nazionale e sul territorio.

A fare da solido contrappunto intellettuale alle inchieste e ai temi sollevati da Gomez sarà come di consueto il politologo, saggista e docente universitario Alessandro Campi, compagno di viaggio fidato nel decifrare i mutamenti istituzionali, le fratture ideologiche e le dinamiche sotterranee che agitano la società italiana contemporanea.

Il faccia a faccia: la memoria di Aldo Cazzullo e l’eredità ribelle di Mario Capanna

Il piatto forte della serata sarà rappresentato dall’intenso dialogo incrociato che vedrà attorno al tavolo due protagonisti di primo piano della cultura e della testimonianza civile: Aldo Cazzullo e Mario Capanna. Da un lato la firma di punta e vicedirettore del Corriere della Sera, scrittore capace di scalare costantemente le classifiche editoriali raccontando l’identità profonda dell’Italia, le radici cristiane dell’Occidente e le ferite mai del tutto rimarginate del Novecento; dall’altro il leader storico del movimento studentesco milanese del Sessantotto, saggista e testimone lucido di una stagione che cambiò per sempre i costumi, la politica e le relazioni sociali nel nostro Paese.

Il confronto tra Cazzullo e Capanna offrirà una rilettura di straordinaria attualità sui grandi nodi irrisolti del Paese: dal rinnovato dibattito civile e generazionale che oggi vede le nuove generazioni scendere in piazza tra proteste scolastiche e ansie per la precarietà lavorativa, fino al distacco sempre più marcato tra cittadini e rappresentanza partitica. Un viaggio ideale tra passato e presente per comprendere se l’anelito alla disobbedienza e alla giustizia sociale di mezzo secolo fa possa ancora parlare alle inquietudini dei giovani del ventunesimo secolo.

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SAGGISTICA & STORIA

Il Dio dei nostri padri. Il grande romanzo della Bibbia – Aldo Cazzullo

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Lo sguardo di Chiara Francini sui territori e l’ironia dissacrante di Dario Vergassola

Uno degli elementi distintivi de L’Elefante è la sua capacità di non restare rinchiuso nel perimetro rassicurante dello studio televisivo romano, ma di viaggiare attraverso le pieghe della provincia italiana. In questo percorso gioca un ruolo cruciale la partecipazione di Chiara Francini, attrice e scrittrice poliedrica che con i suoi reportage filmati porta sullo schermo testimonianze autentiche, ritratti inediti e storie di comunità che lottano per preservare le proprie tradizioni o per superare ataviche disuguaglianze. Il suo sguardo curioso, empatico e disincantato regala uno spaccato antropologico prezioso per decifrare le reali priorità dei territori lontano dai palazzi del potere.

A spezzare la liturgia dei talk show tradizionali ci penseranno le immancabili incursioni di Dario Vergassola. Il comico e cantautore ligure, con la sua proverbiale verve sarcastica e il talento nell’assestare domande pungenti sotto l’apparente ingenuità della battuta, metterà alla prova gli ospiti della puntata, smontando ipocrisie e conformismi della classe dirigente con il sorriso disarmante della satira d’autore.

La scommessa di Rai 3: informazione rigorosa e pluralismo nell’access prime time

Con la conduzione asciutta e investigativa di Peter Gomez, L’Elefante si conferma un presidio irrinunciabile per una televisione pubblica che intende fare servizio alla collettività. Nel panorama dell’access prime time del sabato, troppo spesso dominato dall’intrattenimento leggero o da dibattiti urlati e polarizzanti, la trasmissione di Rai 3 sceglie la strada della profondità, del tempo dedicato all’ascolto e della dialettica argomentata.

Il confronto tra voci così autorevoli e distanti come quelle di Aldo Cazzullo, Mario Capanna e Alessandro Campi — arricchito dal tocco cinematografico di Chiara Francini e dalla vivacità di Dario Vergassola — dimostra come sia ancora possibile fare cultura televisiva divulgativa senza abdicare al rigore dell’inchiesta, regalando ai telespettatori gli strumenti conoscitivi indispensabili per comprendere le sfide storiche del nostro tempo.

Riproduzione riservata – Cavaliere News

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Economia

Occupazione record ma salari al palo: perché oggi in Italia avere un lavoro non basta più per diventare ricchi

Occupazione record ma salari al palo: perché oggi in Italia avere un lavoro non basta più per diventare ricchi 👇

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Impiegata

Milano – I grafici e le statistiche ufficiali descrivono un mercato del lavoro italiano apparentemente effervescente, con tassi di occupazione che toccano vertici storici mai raggiunti in passato. Eppure, fuori dai palazzi della macroeconomia, la percezione reale delle famiglie racconta una verità diametralmente opposta: per milioni di cittadini avere un impiego stabile non rappresenta più il passaporto per il benessere economico, né tantomeno una garanzia di emancipazione sociale e serenità finanziaria. Dietro la crescita esponenziale del numero degli occupati si cela infatti un’inquietante anomalia strutturale: gli stipendi reali continuano a perdere terreno rispetto al costo della vita, trasformando il lavoro in un mero strumento di sussistenza anziché di arricchimento.

Il fenomeno investe ogni categoria professionale e tocca da vicino le famiglie in ogni singolo territorio del Paese, dove la distanza tra il dato statistico e la reale capacità di spesa quotidiana genera un senso diffuso di frustrazione e precarietà esistenziale.

Il paradosso italiano: record di occupati ma potere d’acquisto in caduta libera

A certificare la spaccatura sono le stesse rilevazioni previsionali diffuse dall’Istat. Sebbene l’occupazione sia attesa crescere a un ritmo superiore rispetto al Prodotto Interno Lordo, sul fronte delle buste paga si è consumata una vera e propria emorragia. A settembre 2025, le retribuzioni contrattuali reali risultavano ancora dell’8,8% inferiori rispetto ai livelli di gennaio 2021. In parole povere: nonostante l’ondata inflazionistica degli ultimi anni e il rincaro vertiginoso di beni di prima necessità, energia, affitti e mutui, gli stipendi sono rimasti sostanzialmente congelati, erodendo drammaticamente il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti.

Ci troviamo così di fronte al paradosso dei cosiddetti “working poor”, persone che lavorano regolarmente quaranta ore a settimana ma che a fine mese faticano a far quadrare i conti o a far fronte a una spesa medica imprevista. L’ascensore sociale – quel meccanismo che nel secondo dopoguerra garantiva ai figli di raggiungere una condizione economica migliore rispetto a quella dei genitori – sembra essersi definitivamente bloccato, lasciando spazio a una diffusa sensazione di immobilità.

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L’analisi degli esperti: «Il conteggio dei posti non basta, serve qualità»

A fotografare con precisione chirurgica le cause di questa frattura è Carola Adami, CEO di Adami & Associati, primaria realtà nazionale attiva nella ricerca e selezione del personale qualificato: «Il numero puro degli occupati è certamente un indicatore importante, ma da solo non basta più a descrivere la salute economica del Paese. Se lo stipendio non tiene il passo con il costo della vita, la crescita numerica dell’occupazione rischia di non tradursi in sicurezza. Oggi è indispensabile guardare insieme a tre fattori: quantità, qualità e prospettive di carriera».

Il problema investe anche la struttura stessa dei contratti e la stagnazione professionale. Molti lavoratori si trovano intrappolati in mansioni a basso valore aggiunto o con scarse possibilità di avanzamento, al punto che per ottenere un ritocco salariale significativo l’unica via d’uscita rimane il cosiddetto job hopping, ovvero il cambio continuo di azienda. Questa dinamica si riflette pesantemente sul tessuto imprenditoriale: quando il divario tra responsabilità richieste e compenso economico diventa incolmabile, aumentano le dimissioni volontarie, si allungano i tempi per coprire posizioni strategiche e le aziende faticano a trattenere i propri migliori talenti.

Oltre la busta paga: welfare, flessibilità e la sfida per il futuro

Per uscire da questo vicolo cieco, il mondo delle imprese è chiamato a una profonda revisione dei propri modelli organizzativi. La sola remunerazione economica, per quanto primaria, non è più sufficiente a garantire la fedeltà aziendale. Le nuove generazioni di lavoratori valutano l’offerta professionale nel suo complesso, ponendo in cima alle proprie priorità la qualità della leadership, la flessibilità oraria, lo smart working, la formazione continua e il rispetto dell’equilibrio tra vita privata e attività lavorativa.

«Le organizzazioni non possono competere per i talenti limitandosi a rilanciare sullo stipendio all’ultimo minuto, quando il dipendente ha già deciso di andarsene», ammonisce ancora Carola Adami. «Occorre costruire un progetto professionale coerente, credibile e trasparente, nel quale competenze, responsabilità e riconoscimento economico camminino di pari passo». La vera sfida per l’Italia non sarà dunque soltanto contare quanti contratti vengono firmati nei prossimi mesi, ma restituire al lavoro la sua originaria promessa costituzionale: essere il motore primo della prosperità e del miglioramento concreto della vita delle persone.

A cura della Redazione Economia e Lavoro di Cavaliere News

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